Saggio, scendi dal monte

saggio sul monte

C’è una parola, in psicologia: congruenza. Secondo Carl Rogers, essere congruenti significa essere in accordo con se stessi, far sì che le nostre parole e il nostro atteggiamento rispecchino davvero le nostre intenzioni. Usando un termine più comune, potremmo definirla anche trasparenza.

Una persona è trasparente quando ciò che dice rappresenta quello che pensa. Può non dire tutto quello che pensa – ognuno di noi ha il diritto a non condividere ogni aspetto della sua vita – ma pensa tutto quello che dice.

In questo periodo gli intellettuali di sinistra sono sotto attacco. No, anzi, è sotto attacco chiunque non si dimostri sufficientemente ignorante. Secondo una parte dell’opinione pubblica, è “radical chic”. Abbiamo già visto come questo termine ormai non significhi più nulla, o quasi. Un tempo per essere definito radical chic dovevi far parte di una élite economica. Semplificando, eri radical chic se, pur facendo parte dell’1%, assumevi posizioni rivoluzionarie che quell’1% volevano abbatterlo. Il radical chic, quindi, era chi andava contro i propri privilegi di casta, ma senza abbandonare la propria casta.

Oggigiorno per essere definiti radical chic basta molto meno. Non è più indispensabile far parte di una élite finanziaria e, specialmente, non c’è bisogno di esprimere idee rivoluzionarie. Basta dire: dovremmo aiutare chi è in fuga da guerre e povertà. Nessun incitamento alla lotta armata, nessun rovesciamento del sistema capitalista, anzi.

Il radical chic, poi, è anche “buonista” (un termine che riecheggia in modo lugubre i “pietisti” che in epoca fascista erano contro le persecuzioni agli ebrei). Tecnicamente il buonista è chi si dimostra troppo buono con chi non lo merita. Un buonista, per esempio, potrebbe sostenere che in fondo allontanare i pedofili dai bambini sia una crudeltà eccessiva verso i pedofili.

Ma oggi, nell’epoca della follia lessicale, per essere buonista basta dire: dovremmo aiutare chi è in fuga da guerre e povertà. Come se le persone in fuga da guerra e povertà fossero criminali a priori, perché chiunque fugga da guerre e povertà, invece di restare compostamente al suo paese a crepare di fame, epidemie o bombe, è chiaramente animato da pessime intenzioni.

Ora, io capisco che questo stato delle cose faccia arrabbiare.

Fa arrabbiare, in primis, perché è stato creato ad arte e viene pompato a getto continuo da una macchina della propaganda che si serve dell’innocenza dei propri lettori. Immetti in rete decine di informazioni tendenziose, portando le persone a credere che davvero dall’Africa partano criminali animati dalla ferma intenzione di delinquere, che le guerre e i dissesti economici dei loro paesi d’origine non siano così gravi, che in fondo chi si imbarca sia benestante, e – cosa più grave – che se cerca di venire qua in modo illegale dev’essere per forza intenzionato a entrare di nascosto e chi entra di nascosto non ha mai buone intenzioni.

Il resto è facile: ciò che la gente ignora è un grande vantaggio, per la tua narrazione. Se i tuoi elettori non sanno quanto sia difficile ottenere un visto in un paese africano, non potranno mai capire perché i migranti vengono su barconi scassati, pagando fior di dollari, rischiando la vita ecc. Penseranno che sia sospetto, e avranno ragione.

Ma come impedire che i cittadini vengano a sapere informazioni che sono alla portata di tutti?

In due semplici modi:

  • Svaluti le informazioni. Le definisci false o non rilevanti. Se possibile le deridi.
  • Svaluti la fonte di quelle informazioni: gli intellettuali radical chic.

Ora, messa così sembra che la sinistra sia senza colpe. Che gli intellettuali liberal siano dei poveri incompresi innocenti.

Sull’innocenza di chiunque ci andrei piano, ma che siano incompresi è vero. Un’incomprensione tragica.

Se ascolti parlare un “cattivista” per un po’, ti rendi conto che ha molte rimostranze da fare agli intellettuali: sono spocchiosi, lontani dai problemi reali, propongono soluzioni che non metterebbero mai in pratica per primi (la temibile incoerenza), sono ricchi e viziati.

E l’intellettuale giù a spiegare che non è così, che sa benissimo quali siano i problemi reali, che le soluzioni che propone è più che disponibile ad adottarlo per primo, che non intende essere spocchioso, che non è ricco… se lo ascolti da lontano sembra un pigolio autogiustificatorio ed è così che arriva all’opinione pubblica. Arriva come un triste tentativo di pararsi le chiappe.

E, badate, è quasi tutto vero. Gli intellettuali ricchi si contano sulle dita di una mano, in Italia. Gli altri per lo più cercano di sembrarlo per darsi un tono, proprio come il fighetto di periferia compra a rate un SUV che finirà di pagare nel 2034 e si indebita per l’ultimo modello di iPhone. I giornalisti, gli scrittori, gli autori in genere… per lo più non sono poveri, ma non sono neppure ricchi. Guadagnano meno dei politici barricaderi che si tagliano lo stipendio (immenso) e vengono applauditi dalle folle.

Ma non ha importanza.

Perché, sul serio, cerchiamo di mettercelo nella zucca:

Non è.

Questo.

Il punto.

Il punto è la congruenza. È di lì che dobbiamo ricominciare. A essere persone credibili perché non diciamo tutto quello che pensiamo (come dischi rotti), ma solo quello che pensiamo. Perché siamo trasparenti.

Essere trasparenti non è facile. Non è neppure necessario esserlo in modo compulsivo, però. Non occorre dare in pasto a chiunque passi ogni brandello di sé. Ma bisogna esserlo con quello che si decide di condividere.

Iniziamo a essere un po’ più candidi.

A non fare come il fighetto di periferia con il SUV a rate. A parlare dei propri successi, ma anche dei propri fallimenti. Delle proprie aspirazioni, non solo dei traguardi raggiunti. Dei propri dubbi. Questo è importantissimo: dei propri dubbi.

Abbandoniamo quell’odioso atteggiamento auto-promozionale.

Proviamo a essere congruenti: non facciamo sfoggio della nostra cultura, usiamola per qualcosa di utile. Trasmettiamola. Raccontiamola.

Piantiamola con i “come diceva Nietzsche” senza dire che cavolo diceva. E piantiamola di far finta di non dover controllare ogni volta la grafia del suo cognome. Lo fanno tutti, okay? Tranne forse chi ha scritto la tesi di laurea su di lui. Ci sono delle consonanti di troppo, in Nietzsche. Anche ora, l’ho copio-incollato, okay? Nietzsche. Tiè, ormai ce l’ho in memoria. Ctrl V: Nietzsche.

Non vi sto invitando a perdere ogni discrezione. Vi sto invitando a parlare del vostro lavoro – se ne parlate – come lo fareste con i vostri amici. (Se poi ve la tirate anche con i vostri amici, niente, per voi non c’è speranza e ha ragione chi vi accusa di fare schifo.)

Possibile che ci arrivi Ashton Kutcher e non ci arrivi il fior-fiore degli intellettuali italiani?

Sì, ho dovuto cercare pure “Kutcher”.

Vi sto invitando, ci sto invitando a scendere da quella cacchio di montagna. I saggi sul monte hanno fatto il loro tempo. Adesso la gente è abituata ad avere un rapporto diretto con gli autori, i giornalisti, gli attori. Non viviamo più all’epoca delle dive del muto. Forse è un peccato, non lo so, ma ormai nessuno può permettersi di lanciare editti dall’alto. O, insomma, solo pochissimi privilegiati, privilegiati veri. Noi no.

