I magnifici 7 capolavori di pregiudizi

Oggi, su Libro Guerriero…

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di Susanna Raule

Quando un’amica ha condiviso le copertine delle due raccolte de I magnifici 7 capolavori della letteratura per ragazzi e de  I magnifici 7  capolavori per ragazze editi da Newton Compton, sono rimasta molto perplessa. Sono andata sul sito di Newton & Compton e ho letto le descrizioni delle opere, cosa che non ha fatto che accrescere la mia perplessità. Ne abbiamo parlato tra amiche e poi in una discussione pubblica cui hanno partecipato lettori e addetti ai lavori. La discussione che ha stimolato alcune riflessioni:

  • Il progetto è così anacronistico che quasi non ci credevamo. Mentre gli altri titoli della stessa collana (I magnifici 7 capolavori della letteratura russa, tedesca, olandese, erotica…) raccolgono romanzi per nazionalità o genere, questi due li raccolgono per pregiudizio. Un pregiudizio semplice, che persiste da generazioni: le ragazze leggono romanzi sentimentali, i ragazzi avventurosi.

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The End of th F***ing World: Sono matti, questi adolescenti?

Un ragazzino quasi-diciottenne che è convinto di essere uno psicopatico. Una ragazzina più o meno coetanea arrabbiata con tutti. Una rocambolesca fuga da casa. La profonda provincia inglese, fatta di villette che galleggiano in una campagna smorta, ognuna un bozzolo isolato.

Questi gli ingredienti base di The End of th F***ing World, serie TV in otto episodi tratta dal fumetto omonimo (ma senza asterischi) di Charles Forsman. Uno sguardo sull’adolescenza ironico, impietoso, dissacrante… e un filo preoccupante.

Seguono spoiler.

James, l’adolescente maschio, asserisce con semplicità di uccidere animaletti fin da piccolo e di essere pronto a passare al suo primo essere umano. Alyssa, la sua compagna di fuga (e forse prima vittima), è una ragazza sboccata, aggressiva, costantemente provocatoria.

La sonnacchiosa provincia working-class inglese non ha sentimenti positivi per nessuno dei due.

Ma è realistico, il ritratto psicologico di questi teenagers?

Sotto molti punti di vista, sì. Come scopriamo nel corso della serie, James ha subito un grave lutto nell’infanzia e da allora ha cercato di distaccarsi dai propri sentimenti, in quanto troppo dolorosi per essere sopportati. All’inizio della serie, infatti, James presenta dei tratti di personalità schizoidi.

La parola “schizoide” ci porta alla mente la schizofrenia, ma le due condizioni hanno ben poco in comune. Le persone con personalità schizoide di norma non hanno sintomi psicotici quali allucinazioni o deliri, mentre manifestano una marcata chiusura in se stesse, apatia, tendenza all’isolamento, elusività e disinteresse per le relazioni sociali, intime o meno che siano. Quello che più caratterizza la personalità schizoide è la ridotta capacità di provare piacere, quella stessa anedonia che è anche uno dei sintomi più evidenti della depressione.

In quanto ad Alyssa, il suo quadro è più sfumato. Alcuni dei suoi comportamenti ci fanno pensare a un disturbo antisociale di personalità (incapacità di conformarsi alle norme sociali, impulsività e incapacità di pianificare, irritabilità, aggressività e tendenza a mentire), altri richiamano un disturbo borderline di personalità (confusione nei rapporti, esplosioni emotive intense e incontrollabili, instabilità nelle relazioni interpersonali e nell’autostima).

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Ma avrebbe senso incasellare i comportamenti di due adolescenti un po’ perduti in queste caselle diagnostiche?

La risposta è un chiaro no.

La personalità degli adolescenti è in formazione e alcune delle risposte allo stress che in un adulto sarebbero chiaramente patologiche in un adolescente sono modalità transitorie di adattamento.

Immaginate due scene.

Una coppia di adulti in un centro commerciale. Dato che devono comprare oggetti diversi e il tempo è poco, si dividono, per poi rivedersi davanti alla zona ristoranti. Lui arriva puntuale al rendez-vous, lei ha una decina di minuti di ritardo. Lui ha comprato tutti gli oggetti in elenco, lei non ne ha trovato uno. Per di più si è fermata in un negozio di ceramiche, dove ha acquistato un bel vaso verde. Lui asserisce di odiare il colore verde, le prende il vaso di mano e lo frantuma per terra.

Davanti alla zona ristoranti del centro commerciale, con le persone che passano dirette verso questo o quel negozio, i bambini che vagano annoiati o si inseguono tra loro, liberi per qualche minuto dal controllo genitoriale. Un centro commerciale, se ci pensate un attimo, è un ambiente protetto, o così lo percepisce la maggior parte di noi.

Ecco, Mr. Lui ha appena sbroccato e ha fracassato il vaso verde comprato da Mrs. Lei. Cocci che volano dappertutto. Gente che urla. La security che arriva con aria arrabbiata. Se siete fortunati ci scappa la rissa.

Ma, no, Mr. Lui, vedendosi accerchiato, se la dà a gambe e corre verso il parcheggio sotterraneo. Mrs. Lei resta lì, circondata dai cocci e dalla gente che la guarda strano.

Ora immaginate la stessa scena con protagonista una coppia di adolescenti.

Lui, Lei – entrambi sedici anni – e il vaso verde. Lui spacca il vaso verde buttandolo per terra. I passanti borbottano “giovinastri”. Accorre la security e Lui se la dà a gambe, beffando le guardie e facendo lo slalom tra i gli avventori divertiti. Lei rimane lì, spostando i cocci con un piede e pensando che resterà chiusa in casa per una settimana almeno. Grazie, Lui, per aver fatto casino come al solito.

(Piccola divagazione: immaginate la scena con gli adulti a parti invertite. Quella che fracassa il vaso è Mrs. Lei. Per qualche motivo, un certo tipo di persona pensa che se le donne hanno comportamenti più infantili degli uomini sia Tutto Okay. Che se la Piccola di Papà fa i capricci non ci sia nulla di male, anche se la piccola di papà ha quarant’anni e suo padre è in una casa di riposo. Se solo chiarissimo una volta per tutte l’equivoco che no, non è Tutto Okay, faremmo un passo avanti sulla via per la parità di genere.)

