Il Detective Fantasma

Quindi, l’embargo dell’editore è caduto e ora si può dire ufficialmente.

Alla fine dell’anno scorso è uscito in libreria Il detective fantasma, di una tale Vanessa S. Riley. Come già trapelato, Vanessa S. Riley sono io e il libro è il seguito del Club dei cantanti morti.

Perché è uscito con un altro nome?

La risposta è semplice e un po’ deprimente: dopo Il club dei cantanti morti, con Fanucci abbiamo toccato con mano quello che, fino a quel momento, per me era stato solo un dato teorico, ossia che i lettori italiani odiano l’idea di comprare romanzi fantasy scritti da italiani. E infatti, come dire, non li comprano. Per cui con Fanucci abbiamo deciso di optare per la classica mossa dello pseudonimo straniero e duole dire che ha pure funzionato. Peraltro il libro è più un giallo che un fantasy, al massimo lo definirei urban fantasy o weird. A quanto pare i lettori italiani odiano ancora di più comprare urban fantasy o weird scritti da italiani. Solo i romanzi per ragazzini sono accettabili, se scritti da una connazionale.

Qua viene il bello, però.

Il detective fantasma, come dicevo, è il seguito del Club dei cantanti morti. I nuovi lettori sono rimasti spaesati e borbottano che la storia pregressa del protagonista (SPOILER! Jack Wyte) non è spiegata abbastanza bene. In compenso i vecchi lettori non si sono accorti che il libro fosse uscito, tranne un’esigua minoranza.

Sono contenta di tutto ciò? Insomma, sono ligure, quindi partite dal presupposto che “contenta-contenta” è uno stato d’animo che non capisco nemmeno.

E mi sento un po’ in colpa, un po’ meno integra di quelli che ho sempre sperato che fossero i miei standard e alla fine va bene così, posso conviverci. Agendo sulla base di questo latente senso di colpa, nei prossimi giorni farò uscire un lungo racconto con protagonista L’Uomo dei Crocevia al prezzo più basso che Amazon mi consentirà di applicare (e suppongo sarà un ridicolo 0.49). Me lo dico da sola, ma è un gran bel racconto, in cui Il Maestro e Margherita incontra il delitto in camera chiusa.

Per i cultori del genere, credo anche di aver trovato una soluzione relativamente nuova, di certo non una di quelle indicate da Dickson Carr. Non posso esserne sicura, perché non ho letto tutte le storie di delitti in camera chiusa mai usciti. Diciamo che la mia soluzione non l’ho mai trovata. Ringrazio Amanda Blake per la copertina.

Il titolo del racconto (di una cinquantina di pagine) è La natura del mio gioco e, sì, è un riferimento alla canzone degli Stones. Uscirà in ebook tra pochi giorni, un omaggio simile a quello che un gatto potrebbe lasciarvi sul letto alla mattina: un pensiero dolce, ma spesso sanguinoso.

Passiamo ora alle informazioni commerciali vere e proprie.

La sinossi di Il Detective Fantasma è questa:

Jack Wyte è morto. La sua morte è stata una strana faccenda, il genere di faccenda che quando ti chiedono «Come sei morto?» ti dà il diritto di rispondere: «È una lunga storia». Si lascia alle spalle una carriera nella Squadra Omicidi che gli ha fatto male alla salute, una vita solitaria, una ex-moglie con cui non parlava da anni, una figlia ormai adulta e l’amore di Dare, l’unico essere al mondo che può vedere i fantasmi ma non vuole più vedere lui. E se pensava che tirare le cuoia, nella sua sgradevolezza, risolvesse tutti i problemi, si sbagliava di grosso. Morire, in realtà, è stato solo l’inizio. A Londra ci sono stati dei decessi diciamo poco ortodossi. E pure a Los Angeles. Sua figlia, in uno scavo archeologico in Guatemala, ha incontrato un tizio che le legge nel pensiero. Due personaggi non proprio umani sono stati incaricati da un concilio di non-morti di insabbiare tutto l’insabbiabile, con le buone o con le cattive. La detective Jamaica Kingstone della Metropolitan Police possiede la Vista, e questo non ha migliorato il suo umore. O il suo carattere. Anzi l’ha resa molto nervosa. C’è robaccia sovrannaturale dappertutto e i funzionari della morte non hanno il tempo o il personale per risolvere il casino in corso. Anche perché non si sono ancora accorti del vero problema. D’altronde si sa, al giorno d’oggi muore troppa gente e sono molto impegnati. Il caso, così, finisce metaforicamente sulla scrivania di Jack Wyte, la cui vita non è stata un granché, ma la cui morte si preannuncia anche peggio. Perché la verità non è mai gradevole e l’indagine in corso lo obbligherà a confrontarsi con dei fantasmi molto più inquietanti delle ombre dell’aldilà.