Questo non significa aprire la porta delle proprie vite e far accomodare chiunque, con frainteso senso di democrazia. Ma quando apri la porta fai sì che sia per far entrare davvero quelli con cui parli, non per tenerli fuori e fargli lumare un pezzetto di appartamento agghindato per l’occasione.

Congruenza. Potremmo anche definirla trasparenza. Potremmo anche definirla autenticità.

Se davvero vuoi parlare a qualcuno, è il requisito minimo.

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Ciao, sono una radical chic.

susanna raule

io ieri l’altro mattina. c’era una bella luce. ero in pigiama.

Una snob. Una buonista. Sono élite. O così sono stata definita durante diverse discussioni, in realtà piuttosto improduttive, con persone che non conoscevo e che non mi conoscevano.

E, dopo molte frustrazioni, mi sono rotta di questo muro di non-conoscenza e presunzioni di colpevolezza.

Quindi ecco chi sono secondo me.

Vengo da una famiglia normale. Madre insegnante alle superiori, padre impiegato in un cantiere navale. Da bambina ero sempre in giro per il quartiere con i miei amici. Il quartiere popolare dove vivo anche ora, a cui sono tornata. La “casba” della mia città, come lo definiscono alcuni.

Fin da piccola ho inventato storie. A volte vere e proprie balle, specie da bambina, ma per lo più erano storie ambientate nei libri che stavo leggendo. Immaginavo trame in cui c’ero anch’io, insieme ai pirati, o nella Londra vittoriana, o ventimila leghe sotto i mari.

Da ragazza ho fatto gli scout. CNGEI. Lì dicevano che bisogna lasciare i posti dove si va un po’ migliori di come li si trova. Se sulla spiaggia trovi una bottiglia vuota, la porti via insieme alla tua spazzatura; se sporchi qualcosa, lo pulisci meglio di prima. Mi è sembrato ragionevole.

La mia famiglia mi ha pagato gli studi. Psicologia. Hanno fatto sacrifici? Probabile, ma non me l’hanno mai fatto pesare. Dopo la laurea, gli studi me li sono pagati io, con i soldi messi da parte durante il periodo per preparare l’esame di stato e poi continuando a lavorare durante la specializzazione. Lo facevano tutti. Tutte le mie colleghe lavoravano e studiavano. Alcune avevano già avuto un bambino, altre lo hanno avuto nel frattempo. È tutto così poco elitario, lo so.

E poi questo è quello che ho fatto, non chi sono. Un sacco di persone hanno fatto il mio stesso percorso e sono totalmente diverse da me. Anche voi che state leggendo, suppongo che non vi definireste solo in base alle cose che avete o non avete fatto nella vita. Siamo più complicati, dentro di noi ci sono più ingredienti. I posti che abbiamo visto, le persone che abbiamo conosciuto, le esperienze, le letture, le chiacchiere, la roba che abbiamo visto alla TV e specialmente il nostro carattere.

Io ho sempre cercato di fare le cose a modo mio. Mi sveglio tardi e poi lavoro fino a tarda notte. Ci sono periodi in cui ci do sotto per dodici, quattordici ore al giorno. Poi collasso. Non è salutare, lo so. Sto cercando di organizzarmi meglio.

Vivo con il mio compagno e il mio gatto in un appartamento troppo piccolo e troppo in alto (quarto piano senza ascensore – dicono tutti che rassoda i glutei, ma con me non funziona). Sto risparmiando per comprarmi una casa.

Vedo due TG al giorno, pranzo e cena, su RaiNews24. Una volta leggevo sempre il Sole 24 Ore, perché credo che l’economia spieghi tante cose sul mondo, ma ormai non ho più tempo. A volte leggo articoli condivisi sui social, a volte quelli di Google News.

Da quindici anni ho la sclerosi multipla, ma per fortuna i farmaci la tengono sotto controllo. Poi ho diverse allergie, problemi alla vista e vorrei dimagrire. Ma mangiare mi piace un casino.

Mi arrabbio facilmente, però mi passa in fretta. Cerco di non giudicare gli altri, ma a volte ci casco. Cerco di essere una persona buona, cerco di aiutare quando posso. Non odio nessuno, non auguro il male a nessuno, ma quando sento di persone che hanno maltrattato anziani o bambini mi viene da vomitare. Credo che la gente si qualifichi per come si comporta con chi è più debole. Credo nel detto “dove c’è da mangiare per due, ce n’è anche per tre”. Per lo più mi piacciono le persone.

Sono il tipo che in autobus non attacca bottone, ma che si lascia risucchiare facilmente nella conversazione se lo fa qualcun altro.

Ho avuto momenti bui e difficili. Li abbiamo avuti tutti. Il dolore fa parte della condizione umana, inutile fingere che non sia così. So che ognuno di voi ha sofferto, chi più chi meno, cerco di non dimenticarlo mai.

Sono di sinistra. Sono sempre stata di sinistra, ma questo non significa che sia sempre d’accordo con la sinistra. Se siete di un altro orientamento politico, scommetto che a volte anche voi non siete d’accordo con i “vostri” politici. E a volte posso essere d’accordo con le idee di altri schieramenti, è ovvio. Specialmente, non penso che non essere d’accordo significhi in automatico essere nemici.

Non mi piace parlare di me. Preferisco inventare una storia e metterci dentro le mie cose. Ma, come vedete, posso farlo se penso che serva.

Possiamo farlo tutti.

Posso farlo quando mi sento ingabbiata in una definizione che non mi rappresenta: radical chic, snob, buonista, élite. Le definizioni dovrebbero servire per semplificare la vita, non per creare false categorie.

Possiamo provare a conoscerci, invece di basarci su preconcetti e ipotesi puramente teoriche. Siamo tutti un po’ più complicati di così.

In questo momento mi sembra che tutti non vedano l’ora di polarizzarsi su un argomento. Scagliarsi contro altri che neppure conoscono, di cui sanno così poco. A nessuno piace essere attaccato sulla base di giudizi a priori. A me è toccato “radical chic”, a qualcun altro “analfabeta funzionale”, a qualcun altro “clandestino”. Sono tutte etichette e ognuno di noi sa quanto sia falsa quella che gli è stata appiccicata. Perché quelle degli altri dovrebbero essere più vere?

Questo è un po’ il riassunto del riassunto (del riassunto) di chi sono io. La prossima volta in cui parliamo mi piacerebbe sapere chi siete voi. Non dobbiamo per forza trovarci simpatici, ma almeno ci insulteremo con maggiore cognizione di causa.

Se sono una radical chic – a me non sembra – valutate voi se sia una cosa così terribile. Io penso di essere Susanna.

Abbiamo dimenticato di raccontare il sogno (di un’Europa unita)

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Abbiamo dimenticato di raccontare il sogno, noi europeisti. Ci siamo persi dietro dettagli tecnici e organizzativi e non abbiamo più parlato del sogno politico nato più di sessant’anni fa.

Perché, sì, esistono anche i sogni politici, non solo quelli romantici o quelli di gloria. Sogni che riguardano il bene collettivo, non solo quello individuale.

Ma abbiamo fatto di peggio: abbiamo raccontato il nostro progetto in negativo, puntando sulla paura invece che sull’entusiasmo.

Era così più semplice.

E allora ecco… terrorizziamo il popolino con la minaccia della Grande Cina, che ci distruggerà se non ci stringiamo insieme, spaventati e tremanti come bambini nella tempesta. Diffondiamo la paranoia del Mercato Globale, che farà polpette di noi, se non ci dimostriamo più duri e cattivi di lui. E vediamo di dipingere l’Europa come l’ultimo baluardo contro il caos dei disordini in Medio Oriente.