Nel telefilm James e Alyssa “rompono vasi verdi” in continuazione. Quando Alyssa insulta la cameriera di un bar e se ne va senza ordinare, quando i due scappano di casa impadronendosi della macchina del padre di James, quando entrano in una villa momentaneamente vuota e si accampano con naturalezza al suo interno e in mille modi piccoli e grandi: buttando piatti sporchi in piscina, rubando macchine, scappando senza pagare…

In psicologia questi atti impulsivi, azioni aggressive improvvise, prendono il nome di Acting Out, letteralmente “passaggio all’atto, all’azione”, e rappresentano un modo per enunciare vissuti conflittuali che non si riescono a esprimere a parole.

Nell’Acting Out l’azione segue immediatamente l’impulso, senza che vengano prese in considerazione le conseguenze del gesto.

È considerato tipico dell’adolescenza, mentre nell’adulto è spesso (ma non sempre) un sintomo patologico. Gli adolescenti, infatti, vivono un periodo di continui mutamenti e può capitare loro di non riuscire a contenere l’angoscia relativa all’individuazione-separazione. In altre parole, diventare adulti è stressante, molto più stressante di qualche minuto di ritardo e di un vaso del colore sbagliato.

Ritornando a The End of th F***ing World, quindi: la serie fa un ritratto realistico dell’adolescenza? Sì. Gli adolescenti ritratti sono dei pazzi? No. Sono ragazzini perfettamente a posto? No.

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Sia James che Alyssa vivono e hanno vissuto situazioni dolorose e problematiche. La madre di James si è suicidata davanti ai suoi occhi e il padre, per quanto affezionato e comprensivo, non riesce a far fronte al dolore di suo figlio. Il padre di Alyssa, invece, si è allontanato spontaneamente. È un narcisista immaturo e inaffidabile, ossia, per un’adolescente, il Padre Ideale. Non a caso la fuga ha come obbiettivo quello di ricongiungersi a questo padre-adolescente, idealizzato e irrealistico. Nel contempo Alyssa vive in una condizione di rifiuto da parte della propria famiglia d’appartenenza, con la madre completamente focalizzata sul suo nuovo figlio e sul nuovo compagno, e il nuovo compagno che ha atteggiamenti ambigui, al limite della molestia.

Se qualche azione impulsiva è da considerarsi fisiologica durante l’adolescenza, è negli adolescenti più a rischio che questi comportamenti possono diventare esplosivi.

The End of th F***ing World ci fa riflettere sulla risposta degli adulti ai sintomi di un disagio adolescenziale perfettamente comprensibile e motivato. Il carosello di adulti inadeguati che circonda questi due ragazzi con problemi veri è esemplificativo, a partire dai genitori che non ascoltano e non sostengono. James e Alyssa sono intrappolati tra due estremi: un mondo privo di confini e rassicurazioni e una gabbia troppo stretta per consentire loro di esplorare il mondo.

Quel mondo fottuto del titolo, che sembra sempre sul punto di finire.

Fabrizio De Andrè – Principe Libero

È importante come scegli di raccontarle, le cose. Come nel caso di questa recensione. Potrei iniziare raccontando di quando da bambina sapevo a memoria le parole di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” – di quanto mi facesse ridere. O del concerto in cui vidi De Andrè, proprio il suo ultimo anno di vita. O di come abbia imparato a suonare la chitarra (male) sulle sue canzoni. O del testo di “La maggioranza sta” scritto sulla parete di camera mia, da ragazza. O della mostra di Genova del 2008, dove rimasi ore e ore.

Potrei, ma sarebbe il modo più basso e prevedibile per spiegare perché Fabrizio De Andrè – Principe Libero non mi è piaciuto. Sarebbe come dire: sono cresciuta con le canzoni di questo artista, non poteva piacermi.

Non sarebbe vero.

Sono cresciuta con le canzoni di questo artista e un biopic piatto, scialbo e noioso mi sarebbe stato bene. Alla fine, no? Non pretendevo nulla, mi sarebbe stato bene.

Ma Fabrizio De Andrè – Principe Libero non è un biopic piatto, scialbo e noioso. È un film con qualche attore notevole, qualche buona scena, una regia moderna e gravato da una durata eccessiva – davvero eccessiva: tre ore e venti.

Luca Marinelli, nel ruolo del protagonista, è bravo, a tratti persino molto bravo. E questo nonostante quella cadenza romanesca che spunta quando scherza, perché è proprio quando sei più naturale che è difficile rinunciare alla tua lingua. E Tenco, anche Tenco ha la cadenza romana. Ma Gianluca Gobbi come Paolo Villaggio è centrato e quella di Ennio Fantastichini come De Andrè padre è forse la migliore interpretazione del film.

Che però, nonostante questi punti a vantaggio, ha un problema insuperabile: sembra una soap opera.

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È importante come scegli di raccontarle, le cose. Le prime due ore del film sono centrate sui casini amorosi di De Andrè, frammezzati a qualche cartolina di Genova e a qualche sketchino con Villaggio. Tenco compare per dire due fregnacce, ma per lo più è polpettone familiare.

Ho due obiezioni, su questo. La prima è nel merito, la seconda è nel metodo.

Nel merito, noi tutti sappiamo che De Andrè era un uomo difficile, un alcolista, uno che, nelle parola della persona che forse più l’ha amato al mondo, Dori Ghezzi, “si è distrutto con le sue mani”. Un artista colto, brillante, profondissimo, che ha lasciato macerie attorno a sé come solo le grandissime personalità sanno fare.

Se decidi di raccontare la sua storia, su questo aspetto puoi soprassedere. In fondo non è quello che conta. Ma se decidi di parlarne, dovresti avere l’onestà intellettuale di non edulcorare fino a ritrovarti con una minestrina insipida. Capisco che sia rassicurante, ma in fondo nessuno voleva essere rassicurato.

La seconda obiezione evidentemente è nel metodo. De Andrè è stato un grande artista. Ha manipolato il lavoro di altri fino a renderlo suo, ha creato universi, ha raccontato storie e – questo è importante – è sempre stato capace di osservare il mondo da angolature inusuali e diverse, senza mai un filo di moralismo.

La sua musica è potente. Ha cantato roba intensa, che ancora fa accapponare la pelle.

Ci sono solo due momenti durante questo film in cui mi sono commossa: uno è durante l’esecuzione di “Tre madri”, uno durante l’esecuzione di “Hotel Supramonte”. Non per il film, il film non c’entra, anzi. La seconda viene interrotta da un dialogo ed è pure fastidioso. No, mi commuovo ogni singola volta in cui ascolto quelle due canzoni.

E la colonna sonora è un altro dei punti buoni di Fabrizio De Andrè – Principe Libero, forse il punto migliore. E a partire dalla seconda ora la nebbia della soap-opera si dirada un po’ e lo spettatore, sebbene segnato da 120 minuti di agonia, qualche vago piacere lo prova.