Come direbbero a Wall Street: è il momento di comprare. O di recensire, se avevate già comprato.

Esce il secondo volume di Ford Ravenstock

Da poco è uscito per Double Shot il secondo (e ultimo) volume di Ford Ravenstock: Verso Hamelin. Vi lascio con l’introduzione, che credo dica già più o meno tutto quello che c’è da dire sul fumetto.

Abbiamo scherzato

(contiene leggerissimi spoiler)

Mentre scrivo queste parole in Italia per la prima volta sono state raccolte firme a sufficienza per un referendum popolare sul fine vita. L’eutanasia, letteralmente “buona morte”, è un tema che da anni divide le coscienze e su cui negli ultimi anni sono nate leggi in tutta Europa.

Ma che cosa c’entra con il suicidio?

Secondo lo Stedman’s Medical Dictionary, il suicidio è un atto volontario con cui qualcuno si priva della propria vita. L’eutanasia, al contrario, è l’atto di procurare, intenzionalmente e nel suo interesse, la morte di un individuo la cui qualità della vita sia compromessa in modo permanente da una malattia, menomazione o condizione psichica.

In entrambi i casi non possiamo escludere dal discorso il libero arbitrio delle persone e la loro libertà di scelta.

Quando ho iniziato a scrivere Ravenstock, più di un decennio fa, ero da poco laureata in psicologia clinica e stavo svolgendo il tirocinio in un reparto psichiatrico. Lì ho imparato, senza mezzi termini, che se una persona fisicamente autonoma decide di porre fine alla propria esistenza, e se è davvero convinta di quello che fa, solo la sfortuna potrà impedirglielo.

Ho detto sfortuna, ma non dovrei invece parlare di fortuna?

Il suicida motivato, deciso, sicuro di voler andare fino in fondo, si salva solo se sbaglia qualcosa nell’esecuzione del proprio intento, se qualcuno interviene per puro caso o se il dispositivo che ha messo in atto per qualche motivo non funziona.

Quando ti trovi a dover valutare un tentativo di suicidio, se hai un caso in cui l’intenzionalità è alta e la letalità del mezzo prescelto è alta, sai per certo che è intervenuta la fortuna. Che la pistola era carica, la sicura tolta, in casa non c’era e non doveva esserci nessuno e poi la pistola si è inceppata e un coinquilino è rientrato prima del previsto, ha trovato l’aspirante suicida con l’arma in mano e ha chiamato il 118. Pura fortuna.

O sfortuna, a seconda dei punti di vista.

In tutti gli altri casi, uno dei due fattori (intenzionalità e letalità) è basso, o nullo. Il che non significa che quella persona stia bene, al contrario. Anche quando il tentato suicidio è svogliato, mal progettato, puramente dimostrativo, le possibilità che qualcosa vada storto e la giornata finisca con un cadavere sono piuttosto alte. Quando qualcuno prova a suicidarsi per “attirare l’attenzione” – ehi, è precisamente il momento di dargli tutta l’attenzione del mondo.

Avendo scritto un fumetto sul suicidio – un fumetto, per di più, che si permette di scherzarci sopra – questa mi sembra l’occasione perfetta per ricordare a tutti che in Italia abbiamo un Telefono Amico da contattare se la cose vanno davvero male o se ci stiamo facendo un pensierino.

Il numero è questo

02 2327 23 27

ed è attivo dalle 10 del mattino a mezzanotte. Andando sul sito

telefonoamico.it

si può contattare un operatore via Whatsapp 24 ore su 24.

Ora, se state per leggere questo fumetto è probabile che il suicidio vi interessi. Non c’è nulla di male, interessa anche a me. È uno dei comportamenti umani più estremi e misteriosi, una certa curiosità è naturale.