Fate attenzione, la Cina, il mercato globale, le tensioni internazionali esistono, non sono invenzioni, ma l’idea di Europa è molto più grande di così.

L’idea è quella di un’unione libera di nazioni, un’unione nata dopo la guerra più terribile che la storia recente ricordi. Un’unione nata sulle macerie dei nostri paesi, macerie che noi stessi avevamo provveduto a produrre. Un intero territorio ferito a morte dalla guerra, dall’olocausto, dalla fame, dal totalitarismo, che risollevava coraggiosamente la testa e prometteva di non combattersi più, di cercare il bene comune, di votarsi alla pace.

Direte voi: quei tempi sono lontani.

Non così lontani, forse, ma in mezzo ci sono sessant’anni di pratica. Come nel famoso detto “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Un mare di piccole meschinità nazionali, crisi economiche, nuovi fenomeni politici, cambi di governi, di direzioni, di agende. Nuovi paesi che si sono aggiunti e forse non hanno abbracciato del tutto quella grande idea iniziale, paesi fondatori che quell’idea l’hanno un po’ smarrita per strada.

Politica reale.

I sogni politici sono molto più belli e puliti, ma che avremmo dovuto fare i conti con la politica reale lo sapevano anche i firmatari del Trattato di Roma, non era certo un mistero.

In questi sessant’anni sono stati fatti diversi passi avanti, ma non siamo ancora dove avremmo voluto essere. Non abbiamo un’unione fiscale, non abbiamo un unico esercito, le nostre istituzioni sono ancora poco integrate.

Ma abbiamo un Parlamento eletto da tutti i cittadini dell’Unione Europea, un Consiglio di commissari ratificato da quello stesso Parlamento e diverse agenzie comuni, che mantengo alto il nostro standard di civiltà.

Dicevo qualche tempo fa a un amico: «Vorrei svegliarmi un giorno e scoprire che tutto quello che l’Unione Europea ha mai finanziato, implementato e costruito è diventato blu». Avremmo mezzi pubblici blu, palazzi blu, luoghi d’interesse artistico blu, macchine agricole blu, infrastrutture tecnologiche blu, pannelli solari blu… il nostro mare blu lo è già, ma diventerebbe più blu, visto che è protetto dalle leggi dell’Unione Europea. E tutti i farmaci che prendiamo sarebbero blu, altro che Viagra.

Ma non è tutto. Ci sarebbero persone blu. Tutte le persone che hanno usufruito di fondi europei per la loro attività, quelli che lavorano per progetti educativi, ambientali o di innovazione tecnologica promossi dall’unione europea. E tramite il cibo che mangiamo, che sarebbe tutto blu anche quello, anche noi saremmo blu. Finalmente anche la nostra pipì diventerebbe blu, come quella della pubblicità. Molti dei nostri film sarebbero blu (scusa, Kieślowski) e diversi dei nostri programmi TV.

E forse almeno alcuni di noi la smetterebbero di dire che l’Europa ci succhia soldi e non ci dà nulla.

Ma, dicevo, c’è anche la pratica, la politica reale. Il fatto che noi, noi cittadini europei, abbiamo votato per quattro turni di seguito il Partito Popolare Europeo. L’ultima volta che il centro-sinistra è stato al potere in Europa è stato dopo le elezioni del 1994. Sono passati più di vent’anni.

Il PPE è un partito di cui fanno parte cristiano-democratici e conservatori. Che cosa ci aspettavamo, dalle loro politiche?

Quando, alle ultime elezioni europee, in Italia ha trionfato il PD, molte persone di sinistra sono state felici. Peccato che a livello europeo avessero vinto ancora una volta i conservatori. Nessuno, o quasi, ha speso due parole per rammaricarsi della cosa, a sinistra. Perché? Ci piaceva di più l’idea di aver vinto, anche se in realtà avevamo perso?

Jean-Claude Juncker, il Presidente della Commissione Europea, era il candidato del PPE. E Antonio Tajani, il Presidente del Parlamento Europeo, è del PPE anche lui: di Forza Italia.

Quando sento persone che vogliono “uscire dall’UE” mi viene sempre in mente un paragone: è come se la Campania volesse uscire dall’Italia perché le politiche del governo italiano le fanno schifo. E scommetto che le fanno schifo, visto quanto poco impegno abbiano profuso gli ultimi governi, tutti quanti, per il Sud.

Personalmente, come elettrice di sinistra, non mi piacciono le politiche PPE. Non mi piacciono specialmente le loro politiche per il Sud d’Europa. Spero che nel 2019 vinca il PSE. Ma non penso che dovremmo andarcene perché non ci piace il governo.

Il punto è – ed è colpa di noi europeisti – che abbiamo lasciato che tutti i partiti nazionali scaricassero i loro fallimenti sull’Unione, che fossero causa dell’Unione o meno. L’Europa è diventata un facile capro espiatorio, perché ogni governante non vede l’ora di trovare qualcosa o qualcuno a cui dare la colpa, e noi cittadini siamo stati più che felici di berci tutte le loro panzane.

Sembra che l’UE ci tenga sotto il suo tallone, ci schiavizzi. Un’unione di stati in cui il presidente del parlamento è italiano, il ministro degli esteri è italiano e il direttore della banca centrale è italiano. Un’unione di stati nel cui parlamento siedono 73 parlamentari italiani su 750 (la Germania ne ha 96, la Francia 74, il Regno Unito 73, tutti gli altri paesi ne hanno di meno, dai 54 della Spagna a scendere). Ma noi non c’entriamo nulla. Cattivi loro.

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Abbiamo dimenticato di raccontare il sogno, noi europeisti. Abbiamo lasciato che le accuse piovessero sulla testa dell’Europa senza mai obiettare: “Veramente dovreste prendervela con il partito di maggioranza”. O anche, a volte: “Veramente dovreste prendervela con i nostri governanti italiani”.

Era più semplice. Eravamo distratti.

Ma la nostra idea è sempre quella. In sessant’anni si è aggiornata, ma non è cambiata.

Vogliamo un’Unione Europea dove le tasse siano uguali per tutti, in modo che non ci siano disparità tra un paese e l’altro, in modo che le società grosse non scappino dove pagano meno. Abbiamo una sola moneta, ma senza un’unione anche fiscale non funziona bene. Ci arriverebbe chiunque.

Vogliamo un unico esercito. Si risparmierebbe pure.

Vogliamo più integrazione tra le istituzioni.

Qua abbiamo scoperto da poco questo concetto vetusto: sovranità nazionale. In Europa c’è troppa sovranità nazionale. È così che i paesi dell’Est possono rifiutarsi di prendere la loro quota di migranti: sovranità nazionale, la loro.

Ma no, è importantissimo poter scegliere tutto per conto nostro. Cioè, che lo scelgano i nostri politici italiani. Sono i migliori al mondo, i nostri politici italiani. Classe dirigente di altissimo livello. Ce li invidiano un po’ tutti. Per favore, dai.

Torniamo all’immagine di prima, la Campania secessionista. La Campania se ne va dall’Italia e poi… nulla, continua ad avere per vicine solo regioni italiane. Molti campani vivono in altre regioni e ora per rientrare hanno bisogno del passaporto. I principali commerci avvengono con le regioni vicine, ma ora ci sono dei dazi doganali da pagare. E chi decide quanti e quali sono i dazi è comunque l’Italia, perché è più grossa.

In Europa, l’Italia è la Campania. Una regione con una grande metropoli, con un PIL importante, fucina creativa, cibo eccellente, ma anche piena di casini. Non siamo la Lombardia, non siamo il Piemonte. Ma non siamo neppure il Molise, la Basilicata o la Calabria.