Ma sul messaggio artistico di De Andrè non c’è una parola. Non viene trattato per nulla il senso delle sue canzoni. Solo qualche considerazione buonista (sì, questo è l’uso corretto del termine, per chi fosse in ascolto) sulla “Canzone di Marinella”. Nient’altro. Nulla sui derelitti, sugli ultimi, sui peccatori, sugli ubriaconi, sui disperati. Nulla su Genova, sulla Sardegna, sull’Italia. Nulla sulla politica. Nulla sull’anarchia, solo qualche vuoto riferimento, privo di contenuto. Nulla sulla scena e sull’industria musicale.

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Ora, io comprendo che questo film è stato prodotto per la TV. Sul serio, comprendo che Mamma RAI pensa che i suoi spettatori non possano capire. Che chi ha scritto Fabrizio De Andrè – Principe Libero voleva venderlo allo stesso pubblico di Amici di Maria de Filippi.

Lo comprendo, ma non è una scusa.

Sono stanca di giudicare le opere targate RAI come se fossero i quadretti degli amputati. Guarda, è bellissimo, se pensi che l’ha fatto tenendo il pennello con gli alluci dei piedi!

Ecco, no. Sono entrata in un cinema per vederlo, ho pagato il biglietto pieno, non voglio un quadretto fatto con i piedi, voglio la cosa vera. Sono stanca di trovare giustificazioni alla mediocrità che ci propongono.

Quindi, ehi, nella stessa categoria di Walk the Line, Fabrizio De Andrè – Principe Libero scompare. La cosa a cui assomiglia di più è Victoria, la serie TV con Jenna Coleman in cui, invece di parlare dei primi anni di governo della Regina Vittoria si parla solo delle sue palpitazioni sentimentali per Lord Melbourne. E, anche se adoro Rufus Sewell, quel telefilm l’ho mollato alla terza puntata.

Quindi.

È importante come scegli di raccontarle, le cose. De Andrè lo sapeva, quando ha scelto di raccontare il Vangelo dal punto di vista delle madri, dei ladroni, di Giuseppe e della giovane Maria. Lo sapeva quando ha scelto di raccontare la storia contenuta in ognuna delle sue canzoni.

Gli autori di Fabrizio De Andrè – Principe Libero hanno invece scelto di raccontare una storia d’amore piena di cliché, punteggiata di battute salaci, con un solo snodo moderatamente drammatico. Tipo serie TV di quelle che molli alla terza puntata, sprecando quasi tutto il potenziale positivo in tre ore e venti degne di Federico Moccia.

Il che, sì, significa che a qualcuno piacerà un casino.

The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella), serie TV

La serie di Hulu tratta dal classico distopico di Margaret Atwood in un altro periodo storico avrebbe avuto un destino diverso. È quindi una fortuna che sia uscita l’anno scorso e abbia potuto godere indirettamente dell’attenzione suscitata dal movimento #metoo.

Il libro è del 1985, ha vinto il premio Arthur C. Clarke nel ’87 e ha subito fatto parlare di sé. Il primo adattamento cinematografico è del ’90. Ambientato in un futuro prossimo, in una teocrazia totalitaria che ha rovesciato il governo deli USA,  esplora i temi della sottomissione della donna e dei vari mezzi che la politica impiega per asservire il corpo femminile e le sue funzioni riproduttive ai propri scopi.

È un romanzo affascinante, anche se, sotto diversi aspetti, fuori tempo massimo. Negli anni ’80 impregnati di edonismo, infatti, il controllo del corpo femminile aveva già assunto i connotati che mantiene tuttora: l’ossessione per la bellezza, per la forma fisica e per l’abilità nel sostenere il doppio ruolo di madre e lavoratrice. Da questo punto di vista l’aspetto che assume la dittatura religiosa del libro sembra basarsi troppo sulla coercizione e troppo poco sulla propaganda, mentre il contesto politico è sfumato e più simbolico che altro.

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L’interpretazione in chiave femminista, d’altronde, è stata minimizzata dalla stessa Atwood, che definisce il suo libro “a study of power, and how it operates and how it deforms or shapes the people who are living within that kind of regime” (“uno studio sul potere, su come agisce e come deforma e plasma le persone che vivono in un regime dittatoriale”).

Il tema della riproduzione è un tema centrale, ma viene usato in prima battuta per mostrare come funziona una dittatura e solo secondariamente per dipingere il ruolo della donna secondo il patriarcato.

Dato che la serie è abbastanza fedele al romanzo, questa premessa serve per spiegare come mai guardarla cercando un realismo politico sia in fondo futile, dato che le riflessioni che fa attengono più al livello teorico e simbolico che a quello della realpolitik.

Per essere più specifici: sì, nel mondo reale la Repubblica di Gilead è un assurdo politico. Persino in Iran o in Corea del Nord le masse vengono oppresse in modo meno rigido e c’è minore controllo sulle libertà personali. No, negli Stati Uniti degli anni ’80 Gilead non avrebbe mai potuto prendere quella forma, ancor meno negli Stati Uniti degli anni ’10, dove infatti gli americani un misogino bigotto e ipocrita l’hanno eletto democraticamente senza bisogno di alcuna rivoluzione totalitaria.

Per vedere questa serie dovete soprassedere.

Se non siete in grado di farlo, lasciate perdere.

Se non siete in grado di tollerare una situazione in cui, con un pizzico di astuzia e psicologia, le Ancelle potrebbero prendere in mano la nazione in tre giorni, astenetevi.

Personalmente, sono in grado di tollerare solo fino a un certo punto, e infatti la visione di The Handmaid’s Tale è stata costellata da una serie di sbuffi, battute sarcastiche e scuotimenti di testa.

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Nonostante questo, ci sono altri aspetti che mi hanno spinta a vederla fino in fondo – e malgrado sapessi già più o meno in che modo si sarebbero snodate le vicende.

Per prima cosa è una serie girata bene, un prodotto dalla qualità tecnica elevata, molto bello a livello visivo. Le interpreti sono tutte molto brave, a partire da Elisabeth Moss. (Per Joseph Fiennes c’è poco da fare, ma qua ha trovato il personaggio perfetto per lui, quindi i danni sono contenuti.) Nonostante la serie sia lenta, non annoia, perché la psicologia delle protagoniste e la loro evoluzione ti tengono interessata. A tratti diventa piuttosto violenta, in quel suo modo sempre sottotono, e non si fa scrupoli nel dipingere la crudeltà umana.

Per una serie televisiva non è poco.