O forse vi interessa per un altro motivo. Qualunque sia la ragione, date un’occhiata a questa checklist dei segnali di rischio:

  • Abitudini del sonno alterato
  • Isolamento
  • Perdita di interesse nel lavoro e nelle abitudini piacevoli
  • Pensieri di odio verso se stessi
  • Sentimento di non appartenenza
  • Perdita dei punti di riferimento
  • Mancanza d’identità nel quotidiano
  • Sensazione di essere un peso per gli altri
  • Miglioramento del tono dell’umore non giustificato
  • Parlare della morte o del voler morire
  • Ansia, agitazione
  • Ritirarsi dalla famiglia e dagli amici
  • Tentativi di suicidio precedenti
  • Sentirsi senza speranza
  • Rabbia
  • Aumento del consumo di alcool
  • Affermazioni come “Non mi importa più di nulla”, “Magari fossi morto” e “Ho intenzione di farla finita” oppure segnali meno diretti come “A che serve vivere?”, “Ben presto non dovrai più occuparti di me” e “A chi importa se muoio?”
  • Disfarsi di cose care, sistemare gli affari in sospeso, fare testamento
  • Eventi scatenanti che portino a un sentimento di umiliazione, vergogna o a un elevato senso di disperazione: per esempio, una perdita reale o anticipatoria, perdite nelle relazioni affettive, perdite finanziarie o problemi di salute
  • Accesso a metodi letali: avere a disposizione armi, farmaci o qualsiasi altro mezzo che possa essere usato per togliersi la vita.

Inserire questa checklist nell’introduzione di un fumetto potrebbe sembrarvi brutale. Personalmente, credo che sia utile. In fondo state per di leggere o avete appena finito di leggere un fumetto sul suicidio, quindi cerchiamo di essere diretti: hai mai pensato di porre fine alla tua vita? Ci stai pensando ora?

Se è così, prendi in considerazione l’idea di chiamare il numero qua sopra. In ogni caso, se hai deciso e sei in grado di farlo, nessuno potrà impedirtelo: tanto vale esplorare tutte le alternative, no?

Quindi perché ho deciso di scrivere una storia sul suicidio? Ci sono tanti motivi, ma uno dei principali è che nella nostra società rimuoviamo la morte e il suicidio è ancora un tabù. Ammettere di aver provato a uccidersi genera ancora vergogna e comunque le persone non vogliono sentirne parlare. Per inciso, parlarne è invece il modo migliore per prevenirlo.

La salute mentale è un argomento poco considerato, o trattato con una superficialità sconvolgente.

Infine, perché ho deciso di incentrare l’ultima storia della raccolta sull’eutanasia? Suicidio ed eutanasia non sono sinonimi e hanno relativamente poco a che fare l’uno con l’altra, ma c’è un momento in cui si sfiorano e quel momento, secondo me, valeva la pena di essere raccontato.

Torniamo al libero arbitrio e alla libertà di scelta.

Se una persona fisicamente autonoma decide di porre fine alla propria vita, e se è davvero convinta di quello che fa, solo la sfortuna potrà impedirglielo. Se non è fisicamente autonoma… oh no. Allora tutto cospirerà per impedirle di scegliere il proprio destino.

Ognuno di voi avrà le sue convinzioni al riguardo e non sono qua per cambiarle. Quella sulla propria morte, per quanto possibile, dovrebbe essere un’opinione personale. “Per quanto possibile” perché comunque ognuno di noi vive in una rete di relazioni e gli altri hanno sempre un peso sulla nostra vita. Ma, per quanto possibile, ognuno dovrebbe avere il diritto a un’opinione personale. Sulla propria morte, dico. È ragionevole, no?

Ford Ravenstock in fondo parla di questo.

Parla di opinioni personali anche molto sgradevoli, anche molto disturbanti, molto dolorose, molto disperate. Parla di quelle cose di cui preferiremmo non parlare, a cui preferiremmo non pensare, ma che se le ignoriamo tornano a morderci le chiappe. Parla di speranza e di assenza di speranza.

Parla di buio, di vergogna, di orrore e di libero arbitrio. Sono proprio lì, vicini come la fiamma al fumo.

Parla del peggior momento della vostra vita e, sì, si permette di scherzarci sopra.

