Sul ddl Pillon

Una proposta di legge scellerata, spiegata bene.

bei zauberei

Comincia ora la discussione del ddl Pillon, un disegno di legge teso a riformulare le norme della separazione tra coniugi in particolare in presenza di figli. Il disegno di legge prevede alcuni cambiamenti salienti che qui vorrei sintetizzare

– obbligo della mediazione familiare, in presenza degli avvocati di parte per avviare la separazione
– abolizione dell’assegno di mantenimento, con divisione delle spese fatte in base al riscontro delle prove di pagamento
– divisione rigorosa a metà del tempo passato con i figli.
– Un indennizzo per il genitore che lascia all’altro la casa di proprietà

E nel dettaglio si riscontra:
– cambiamento dell’accordo solo previo accordo della coppia
– nessuna osservazione aggiuntiva o casistica particolare quando i figli in questione dovessero essere molto piccoli, per esempio sotto i tre anni
– nessuna rilevanza rispetto i desideri espressi dai minori
– nessuna possibilità di ricorrere al tribunale di fronte all’inadempienza di…

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Sinistra, se ci sei batti un colpo

funny-victorian-era-photos-silly-vintage-photography-39-575164af3332e__700Accendo la TV e la prima cosa che vedo è Delrio che dà ragione al governo. Dice che hanno fatto bene ad avviare la revoca delle concessioni ad Autostrade perché il crollo del ponte Morandi è “troppo grave”. Che sia grave non c’è dubbio, che questa gravità possa farci agire prima delle normali indagini della magistratura, esponendo lo stato a una causa che rischia di perdere, una parte della popolazione non lo crede.

Ma siamo abituati.

La sinistra degli ultimi anni è sempre all’inseguimento di elettori che la pensano un po’ più a destra, di un populismo che a parole dice di disprezzare, dei forcaioli che non vanno assecondati, ma, ecco, in fondo un po’ vanno assecondati.

Perché i migranti vanno soccorsi in mare, ma in fondo se restano in Libia è meglio. Perché i diritti degli omosessuali sono importanti, ma in fondo non vogliamo turbare i cattolici. Perché siamo tutti europeisti, certo, ma a scaricare qualche colpa su Bruxelles, in fondo, che male c’è?

Irrigiditi, intimoriti, spaventati che gli elettori di centro non li votino più. Un timore che potrei anche capire, se solo gli elettori di centro non avessero già smesso di votarli.

Ecco, una volta tanto io vorrei accendere la TV e trovarci Delrio che dice che il governo sta assecondando la folla con le torce e i forconi e sta facendo male. Che il governo non deve cercare una veloce vendetta, ma una giustizia certa. Vorrei vedere una qualsiasi persona di sinistra disposta a farsi insultare dai leghisti, massacrare dai grillini, se necessario. Non una sinistra sempre pronta a elemosinare simpatie.

Vorrei accendere la TV e trovarci qualcuno di sinistra che dice: «Ehi, ci piacciono i finocchi. Li adoriamo. Viva i trans! Vogliamo che tutti abbiano gli stessi diritti, ‘fanculo i benpensanti».

Vorrei sentire qualcuno del PD, uno a caso, ammettere che in Libia torturano la gente e dire che, no, non dovremmo dar loro altri soldi o mezzi. Invece l’unica ad averlo detto è stata Emma Bonino – l’unica che si è anche presa fischi e insulti. Una che credo non si consideri nemmeno di sinistra.

Ma anche a questo siamo abituati: il Papa è più a sinistra di voi; e il Papa, per capirci, è contrario ai preservativi.

Vorrei che qualcuno a sinistra dicesse: “Certo, vogliamo aprire corridoi umanitari”. E anche: “Perché no, diamo un incentivo fiscale a chi ha una stanza in più e sul serio se ne prende uno in casa”. (Non mordono mica. Non vi attaccano mica la povertà.) Vorrei sentire qualcuno dire: “Non c’è spazio per tutti? Ci stringiamo”.

Poi, certo, uh, qualcun altro li insulterebbe in internet. Quand’è che abbiamo sviluppato una classe politica così pavida da non poter sopportare di essere insultata in internet?

Sono stanca di sentire gente teoricamente di sinistra fare gli stessi discorsi dei 5 Stelle, solo con i congiuntivi a posto. Con tutto l’amore che provo per i congiuntivi, non vi voterò perché non torturate la grammatica italiana a ogni intervento. È troppo poco.

E sono stanca di sentire gente teoricamente di sinistra fare gli stessi discorsi dei leghisti, solo usando più eufemismi. Per quanto io ami le buone maniere, non vi voterò solo perché siete più educati, è troppo poco.

Di economia gli italiani non ci capiscono niente, lo sappiamo tutti. Nessuno o quasi capisce quanto la sinistra italiana sia diventata liberista. Ehi, ne capisco poco anch’io, di economia, ma almeno ditemelo: “Siamo diventati liberisti fino al midollo, pensiamo che in questo mondo capitalista nessun altro teorema abbia senso”. Abbiate il coraggio di dirlo. Almeno poi lo so. Mi regolo. Che di socialisti non ne sono rimasti più l’ho già notato (tranne, diciamo, qualche esemplare più raro di un panda infoiato).

Signori belli, sono quasi cinque mesi che vi sentiamo belare “Oddio, perché alle elezioni abbiamo perso così male?”. Sul serio. Possibile che non vi siate fatti neppure una piccola idea?

Sono due mesi che continuate a mandare avanti questo o quello, il prescelto arriva davanti alle telecamere, tutto sudato, fa una dichiarazione quasi-di-destra e poi scappa via. Sono stanca di guardare il malcapitato di turno e avere l’impressione che abbia scelto la pagliuzza più corta. Su, dai. Che cosa possono mai farvi gli italiani che non vi hanno votato? Gridarvi contro parolacce? Fare dei meme cattivi su di voi? Augurarvi morti orrende?

Ehi, lo stanno già facendo.

La gente di sinistra vi guarda e sai che voglia ha di difendervi. Sai che voglia ha di prendere la vostra parte. Proprio voi, che continuate a balbettare che in fondo Salvini e Di Maio non hanno tutti i torti. Che siete contro e farete un’opposizione durissima, ma non si può negare che forse l’adozione per i single, eh, non saprei. Che siete contro i nazionalismi, però l’Italia deve dimostrarsi più decisa; che siete contro le armi indiscriminate, però se ti entra in casa uno zingaro che fai; che siete per lo stato laico, però in fondo un crocifisso sul muro che male fa.

Vorrei svegliarmi una mattina e notare che il principale partito di sinistra italiano, un partito che in teoria fa parte dei Socialisti Europei, si è svegliato anche lui. Si è svegliato e ha preso una posizione su qualcosa, qualsiasi cosa, una posizione vera, non una mezza retromarcia.

Davvero, ci terrei. Se ci siete battete un colpo.

5 bestialità sul razzismo che si leggono in questo periodo

Vi piacciono i titoli con il numerino dentro? Anche a me. Di solito riguardano argomenti frivoli, ma non c’è motivo di non usare questo format anche per un articolo serio, no?