Ecco, forse, oltre al sogno di Spinelli, di De Gasperi, di Churchill, di Adenauer e degli altri padri fondatori dell’Europa, abbiamo un po’ dimenticato anche il sogno di Garibaldi, Mazzini e dei Padri Costituenti. Il sogno di un’Italia unita, oltre che di un’Europa unita. Distratti noi.

E ora in molti paesi soffiano venti che vorrebbero rinunciare a quel sogno. Scappare nel proprio cantuccio e far finta che fuori non ci sia nulla. E ci sono venti che anche dall’esterno soffiano per far crollare questo grande, gigantesco sogno. Per far sì che non si realizzi quest’unione forte, prospera, improntata alla pace, civile e solidale.

È il momento di smetterla di assecondare quei venti. È il momento di parlare di nuovo del sogno. C’è chi ci dirà che siamo degli ingenui (ma non siamo i soli). I sogni non si realizzano con il cinismo, ma con il trasporto. Dobbiamo guardare in alto, puntare al cielo, se no non potremo che strisciare nel fango.

I magnifici 7 capolavori di pregiudizi

Oggi, su Libro Guerriero…

libroguerriero

di Susanna Raule

Quando un’amica ha condiviso le copertine delle due raccolte de I magnifici 7 capolavori della letteratura per ragazzi e de  I magnifici 7  capolavori per ragazze editi da Newton Compton, sono rimasta molto perplessa. Sono andata sul sito di Newton & Compton e ho letto le descrizioni delle opere, cosa che non ha fatto che accrescere la mia perplessità. Ne abbiamo parlato tra amiche e poi in una discussione pubblica cui hanno partecipato lettori e addetti ai lavori. La discussione che ha stimolato alcune riflessioni:

  • Il progetto è così anacronistico che quasi non ci credevamo. Mentre gli altri titoli della stessa collana (I magnifici 7 capolavori della letteratura russa, tedesca, olandese, erotica…) raccolgono romanzi per nazionalità o genere, questi due li raccolgono per pregiudizio. Un pregiudizio semplice, che persiste da generazioni: le ragazze leggono romanzi sentimentali, i ragazzi avventurosi.

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The End of th F***ing World: Sono matti, questi adolescenti?

Un ragazzino quasi-diciottenne che è convinto di essere uno psicopatico. Una ragazzina più o meno coetanea arrabbiata con tutti. Una rocambolesca fuga da casa. La profonda provincia inglese, fatta di villette che galleggiano in una campagna smorta, ognuna un bozzolo isolato.

Questi gli ingredienti base di The End of th F***ing World, serie TV in otto episodi tratta dal fumetto omonimo (ma senza asterischi) di Charles Forsman. Uno sguardo sull’adolescenza ironico, impietoso, dissacrante… e un filo preoccupante.

Seguono spoiler.

James, l’adolescente maschio, asserisce con semplicità di uccidere animaletti fin da piccolo e di essere pronto a passare al suo primo essere umano. Alyssa, la sua compagna di fuga (e forse prima vittima), è una ragazza sboccata, aggressiva, costantemente provocatoria.

La sonnacchiosa provincia working-class inglese non ha sentimenti positivi per nessuno dei due.

Ma è realistico, il ritratto psicologico di questi teenagers?

Sotto molti punti di vista, sì. Come scopriamo nel corso della serie, James ha subito un grave lutto nell’infanzia e da allora ha cercato di distaccarsi dai propri sentimenti, in quanto troppo dolorosi per essere sopportati. All’inizio della serie, infatti, James presenta dei tratti di personalità schizoidi.

La parola “schizoide” ci porta alla mente la schizofrenia, ma le due condizioni hanno ben poco in comune. Le persone con personalità schizoide di norma non hanno sintomi psicotici quali allucinazioni o deliri, mentre manifestano una marcata chiusura in se stesse, apatia, tendenza all’isolamento, elusività e disinteresse per le relazioni sociali, intime o meno che siano. Quello che più caratterizza la personalità schizoide è la ridotta capacità di provare piacere, quella stessa anedonia che è anche uno dei sintomi più evidenti della depressione.

In quanto ad Alyssa, il suo quadro è più sfumato. Alcuni dei suoi comportamenti ci fanno pensare a un disturbo antisociale di personalità (incapacità di conformarsi alle norme sociali, impulsività e incapacità di pianificare, irritabilità, aggressività e tendenza a mentire), altri richiamano un disturbo borderline di personalità (confusione nei rapporti, esplosioni emotive intense e incontrollabili, instabilità nelle relazioni interpersonali e nell’autostima).

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Ma avrebbe senso incasellare i comportamenti di due adolescenti un po’ perduti in queste caselle diagnostiche?

La risposta è un chiaro no.

La personalità degli adolescenti è in formazione e alcune delle risposte allo stress che in un adulto sarebbero chiaramente patologiche in un adolescente sono modalità transitorie di adattamento.

Immaginate due scene.

Una coppia di adulti in un centro commerciale. Dato che devono comprare oggetti diversi e il tempo è poco, si dividono, per poi rivedersi davanti alla zona ristoranti. Lui arriva puntuale al rendez-vous, lei ha una decina di minuti di ritardo. Lui ha comprato tutti gli oggetti in elenco, lei non ne ha trovato uno. Per di più si è fermata in un negozio di ceramiche, dove ha acquistato un bel vaso verde. Lui asserisce di odiare il colore verde, le prende il vaso di mano e lo frantuma per terra.

Davanti alla zona ristoranti del centro commerciale, con le persone che passano dirette verso questo o quel negozio, i bambini che vagano annoiati o si inseguono tra loro, liberi per qualche minuto dal controllo genitoriale. Un centro commerciale, se ci pensate un attimo, è un ambiente protetto, o così lo percepisce la maggior parte di noi.

Ecco, Mr. Lui ha appena sbroccato e ha fracassato il vaso verde comprato da Mrs. Lei. Cocci che volano dappertutto. Gente che urla. La security che arriva con aria arrabbiata. Se siete fortunati ci scappa la rissa.

Ma, no, Mr. Lui, vedendosi accerchiato, se la dà a gambe e corre verso il parcheggio sotterraneo. Mrs. Lei resta lì, circondata dai cocci e dalla gente che la guarda strano.

Ora immaginate la stessa scena con protagonista una coppia di adolescenti.

Lui, Lei – entrambi sedici anni – e il vaso verde. Lui spacca il vaso verde buttandolo per terra. I passanti borbottano “giovinastri”. Accorre la security e Lui se la dà a gambe, beffando le guardie e facendo lo slalom tra i gli avventori divertiti. Lei rimane lì, spostando i cocci con un piede e pensando che resterà chiusa in casa per una settimana almeno. Grazie, Lui, per aver fatto casino come al solito.

(Piccola divagazione: immaginate la scena con gli adulti a parti invertite. Quella che fracassa il vaso è Mrs. Lei. Per qualche motivo, un certo tipo di persona pensa che se le donne hanno comportamenti più infantili degli uomini sia Tutto Okay. Che se la Piccola di Papà fa i capricci non ci sia nulla di male, anche se la piccola di papà ha quarant’anni e suo padre è in una casa di riposo. Se solo chiarissimo una volta per tutte l’equivoco che no, non è Tutto Okay, faremmo un passo avanti sulla via per la parità di genere.)