Down in the Zero

Purtroppo il 27 dicembre è venuto a mancare Andrew Vachss. Di norma non scrivo necrologi , ma per Vachss dovrò fare un’eccezione, perché ho il terribile sospetto che molti di voi, specie i più giovincelli, potrebbero non avere mai letto nulla di suo, quando invece, per il bene della vostra anima, dovreste leggere tutto quello che ha scritto.
Prima di essere uno scrittore – prima sia in senso cronologico che morale – Vachss era un avvocato specializzato nella difesa (pro bono) dei bambini. Ha sempre ammesso con serenità che l’impegno della sua vita era combattere i predatori e che quello che faceva non era dovuto a un suo particolare amore per l’infanzia, ma al profondo odio per i predatori. Da questo punto di vista era un radicale, non faceva compromessi. Ed è stato il suo lavoro ad avvicinarlo ad Alice Vachss, una delle procuratrici più toste d’America, specializzata nella lotta ai predatori sessuali e nella difesa delle vittime. Se non avete letto il suo (di Alice Vachss) Sex Crime, leggetelo.
Andrew Vachss univa l’attività di avvocato a una copiosa attività di scrittura, il cui frutto principale è stata la serie di crime con protagonista Burke. Nei suoi libri Vachss metteva tutto quello a cui teneva nella vita, e nella vita odiava i predatori sessuali di bambini. Burke è un personaggio per molti versi plasmato su Vachss, un Vachss con una storia diversa, un Vachss di un universo alternativo se volete, ma con gli stessi obbiettivi e la stessa intransigenza. Scusate se continuo a insistere su questo punto, ma capire l’intransigenza di Vachss è fondamentale per capire il suo lavoro. Secondo Vachss, la nostra società si spertica in dichiarazioni melense sull’importanza dell’infanzia e non troverete mai nessuno che ammetta di odiare i bambini, ma nei fatti – e nelle leggi – non fa abbastanza per tutelarli davvero, specie i bambini con famiglie disastrate e in situazioni di marginalità sociale. Le istituzioni, secondo Vachss (e pure secondo me) non si sbattono abbastanza per dare davvero un’opportunità ai bambini che nascono poveri o in condizioni di disagio. Le leggi esistenti non li proteggono davvero, il sistema degli affidi ha dei problemi giganti (ancor più negli USA) e c’è un concetto, una convinzione, che non viene combattuta a sufficienza, ossia che i bambini siano *proprietà* dei genitori e che, in fondo, sia meglio non mettere il becco su quello che succede nelle famiglie altrui.
Vachss ha scritto 18 libri con Burke e numerosi altri crime e libri di fantascienza. Era BRAVO, ma bravo da togliere il fiato. Era un incantatore di serpenti. Cominci a leggere e non puoi più smettere. Anche se fa male.
Sono davvero pochi gli autori che in vita loro siano riusciti a scrivere cose tanto dure, riempiendole nel contempo di vita. I personaggi del sottobosco criminale di New York, l’incredibile tribù che man mano si raccoglie attorno a Burke, la potenza di ogni frase. Vachss non usava mai una parola di troppo, scriveva come se usasse un bisturi, spiegava l’inconcepibile in modo così chiaro da essere doloroso. I suoi libri sono come treni in corsa, ci sali sopra e non puoi scendere prima di averli finiti. E se quando scendi hai attraversato le regioni più oscure dell’umanità, pazienza. Se quando scendi non sei più lo stesso, è esattamente quello che vuole lui.
L’ho già detto prima, ma non ho paura di ripeterlo, nel caso non vi fosse arrivato. Se non avete mai letto Vachss, dovreste leggerlo ora. Per il bene della vostra anima

Perché non vengono denunciati gli stupri

Perché spesso le donne* non denunciano gli abusi sessuali o gli stupri? I motivi sono tanti, ma provo comunque a farvi un elenco.

1. Non sono sicure che sia un reato. Vi chiederete, com’è possibile? In realtà è molto possibile, perché la maggior parte delle violenze non è come siamo abituati a pensarle, ossia non avviene a opera di uno sconosciuto in un parco deserto in piena notte. Molte violenze avvengono tra le mura domestiche (se mi ha stuprata mio marito è uno stupro?), oppure a opera del tizio con cui eravamo uscite (se all’inizio pensavo di andarci a letto è uno stupro?), oppure le modalità non sono violente come immaginiamo che debbano essere (se non mi ha obbligata coltello alla gola è uno stupro?)

2. È passato troppo tempo. Per elaborare una violenza alle persone serve spesso molto tempo. A volte, se è avvenuta nell’infanzia, possono persino rimuovere l’accaduto. Oppure il violentatore ha così tanto potere su di loro (è il marito, è il datore di lavoro, è il patrigno) che la vittima ci mette letteralmente anni a uscire dalla sua sfera di influenza e a mettersi al sicuro. A quel punto è troppo tardi, perché uno stupro si può denunciare solo entro un anno dall’accaduto, una molestia entro sei mesi.