Quindi… ecco le cinque bestialità che sto vedendo online più di frequente in tema di razzismo.

“Dopo questa figuraccia le magliette rosse devono tacere”. Letta stamattina sul wall di un mio (ex) contatto Facebook. La “figuraccia” sarebbe che gli aggressori di Daisy Osakue, la sportiva torinese colpita da un uovo lanciato da una macchina in corsa, non avrebbero agito per razzismo ma per una “goliardata”. Quindi quando una ragazza nera viene aggredita in una zona nota per la presenza di prostitute straniere e dopo che si sono già verificati casi di aggressioni razziste in tutto il Paese, in presenza di “voci” come quelle nelle foto qua sotto, con la vittima stessa che suppone si sia trattato di un’aggressione razzista… è una “figuraccia” presumere che si sia trattato di un ulteriore episodio xenofobo. Non è invece, tipo, “la prima cosa che ti viene in mente”.

Ma con il senno del poi ecco che la posizione delle “magliette rosse” si aggrava: uno dei lanciatori sarebbe il figlio di un consigliere comunale del PD, quindi non può essere razzista di default! E indovinate chi è stato il primo a rivelare questa informazione infischiandosene del segreto istruttorio? Il nostro sogghignante presidente del co ministro degli interni, ovviamente con una stesa di emoticon tutto attorno.

Inutile dire che sarà meglio che nessuno taccia, qualunque sia il colore della sua maglietta, quando c’è un credibile sospetto di un’aggressione a sfondo razziale.

“Gli italiani non sono razzisti”. Corollario: “è un’invenzione della sinistra”. In questa mappa sono segnate le aggressioni a sfondo razzista avvenute in Italia dal primo giugno di quest’anno. C’è chi parla di “emergenza”, ma non so se sia corretto. Aggressioni razziste ce ne sono state parecchie anche negli anni scorsi. Sarebbe interessante, piuttosto, capire se si tratta di un trend in aumento oppure no. Ma che ci siano un bel po’ di italiani razzisti in giro mi pare evidente.


E su questo vale la pena di porsi delle domande: posto che il razzismo, in Italia, c’è sempre stato, gli atti di matrice razzista sono stati innescati dalla propaganda martellante di un certo parito politico (la Lega), che li ha in certa misura sdoganati? Sono aumentati a causa di una maggiore percezione di impunità? Solo oggi, a Pistoia due italiani hanno sparato a un migrante al grido “negri di merda” e a Napoli un ambulante – regolare – senegalese è stato colpito alle gambe da dei colpi di pistola. Ma il secondo caso potrebbe essere un avvertimento mafioso delle famiglie della zona, quindi tiriamo tutti un sospiro di sollievo: se così fosse non si tratterebbe di razzismo, bensì di camorra.

 

“C’è un’emergenza migranti”/ “Ci sono troppi stranieri”. Questa è vecchia, ma continua a girare, forse perché continua a essere messa in giro. La riporto in questa doppia forma perché una parte dell’opinione pubblica non fa differenza tra “migrante”, “immigrato”, “extracominitario” e “richiedente asilo”. Sono tutti una stessa entità minacciosa – così dipinta dai nostri politici, quanto meno.

Ora, come è noto, in quanto a numero di rifugiati accolti, l’Italia non è nemmeno in classifica. Paesi ben più poveri del nostro ne accolgono molti di più. L’unico paese europeo ad averne accolti un sacco è la Germania. Anche a livello percentuale, rispetto agli altri paesi europei siamo molto in basso: 2,4 ogni mille abitanti, versus i 23, 4 della Svezia e i 18, 3 dell’odiata Malta.

In quanto al numero degli stranieri residenti in Italia, anche qua la percentuale è bassa rispetto al resto d’Europa: 8,3%, comunitari compresi.

Insomma, la risposta “questa è vecchia” spiega già tutto. Andatevi a cercare i dati dove volete.

La cosa che immagino turbi molti nostri concittadini è un’altra: camminando per strada vedono molte più facce scure di quante ne vedessero venti anni fa. Se la cosa turba anche voi, iniziate a prendere in considerazione l’idea di essere un filino xenofobi. Spero che ora non metterete in dubbio la vostra stessa esistenza.

 

“La vera emergenza sono i reati commessi dai migranti”. O dagli immigrati. O dagli stranieri. O dai neri. O, insomma, dai non-italiani-almeno -di-terza-generazione.

I crimini commessi dagli italiani in realtà sono di più e più gravi, ma è chiaro che non sono un’emergenza.

Solo il 23% dei reclusi è extracomunitario, infatti, e “considerando i reati più gravi, come la criminalità organizzata, il 98,75 per cento dei detenuti condannati per tali delitti è italiano e solo l’1,25 per cento non lo è”. Inoltre il numero di stranieri arrestati è calato del 2%.[Fonte]

Ma il giochino, nel nostro Paese non-razzista, è oggi confrontare il numero dei crimini commessi dai migranti con quello dei crimini di matrice razziale commessi dagli italiani. Italiani scusati, è ovvio, perché “non ce la fanno più”. Come dicevano alle elementari, moltiplicare le mele con le pere. Dovendo fare un paragone corretto, bisognerebbe contare i crimini di matrice razziale commessi dai migranti e quelli commessi dagli italiani. Ma verrebbe fuori che di migranti che si sono messi a sparare su qualcuno al grido di “italiani di merda” in Italia non ce n’è. E questo sarebbe naturalmente un problema, per noi non-razzisti.

da affaritaliani.it una divertente vignetta non-razzista

“Gli italiani che faticano ad arrivare a fine mese non ne possono più”. E siccome non ne possono più, insomma, è quasi naturale che si mettano a sparare al primo nero di passaggio.

Questa è forse la bestialità più bestiale, insinuare che chi odia gli stranieri siano… i poveri. Un’idea profondamente classista condivisa sia a destra che a sinistra, perché in fondo se te la prendi con i poveri non sbagli mai.

Ma se andiamo a guardare le composizioni del voto del 4 marzo, scopriamo che i disoccupati non hanno votato il partito che ha più insistito sull’invasione in campagna elettorale, quello con gli slogan più violenti verso i migranti e quello che predicava espulsioni, ruspe e via dicendo (la Lega), ma hanno votato il Movimento 5 Stelle che prometteva redditi di cittadinanza. In pratica chi non aveva nulla ed era davvero nei casini a livello economico, non ha votato contro i migranti, ma a favore di un reddito minimo per quanto aleatorio. La Lega è stata votata in percentuali pressoché uguali da commercianti, artigiani e operai. Persone, insomma, che un reddito ce l’hanno.

Se invece cerchiamo di capire chi vomita odio online, le cose si fanno più difficili. Nel 2017 risultava che l’identikit dell’hater di Laura Boldrini corrispondesse a persone di bassa estrazione culturale e bassa scolarità. Non c’erano precisi dati sul censo.

Sono le stesse persone che in questo stesso momento vomitano odio sulla bacheca Facebook di Daisy Okasue? Impossibile a dirsi, quindi impossibile anche fare un paragone sensato tra le tipologie.