Nel telefilm James e Alyssa “rompono vasi verdi” in continuazione. Quando Alyssa insulta la cameriera di un bar e se ne va senza ordinare, quando i due scappano di casa impadronendosi della macchina del padre di James, quando entrano in una villa momentaneamente vuota e si accampano con naturalezza al suo interno e in mille modi piccoli e grandi: buttando piatti sporchi in piscina, rubando macchine, scappando senza pagare…

In psicologia questi atti impulsivi, azioni aggressive improvvise, prendono il nome di Acting Out, letteralmente “passaggio all’atto, all’azione”, e rappresentano un modo per enunciare vissuti conflittuali che non si riescono a esprimere a parole.

Nell’Acting Out l’azione segue immediatamente l’impulso, senza che vengano prese in considerazione le conseguenze del gesto.

È considerato tipico dell’adolescenza, mentre nell’adulto è spesso (ma non sempre) un sintomo patologico. Gli adolescenti, infatti, vivono un periodo di continui mutamenti e può capitare loro di non riuscire a contenere l’angoscia relativa all’individuazione-separazione. In altre parole, diventare adulti è stressante, molto più stressante di qualche minuto di ritardo e di un vaso del colore sbagliato.

Ritornando a The End of th F***ing World, quindi: la serie fa un ritratto realistico dell’adolescenza? Sì. Gli adolescenti ritratti sono dei pazzi? No. Sono ragazzini perfettamente a posto? No.

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Sia James che Alyssa vivono e hanno vissuto situazioni dolorose e problematiche. La madre di James si è suicidata davanti ai suoi occhi e il padre, per quanto affezionato e comprensivo, non riesce a far fronte al dolore di suo figlio. Il padre di Alyssa, invece, si è allontanato spontaneamente. È un narcisista immaturo e inaffidabile, ossia, per un’adolescente, il Padre Ideale. Non a caso la fuga ha come obbiettivo quello di ricongiungersi a questo padre-adolescente, idealizzato e irrealistico. Nel contempo Alyssa vive in una condizione di rifiuto da parte della propria famiglia d’appartenenza, con la madre completamente focalizzata sul suo nuovo figlio e sul nuovo compagno, e il nuovo compagno che ha atteggiamenti ambigui, al limite della molestia.

Se qualche azione impulsiva è da considerarsi fisiologica durante l’adolescenza, è negli adolescenti più a rischio che questi comportamenti possono diventare esplosivi.

The End of th F***ing World ci fa riflettere sulla risposta degli adulti ai sintomi di un disagio adolescenziale perfettamente comprensibile e motivato. Il carosello di adulti inadeguati che circonda questi due ragazzi con problemi veri è esemplificativo, a partire dai genitori che non ascoltano e non sostengono. James e Alyssa sono intrappolati tra due estremi: un mondo privo di confini e rassicurazioni e una gabbia troppo stretta per consentire loro di esplorare il mondo.

Quel mondo fottuto del titolo, che sembra sempre sul punto di finire.

Fabrizio De Andrè – Principe Libero

È importante come scegli di raccontarle, le cose. Come nel caso di questa recensione. Potrei iniziare raccontando di quando da bambina sapevo a memoria le parole di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” – di quanto mi facesse ridere. O del concerto in cui vidi De Andrè, proprio il suo ultimo anno di vita. O di come abbia imparato a suonare la chitarra (male) sulle sue canzoni. O del testo di “La maggioranza sta” scritto sulla parete di camera mia, da ragazza. O della mostra di Genova del 2008, dove rimasi ore e ore.

Potrei, ma sarebbe il modo più basso e prevedibile per spiegare perché Fabrizio De Andrè – Principe Libero non mi è piaciuto. Sarebbe come dire: sono cresciuta con le canzoni di questo artista, non poteva piacermi.

Non sarebbe vero.

Sono cresciuta con le canzoni di questo artista e un biopic piatto, scialbo e noioso mi sarebbe stato bene. Alla fine, no? Non pretendevo nulla, mi sarebbe stato bene.

Ma Fabrizio De Andrè – Principe Libero non è un biopic piatto, scialbo e noioso. È un film con qualche attore notevole, qualche buona scena, una regia moderna e gravato da una durata eccessiva – davvero eccessiva: tre ore e venti.

Luca Marinelli, nel ruolo del protagonista, è bravo, a tratti persino molto bravo. E questo nonostante quella cadenza romanesca che spunta quando scherza, perché è proprio quando sei più naturale che è difficile rinunciare alla tua lingua. E Tenco, anche Tenco ha la cadenza romana. Ma Gianluca Gobbi come Paolo Villaggio è centrato e quella di Ennio Fantastichini come De Andrè padre è forse la migliore interpretazione del film.

Che però, nonostante questi punti a vantaggio, ha un problema insuperabile: sembra una soap opera.

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È importante come scegli di raccontarle, le cose. Le prime due ore del film sono centrate sui casini amorosi di De Andrè, frammezzati a qualche cartolina di Genova e a qualche sketchino con Villaggio. Tenco compare per dire due fregnacce, ma per lo più è polpettone familiare.

Ho due obiezioni, su questo. La prima è nel merito, la seconda è nel metodo.

Nel merito, noi tutti sappiamo che De Andrè era un uomo difficile, un alcolista, uno che, nelle parola della persona che forse più l’ha amato al mondo, Dori Ghezzi, “si è distrutto con le sue mani”. Un artista colto, brillante, profondissimo, che ha lasciato macerie attorno a sé come solo le grandissime personalità sanno fare.

Se decidi di raccontare la sua storia, su questo aspetto puoi soprassedere. In fondo non è quello che conta. Ma se decidi di parlarne, dovresti avere l’onestà intellettuale di non edulcorare fino a ritrovarti con una minestrina insipida. Capisco che sia rassicurante, ma in fondo nessuno voleva essere rassicurato.

La seconda obiezione evidentemente è nel metodo. De Andrè è stato un grande artista. Ha manipolato il lavoro di altri fino a renderlo suo, ha creato universi, ha raccontato storie e – questo è importante – è sempre stato capace di osservare il mondo da angolature inusuali e diverse, senza mai un filo di moralismo.

La sua musica è potente. Ha cantato roba intensa, che ancora fa accapponare la pelle.

Ci sono solo due momenti durante questo film in cui mi sono commossa: uno è durante l’esecuzione di “Tre madri”, uno durante l’esecuzione di “Hotel Supramonte”. Non per il film, il film non c’entra, anzi. La seconda viene interrotta da un dialogo ed è pure fastidioso. No, mi commuovo ogni singola volta in cui ascolto quelle due canzoni.

E la colonna sonora è un altro dei punti buoni di Fabrizio De Andrè – Principe Libero, forse il punto migliore. E a partire dalla seconda ora la nebbia della soap-opera si dirada un po’ e lo spettatore, sebbene segnato da 120 minuti di agonia, qualche vago piacere lo prova.

Ma sul messaggio artistico di De Andrè non c’è una parola. Non viene trattato per nulla il senso delle sue canzoni. Solo qualche considerazione buonista (sì, questo è l’uso corretto del termine, per chi fosse in ascolto) sulla “Canzone di Marinella”. Nient’altro. Nulla sui derelitti, sugli ultimi, sui peccatori, sugli ubriaconi, sui disperati. Nulla su Genova, sulla Sardegna, sull’Italia. Nulla sulla politica. Nulla sull’anarchia, solo qualche vuoto riferimento, privo di contenuto. Nulla sulla scena e sull’industria musicale.

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Ora, io comprendo che questo film è stato prodotto per la TV. Sul serio, comprendo che Mamma RAI pensa che i suoi spettatori non possano capire. Che chi ha scritto Fabrizio De Andrè – Principe Libero voleva venderlo allo stesso pubblico di Amici di Maria de Filippi.