Illustrazione di Eli 2B

3. Hanno paura. Una violenza è un evento traumatico, a volte ti porta ad avere paura di tutto, anche in modo irrazionale. A volte gli stupratori dicono alle vittime “non parlare, se no torno e ti faccio di peggio”. O alla loro amica, loro figlia, loro madre. A volte la minaccia è credibile, a volte no, ma molte vittime la prendono comunque sul serio e non denunciano per paura di ritorsioni.

4. Non pensano che saranno credute. Se nessuno ha visto nulla ed è passato qualche giorno, una vittima non ha letteralmente più niente per provare l’avvenuta violenza, o così crede. Pensa che sarà la sua parola contro quella del violentatore e che tutti crederanno a lui, specie se lei si sente in difetto per qualche motivo: aveva bevuto, l’aveva incoraggiato, durante lo stupro ha finto di provare piacere per limitare i danni, era vestita in modo provocante o, peggio di tutto, era una sex worker. Per la nostra società le sex worker sono praticamente inviolentabili; secondo molte persone, essere stuprate è il loro lavoro.

5. La sola idea di rivivere quello che è successo le fa stare così male che preferiscono non denunciare. Spesso tra grandi sensi di colpa, perché sono consapevoli di lasciare in libertà uno stupratore. Purtroppo denunciare porta quasi inevitabilmente a quella che nel linguaggio tecnico si definisce “rivittimizzazione”. Ossia la vittima è costretta a ripercorre i fatti, ad argomentare, a giustificarsi e molto spesso viene trattata come una persona sospetta o poco credibile. Ci sono dei protocolli per le vittime di violenza di genere, ma molto, troppo spesso non vengono rispettati. Quando il carabiniere a cui hai riportato la violenza ti chiede un appuntamento, la tua denuncia non andrà avanti.

6. Non vogliono diventare “vittime” da quel momento in poi. Non vogliono che tuttɜ quellɜ con cui interagiranno di lì in avanti pensino “oh, questa è la ragazza che è stata violentata”. La nostra società è fatta in modo tale che l’etichetta di vittima può essere molto pesante da portare, può non farti trovare lavoro, può emarginarti. Non tutte hanno la forza di reggere a un simile urto.

7. Vengono convinte a non denunciare. A volte da parte dei parenti che non vogliono sollevare un vespaio, e che per primi non credono nell’utilità di una denuncia, a volte dalle stesse forze dell’ordine, che spiegano quante poche siano le probabilità di veder condannato lo stupratore.

Questi sono alcuni dei motivi per cui chi subisce una violenza o un abuso spesso non denuncia. Così spesso che almeno 8-9 violenze su 10 vengono taciute. Qua potete leggere qualche dato e qualche storia.

Una delle domande che sento fare più spesso quando si parla di abusi è “Perché non ha denunciato?”, e spesso viene posta in tono accusatorio nei confronti della vittima. Perché, sì, in caso di violenza la vittima è comunque quasi sempre colpevole di qualcosa, che denunci o che non denunci. Sembra un ossimoro, ma è la società in cui viviamo.

Invece è la società che dovrebbe dare risposte e fornire soluzioni. Finché ognuno degli ostacoli sopra elencati non sarà affrontato e smantellato, chi subisce un abuso continuerà a non denunciare in nove casi su dieci. Sono percentuali che non ci possiamo più permettere.

*Ho deciso di usare il femminile per chi subisce una violenza o una molestia, e di usare il maschile per gli abusatori. Ho fatto questa scelta per due motivi. Primo, la stragrande maggioranza delle violenze viene perpetrata da un uomo o da un gruppo di uomini su una o più donne. Ci sono delle eccezioni, ma le statistiche sono chiare.
Secondo, le violenze contro gli uomini non sono sistemiche. Sono singoli casi di cronaca, singoli crimini. La violenza contro le donne, dall’abuso, allo stupro, al femminicidio, fa invece parte del sistema, è connaturata alla nostra società e dev’essere affrontata a livello sistemico, politico, legislativo e culturale.

È questo il fiore

Di tutti i dettagli non sono sicura. Questa è la storia così come me l’ha raccontata mia zia, che all’epoca dei fatti era una bambina. È il racconto del racconto, come lei l’ha sentito dagli adulti durante gli anni. L’ho poi rieditato usando le parole della cugina Claudia, la figlia di Nando, che purtroppo ci ha lasciati quest’anno. È così che la storia si trasforma pian piano in polvere.