Resta il fatto che seguendo a caso qualche profilo, di nullatenenti non se ne incontrano. Si incontrano graphic designer, liberi professionisti, impiegati e moltissimi attivisti politici che inondano il proprio profilo di link xenofobi, razzisti e, dulcis in fundo, sessisti e omofobi.

Che faranno fatica ad arrivare a fine mese, non lo metto in dubbio, ma non più della maggior parte di noi.

Saggio, scendi dal monte

saggio sul monte

C’è una parola, in psicologia: congruenza. Secondo Carl Rogers, essere congruenti significa essere in accordo con se stessi, far sì che le nostre parole e il nostro atteggiamento rispecchino davvero le nostre intenzioni. Usando un termine più comune, potremmo definirla anche trasparenza.

Una persona è trasparente quando ciò che dice rappresenta quello che pensa. Può non dire tutto quello che pensa – ognuno di noi ha il diritto a non condividere ogni aspetto della sua vita – ma pensa tutto quello che dice.

In questo periodo gli intellettuali di sinistra sono sotto attacco. No, anzi, è sotto attacco chiunque non si dimostri sufficientemente ignorante. Secondo una parte dell’opinione pubblica, è “radical chic”. Abbiamo già visto come questo termine ormai non significhi più nulla, o quasi. Un tempo per essere definito radical chic dovevi far parte di una élite economica. Semplificando, eri radical chic se, pur facendo parte dell’1%, assumevi posizioni rivoluzionarie che quell’1% volevano abbatterlo. Il radical chic, quindi, era chi andava contro i propri privilegi di casta, ma senza abbandonare la propria casta.

Oggigiorno per essere definiti radical chic basta molto meno. Non è più indispensabile far parte di una élite finanziaria e, specialmente, non c’è bisogno di esprimere idee rivoluzionarie. Basta dire: dovremmo aiutare chi è in fuga da guerre e povertà. Nessun incitamento alla lotta armata, nessun rovesciamento del sistema capitalista, anzi.

Il radical chic, poi, è anche “buonista” (un termine che riecheggia in modo lugubre i “pietisti” che in epoca fascista erano contro le persecuzioni agli ebrei). Tecnicamente il buonista è chi si dimostra troppo buono con chi non lo merita. Un buonista, per esempio, potrebbe sostenere che in fondo allontanare i pedofili dai bambini sia una crudeltà eccessiva verso i pedofili.

Ma oggi, nell’epoca della follia lessicale, per essere buonista basta dire: dovremmo aiutare chi è in fuga da guerre e povertà. Come se le persone in fuga da guerra e povertà fossero criminali a priori, perché chiunque fugga da guerre e povertà, invece di restare compostamente al suo paese a crepare di fame, epidemie o bombe, è chiaramente animato da pessime intenzioni.

Ora, io capisco che questo stato delle cose faccia arrabbiare.

Fa arrabbiare, in primis, perché è stato creato ad arte e viene pompato a getto continuo da una macchina della propaganda che si serve dell’innocenza dei propri lettori. Immetti in rete decine di informazioni tendenziose, portando le persone a credere che davvero dall’Africa partano criminali animati dalla ferma intenzione di delinquere, che le guerre e i dissesti economici dei loro paesi d’origine non siano così gravi, che in fondo chi si imbarca sia benestante, e – cosa più grave – che se cerca di venire qua in modo illegale dev’essere per forza intenzionato a entrare di nascosto e chi entra di nascosto non ha mai buone intenzioni.

Il resto è facile: ciò che la gente ignora è un grande vantaggio, per la tua narrazione. Se i tuoi elettori non sanno quanto sia difficile ottenere un visto in un paese africano, non potranno mai capire perché i migranti vengono su barconi scassati, pagando fior di dollari, rischiando la vita ecc. Penseranno che sia sospetto, e avranno ragione.

Ma come impedire che i cittadini vengano a sapere informazioni che sono alla portata di tutti?

In due semplici modi:

  • Svaluti le informazioni. Le definisci false o non rilevanti. Se possibile le deridi.
  • Svaluti la fonte di quelle informazioni: gli intellettuali radical chic.

Ora, messa così sembra che la sinistra sia senza colpe. Che gli intellettuali liberal siano dei poveri incompresi innocenti.

Sull’innocenza di chiunque ci andrei piano, ma che siano incompresi è vero. Un’incomprensione tragica.

Se ascolti parlare un “cattivista” per un po’, ti rendi conto che ha molte rimostranze da fare agli intellettuali: sono spocchiosi, lontani dai problemi reali, propongono soluzioni che non metterebbero mai in pratica per primi (la temibile incoerenza), sono ricchi e viziati.

E l’intellettuale giù a spiegare che non è così, che sa benissimo quali siano i problemi reali, che le soluzioni che propone è più che disponibile ad adottarlo per primo, che non intende essere spocchioso, che non è ricco… se lo ascolti da lontano sembra un pigolio autogiustificatorio ed è così che arriva all’opinione pubblica. Arriva come un triste tentativo di pararsi le chiappe.

E, badate, è quasi tutto vero. Gli intellettuali ricchi si contano sulle dita di una mano, in Italia. Gli altri per lo più cercano di sembrarlo per darsi un tono, proprio come il fighetto di periferia compra a rate un SUV che finirà di pagare nel 2034 e si indebita per l’ultimo modello di iPhone. I giornalisti, gli scrittori, gli autori in genere… per lo più non sono poveri, ma non sono neppure ricchi. Guadagnano meno dei politici barricaderi che si tagliano lo stipendio (immenso) e vengono applauditi dalle folle.

Ma non ha importanza.

Perché, sul serio, cerchiamo di mettercelo nella zucca:

Non è.

Questo.

Il punto.

Il punto è la congruenza. È di lì che dobbiamo ricominciare. A essere persone credibili perché non diciamo tutto quello che pensiamo (come dischi rotti), ma solo quello che pensiamo. Perché siamo trasparenti.

Essere trasparenti non è facile. Non è neppure necessario esserlo in modo compulsivo, però. Non occorre dare in pasto a chiunque passi ogni brandello di sé. Ma bisogna esserlo con quello che si decide di condividere.

Iniziamo a essere un po’ più candidi.

A non fare come il fighetto di periferia con il SUV a rate. A parlare dei propri successi, ma anche dei propri fallimenti. Delle proprie aspirazioni, non solo dei traguardi raggiunti. Dei propri dubbi. Questo è importantissimo: dei propri dubbi.

Abbandoniamo quell’odioso atteggiamento auto-promozionale.

Proviamo a essere congruenti: non facciamo sfoggio della nostra cultura, usiamola per qualcosa di utile. Trasmettiamola. Raccontiamola.

Piantiamola con i “come diceva Nietzsche” senza dire che cavolo diceva. E piantiamola di far finta di non dover controllare ogni volta la grafia del suo cognome. Lo fanno tutti, okay? Tranne forse chi ha scritto la tesi di laurea su di lui. Ci sono delle consonanti di troppo, in Nietzsche. Anche ora, l’ho copio-incollato, okay? Nietzsche. Tiè, ormai ce l’ho in memoria. Ctrl V: Nietzsche.