Lo comprendo, ma non è una scusa.

Sono stanca di giudicare le opere targate RAI come se fossero i quadretti degli amputati. Guarda, è bellissimo, se pensi che l’ha fatto tenendo il pennello con gli alluci dei piedi!

Ecco, no. Sono entrata in un cinema per vederlo, ho pagato il biglietto pieno, non voglio un quadretto fatto con i piedi, voglio la cosa vera. Sono stanca di trovare giustificazioni alla mediocrità che ci propongono.

Quindi, ehi, nella stessa categoria di Walk the Line, Fabrizio De Andrè – Principe Libero scompare. La cosa a cui assomiglia di più è Victoria, la serie TV con Jenna Coleman in cui, invece di parlare dei primi anni di governo della Regina Vittoria si parla solo delle sue palpitazioni sentimentali per Lord Melbourne. E, anche se adoro Rufus Sewell, quel telefilm l’ho mollato alla terza puntata.

Quindi.

È importante come scegli di raccontarle, le cose. De Andrè lo sapeva, quando ha scelto di raccontare il Vangelo dal punto di vista delle madri, dei ladroni, di Giuseppe e della giovane Maria. Lo sapeva quando ha scelto di raccontare la storia contenuta in ognuna delle sue canzoni.

Gli autori di Fabrizio De Andrè – Principe Libero hanno invece scelto di raccontare una storia d’amore piena di cliché, punteggiata di battute salaci, con un solo snodo moderatamente drammatico. Tipo serie TV di quelle che molli alla terza puntata, sprecando quasi tutto il potenziale positivo in tre ore e venti degne di Federico Moccia.

Il che, sì, significa che a qualcuno piacerà un casino.

The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella), serie TV

La serie di Hulu tratta dal classico distopico di Margaret Atwood in un altro periodo storico avrebbe avuto un destino diverso. È quindi una fortuna che sia uscita l’anno scorso e abbia potuto godere indirettamente dell’attenzione suscitata dal movimento #metoo.

Il libro è del 1985, ha vinto il premio Arthur C. Clarke nel ’87 e ha subito fatto parlare di sé. Il primo adattamento cinematografico è del ’90. Ambientato in un futuro prossimo, in una teocrazia totalitaria che ha rovesciato il governo deli USA,  esplora i temi della sottomissione della donna e dei vari mezzi che la politica impiega per asservire il corpo femminile e le sue funzioni riproduttive ai propri scopi.

È un romanzo affascinante, anche se, sotto diversi aspetti, fuori tempo massimo. Negli anni ’80 impregnati di edonismo, infatti, il controllo del corpo femminile aveva già assunto i connotati che mantiene tuttora: l’ossessione per la bellezza, per la forma fisica e per l’abilità nel sostenere il doppio ruolo di madre e lavoratrice. Da questo punto di vista l’aspetto che assume la dittatura religiosa del libro sembra basarsi troppo sulla coercizione e troppo poco sulla propaganda, mentre il contesto politico è sfumato e più simbolico che altro.

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L’interpretazione in chiave femminista, d’altronde, è stata minimizzata dalla stessa Atwood, che definisce il suo libro “a study of power, and how it operates and how it deforms or shapes the people who are living within that kind of regime” (“uno studio sul potere, su come agisce e come deforma e plasma le persone che vivono in un regime dittatoriale”).

Il tema della riproduzione è un tema centrale, ma viene usato in prima battuta per mostrare come funziona una dittatura e solo secondariamente per dipingere il ruolo della donna secondo il patriarcato.

Dato che la serie è abbastanza fedele al romanzo, questa premessa serve per spiegare come mai guardarla cercando un realismo politico sia in fondo futile, dato che le riflessioni che fa attengono più al livello teorico e simbolico che a quello della realpolitik.

Per essere più specifici: sì, nel mondo reale la Repubblica di Gilead è un assurdo politico. Persino in Iran o in Corea del Nord le masse vengono oppresse in modo meno rigido e c’è minore controllo sulle libertà personali. No, negli Stati Uniti degli anni ’80 Gilead non avrebbe mai potuto prendere quella forma, ancor meno negli Stati Uniti degli anni ’10, dove infatti gli americani un misogino bigotto e ipocrita l’hanno eletto democraticamente senza bisogno di alcuna rivoluzione totalitaria.

Per vedere questa serie dovete soprassedere.

Se non siete in grado di farlo, lasciate perdere.

Se non siete in grado di tollerare una situazione in cui, con un pizzico di astuzia e psicologia, le Ancelle potrebbero prendere in mano la nazione in tre giorni, astenetevi.

Personalmente, sono in grado di tollerare solo fino a un certo punto, e infatti la visione di The Handmaid’s Tale è stata costellata da una serie di sbuffi, battute sarcastiche e scuotimenti di testa.

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Nonostante questo, ci sono altri aspetti che mi hanno spinta a vederla fino in fondo – e malgrado sapessi già più o meno in che modo si sarebbero snodate le vicende.

Per prima cosa è una serie girata bene, un prodotto dalla qualità tecnica elevata, molto bello a livello visivo. Le interpreti sono tutte molto brave, a partire da Elisabeth Moss. (Per Joseph Fiennes c’è poco da fare, ma qua ha trovato il personaggio perfetto per lui, quindi i danni sono contenuti.) Nonostante la serie sia lenta, non annoia, perché la psicologia delle protagoniste e la loro evoluzione ti tengono interessata. A tratti diventa piuttosto violenta, in quel suo modo sempre sottotono, e non si fa scrupoli nel dipingere la crudeltà umana.

Per una serie televisiva non è poco.

Inoltre è chiaro che si prepara una seconda stagione. Nei suoi confronti sono ottimista. In realtà mi aspetto che sia migliore della prima, perché inevitabilmente supererà la trama del libro (le vicende narrate nel romanzo sono finite) ed evolverà verso qualcosa di originale. Gli sceneggiatori hanno già dimostrato una curiosità politica maggiore di quella di Atwood negli anni ’80. Nel contempo, Atwood e Moss sono tra le produttrici, quindi possiamo aspettarci che lo spirito alla base dell’opera non verrà tradito.

Con un pizzico di fortuna vedremo qualcosa di simile a quello che è successo con The Man in the High Castle, altra serie distopica che, quando ha superato la trama di La svastica sul sole di Philip K. Dick, ha avuto un notevole miglioramento.

Perché, signori, per quanto un libro sia perfetto, non sempre la trasposizione è in grado di fargli onore. A volte il linguaggio ha troppa importanza e, una volta trasformato in film, tutto risulta rigido e poco credibile.

Quindi aspetto fiduciosa la seconda stagione, e a considerare la prima solo un inizio promettente, tra luci e ombre.

Godless, una serie perfetta

Quasi non volevo parlarne, di Godless. Non perché sia una serie brutta o irrilevante, anzi. A mio parere Godless è stata la serie migliore del 2017 (insieme a Blood Drive, per opposti motivi, e a The Deuce, per motivi diversi), così perfetta che non c’è quasi nulla da dire.

Siamo nel 1884, una banda composta da una trentina di malviventi mette a ferro e fuoco una cittadina di frontiera, massacrando tutti gli abitanti. È la banda di Frank Griffin, un ex predicatore con una sua particolare idea di religione. È sulle tracce del suo ex-braccio destro e figlio adottivo Roy Goode, che lo ha tradito e derubato.

Roy è bravissimo con la pistola ed è astuto come solo chi è cresciuto randagio: i genitori assassinati dai banditi, prima accolto in un convento piuttosto sui generis, poi preso sotto l’ala protettrice di Frank.