Lo zio Nando era il fratello di mia nonna, lo zio di mia madre e di mia zia. La sua famiglia viveva in una grande casa contadina ad Arcola, un borgo sulle colline a est della mia città, La Spezia.

Suo padre, il nonno Emilio (il mio bisnonno), era stato uno dei primi entusiasti a credere in Mussolini, ma all’epoca dei fatti aveva già capito che il fascismo faceva schifo. Suo figlio, lo zio Nando, era nell’areonautica.

Non so perché a un certo punto decise di disertare, non conosco il motivo preciso. Immagino che anche lui avesse capito di essere dalla parte sbagliata della storia e avesse cercato di porre rimedio.

Non ho mai conosciuto lo zio Nando, per un motivo molto semplice: è morto ben prima che io nascessi. È morto prima che nascesse mia madre e quando sua figlia Claudia era ancora minuscola.

Non so se fosse spiritoso, timido, antipatico, spendaccione, impacciato. L’ho visto solo in fotografia ed è proprio vero, è una fetente legge di natura, gli eroi son tutti giovani e belli. Una cosa che mi fa un po’ impressione, se ci penso, è che nessuno ricordi più il suono della sua voce.

Quindi, dicevo, non lo so perché decise di disertare e di unirsi ai partigiani.

Diversi militari, in quegli anni, l’avevano capito di servire uno stato indegno. Avevano capito che il loro lavoro non era quello che stavano facendo e che “il nemico” aveva ragione.

Lo zio Nando abbandonò il suo reggimento e si unì alla lotta partigiana nel ’43. Il suo contributo era prezioso perché, in quanto militare, aveva conoscenze tecniche e logistiche che potevano essere utili. Sapeva come usare le armi che mandavano gli Alleati, sapeva come far saltare un ponte, diventò un comandante partigiano.

Sentiva raccontare mia zia che quando saliva nella nostra zona, occupata, per vedere sua moglie, si nascondeva nella grande casa contadina dei suoi genitori, dietro una finta parete, in una stanzetta in cui c’era una scala che portava alla cantina del vino – la casa era circondata dalle vigne. La cantina aveva poi un portone da cui si poteva uscire.

Anche quella volta lo zio Nando si nascose lì.

Arrivano i tedeschi con i cani, e cercavano lui, il disertore. Sua madre, la mia bisnonna, li accolse con mille onori, offrì loro vino, caffè, tutto quello che aveva in casa. Nel frattempo lo zio Nando scendeva in cantina e dalla cantina usciva sui pianelli.

Qua, sotto un grande fico, avevano scavato una buca profonda. La buca l’avevano coperta con un assito e l’assito di zolle d’erba. Lo zio Nando si cacciò nella buca e suo padre si mise lì sopra, sopra l’assito, e fece finta di occuparsi del fico, così che quando i tedeschi uscirono con i cani, i cani annusarono un uomo, sì, ma tutti pensarono che avessero sentito solo l’odore di nonno Emilio.

Ve la racconto così, come l’hanno raccontata a me, ma riuscite a immaginare come dovevano battere quei tre cuori? Riuscite a immaginare la paura? Quasi se ne sente il rumore.

Una cosa che mi ha sempre lasciata di sasso dei partigiani è proprio questo. Erano persone come noi, che un giorno decisero che in fondo, sì, potevano anche andare a morire per combattere il fascismo.

A morire. A perdere la vita, il bene più grande. L’ho già scritto in passato, ma lo ripeto: voi lo sentite, quant’è immensa questa cosa?

Quindi, lo zio Nando andò a combattere il fascismo. Si unì ai partigiani.

Ciao, soldati tedeschi, non avreste dovuto fidarvi di quella madre così felice di vedervi. Che se ci penso, ci godo ancora a quasi ottant’anni di distanza. Scemi.

Non so che cosa successe mentre lo zio Nando era con i partigiani, ma di certo quei tedeschi scemi gli diedero un po’ di tempo per fare quello che doveva. Poi, a un certo punto la guerra finì e lui tornò a casa. Aveva una moglie, Marisa, e una bambina nata da poco.

La guerra era finita, ma la pace in senso stretto non c’era. Non c’erano più bombardamenti, ma si sparava ancora.

Un giorno mia zia, all’epoca una bambina molto piccola, mentre andava verso la piazza del paese trovò un morto sul viottolo.

Insomma, le cose non erano a posto.