Non vi sto invitando a perdere ogni discrezione. Vi sto invitando a parlare del vostro lavoro – se ne parlate – come lo fareste con i vostri amici. (Se poi ve la tirate anche con i vostri amici, niente, per voi non c’è speranza e ha ragione chi vi accusa di fare schifo.)

Possibile che ci arrivi Ashton Kutcher e non ci arrivi il fior-fiore degli intellettuali italiani?

Sì, ho dovuto cercare pure “Kutcher”.

Vi sto invitando, ci sto invitando a scendere da quella cacchio di montagna. I saggi sul monte hanno fatto il loro tempo. Adesso la gente è abituata ad avere un rapporto diretto con gli autori, i giornalisti, gli attori. Non viviamo più all’epoca delle dive del muto. Forse è un peccato, non lo so, ma ormai nessuno può permettersi di lanciare editti dall’alto. O, insomma, solo pochissimi privilegiati, privilegiati veri. Noi no.

Questo non significa aprire la porta delle proprie vite e far accomodare chiunque, con frainteso senso di democrazia. Ma quando apri la porta fai sì che sia per far entrare davvero quelli con cui parli, non per tenerli fuori e fargli lumare un pezzetto di appartamento agghindato per l’occasione.

Congruenza. Potremmo anche definirla trasparenza. Potremmo anche definirla autenticità.

Se davvero vuoi parlare a qualcuno, è il requisito minimo.

Ciao, sono una radical chic.

susanna raule

io ieri l’altro mattina. c’era una bella luce. ero in pigiama.

Una snob. Una buonista. Sono élite. O così sono stata definita durante diverse discussioni, in realtà piuttosto improduttive, con persone che non conoscevo e che non mi conoscevano.

E, dopo molte frustrazioni, mi sono rotta di questo muro di non-conoscenza e presunzioni di colpevolezza.

Quindi ecco chi sono secondo me.

Vengo da una famiglia normale. Madre insegnante alle superiori, padre impiegato in un cantiere navale. Da bambina ero sempre in giro per il quartiere con i miei amici. Il quartiere popolare dove vivo anche ora, a cui sono tornata. La “casba” della mia città, come lo definiscono alcuni.

Fin da piccola ho inventato storie. A volte vere e proprie balle, specie da bambina, ma per lo più erano storie ambientate nei libri che stavo leggendo. Immaginavo trame in cui c’ero anch’io, insieme ai pirati, o nella Londra vittoriana, o ventimila leghe sotto i mari.

Da ragazza ho fatto gli scout. CNGEI. Lì dicevano che bisogna lasciare i posti dove si va un po’ migliori di come li si trova. Se sulla spiaggia trovi una bottiglia vuota, la porti via insieme alla tua spazzatura; se sporchi qualcosa, lo pulisci meglio di prima. Mi è sembrato ragionevole.

La mia famiglia mi ha pagato gli studi. Psicologia. Hanno fatto sacrifici? Probabile, ma non me l’hanno mai fatto pesare. Dopo la laurea, gli studi me li sono pagati io, con i soldi messi da parte durante il periodo per preparare l’esame di stato e poi continuando a lavorare durante la specializzazione. Lo facevano tutti. Tutte le mie colleghe lavoravano e studiavano. Alcune avevano già avuto un bambino, altre lo hanno avuto nel frattempo. È tutto così poco elitario, lo so.

E poi questo è quello che ho fatto, non chi sono. Un sacco di persone hanno fatto il mio stesso percorso e sono totalmente diverse da me. Anche voi che state leggendo, suppongo che non vi definireste solo in base alle cose che avete o non avete fatto nella vita. Siamo più complicati, dentro di noi ci sono più ingredienti. I posti che abbiamo visto, le persone che abbiamo conosciuto, le esperienze, le letture, le chiacchiere, la roba che abbiamo visto alla TV e specialmente il nostro carattere.

Io ho sempre cercato di fare le cose a modo mio. Mi sveglio tardi e poi lavoro fino a tarda notte. Ci sono periodi in cui ci do sotto per dodici, quattordici ore al giorno. Poi collasso. Non è salutare, lo so. Sto cercando di organizzarmi meglio.

Vivo con il mio compagno e il mio gatto in un appartamento troppo piccolo e troppo in alto (quarto piano senza ascensore – dicono tutti che rassoda i glutei, ma con me non funziona). Sto risparmiando per comprarmi una casa.

Vedo due TG al giorno, pranzo e cena, su RaiNews24. Una volta leggevo sempre il Sole 24 Ore, perché credo che l’economia spieghi tante cose sul mondo, ma ormai non ho più tempo. A volte leggo articoli condivisi sui social, a volte quelli di Google News.

Da quindici anni ho la sclerosi multipla, ma per fortuna i farmaci la tengono sotto controllo. Poi ho diverse allergie, problemi alla vista e vorrei dimagrire. Ma mangiare mi piace un casino.

Mi arrabbio facilmente, però mi passa in fretta. Cerco di non giudicare gli altri, ma a volte ci casco. Cerco di essere una persona buona, cerco di aiutare quando posso. Non odio nessuno, non auguro il male a nessuno, ma quando sento di persone che hanno maltrattato anziani o bambini mi viene da vomitare. Credo che la gente si qualifichi per come si comporta con chi è più debole. Credo nel detto “dove c’è da mangiare per due, ce n’è anche per tre”. Per lo più mi piacciono le persone.

Sono il tipo che in autobus non attacca bottone, ma che si lascia risucchiare facilmente nella conversazione se lo fa qualcun altro.

Ho avuto momenti bui e difficili. Li abbiamo avuti tutti. Il dolore fa parte della condizione umana, inutile fingere che non sia così. So che ognuno di voi ha sofferto, chi più chi meno, cerco di non dimenticarlo mai.

Sono di sinistra. Sono sempre stata di sinistra, ma questo non significa che sia sempre d’accordo con la sinistra. Se siete di un altro orientamento politico, scommetto che a volte anche voi non siete d’accordo con i “vostri” politici. E a volte posso essere d’accordo con le idee di altri schieramenti, è ovvio. Specialmente, non penso che non essere d’accordo significhi in automatico essere nemici.

Non mi piace parlare di me. Preferisco inventare una storia e metterci dentro le mie cose. Ma, come vedete, posso farlo se penso che serva.

Possiamo farlo tutti.

Posso farlo quando mi sento ingabbiata in una definizione che non mi rappresenta: radical chic, snob, buonista, élite. Le definizioni dovrebbero servire per semplificare la vita, non per creare false categorie.

Possiamo provare a conoscerci, invece di basarci su preconcetti e ipotesi puramente teoriche. Siamo tutti un po’ più complicati di così.

In questo momento mi sembra che tutti non vedano l’ora di polarizzarsi su un argomento. Scagliarsi contro altri che neppure conoscono, di cui sanno così poco. A nessuno piace essere attaccato sulla base di giudizi a priori. A me è toccato “radical chic”, a qualcun altro “analfabeta funzionale”, a qualcun altro “clandestino”. Sono tutte etichette e ognuno di noi sa quanto sia falsa quella che gli è stata appiccicata. Perché quelle degli altri dovrebbero essere più vere?