Inoltre è chiaro che si prepara una seconda stagione. Nei suoi confronti sono ottimista. In realtà mi aspetto che sia migliore della prima, perché inevitabilmente supererà la trama del libro (le vicende narrate nel romanzo sono finite) ed evolverà verso qualcosa di originale. Gli sceneggiatori hanno già dimostrato una curiosità politica maggiore di quella di Atwood negli anni ’80. Nel contempo, Atwood e Moss sono tra le produttrici, quindi possiamo aspettarci che lo spirito alla base dell’opera non verrà tradito.

Con un pizzico di fortuna vedremo qualcosa di simile a quello che è successo con The Man in the High Castle, altra serie distopica che, quando ha superato la trama di La svastica sul sole di Philip K. Dick, ha avuto un notevole miglioramento.

Perché, signori, per quanto un libro sia perfetto, non sempre la trasposizione è in grado di fargli onore. A volte il linguaggio ha troppa importanza e, una volta trasformato in film, tutto risulta rigido e poco credibile.

Quindi aspetto fiduciosa la seconda stagione, e a considerare la prima solo un inizio promettente, tra luci e ombre.

Godless, una serie perfetta

Quasi non volevo parlarne, di Godless. Non perché sia una serie brutta o irrilevante, anzi. A mio parere Godless è stata la serie migliore del 2017 (insieme a Blood Drive, per opposti motivi, e a The Deuce, per motivi diversi), così perfetta che non c’è quasi nulla da dire.

Siamo nel 1884, una banda composta da una trentina di malviventi mette a ferro e fuoco una cittadina di frontiera, massacrando tutti gli abitanti. È la banda di Frank Griffin, un ex predicatore con una sua particolare idea di religione. È sulle tracce del suo ex-braccio destro e figlio adottivo Roy Goode, che lo ha tradito e derubato.

Roy è bravissimo con la pistola ed è astuto come solo chi è cresciuto randagio: i genitori assassinati dai banditi, prima accolto in un convento piuttosto sui generis, poi preso sotto l’ala protettrice di Frank.

Il luogo in cui finisce per rifugiarsi è La Belle, piccolo centro minerario dove tutti gli uomini sono morti in un incidente in miniera. Sono rimaste le donne, uno sceriffo che sta diventando cieco e il suo giovane aiutante. Bastano e avanzano.

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È una classica storia del West, Godless: uno straniero arriva in città. Porta guai, ma alla fine porta anche una diversa consapevolezza.

Scusate se mi ripeto: su questa serie c’è poco da dire. La trama è perfetta, non delude mai. La recitazione è perfetta, sono tutti bravissimi. Il montaggio è perfetto, la colonna sonora è perfetta, la fotografia è perfetta. La regia è stupefacente.

È tutto semplice, tutto funziona perché è nel punto giusto e al momento giusto. Tutto regge.

Immaginate un classico western di John Ford, però girato ai giorni nostri. Questo è Godless.

La sua classicità è quel che lo rende solidissimo: niente buchi di sceneggiatura, qua, signori. È una storia fatta come si facevano una volta, per bene. Le vicende si dipanano con ordine davanti ai nostri occhi. Non ci sono inutili spiegoni, ma non si sorvola neppure su delle cose importanti. Tutto ha il suo senso, tutto ha un perché, anche i silenzi. Specialmente i silenzi.

La sua modernità è nel prendere le classiche tematiche della frontiera ed esplorarle da nuovi punti di vista.

Il western è sempre stato un genere mascolino, virile. Se pensi a “un uomo vero” come fa a non venirti in mente John Wayne? Godless prende quella cosa lì, quella magia lì, e le aggiunge una prospettiva moderna. È un western classico, raccontato anche dal punto di vista delle donne, che non sono messe lì come tante figurine, ma che agiscono, interferiscono e prendono in mano le cose se necessario. In modo misurato, pacato, senza strane bizzarrie. Godless non è Suffragette West. Non è la storia di un gruppo di eroine. È la storia di un tizio che sa sparare bene e non sa leggere che finisce in un posto dove le donne hanno dovuto imparare a fare i carpentieri… e l’hanno fatto senza tante lamentele, perché nel mondo in cui vivono sopravvive chi si adatta. E ad alcune mancano i mariti morti, ad altre no, ma comunque vanno avanti in buon ordine, chi con grazia, chi con rancore.

Godless è la storia di una grande caccia all’uomo, di bambini feriti che sono diventati adulti pericolosi, di occasioni perse e del senso della vita. Perché nel West c’è tanto di quel cielo che come fai a non chiederti dov’è finito Dio?

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Come dicevo, gli interpreti sono tutti all’altezza dei loro personaggi non comuni: Michelle Dockery (la sorella stronza di Downton Abbey, qua con un perfetto accento americano), indurita dalla vita; Jack O’Connell (britannico anche lui, già visto in Skins e Unbroken), che vorrebbe essere buono, ma non sa come si fa; Scoot McNairy, lo sceriffo che più che riscattarsi vuole fare la cosa giusta; e via- via, fino a un grandioso Sam Waterston nel ruolo del vecchio segugio. Un cast dove non emerge nessuno, perché tutti funzionano alla perfezione.

Quindi, che altro c’è da dire su Godless? Se non l’avete visto, guardatelo. Sono sette puntate, non ci sarà un seguito (ed è giusto così, vedrete), e c’è una scena, nell’ultimo episodio, che rappresenta tutto l’epos del West… e una rivisitazione di un classico che vi darà i brividi.

Fidatevi di me. Sono sette puntate che vi si incideranno nella mente e che faranno alzare la vostra asticella delle pretese quando guarderete il prossimo action movie con la telecamera che schizza in tutte le direzioni senza raccontare nulla.

Forse è questo l’unico difetto di Godless: è così perfetta che diventerete schizzinosi.

Napoli velata, peccato.

Non so perché, ma Özpetek mi rendeva sempre sospettosa. Ricordo quando vidi il suo primo film, Hamam. Mi piacque molto. La seconda sua pellicola per me fu Le fate ignoranti ed ero già sospettosa, chissà perché. Come se l’idea che fosse buono quanto il primo non mi convincesse del tutto. Mi piacque ancora di più.

Da quel momento i film di Ferzan Özpetek li ho visti quasi tutti, sempre entrando al cinema con un certo sospetto e sempre uscendo soddisfatta. Non sempre allo stesso modo, questo è vero, ma anche i suoi film più deboli, in qualche modo, erano meglio di quanto mi aspettassi.

I difetti che molti gli imputavano – di essere un Almodovar edulcorato e “buono”, di fare sempre lo stesso film, l’eccessiva teatralità – per me non erano difetti, ma sue caratteristiche, che non incidevano in modo negativo sulla mia esperienza. Anzi, mi piacevano.