In quei giorni Marisa ricevette un telegramma da casa, da Porto Ercole, in cui le dicevano che suo padre stava per morire. Non c’erano mezzi di trasporto, così Nando e Marisa si misero in viaggio con un gruppetto di persone, un po’ a piedi e un po’ in camion.

Con loro c’era una guida che doveva portarli lungo strade sicure.

La storia di zio Nando finisce qua, ad armistizio già firmato, a guerra finita, con una guida fascista che li porta su un campo minato.

Pare che zio Nando se ne accorse. Che gridò all’uomo davanti a lui di fermarsi, ma quello aveva già pestato una mina.

Esplose tutto il campo, zio Nando finì colpito. Ancora, mentre agonizzava, cercava di dire agli altri come salvarsi.

Morirono tutti, tutti tranne Marisa.

Che restò lì, in mezzo a un campo di morti.

Lo zio Nando non è sepolto in montagna, ma su un’aspra collina ligure, il suo nome è nel memoriale dei partigiani.

Di tutti i dettagli non sono sicura. Questa è la storia così come me l’ha raccontata mia zia, che all’epoca dei fatti era una bambina.

Non è una bella storia, ma è una delle storie che celebriamo il 25 aprile. Storie di persone come noi, persone di carne e sangue, persone timide o spiritose, spendaccione o impacciate, persone sposate, adulti o ragazzini, uomini e donne che un giorno decisero che in fondo, sì, potevano anche andare a morire per combattere il fascismo.

A morire. A perdere la vita, il bene più grande. L’ho già scritto, ma lo ripeto: voi lo sentite, quant’è immensa questa cosa?

“Perduti Sensi” esce in spagnolo

El comisario Sensi no es el típico policía.  Tiene una apariencia gótica absolutamente fuera de lugar, un sentido del humor caustico y un enfoque muy personal en el trabajo, cuya piedra angular es tratar de evitarlo a toda costa.Pero eso no siempre era posible.  En estas siete historias, que van desde su época como infiltrado en una secta satánica hasta sus primeras experiencias como jefe de la Brigada móvil de la ciudad La Spezia, en Italia, Sensi se verá obligado a investigar seriamente, lo desee o no.Para ello, deberá combinar sus modestas habilidades investigativas y las de su equipo con las de un sabueso mucho más incansable, un cazador dispuesto a lanzarse al rastro de sangre de un crimen con todo el entusiasmo… de un gourmet. Porque, obviamente, Sensi tiene un obscuro secreto: lleva por dentro a un huésped demoniaco, muy indeseado, pero a veces útil. Astaroth no es un huésped fácil, pero, si alguien es capaz de comprender como funciona la mente sanguinaria de un asesino, es justamente él.  Quién aplaude la brutalidad y la violencia, pero que también está ansioso por poner sus garras en cada alma negra que se le cruza. Para convertirla en su cena.

>> Amazon ES

L’audiolibro del Club dei cantanti morti

È con grande piacere che annuncio l’uscita dell’audiolibro di Il club dei cantanti morti, letto dal bravissimo Francesco Leonardo Fabbri!

Ora disponibile su Audible.

Un breve racconto con il commissario Sensi…

…il cui titolo originariamente doveva essere “Paralipomeni dell’Anti-Dühring“, è comparso sulla Nazione del 24 e del 25 luglio.

Ecco i link alle due metà:

– PRIMA PARTE
– SECONDA PARTE

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Ho paura torero

ho paura toreroEcco, ora ho un filo di tempo in più e mi fa piacere parlarvi di Ho paura torero, l’unico romanzo di Pedro Lemebel, storico attivista per i diritti gay cileno, saggista, intellettuale apertamente ostile a Pinochet che non lasciò mai il paese durante la dittatura e la cui importanza di letterato sta arrivando solo ora in occidente. Dopo che è morto, è ovvio. Pubblicato nel 2001 con il titolo “Tengo miedo, torero”, è poi stato tradotto in inglese nel 2015 (My tender matador) e infine pubblicato in Italia nel 2019 (da Marcos y Marcos), a ridosso dell’uscita della versione cinematografica.
Ho paura torero è un libro dalla prosa trascinante, immaginifica, divertente, alta, sentimentale nel senso più puro del termine. È uno di quei libri che danno piacere, che catturano in modo totale, che fanno godere. È la storia della Fata dell’angolo, una favolosa creatura di confine, una vecchia frocia dall’esistenza sgangherata che riveste di poesia tutto quello che tocca, che si è trovata una cadente casa d’angolo e l’ha resa una meraviglia di stoffe e ricami, arredandola di scatoloni pieni d’armi rivestiti di drappi colorati. Perché la storia comincia quando la Fata conosce per caso Carlos, giovane, virile universitario che le dà da tenere delle casse di “libri proibiti” che tutti sanno non essere libri. E quando Carlos e i suoi amici si vedono in soffitta per studiare, tutti sanno che non è per studiare.
Parallelamente, seguiamo uno spicchio di vita di Pinochet, della sua esistenza corrosa, la sua moglie petulante, il suo essere sconnesso dalla realtà, il suo ottuso senso d’importanza, le sue abitudini senili, i suoi incubi rivelatori e un po’ patetici. È con il veleno sottile del grottesco che Lemebel distrugge l’immagine del dittatore, racchiuso in uno squallore infinito, paragonato ai colori della Fata e di Carlos.
Ed è una storia d’amore, Ho paura torero, la storia di un amore diverso, sorprendente, carnale, vivo. La storia di un attentato, di una ribellione che è per prima cosa interiore e somiglia a una presa di coscienza.
È un libro politico e romantico, la storia di una relazione che si regge su equilibri sottili, lo spaccato vibrante di un periodo (l’86), in cui i nodi stanno venendo al pettine, ma mai del tutto. Un periodo di manifestazioni e di sommovimenti interiori, di palpitazioni e di ribellione.
Vi innamorerete della Fata dell’angolo, leggendo questo libro, vi innamorerete della sua casa, della sua vita, dei suoi amici e del suo cappello giallo a tesa larga. Vi innamorerete delle vecchie canzoni che canta in continuazione come un usignolo, della sua generosità pura e della sua ironia pungente. Di ogni dettaglio descritto con spietato realismo, ma anche sempre con magnifica levità. Fata frivola e profonda che così, come nulla fosse, ruba la scena a tutto: alla resistenza, alla dittatura, persino alla paura.

GIRI/HAJI, una serie perfetta

Se non avete visto Giri/Haji non sapete che cosa vi siete persi. Credo che sia una delle serie migliori dell’anno scorso. Targata BBC è la storia di due fratelli in chiave noir, ma così noir che spesso sconfina nell’hard boiled. Kenzo Mori è un detective della polizia di Tokyo, la squadra di cui fa parte si occupa di criminalità organizzata e talvolta i confini tra sbirri e uomini della yakuza sono un po’ confusi. Il fratello minore di Kenzo, Yuto, è stato uno yakuza, ma tutti pensano che sia morto un anno prima.
Giri/Haji ha una trama intricata, ma non inutilmente macchinosa. Si svolge tra Londra e Tokyo, i protagonisti sono quasi tutti giapponesi (ma un ruolo importante ce l’ha Kelly MacDonald, quella di Trainspotting) ed è un crime bello corposo, bilanciato, a tratti quasi poetico, con ogni tanto degli irresistibili sconfinamenti in tematiche alla Danny Boyle e addirittura alla Guy Ritchie.
Bella fotografia, bella regia, cast in stato di grazia.

GiriHaji
In Giri/Haji ci sono un sacco di giovani lupi della yakuza, apparentemente cordialissimi, ma senza anima.
C’è una polizia invischiata con la criminalità, quasi attigua.
C’è un capo criminale britannico tatuato che sembra uscito da Lock and Stock.
C’è un giovane anglo-giapponese che sembra uscito da Trainspotting.
C’è la mafia albanese e la microcriminalità britannica. C’è pure un americano.
Ci sono detective inglesi non proprio brillanti, c’è una figlia adolescente in piena ribellione, c’è una famiglia, quella di Kenzo, che sta andando a pezzi, ma con una certa grazia.
E poi c’è Yuto, il fratello testa di cazzo che è la maledizione di Kenzo e di tutto quello che sfiora, e i pochi secondi in cui non vorresti strozzarlo.
C’è Sarah, che sembra una detective regolarissima e invece, insomma, diciamo che è meglio non farla incazzare.
Infine c’è proprio Kenzo Mori, personaggio gigantesco, profondo, dolente, leggero, moralmente compromesso eppure candido, uno che sembra uscito da un libro di Chandler, ma senza le iperboli.
Sul serio, guardatelo. Giri/Haji (Dovere/Vergogna) trascende il genere e va dritto nella categoria delle storie perfette. E nell’ultima puntata c’è una scena che vi lascerà a bocca aperta.

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