Questo è un po’ il riassunto del riassunto (del riassunto) di chi sono io. La prossima volta in cui parliamo mi piacerebbe sapere chi siete voi. Non dobbiamo per forza trovarci simpatici, ma almeno ci insulteremo con maggiore cognizione di causa.

Se sono una radical chic – a me non sembra – valutate voi se sia una cosa così terribile. Io penso di essere Susanna.

Abbiamo dimenticato di raccontare il sogno (di un’Europa unita)

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Abbiamo dimenticato di raccontare il sogno, noi europeisti. Ci siamo persi dietro dettagli tecnici e organizzativi e non abbiamo più parlato del sogno politico nato più di sessant’anni fa.

Perché, sì, esistono anche i sogni politici, non solo quelli romantici o quelli di gloria. Sogni che riguardano il bene collettivo, non solo quello individuale.

Ma abbiamo fatto di peggio: abbiamo raccontato il nostro progetto in negativo, puntando sulla paura invece che sull’entusiasmo.

Era così più semplice.

E allora ecco… terrorizziamo il popolino con la minaccia della Grande Cina, che ci distruggerà se non ci stringiamo insieme, spaventati e tremanti come bambini nella tempesta. Diffondiamo la paranoia del Mercato Globale, che farà polpette di noi, se non ci dimostriamo più duri e cattivi di lui. E vediamo di dipingere l’Europa come l’ultimo baluardo contro il caos dei disordini in Medio Oriente.

Fate attenzione, la Cina, il mercato globale, le tensioni internazionali esistono, non sono invenzioni, ma l’idea di Europa è molto più grande di così.

L’idea è quella di un’unione libera di nazioni, un’unione nata dopo la guerra più terribile che la storia recente ricordi. Un’unione nata sulle macerie dei nostri paesi, macerie che noi stessi avevamo provveduto a produrre. Un intero territorio ferito a morte dalla guerra, dall’olocausto, dalla fame, dal totalitarismo, che risollevava coraggiosamente la testa e prometteva di non combattersi più, di cercare il bene comune, di votarsi alla pace.

Direte voi: quei tempi sono lontani.

Non così lontani, forse, ma in mezzo ci sono sessant’anni di pratica. Come nel famoso detto “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Un mare di piccole meschinità nazionali, crisi economiche, nuovi fenomeni politici, cambi di governi, di direzioni, di agende. Nuovi paesi che si sono aggiunti e forse non hanno abbracciato del tutto quella grande idea iniziale, paesi fondatori che quell’idea l’hanno un po’ smarrita per strada.

Politica reale.

I sogni politici sono molto più belli e puliti, ma che avremmo dovuto fare i conti con la politica reale lo sapevano anche i firmatari del Trattato di Roma, non era certo un mistero.

In questi sessant’anni sono stati fatti diversi passi avanti, ma non siamo ancora dove avremmo voluto essere. Non abbiamo un’unione fiscale, non abbiamo un unico esercito, le nostre istituzioni sono ancora poco integrate.

Ma abbiamo un Parlamento eletto da tutti i cittadini dell’Unione Europea, un Consiglio di commissari ratificato da quello stesso Parlamento e diverse agenzie comuni, che mantengo alto il nostro standard di civiltà.

Dicevo qualche tempo fa a un amico: «Vorrei svegliarmi un giorno e scoprire che tutto quello che l’Unione Europea ha mai finanziato, implementato e costruito è diventato blu». Avremmo mezzi pubblici blu, palazzi blu, luoghi d’interesse artistico blu, macchine agricole blu, infrastrutture tecnologiche blu, pannelli solari blu… il nostro mare blu lo è già, ma diventerebbe più blu, visto che è protetto dalle leggi dell’Unione Europea. E tutti i farmaci che prendiamo sarebbero blu, altro che Viagra.

Ma non è tutto. Ci sarebbero persone blu. Tutte le persone che hanno usufruito di fondi europei per la loro attività, quelli che lavorano per progetti educativi, ambientali o di innovazione tecnologica promossi dall’unione europea. E tramite il cibo che mangiamo, che sarebbe tutto blu anche quello, anche noi saremmo blu. Finalmente anche la nostra pipì diventerebbe blu, come quella della pubblicità. Molti dei nostri film sarebbero blu (scusa, Kieślowski) e diversi dei nostri programmi TV.

E forse almeno alcuni di noi la smetterebbero di dire che l’Europa ci succhia soldi e non ci dà nulla.

Ma, dicevo, c’è anche la pratica, la politica reale. Il fatto che noi, noi cittadini europei, abbiamo votato per quattro turni di seguito il Partito Popolare Europeo. L’ultima volta che il centro-sinistra è stato al potere in Europa è stato dopo le elezioni del 1994. Sono passati più di vent’anni.

Il PPE è un partito di cui fanno parte cristiano-democratici e conservatori. Che cosa ci aspettavamo, dalle loro politiche?

Quando, alle ultime elezioni europee, in Italia ha trionfato il PD, molte persone di sinistra sono state felici. Peccato che a livello europeo avessero vinto ancora una volta i conservatori. Nessuno, o quasi, ha speso due parole per rammaricarsi della cosa, a sinistra. Perché? Ci piaceva di più l’idea di aver vinto, anche se in realtà avevamo perso?

Jean-Claude Juncker, il Presidente della Commissione Europea, era il candidato del PPE. E Antonio Tajani, il Presidente del Parlamento Europeo, è del PPE anche lui: di Forza Italia.

Quando sento persone che vogliono “uscire dall’UE” mi viene sempre in mente un paragone: è come se la Campania volesse uscire dall’Italia perché le politiche del governo italiano le fanno schifo. E scommetto che le fanno schifo, visto quanto poco impegno abbiano profuso gli ultimi governi, tutti quanti, per il Sud.

Personalmente, come elettrice di sinistra, non mi piacciono le politiche PPE. Non mi piacciono specialmente le loro politiche per il Sud d’Europa. Spero che nel 2019 vinca il PSE. Ma non penso che dovremmo andarcene perché non ci piace il governo.

Il punto è – ed è colpa di noi europeisti – che abbiamo lasciato che tutti i partiti nazionali scaricassero i loro fallimenti sull’Unione, che fossero causa dell’Unione o meno. L’Europa è diventata un facile capro espiatorio, perché ogni governante non vede l’ora di trovare qualcosa o qualcuno a cui dare la colpa, e noi cittadini siamo stati più che felici di berci tutte le loro panzane.

Sembra che l’UE ci tenga sotto il suo tallone, ci schiavizzi. Un’unione di stati in cui il presidente del parlamento è italiano, il ministro degli esteri è italiano e il direttore della banca centrale è italiano. Un’unione di stati nel cui parlamento siedono 73 parlamentari italiani su 750 (la Germania ne ha 96, la Francia 74, il Regno Unito 73, tutti gli altri paesi ne hanno di meno, dai 54 della Spagna a scendere). Ma noi non c’entriamo nulla. Cattivi loro.