Ma veniamo a Napoli velata. Forse per la prima volta, sono andata a vedere Napoli velata senza sospetto. Il trailer era coinvolgente e l’ambientazione non poteva deludere.

Invece un po’ delusa lo sono.

Non è un brutto film, intendiamoci, ma ha un problema importante: lascia intravedere che avrebbe potuto essere un capolavoro. E non lo è.

In alcuni punti è fuori fuoco, ci sono dei passaggi gestiti in modo sciatto.

La trama è un po’ confusa, ma non lo considero un difetto. Durante il tradizionale “parto dei femminielli” Adriana (Giovanna Mezzogiorno), anatomopatologa, viene sedotta da Andrea, un uomo più giovane molto sicuro di sé. I due passano insieme una nottata travolgente e lui le dà appuntamento il giorno dopo, lasciando intendere che sia interessato a frequentarla. Ma non si presenta all’incontro, e Adriana ne è molto delusa. Il giorno successivo, esaminando il cadavere di un ragazzo trovato ucciso e brutalmente privato dei bulbi oculari. Adriana riconosce proprio il suo amante.

La vicenda ruota attorno diversi fuochi: la famiglia/tribù di Adriana, le indagini e il “fantasma” di Andrea. Perché a partire dal secondo giorno dalla sua morte, Adriana comincia a vedere per la città un uomo uguale ad Andrea, che però le sfugge. Non dico altro per non rivelare troppo, ma questa storyline evolve ulteriormente.

Il film parte benissimo. Intendiamoci, se vi piace la pornografia (a me piace). I primi dieci minuti sono il tanto favoleggiato, e mai davvero realizzato, porno d’autore. C’è [SPOILER!] una fellatio, un cunnilingus, un rim job, un classico rapporto vanilla e un anal [FINE SPOILER]. Girato benissimo, con un po’ di coraggio in più si poteva far diventare hard sul serio, visto che gli mancano solo le riprese dirette delle penetrazioni per fare faville su XHamster.

E questo non è un difetto, eh. Questa è la parte in cui pensi: questo film sarà favoloso. La scena del parto del femminiello, seguita da dieci minuti di sesso girato in modo magistrale.

Ma finito il sesso, finita la pacchia.

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Tre focus, dicevamo.

Il primo – la famiglia, la tribù, le radici in una Napoli affascinante e carnale – è forse quello meglio riuscito, perché più congeniale al regista e anche grazie alla presenza di un grandioso Peppe Barra nel ruolo dell’amico di famiglia e di una Anna Bonaiuto, sempre brava, in quello della zia Adele. Ma in qualche modo, nonostante sia la parte più riuscita, anche qua l’impressione è costantemente che il film avrebbe potuto essere di più, che sia sempre sul punto di decollare e non lo faccia mai. Sugli aspetti più folkloristici di Napoli – della Napoli dell’arte antica ed esoterica che mostra – Özpetek passa in modo quasi frettoloso. Solo sulla scena iniziale del parto del femminiello si sofferma per il tempo giusto, lasciando che l’impressione maturi nello spettatore, mentre sorvola svogliatamente sulla tombola degli anziani femminielli (una scena che aveva le carte in regola per essere davvero potente) e risolve in modo un po’ democristiano quella della veggente/santa.

Forse il problema è l’affollamento di temi. La Napoli più carnale e misterica, i drammi di famiglia e un pantheon di personaggi solo accennati, come le due “parche”: un’Isabella Ferrari dallo sguardo vitreo e la sua compagna Lina Sastri, che recita le sue battute come fossero i responsi di un biscotto della fortuna. In quanto all’amica Catena (Luisa Ranieri), il suo personaggio è così utile che avrebbe potuto essere tranquillamente assorbito da quello di un’altra interprete.

E io capisco che Özpetek volesse creare una sorta di coro da teatro greco al femminile, davvero, ma è un intento che resta solo velleità. Manca sempre un pezzo. Manca sempre una voce.

Una volta le pellicole costavano un sacco di soldi e ogni minuto di ripresa era un azzardo economico. Ecco, nella Napoli velata sembra di essere tornati a quei tempi. Molte scene sembrano riassunti.

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Forse per via dello spazio richiesto dal primo focus, il secondo, le indagini, è compresso all’estremo e lasciato cadere con un paio di frasi verso la fine del film. Intendiamoci, abbiamo capito che il film non è un poliziesco, ma se inserisci un mistero forse è il caso risolverlo in qualche modo, o almeno di creare un vero senso di mancata chiusura. Sembra invece, che Özpetek semplicemente se ne dimentichi, o non lo consideri poi così interessante. Maria Pia Calzone, solitamente ottima attrice, qua ci dona un’interpretazione da fiction TV. Il suo vice Biagio Forestieri non se la cava molto meglio. I personaggi sono abbozzi di abbozzi. Su tutto aleggia un sentore di pessima RAI.

Per concludere, il focus sul “fantasma”. Sarebbe la parte introspettiva del film, ma forse Giovanna Mezzogiorno per prima non l’ha capito, visto che per lo più guarda in camera con una domanda inespressa negli occhi: “Che cosa dovrei fare, qua, io?”

Unita all’interpretazione tristissima di Alessandro Borghi – che sembra uscito di fretta da Don Matteo – capirete come questa parte non solo non decolli, ma prenda la rincorsa, inciampi e rotoli a terra con un clamoroso tonfo.

Del film poi si salvano tanti piccoli momenti, mentre ce ne sono altri che lasciano un po’ perplessi. La scena del branco di ciechi, per dire, che sarebbe stata benissimo in un film di Sorrentino, ma che qua è piuttosto estemporanea.

Il finale è frettoloso, fuori fuoco, e questo è forse il principale difetto del film. Invece di chiudere alzando il livello emotivo, finisce in un borbottio indistinto. “Scusate, mi aspettano a cena. Ne riparliamo, eh?”

Peccato, perché, come ho già detto, Napoli velata poteva essere un film grandioso, mentre è solo un film interlocutorio nella carriera di Özpetek.

E suppongo che la sua prossima pellicola tornerò a guardarla con un certo sospetto.

La Casa de Papel (La casa di carta), la prima metà della prima stagione, no, della prima stagione e mezza. Facciamo un po’ di chiarezza.

9rfniwt8Un tizio dall’aria mite che si fa chiamare il Professore prende otto criminali dai vari talenti e li assolda per il colpo del secolo: rapinare la Zecca di Stato… o meglio, barricarsi dentro la Zecca per una decina di giorni con una settantina di ostaggi e far girare le rotative a pieno regime, poi andarsene con il prodotto della propria fatica.