Il luogo in cui finisce per rifugiarsi è La Belle, piccolo centro minerario dove tutti gli uomini sono morti in un incidente in miniera. Sono rimaste le donne, uno sceriffo che sta diventando cieco e il suo giovane aiutante. Bastano e avanzano.

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È una classica storia del West, Godless: uno straniero arriva in città. Porta guai, ma alla fine porta anche una diversa consapevolezza.

Scusate se mi ripeto: su questa serie c’è poco da dire. La trama è perfetta, non delude mai. La recitazione è perfetta, sono tutti bravissimi. Il montaggio è perfetto, la colonna sonora è perfetta, la fotografia è perfetta. La regia è stupefacente.

È tutto semplice, tutto funziona perché è nel punto giusto e al momento giusto. Tutto regge.

Immaginate un classico western di John Ford, però girato ai giorni nostri. Questo è Godless.

La sua classicità è quel che lo rende solidissimo: niente buchi di sceneggiatura, qua, signori. È una storia fatta come si facevano una volta, per bene. Le vicende si dipanano con ordine davanti ai nostri occhi. Non ci sono inutili spiegoni, ma non si sorvola neppure su delle cose importanti. Tutto ha il suo senso, tutto ha un perché, anche i silenzi. Specialmente i silenzi.

La sua modernità è nel prendere le classiche tematiche della frontiera ed esplorarle da nuovi punti di vista.

Il western è sempre stato un genere mascolino, virile. Se pensi a “un uomo vero” come fa a non venirti in mente John Wayne? Godless prende quella cosa lì, quella magia lì, e le aggiunge una prospettiva moderna. È un western classico, raccontato anche dal punto di vista delle donne, che non sono messe lì come tante figurine, ma che agiscono, interferiscono e prendono in mano le cose se necessario. In modo misurato, pacato, senza strane bizzarrie. Godless non è Suffragette West. Non è la storia di un gruppo di eroine. È la storia di un tizio che sa sparare bene e non sa leggere che finisce in un posto dove le donne hanno dovuto imparare a fare i carpentieri… e l’hanno fatto senza tante lamentele, perché nel mondo in cui vivono sopravvive chi si adatta. E ad alcune mancano i mariti morti, ad altre no, ma comunque vanno avanti in buon ordine, chi con grazia, chi con rancore.

Godless è la storia di una grande caccia all’uomo, di bambini feriti che sono diventati adulti pericolosi, di occasioni perse e del senso della vita. Perché nel West c’è tanto di quel cielo che come fai a non chiederti dov’è finito Dio?

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Come dicevo, gli interpreti sono tutti all’altezza dei loro personaggi non comuni: Michelle Dockery (la sorella stronza di Downton Abbey, qua con un perfetto accento americano), indurita dalla vita; Jack O’Connell (britannico anche lui, già visto in Skins e Unbroken), che vorrebbe essere buono, ma non sa come si fa; Scoot McNairy, lo sceriffo che più che riscattarsi vuole fare la cosa giusta; e via- via, fino a un grandioso Sam Waterston nel ruolo del vecchio segugio. Un cast dove non emerge nessuno, perché tutti funzionano alla perfezione.

Quindi, che altro c’è da dire su Godless? Se non l’avete visto, guardatelo. Sono sette puntate, non ci sarà un seguito (ed è giusto così, vedrete), e c’è una scena, nell’ultimo episodio, che rappresenta tutto l’epos del West… e una rivisitazione di un classico che vi darà i brividi.

Fidatevi di me. Sono sette puntate che vi si incideranno nella mente e che faranno alzare la vostra asticella delle pretese quando guarderete il prossimo action movie con la telecamera che schizza in tutte le direzioni senza raccontare nulla.

Forse è questo l’unico difetto di Godless: è così perfetta che diventerete schizzinosi.

Napoli velata, peccato.

Non so perché, ma Özpetek mi rendeva sempre sospettosa. Ricordo quando vidi il suo primo film, Hamam. Mi piacque molto. La seconda sua pellicola per me fu Le fate ignoranti ed ero già sospettosa, chissà perché. Come se l’idea che fosse buono quanto il primo non mi convincesse del tutto. Mi piacque ancora di più.

Da quel momento i film di Ferzan Özpetek li ho visti quasi tutti, sempre entrando al cinema con un certo sospetto e sempre uscendo soddisfatta. Non sempre allo stesso modo, questo è vero, ma anche i suoi film più deboli, in qualche modo, erano meglio di quanto mi aspettassi.

I difetti che molti gli imputavano – di essere un Almodovar edulcorato e “buono”, di fare sempre lo stesso film, l’eccessiva teatralità – per me non erano difetti, ma sue caratteristiche, che non incidevano in modo negativo sulla mia esperienza. Anzi, mi piacevano.

Ma veniamo a Napoli velata. Forse per la prima volta, sono andata a vedere Napoli velata senza sospetto. Il trailer era coinvolgente e l’ambientazione non poteva deludere.

Invece un po’ delusa lo sono.

Non è un brutto film, intendiamoci, ma ha un problema importante: lascia intravedere che avrebbe potuto essere un capolavoro. E non lo è.

In alcuni punti è fuori fuoco, ci sono dei passaggi gestiti in modo sciatto.

La trama è un po’ confusa, ma non lo considero un difetto. Durante il tradizionale “parto dei femminielli” Adriana (Giovanna Mezzogiorno), anatomopatologa, viene sedotta da Andrea, un uomo più giovane molto sicuro di sé. I due passano insieme una nottata travolgente e lui le dà appuntamento il giorno dopo, lasciando intendere che sia interessato a frequentarla. Ma non si presenta all’incontro, e Adriana ne è molto delusa. Il giorno successivo, esaminando il cadavere di un ragazzo trovato ucciso e brutalmente privato dei bulbi oculari. Adriana riconosce proprio il suo amante.

La vicenda ruota attorno diversi fuochi: la famiglia/tribù di Adriana, le indagini e il “fantasma” di Andrea. Perché a partire dal secondo giorno dalla sua morte, Adriana comincia a vedere per la città un uomo uguale ad Andrea, che però le sfugge. Non dico altro per non rivelare troppo, ma questa storyline evolve ulteriormente.

Il film parte benissimo. Intendiamoci, se vi piace la pornografia (a me piace). I primi dieci minuti sono il tanto favoleggiato, e mai davvero realizzato, porno d’autore. C’è [SPOILER!] una fellatio, un cunnilingus, un rim job, un classico rapporto vanilla e un anal [FINE SPOILER]. Girato benissimo, con un po’ di coraggio in più si poteva far diventare hard sul serio, visto che gli mancano solo le riprese dirette delle penetrazioni per fare faville su XHamster.

E questo non è un difetto, eh. Questa è la parte in cui pensi: questo film sarà favoloso. La scena del parto del femminiello, seguita da dieci minuti di sesso girato in modo magistrale.

Ma finito il sesso, finita la pacchia.

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Tre focus, dicevamo.

Il primo – la famiglia, la tribù, le radici in una Napoli affascinante e carnale – è forse quello meglio riuscito, perché più congeniale al regista e anche grazie alla presenza di un grandioso Peppe Barra nel ruolo dell’amico di famiglia e di una Anna Bonaiuto, sempre brava, in quello della zia Adele. Ma in qualche modo, nonostante sia la parte più riuscita, anche qua l’impressione è costantemente che il film avrebbe potuto essere di più, che sia sempre sul punto di decollare e non lo faccia mai. Sugli aspetti più folkloristici di Napoli – della Napoli dell’arte antica ed esoterica che mostra – Özpetek passa in modo quasi frettoloso. Solo sulla scena iniziale del parto del femminiello si sofferma per il tempo giusto, lasciando che l’impressione maturi nello spettatore, mentre sorvola svogliatamente sulla tombola degli anziani femminielli (una scena che aveva le carte in regola per essere davvero potente) e risolve in modo un po’ democristiano quella della veggente/santa.