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Abbiamo dimenticato di raccontare il sogno, noi europeisti. Abbiamo lasciato che le accuse piovessero sulla testa dell’Europa senza mai obiettare: “Veramente dovreste prendervela con il partito di maggioranza”. O anche, a volte: “Veramente dovreste prendervela con i nostri governanti italiani”.

Era più semplice. Eravamo distratti.

Ma la nostra idea è sempre quella. In sessant’anni si è aggiornata, ma non è cambiata.

Vogliamo un’Unione Europea dove le tasse siano uguali per tutti, in modo che non ci siano disparità tra un paese e l’altro, in modo che le società grosse non scappino dove pagano meno. Abbiamo una sola moneta, ma senza un’unione anche fiscale non funziona bene. Ci arriverebbe chiunque.

Vogliamo un unico esercito. Si risparmierebbe pure.

Vogliamo più integrazione tra le istituzioni.

Qua abbiamo scoperto da poco questo concetto vetusto: sovranità nazionale. In Europa c’è troppa sovranità nazionale. È così che i paesi dell’Est possono rifiutarsi di prendere la loro quota di migranti: sovranità nazionale, la loro.

Ma no, è importantissimo poter scegliere tutto per conto nostro. Cioè, che lo scelgano i nostri politici italiani. Sono i migliori al mondo, i nostri politici italiani. Classe dirigente di altissimo livello. Ce li invidiano un po’ tutti. Per favore, dai.

Torniamo all’immagine di prima, la Campania secessionista. La Campania se ne va dall’Italia e poi… nulla, continua ad avere per vicine solo regioni italiane. Molti campani vivono in altre regioni e ora per rientrare hanno bisogno del passaporto. I principali commerci avvengono con le regioni vicine, ma ora ci sono dei dazi doganali da pagare. E chi decide quanti e quali sono i dazi è comunque l’Italia, perché è più grossa.

In Europa, l’Italia è la Campania. Una regione con una grande metropoli, con un PIL importante, fucina creativa, cibo eccellente, ma anche piena di casini. Non siamo la Lombardia, non siamo il Piemonte. Ma non siamo neppure il Molise, la Basilicata o la Calabria.

Ecco, forse, oltre al sogno di Spinelli, di De Gasperi, di Churchill, di Adenauer e degli altri padri fondatori dell’Europa, abbiamo un po’ dimenticato anche il sogno di Garibaldi, Mazzini e dei Padri Costituenti. Il sogno di un’Italia unita, oltre che di un’Europa unita. Distratti noi.

E ora in molti paesi soffiano venti che vorrebbero rinunciare a quel sogno. Scappare nel proprio cantuccio e far finta che fuori non ci sia nulla. E ci sono venti che anche dall’esterno soffiano per far crollare questo grande, gigantesco sogno. Per far sì che non si realizzi quest’unione forte, prospera, improntata alla pace, civile e solidale.

È il momento di smetterla di assecondare quei venti. È il momento di parlare di nuovo del sogno. C’è chi ci dirà che siamo degli ingenui (ma non siamo i soli). I sogni non si realizzano con il cinismo, ma con il trasporto. Dobbiamo guardare in alto, puntare al cielo, se no non potremo che strisciare nel fango.

I magnifici 7 capolavori di pregiudizi

Oggi, su Libro Guerriero…

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di Susanna Raule

Quando un’amica ha condiviso le copertine delle due raccolte de I magnifici 7 capolavori della letteratura per ragazzi e de  I magnifici 7  capolavori per ragazze editi da Newton Compton, sono rimasta molto perplessa. Sono andata sul sito di Newton & Compton e ho letto le descrizioni delle opere, cosa che non ha fatto che accrescere la mia perplessità. Ne abbiamo parlato tra amiche e poi in una discussione pubblica cui hanno partecipato lettori e addetti ai lavori. La discussione che ha stimolato alcune riflessioni:

  • Il progetto è così anacronistico che quasi non ci credevamo. Mentre gli altri titoli della stessa collana (I magnifici 7 capolavori della letteratura russa, tedesca, olandese, erotica…) raccolgono romanzi per nazionalità o genere, questi due li raccolgono per pregiudizio. Un pregiudizio semplice, che persiste da generazioni: le ragazze leggono romanzi sentimentali, i ragazzi avventurosi.

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The End of th F***ing World: Sono matti, questi adolescenti?

Un ragazzino quasi-diciottenne che è convinto di essere uno psicopatico. Una ragazzina più o meno coetanea arrabbiata con tutti. Una rocambolesca fuga da casa. La profonda provincia inglese, fatta di villette che galleggiano in una campagna smorta, ognuna un bozzolo isolato.

Questi gli ingredienti base di The End of th F***ing World, serie TV in otto episodi tratta dal fumetto omonimo (ma senza asterischi) di Charles Forsman. Uno sguardo sull’adolescenza ironico, impietoso, dissacrante… e un filo preoccupante.

Seguono spoiler.

James, l’adolescente maschio, asserisce con semplicità di uccidere animaletti fin da piccolo e di essere pronto a passare al suo primo essere umano. Alyssa, la sua compagna di fuga (e forse prima vittima), è una ragazza sboccata, aggressiva, costantemente provocatoria.

La sonnacchiosa provincia working-class inglese non ha sentimenti positivi per nessuno dei due.

Ma è realistico, il ritratto psicologico di questi teenagers?

Sotto molti punti di vista, sì. Come scopriamo nel corso della serie, James ha subito un grave lutto nell’infanzia e da allora ha cercato di distaccarsi dai propri sentimenti, in quanto troppo dolorosi per essere sopportati. All’inizio della serie, infatti, James presenta dei tratti di personalità schizoidi.

La parola “schizoide” ci porta alla mente la schizofrenia, ma le due condizioni hanno ben poco in comune. Le persone con personalità schizoide di norma non hanno sintomi psicotici quali allucinazioni o deliri, mentre manifestano una marcata chiusura in se stesse, apatia, tendenza all’isolamento, elusività e disinteresse per le relazioni sociali, intime o meno che siano. Quello che più caratterizza la personalità schizoide è la ridotta capacità di provare piacere, quella stessa anedonia che è anche uno dei sintomi più evidenti della depressione.

In quanto ad Alyssa, il suo quadro è più sfumato. Alcuni dei suoi comportamenti ci fanno pensare a un disturbo antisociale di personalità (incapacità di conformarsi alle norme sociali, impulsività e incapacità di pianificare, irritabilità, aggressività e tendenza a mentire), altri richiamano un disturbo borderline di personalità (confusione nei rapporti, esplosioni emotive intense e incontrollabili, instabilità nelle relazioni interpersonali e nell’autostima).

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Ma avrebbe senso incasellare i comportamenti di due adolescenti un po’ perduti in queste caselle diagnostiche?

La risposta è un chiaro no.

La personalità degli adolescenti è in formazione e alcune delle risposte allo stress che in un adulto sarebbero chiaramente patologiche in un adolescente sono modalità transitorie di adattamento.

Immaginate due scene.