Un piano preciso al dettaglio, una stangata in cui ogni possibile eventualità è stata prevista e calcolata, un progetto a orologeria in cui tutto si incastra.

Tranne un piccolo dettaglio.

Quale sarà questo dettaglio, cari amici?

Una storia d’amore? Non mancano.

Un tradimento interno? Tutti se li aspettano.

Un errore umano? Quelli sono sul quaderno del Professore dal giorno uno.

No, il vero, fatale errore è Netflix.

Seguitemi con attenzione, perché un colpo nella Zecca di Stato è un’inezia, rispetto alle complicazioni che hanno creato quelli della nota emittente in streaming.

La Casa de Papel inizia a uscire in Spagna a maggio dell’anno scorso (2017). È composta di 15 puntate da 70 minuti. Va in onda fino a novembre, con un’interruzione estiva.

Ragionevole.

Ma per Netflix prendere le 15 puntate e trasmetterle è troppo semplice. Dov’è l’avventura? Che fine fa la suspense?

E, specialmente, come faranno i limitati telespettatori del resto del mondo a sopportare puntate da 70 minuti, dato che hanno lo span attentivo di tanti pesci rossi? (Grazie.)

Quindi prendono i primi 9 episodi e li rimontano, in modo da creare 13 puntate sui 50 minuti. Suppergiù. La serie si presta, perché in effetti è un flusso continuo di eventi.

E poi?

E poi niente. Arrivati alla 13esima puntata (la nona in originale), la serie si ferma. In pratica da una stagione ne creano due, con in mezzo un cliffhanger che non è un cliffhanger: è la Fossa delle Marianne.

Quando uscirà worldwide la seconda metà della serie? Mistero. (Sentitevi liberi di canticchiarlo con la voce di Ruggeri.)

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Ora, attenzione, di mosse spregiudicate ne abbiamo viste, e capisco che per doppiare in un tot di lingue e fare tutto quel taglia-e-cuci un po’ di tempo ci voglia… ma in questo caso è uno zinzino eccessivo.

Ecco perché:

La Casa de Papel è una serie basata sul ritmo. Gli interpreti sono medi, niente prove da actor’s studio, la trama è già vista e rivista, i colpi di scena non sai quando arriveranno ma sai già che arriveranno. Ci sono momenti in cui ti cadono le palle perché qualcosa supera di brutto il livello massimo di sospensione dell’incredulità di chiunque, compresi i bambini piccoli. Ma tutto funziona perché è montato da Dio, girato da Dio e ha un ritmo che ti tiene incollato allo schermo e ti fa gridare “datemene ancora!”

Poi ti levano il giocattolo. Hai tempo di pensarci. Ti ricordi che in realtà nessuno dei rapinatori ti sta davvero simpatico, ti rendi conto che delle loro avventure non te ne frega poi molto, ripensi a tutti i momenti di imbarazzo involontario, a tutte le espressioni basite (F4) e rifletti sul fatto che no, (SPOILER!) nessuno ha voglia di scopare con una pallottola in una gamba, con la possibile eccezione dei film con Rocco.

Peggio ancora, inizi a farti delle domande sulla svalutazione, perché, insomma, se uno stampa due-trecento milioni di Euro in più del normale… che cosa ne penserà Draghi? Che cosa dirà la BCE? (FINE SPOILER)

Mentre aspetti la seconda stagione, o il terzo terzo della prima, escono delle altre serie più fighe, serie fatte bene sul serio, tipo Godless. Escono Mosaic, McMafia e The Alienist. Escono Altered Carbon, Castle Rock, The First, The Balld of Buster Scruggs (noi tutti adoriamo i Coen) e persino Krypton, per quelli a cui interessa. E poi ci sono tutte le stagioni successive delle serie che già seguivamo. Siamo onesti, vedere telefilm ormai è quasi un mestiere, non ci pensiamo proprio a rimanere indietro.

E così… addio terzo terzo di Casa de Papel. Se Netflix non avesse scazzato il timing forse avremmo persino saputo come andava a finire.

Appunti sparsi su “I ricordi degli specchi” (commissario Sensi 4), Wattpad, gli autori e la nuova editoria

I RICORDI DEGLI SPECCHI COVERLascio qua questi appunti, scritti in diversi momenti alla fine dell’anno scorso, perché credo che così sarà più facile ritrovarli se in futuro mi servissero – e anche perché potrebbero essere utili a qualcun altro.

Scrivevo, prima di decidere di pubblicare integralmente, gratis, il mio ultimo romanzo, I ricordi degli specchi, su Wattpad:

Sto riflettendo. O insomma, qualcosa del genere. Riguarda i miei libri, sarà un po’ lungo (qua è dove vi do l’opportunità di scorrere serenamente al prossimo meme).
Prima riflessione, che è più che altro un ricordo. Quando vinsi il concorso IoScrittore mi chiesero a chi avessi mandato in precedenza il manoscritto (L’ombra del commissario Sensi) e io risposi: “Mah, a qualche piccolo editore. Uno mi ha risposto subito, ma voleva cambiare il finale”. E quello che poi sarebbe diventato il mio editore, Luigi Spagnol (non lo taggo per non rompere, ma non è che questo sia uno status segreto) disse qualcosa come: “è indicativo che i giovani scrittori in prima istanza non si rivolgano alle grandi case editrici”. Ecco, sì, un po’ indicativo lo è.
Seconda riflessione. La mia avventura editoriale con Salani direi che è finita. Non intendo essere recriminatoria, Salani è una signora casa editrice, ma suppongo che non combaciasse più con le mie aspettative. E viceversa, è ovvio, e viceversa. Non fate domande con l’intento di spingermi a lagnarmi o a parlare male di loro, perché non vi rispondo.
Terza riflessione. E’ un tot che lo so. Ma chi mi conosce ha presente quanto io sia lenta nelle mie cose. Non nell’esecuzione, in cui anzi sono piuttosto veloce, ma nella progettazione e nel decidere come procedere. Infatti sto ancora meditando.
Quarta riflessione. Ho scritto un nuovo libro con Sensi. Prima di quello ne ho scritti altri due, senza Sensi; uno di quasi 700 pagine che non pubblicherà mai nessuno e un altro più piccolino. Ma restiamo su Sensi. Non so se rivolgermi a un editore. O meglio, *mi sono* rivolta ad alcuni editori, ma non so se è davvero quello che voglio.
Quinta riflessione. L’altro giorno leggevo un post di Amanda Fucking Palmer – che è un’artista eccezionale, con un seguito mondiale, che fa cose incredibili, favolose, ed è il genere di persona che mi rende orgogliosa di appartenere alla razza umana. Questo solo per dire: la stimo, ma non sono la sola. La stimiamo in milioni. Ecco, lei diceva qualcosa come: “alla mia ultima canzone la stampa ha risposto con il silenzio, forse perché sono senza un’etichetta discografica”. La sua ultima canzone è una cover di Mother da brividi. Diceva Amanda Palmer: “Se non fosse per Patreon ora sarei fottuta”.
Sesta riflessione. L’antologia che ho autoprodotto quest’estate, Perduti Sensi, sta vendendo di più del mio ultimo libro con Salani, L’architettura segreta del mondo. Nelle mie intenzioni doveva essere una tiratura limitata di 221 copie, ma ho dovuto farne subito una seconda tiratura. E’ SENZA distribuzione. Totalmente senza. La seconda edizione cartacea si può comprare solo su Amazon, l’ebook si può comprare ovunque (santi ebook), ma perlopiù sono io a portarmi le copie alle presentazioni o a spedirle a chi me le chiede. Ci ho guadagnato decisamente di più che dal mio ultimo romanzo con Salani – e non era neppure mia intenzione. Autoprodurlo è stato un sacco faticoso, e un sacco divertente. Ecco, un po’ indicativo credo che sia anche questo.
Settima riflessione. Ci sono piattaforme tipo Bookabook che consentono di finanziare in crowdfunding il proprio libro e distribuirlo nella grande distribuzione. Non so quanto bene. Non so se i libri distribuiti da Bookabook (o da altri) finiscono nello scaffale “seghe” o se finiscono in un luogo dignitoso. A quanto ho capito il concetto è che tu metti il libro sulla loro piattaforma e loro lo pubblicano se ricevi un sufficiente numero di preordini/sovvenzioni dai tuoi supporters. A quanto ho capito hanno anche editor, correttori di bozze e via discorrendo. A quanto ho capito (ma poi ho capito?) hai il massimo della libertà creativa e il minimo di scocciature. Detto così sembra troppo bello per essere vero, quindi non lo sarà.
Ottava, ultima, riflessione. Dovrò pensarci ancora un po’. Scusate, sono lenta. Non riesco ad affrettarmi, su certe cose. Se avete idee o suggestioni vi prego di lasciarle qua sotto e NON di mandarmi messaggi privati. I messaggi privati servono solo a me, le discussioni pubbliche possono servire a tutti.
Se avete letto fin qua siete già eroi.

E in quanto al libro stesso:

Ho parlato un sacco del “come”, ma ho ancora detto poco del “che cosa”. I ricordi degli specchi è un libro abbastanza lungo. Parte allegro e ci sono molte parti in cui fa ridere, ma è una delle cose più dure che io abbia mai scritto. E’ involontariamente attuale. “Involontariamente” perché ho iniziato a scriverlo tempo fa, ma le tematiche che tocca tengono banco quotidianamente sui giornali.
Penso che sia uno dei miei lavori migliori, ma poi che ne so? Mi sembra così ora.

E infine sul perché ho scelto Wattpad:

Diverse persone mi hanno chiesto perché io stia mettendo gratuitamente il mio nuovo libro su Wattpad, quando avrei potuto almeno pubblicarlo a pagamento come ebook. È una domanda logica, che richiede una risposta un minimo articolata.
In breve potrei rispondere: quello che voglio, in questo momento, è aumentare il numero dei miei lettori. È vero, ma non è tutto. Per me avere più lettori ha un valore pratico (più lettori = più futuri acquirenti), ma se la cosa si limitasse a questo è probabile che mi occuperei di qualcosa di più vendibile. Non so, le frittelle. Le frittelle hanno sempre pubblico.
Per me aumentare il numero dei lettori è un modo per continuare con “la cosa più divertente che si possa fare da soli”, come diceva Terry Pratchett: scrivere. Scrivere roba divertente, che sia anche una riflessione su quello che ci circonda. Non un esercizio solipsistico, ma qualcosa che coinvolga (anche) le persone.
Pubblicare I RICORDI DEGLI SPECCHI a puntate su Wattpad mi consente di fare proprio questo: coinvolgere le persone. Interagire con i lettori. Ascoltare le opinioni, cogliere i suggerimenti, ragionare insieme. Poi la parte della scrittura la faccio io, è ovvio. Scrivere è pur sempre un atto personale e solitario. E capisco gli scrittori che si mettono in esposizione da qualche parte e poi restano fermi come se posassero per un ritratto. Ci ho pure provato; per lo più non è successo niente. Niente di interessante, comunque.
Quindi… ecco, il piano è questo. Coinvolgere persone.
Il modo più semplice e adulto per farlo mi sembra dire: “Okay, questo è il mio lavoro. Secondo me è parecchio buono, ma giudicate voi. Potete leggerlo gratis. Se vi piace lasciate una stellina. Se vi piace condividete quello che avete letto e fatelo conoscere a qualcun altro. Se non vi piace, amici come prima”. Non è una gran strategia di marketing, è vero. È come se alla TV vi chiedessero di mangiare quei certi biscotti perché sono buoni, non perché li cucina Banderas… ma in fondo le storie non sono biscotti e penso che non tutti trovino irresistibile l’idea di un attore hollywoodiano che parla con le galline.
Quindi… è uscito un altro capitolo de I RICORDI DEGLI SPECCHI, il nuovo romanzo con il commissario Sensi. È il quinto capitolo di venti. Potete leggerlo gratis qua:
Se vi piace, mettete una stellina al capitolo. Se vi va, fate sapere a qualcun altro che il libro esiste. Ho una pagina FB personale, questa, una pagina autore, questa, e un sito, questo: www.susannaraule.com
Potete seguire gli aggiornamenti su ognuna di queste pagine e su Wattpad.

 

 

Dark – serie tv

Anno 2019, un paesello in mezzo alla foresta dove ben pochi di noi vorrebbero vivere. Alberi, alberi, alberi senza fine come un mare verde cupo e, proprio nel mezzo, la ciminiera bianca e fumante di una centrale nucleare. Tipo Twin Peaks, ma senza picchi. Tipo Hawkins, ma con uno scroscio di pioggia ogni quarto d’ora circa. Uno scroscio di pioggia che tutti sembrano ignorare.

Non sono gli scrosci di pioggia, tuttavia, la cosa più inquietante di Winden, la cittadina in questione. Nel bosco c’è imboccatura di una grotta da cui provengono strani rumori, uno strano vento. Inoltre… spariscono le persone, meglio se bambini o ragazzini.

Il valore immobiliare delle case, a Winden, dev’essere ben misero, tra pioggia, centrale nucleare e sparizioni, tanto più che c’è stata una scomparsa anche 33 anni prima, e anche in quel caso era un ragazzino.