Forse il problema è l’affollamento di temi. La Napoli più carnale e misterica, i drammi di famiglia e un pantheon di personaggi solo accennati, come le due “parche”: un’Isabella Ferrari dallo sguardo vitreo e la sua compagna Lina Sastri, che recita le sue battute come fossero i responsi di un biscotto della fortuna. In quanto all’amica Catena (Luisa Ranieri), il suo personaggio è così utile che avrebbe potuto essere tranquillamente assorbito da quello di un’altra interprete.

E io capisco che Özpetek volesse creare una sorta di coro da teatro greco al femminile, davvero, ma è un intento che resta solo velleità. Manca sempre un pezzo. Manca sempre una voce.

Una volta le pellicole costavano un sacco di soldi e ogni minuto di ripresa era un azzardo economico. Ecco, nella Napoli velata sembra di essere tornati a quei tempi. Molte scene sembrano riassunti.

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Forse per via dello spazio richiesto dal primo focus, il secondo, le indagini, è compresso all’estremo e lasciato cadere con un paio di frasi verso la fine del film. Intendiamoci, abbiamo capito che il film non è un poliziesco, ma se inserisci un mistero forse è il caso risolverlo in qualche modo, o almeno di creare un vero senso di mancata chiusura. Sembra invece, che Özpetek semplicemente se ne dimentichi, o non lo consideri poi così interessante. Maria Pia Calzone, solitamente ottima attrice, qua ci dona un’interpretazione da fiction TV. Il suo vice Biagio Forestieri non se la cava molto meglio. I personaggi sono abbozzi di abbozzi. Su tutto aleggia un sentore di pessima RAI.

Per concludere, il focus sul “fantasma”. Sarebbe la parte introspettiva del film, ma forse Giovanna Mezzogiorno per prima non l’ha capito, visto che per lo più guarda in camera con una domanda inespressa negli occhi: “Che cosa dovrei fare, qua, io?”

Unita all’interpretazione tristissima di Alessandro Borghi – che sembra uscito di fretta da Don Matteo – capirete come questa parte non solo non decolli, ma prenda la rincorsa, inciampi e rotoli a terra con un clamoroso tonfo.

Del film poi si salvano tanti piccoli momenti, mentre ce ne sono altri che lasciano un po’ perplessi. La scena del branco di ciechi, per dire, che sarebbe stata benissimo in un film di Sorrentino, ma che qua è piuttosto estemporanea.

Il finale è frettoloso, fuori fuoco, e questo è forse il principale difetto del film. Invece di chiudere alzando il livello emotivo, finisce in un borbottio indistinto. “Scusate, mi aspettano a cena. Ne riparliamo, eh?”

Peccato, perché, come ho già detto, Napoli velata poteva essere un film grandioso, mentre è solo un film interlocutorio nella carriera di Özpetek.

E suppongo che la sua prossima pellicola tornerò a guardarla con un certo sospetto.

La Casa de Papel (La casa di carta), la prima metà della prima stagione, no, della prima stagione e mezza. Facciamo un po’ di chiarezza.

9rfniwt8Un tizio dall’aria mite che si fa chiamare il Professore prende otto criminali dai vari talenti e li assolda per il colpo del secolo: rapinare la Zecca di Stato… o meglio, barricarsi dentro la Zecca per una decina di giorni con una settantina di ostaggi e far girare le rotative a pieno regime, poi andarsene con il prodotto della propria fatica.

Un piano preciso al dettaglio, una stangata in cui ogni possibile eventualità è stata prevista e calcolata, un progetto a orologeria in cui tutto si incastra.

Tranne un piccolo dettaglio.

Quale sarà questo dettaglio, cari amici?

Una storia d’amore? Non mancano.

Un tradimento interno? Tutti se li aspettano.

Un errore umano? Quelli sono sul quaderno del Professore dal giorno uno.

No, il vero, fatale errore è Netflix.

Seguitemi con attenzione, perché un colpo nella Zecca di Stato è un’inezia, rispetto alle complicazioni che hanno creato quelli della nota emittente in streaming.

La Casa de Papel inizia a uscire in Spagna a maggio dell’anno scorso (2017). È composta di 15 puntate da 70 minuti. Va in onda fino a novembre, con un’interruzione estiva.

Ragionevole.

Ma per Netflix prendere le 15 puntate e trasmetterle è troppo semplice. Dov’è l’avventura? Che fine fa la suspense?

E, specialmente, come faranno i limitati telespettatori del resto del mondo a sopportare puntate da 70 minuti, dato che hanno lo span attentivo di tanti pesci rossi? (Grazie.)

Quindi prendono i primi 9 episodi e li rimontano, in modo da creare 13 puntate sui 50 minuti. Suppergiù. La serie si presta, perché in effetti è un flusso continuo di eventi.

E poi?

E poi niente. Arrivati alla 13esima puntata (la nona in originale), la serie si ferma. In pratica da una stagione ne creano due, con in mezzo un cliffhanger che non è un cliffhanger: è la Fossa delle Marianne.

Quando uscirà worldwide la seconda metà della serie? Mistero. (Sentitevi liberi di canticchiarlo con la voce di Ruggeri.)

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Ora, attenzione, di mosse spregiudicate ne abbiamo viste, e capisco che per doppiare in un tot di lingue e fare tutto quel taglia-e-cuci un po’ di tempo ci voglia… ma in questo caso è uno zinzino eccessivo.

Ecco perché:

La Casa de Papel è una serie basata sul ritmo. Gli interpreti sono medi, niente prove da actor’s studio, la trama è già vista e rivista, i colpi di scena non sai quando arriveranno ma sai già che arriveranno. Ci sono momenti in cui ti cadono le palle perché qualcosa supera di brutto il livello massimo di sospensione dell’incredulità di chiunque, compresi i bambini piccoli. Ma tutto funziona perché è montato da Dio, girato da Dio e ha un ritmo che ti tiene incollato allo schermo e ti fa gridare “datemene ancora!”

Poi ti levano il giocattolo. Hai tempo di pensarci. Ti ricordi che in realtà nessuno dei rapinatori ti sta davvero simpatico, ti rendi conto che delle loro avventure non te ne frega poi molto, ripensi a tutti i momenti di imbarazzo involontario, a tutte le espressioni basite (F4) e rifletti sul fatto che no, (SPOILER!) nessuno ha voglia di scopare con una pallottola in una gamba, con la possibile eccezione dei film con Rocco.

Peggio ancora, inizi a farti delle domande sulla svalutazione, perché, insomma, se uno stampa due-trecento milioni di Euro in più del normale… che cosa ne penserà Draghi? Che cosa dirà la BCE? (FINE SPOILER)

Mentre aspetti la seconda stagione, o il terzo terzo della prima, escono delle altre serie più fighe, serie fatte bene sul serio, tipo Godless. Escono Mosaic, McMafia e The Alienist. Escono Altered Carbon, Castle Rock, The First, The Balld of Buster Scruggs (noi tutti adoriamo i Coen) e persino Krypton, per quelli a cui interessa. E poi ci sono tutte le stagioni successive delle serie che già seguivamo. Siamo onesti, vedere telefilm ormai è quasi un mestiere, non ci pensiamo proprio a rimanere indietro.

E così… addio terzo terzo di Casa de Papel. Se Netflix non avesse scazzato il timing forse avremmo persino saputo come andava a finire.