Una coppia di adulti in un centro commerciale. Dato che devono comprare oggetti diversi e il tempo è poco, si dividono, per poi rivedersi davanti alla zona ristoranti. Lui arriva puntuale al rendez-vous, lei ha una decina di minuti di ritardo. Lui ha comprato tutti gli oggetti in elenco, lei non ne ha trovato uno. Per di più si è fermata in un negozio di ceramiche, dove ha acquistato un bel vaso verde. Lui asserisce di odiare il colore verde, le prende il vaso di mano e lo frantuma per terra.

Davanti alla zona ristoranti del centro commerciale, con le persone che passano dirette verso questo o quel negozio, i bambini che vagano annoiati o si inseguono tra loro, liberi per qualche minuto dal controllo genitoriale. Un centro commerciale, se ci pensate un attimo, è un ambiente protetto, o così lo percepisce la maggior parte di noi.

Ecco, Mr. Lui ha appena sbroccato e ha fracassato il vaso verde comprato da Mrs. Lei. Cocci che volano dappertutto. Gente che urla. La security che arriva con aria arrabbiata. Se siete fortunati ci scappa la rissa.

Ma, no, Mr. Lui, vedendosi accerchiato, se la dà a gambe e corre verso il parcheggio sotterraneo. Mrs. Lei resta lì, circondata dai cocci e dalla gente che la guarda strano.

Ora immaginate la stessa scena con protagonista una coppia di adolescenti.

Lui, Lei – entrambi sedici anni – e il vaso verde. Lui spacca il vaso verde buttandolo per terra. I passanti borbottano “giovinastri”. Accorre la security e Lui se la dà a gambe, beffando le guardie e facendo lo slalom tra i gli avventori divertiti. Lei rimane lì, spostando i cocci con un piede e pensando che resterà chiusa in casa per una settimana almeno. Grazie, Lui, per aver fatto casino come al solito.

(Piccola divagazione: immaginate la scena con gli adulti a parti invertite. Quella che fracassa il vaso è Mrs. Lei. Per qualche motivo, un certo tipo di persona pensa che se le donne hanno comportamenti più infantili degli uomini sia Tutto Okay. Che se la Piccola di Papà fa i capricci non ci sia nulla di male, anche se la piccola di papà ha quarant’anni e suo padre è in una casa di riposo. Se solo chiarissimo una volta per tutte l’equivoco che no, non è Tutto Okay, faremmo un passo avanti sulla via per la parità di genere.)

Nel telefilm James e Alyssa “rompono vasi verdi” in continuazione. Quando Alyssa insulta la cameriera di un bar e se ne va senza ordinare, quando i due scappano di casa impadronendosi della macchina del padre di James, quando entrano in una villa momentaneamente vuota e si accampano con naturalezza al suo interno e in mille modi piccoli e grandi: buttando piatti sporchi in piscina, rubando macchine, scappando senza pagare…

In psicologia questi atti impulsivi, azioni aggressive improvvise, prendono il nome di Acting Out, letteralmente “passaggio all’atto, all’azione”, e rappresentano un modo per enunciare vissuti conflittuali che non si riescono a esprimere a parole.

Nell’Acting Out l’azione segue immediatamente l’impulso, senza che vengano prese in considerazione le conseguenze del gesto.

È considerato tipico dell’adolescenza, mentre nell’adulto è spesso (ma non sempre) un sintomo patologico. Gli adolescenti, infatti, vivono un periodo di continui mutamenti e può capitare loro di non riuscire a contenere l’angoscia relativa all’individuazione-separazione. In altre parole, diventare adulti è stressante, molto più stressante di qualche minuto di ritardo e di un vaso del colore sbagliato.

Ritornando a The End of th F***ing World, quindi: la serie fa un ritratto realistico dell’adolescenza? Sì. Gli adolescenti ritratti sono dei pazzi? No. Sono ragazzini perfettamente a posto? No.

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Sia James che Alyssa vivono e hanno vissuto situazioni dolorose e problematiche. La madre di James si è suicidata davanti ai suoi occhi e il padre, per quanto affezionato e comprensivo, non riesce a far fronte al dolore di suo figlio. Il padre di Alyssa, invece, si è allontanato spontaneamente. È un narcisista immaturo e inaffidabile, ossia, per un’adolescente, il Padre Ideale. Non a caso la fuga ha come obbiettivo quello di ricongiungersi a questo padre-adolescente, idealizzato e irrealistico. Nel contempo Alyssa vive in una condizione di rifiuto da parte della propria famiglia d’appartenenza, con la madre completamente focalizzata sul suo nuovo figlio e sul nuovo compagno, e il nuovo compagno che ha atteggiamenti ambigui, al limite della molestia.

Se qualche azione impulsiva è da considerarsi fisiologica durante l’adolescenza, è negli adolescenti più a rischio che questi comportamenti possono diventare esplosivi.

The End of th F***ing World ci fa riflettere sulla risposta degli adulti ai sintomi di un disagio adolescenziale perfettamente comprensibile e motivato. Il carosello di adulti inadeguati che circonda questi due ragazzi con problemi veri è esemplificativo, a partire dai genitori che non ascoltano e non sostengono. James e Alyssa sono intrappolati tra due estremi: un mondo privo di confini e rassicurazioni e una gabbia troppo stretta per consentire loro di esplorare il mondo.

Quel mondo fottuto del titolo, che sembra sempre sul punto di finire.

Fabrizio De Andrè – Principe Libero

È importante come scegli di raccontarle, le cose. Come nel caso di questa recensione. Potrei iniziare raccontando di quando da bambina sapevo a memoria le parole di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” – di quanto mi facesse ridere. O del concerto in cui vidi De Andrè, proprio il suo ultimo anno di vita. O di come abbia imparato a suonare la chitarra (male) sulle sue canzoni. O del testo di “La maggioranza sta” scritto sulla parete di camera mia, da ragazza. O della mostra di Genova del 2008, dove rimasi ore e ore.

Potrei, ma sarebbe il modo più basso e prevedibile per spiegare perché Fabrizio De Andrè – Principe Libero non mi è piaciuto. Sarebbe come dire: sono cresciuta con le canzoni di questo artista, non poteva piacermi.

Non sarebbe vero.

Sono cresciuta con le canzoni di questo artista e un biopic piatto, scialbo e noioso mi sarebbe stato bene. Alla fine, no? Non pretendevo nulla, mi sarebbe stato bene.

Ma Fabrizio De Andrè – Principe Libero non è un biopic piatto, scialbo e noioso. È un film con qualche attore notevole, qualche buona scena, una regia moderna e gravato da una durata eccessiva – davvero eccessiva: tre ore e venti.

Luca Marinelli, nel ruolo del protagonista, è bravo, a tratti persino molto bravo. E questo nonostante quella cadenza romanesca che spunta quando scherza, perché è proprio quando sei più naturale che è difficile rinunciare alla tua lingua. E Tenco, anche Tenco ha la cadenza romana. Ma Gianluca Gobbi come Paolo Villaggio è centrato e quella di Ennio Fantastichini come De Andrè padre è forse la migliore interpretazione del film.

Che però, nonostante questi punti a vantaggio, ha un problema insuperabile: sembra una soap opera.