Collegate tutti i puntini tra loro, adesso: piccola città, ogni famiglia ha un segreto, buco misterioso nel bosco, losco impianto governativo tra le frasche… sì, be’, ne convengo: messa così non è il massimo dell’originalità. Il titolo alternativo della serie, addirittura, è “I Segreti di Winden”, non so se vi ricorda qualcosa.

Ma fermarsi all’apparenza sarebbe un peccato, perché gli elementi di cui sopra, nel corso della storia del cinema e della televisione, hanno dato un numero sorprendente di prodotti sempre diversi e spesso buoni ed è il caso anche di Dark. Per di più Dark non è solo questo.

dark_us_jpg_400x0_crop_q85Lasciatemi elencare qualche differenza:

Noi spettatori scopriamo quasi subito dove sono finiti i ragazzini. Non lo considero uno spoiler, dato che è il tema della serie, ma se siete degli integralisti delle anticipazioni non leggete la frase seguente: i ragazzini hanno viaggiato nel tempo, in qualche modo passando dalla grotta. Quindi Dark non è una serie sovrannaturale in senso stretto, quanto di fantascienza. E i paradossi temporali tornano tutti, ho controllato.

– Per quanto a un’occhiata superficiale Dark sembri “Twink Peaks incontra Stranger Things” alla fine è piuttosto diverso da entrambi. È una serie europea, e come tale ha un modo diverso di affrontare le cose. Per intenderci, è più vicino a Broadchurch che ai suoi cugini americani (a entrambi, nella loro diversità).

– Come molti prodotti europei, ha dei difetti europei. Gli americani su certe cose sono tutti precisini, noi sorvoliamo un po’. Per esempio, se scompare un ragazzino, nel mondo reale, sul paesello calano giornalisti a frotte e squadre investigative d’élite, esperti criminologi e turisti in cerca di brividi. A Winden no. A Winden ogni tanto parlano della cosa alla radio, tra il meteo e lo sport. Fine. Delle indagini si occupa la scalcinata polizia del luogo, uno dei cui membri è anche il padre del bambino scomparso. Solo dopo un tot di giorni a qualcuno viene in mente che forse, sì, è il caso di sollevarlo dalle indagini.

Ma il difetto più grande è che, con un sistema di grotte a due passi dalla città e due ragazzini scomparsi, non venga organizzata una ricerca sistematica nelle grotte stesse, la polizia non cerchi mappe ed esperti di grotte a cui chiedere e così via.

Vi sembrerà un difetto grave – e bisogna ammettere che lo è – ma cercate anche di immaginare che cosa sarebbe diventata la storia se le grotte fossero state esplorate dalla puntata numero uno: Stargate. Credo che l’orrore supremo di una tale prospettiva sia quello che ha impedito agli sceneggiatori di affrontare la cosa in modo più sensato.

Ci sono poi mille altri piccoli problemucci. Insensatezze di poco conto, ma comunque irritanti.

Questo per dire: Dark non è perfetto, tutt’altro.

Se siete dei tipi pignoli, vi infastidirà.

Quindi, riassumendo, Dark non è poi così originale e non è priva di imperfezioni. Perché vederla, quindi?

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Il motivo principale sono i personaggi e come si muovono all’interno di un racconto dal ritmo ipnotico, che ti trascina al suo interno malgrado tutto.

Il padre del ragazzino scomparso, un ex bulletto a cui 33 anni prima è scomparso anche il fratello, e il suo fallimento esistenziale: una moglie, un’amante, la vita che l’ha messo sotto come un tir da dieci tonnellate. Il giovane Jonas, il cui padre si è ucciso senza un perché lasciandolo privo di punti di riferimento. Il vecchio Helge che vaga nel bosco biascicando parole senza senso, che un tempo è stato un Helge più giovane, e un Helge bambino… e quasi sempre ha sbagliato qualcosa. Qualcosa di grave. Regina e il suo rancore; nonna Ines e il suo segreto; Magnus, e Martha, e Franziska, e tutti gli altri adolescenti che sono pur sempre adolescenti. Charlotte, la poliziotta metodica, e suo marito Peter, dai molti fantasmi.

È una galleria di personaggi reali, vibranti, dalle belle facce come scolpite nel legno, dai giacconi sempre lucidi di pioggia.

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E Dark è una serie imperfetta e affascinante, che limita il facile citazionismo al minimo sindacale, che è tedesca ma non ha la classica fotografia piatta tipica dei telefilm tedeschi più noti, che fa la sua cosa senza preoccuparsi dei precedenti e che, passato un po’ di tempo, scopri che ti ha lasciato un sapore buono in bocca, un sapore complesso e strutturato da rosso corposo.

Se cercate uno Stranger Thing, non cominciate nemmeno. Se volete un altro Twin Peaks, cercatelo altrove. Dark, alla fine, riesce nell’impresa più difficile: essere solo Dark.

10 fumetti da leggere se non avete mai letto un fumetto (prima parte)

Qua nelle retrovie abbiamo l’ambizione di collegare e raccordare i vari quartieri della città della letteratura. Per questo ho pensato di scrivere un pezzo dal titolo accattivante su dieci fumetti che probabilmente vi piacerà leggere se non avete mai letto un fumetto.

Per prima cosa, che vuol dire non aver mai letto un fumetto? Almeno un Topolino l’abbiamo letto tutti. Un Dylan Dog, un Tex, un manga qualsiasi…

Quello che intendo è: se non avete mai scelto di leggere un fumetto. Se non avete mai comprato o preso in prestito un fumetto con le stesse aspettative che avreste avuto per un romanzo.

Ecco, se volete allontanarvi dal grande e popoloso quadrante cittadino delle storie senza immagini… dove potreste andare?

Ho deciso di usare come punto di partenza questa classifica, piuttosto vaga, dei maggiori successi editoriali degli ultimi anni per suggerire un titolo a fumetti per ogni titolo di romanzo (o di ciclo di romanzi). Non ho tenuto conto dei manuali e delle altre opere non-fiction, con un’eccezione, e delle ripetizioni (diversi romanzi di uno stesso ciclo).

Ovviamente avrei potuto trovare altre classifiche: i libri più venduti del 2016, i libri più amati di tutti i tempi, i classici indimenticabili… ho scelto questa, non vogliatemene, in futuro potrò usarne altre. Per fortuna ho letto quasi tutti i libri in questa classifica, per quelli mancanti mi sono documentata e ho cercato di fare del mio meglio.

Ecco i primi cinque, a partire dal basso:
[continua…]