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È importante come scegli di raccontarle, le cose. Le prime due ore del film sono centrate sui casini amorosi di De Andrè, frammezzati a qualche cartolina di Genova e a qualche sketchino con Villaggio. Tenco compare per dire due fregnacce, ma per lo più è polpettone familiare.

Ho due obiezioni, su questo. La prima è nel merito, la seconda è nel metodo.

Nel merito, noi tutti sappiamo che De Andrè era un uomo difficile, un alcolista, uno che, nelle parola della persona che forse più l’ha amato al mondo, Dori Ghezzi, “si è distrutto con le sue mani”. Un artista colto, brillante, profondissimo, che ha lasciato macerie attorno a sé come solo le grandissime personalità sanno fare.

Se decidi di raccontare la sua storia, su questo aspetto puoi soprassedere. In fondo non è quello che conta. Ma se decidi di parlarne, dovresti avere l’onestà intellettuale di non edulcorare fino a ritrovarti con una minestrina insipida. Capisco che sia rassicurante, ma in fondo nessuno voleva essere rassicurato.

La seconda obiezione evidentemente è nel metodo. De Andrè è stato un grande artista. Ha manipolato il lavoro di altri fino a renderlo suo, ha creato universi, ha raccontato storie e – questo è importante – è sempre stato capace di osservare il mondo da angolature inusuali e diverse, senza mai un filo di moralismo.

La sua musica è potente. Ha cantato roba intensa, che ancora fa accapponare la pelle.

Ci sono solo due momenti durante questo film in cui mi sono commossa: uno è durante l’esecuzione di “Tre madri”, uno durante l’esecuzione di “Hotel Supramonte”. Non per il film, il film non c’entra, anzi. La seconda viene interrotta da un dialogo ed è pure fastidioso. No, mi commuovo ogni singola volta in cui ascolto quelle due canzoni.

E la colonna sonora è un altro dei punti buoni di Fabrizio De Andrè – Principe Libero, forse il punto migliore. E a partire dalla seconda ora la nebbia della soap-opera si dirada un po’ e lo spettatore, sebbene segnato da 120 minuti di agonia, qualche vago piacere lo prova.

Ma sul messaggio artistico di De Andrè non c’è una parola. Non viene trattato per nulla il senso delle sue canzoni. Solo qualche considerazione buonista (sì, questo è l’uso corretto del termine, per chi fosse in ascolto) sulla “Canzone di Marinella”. Nient’altro. Nulla sui derelitti, sugli ultimi, sui peccatori, sugli ubriaconi, sui disperati. Nulla su Genova, sulla Sardegna, sull’Italia. Nulla sulla politica. Nulla sull’anarchia, solo qualche vuoto riferimento, privo di contenuto. Nulla sulla scena e sull’industria musicale.

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Ora, io comprendo che questo film è stato prodotto per la TV. Sul serio, comprendo che Mamma RAI pensa che i suoi spettatori non possano capire. Che chi ha scritto Fabrizio De Andrè – Principe Libero voleva venderlo allo stesso pubblico di Amici di Maria de Filippi.

Lo comprendo, ma non è una scusa.

Sono stanca di giudicare le opere targate RAI come se fossero i quadretti degli amputati. Guarda, è bellissimo, se pensi che l’ha fatto tenendo il pennello con gli alluci dei piedi!

Ecco, no. Sono entrata in un cinema per vederlo, ho pagato il biglietto pieno, non voglio un quadretto fatto con i piedi, voglio la cosa vera. Sono stanca di trovare giustificazioni alla mediocrità che ci propongono.

Quindi, ehi, nella stessa categoria di Walk the Line, Fabrizio De Andrè – Principe Libero scompare. La cosa a cui assomiglia di più è Victoria, la serie TV con Jenna Coleman in cui, invece di parlare dei primi anni di governo della Regina Vittoria si parla solo delle sue palpitazioni sentimentali per Lord Melbourne. E, anche se adoro Rufus Sewell, quel telefilm l’ho mollato alla terza puntata.

Quindi.

È importante come scegli di raccontarle, le cose. De Andrè lo sapeva, quando ha scelto di raccontare il Vangelo dal punto di vista delle madri, dei ladroni, di Giuseppe e della giovane Maria. Lo sapeva quando ha scelto di raccontare la storia contenuta in ognuna delle sue canzoni.

Gli autori di Fabrizio De Andrè – Principe Libero hanno invece scelto di raccontare una storia d’amore piena di cliché, punteggiata di battute salaci, con un solo snodo moderatamente drammatico. Tipo serie TV di quelle che molli alla terza puntata, sprecando quasi tutto il potenziale positivo in tre ore e venti degne di Federico Moccia.

Il che, sì, significa che a qualcuno piacerà un casino.

The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella), serie TV

La serie di Hulu tratta dal classico distopico di Margaret Atwood in un altro periodo storico avrebbe avuto un destino diverso. È quindi una fortuna che sia uscita l’anno scorso e abbia potuto godere indirettamente dell’attenzione suscitata dal movimento #metoo.

Il libro è del 1985, ha vinto il premio Arthur C. Clarke nel ’87 e ha subito fatto parlare di sé. Il primo adattamento cinematografico è del ’90. Ambientato in un futuro prossimo, in una teocrazia totalitaria che ha rovesciato il governo deli USA,  esplora i temi della sottomissione della donna e dei vari mezzi che la politica impiega per asservire il corpo femminile e le sue funzioni riproduttive ai propri scopi.

È un romanzo affascinante, anche se, sotto diversi aspetti, fuori tempo massimo. Negli anni ’80 impregnati di edonismo, infatti, il controllo del corpo femminile aveva già assunto i connotati che mantiene tuttora: l’ossessione per la bellezza, per la forma fisica e per l’abilità nel sostenere il doppio ruolo di madre e lavoratrice. Da questo punto di vista l’aspetto che assume la dittatura religiosa del libro sembra basarsi troppo sulla coercizione e troppo poco sulla propaganda, mentre il contesto politico è sfumato e più simbolico che altro.

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L’interpretazione in chiave femminista, d’altronde, è stata minimizzata dalla stessa Atwood, che definisce il suo libro “a study of power, and how it operates and how it deforms or shapes the people who are living within that kind of regime” (“uno studio sul potere, su come agisce e come deforma e plasma le persone che vivono in un regime dittatoriale”).

Il tema della riproduzione è un tema centrale, ma viene usato in prima battuta per mostrare come funziona una dittatura e solo secondariamente per dipingere il ruolo della donna secondo il patriarcato.

Dato che la serie è abbastanza fedele al romanzo, questa premessa serve per spiegare come mai guardarla cercando un realismo politico sia in fondo futile, dato che le riflessioni che fa attengono più al livello teorico e simbolico che a quello della realpolitik.

Per essere più specifici: sì, nel mondo reale la Repubblica di Gilead è un assurdo politico. Persino in Iran o in Corea del Nord le masse vengono oppresse in modo meno rigido e c’è minore controllo sulle libertà personali. No, negli Stati Uniti degli anni ’80 Gilead non avrebbe mai potuto prendere quella forma, ancor meno negli Stati Uniti degli anni ’10, dove infatti gli americani un misogino bigotto e ipocrita l’hanno eletto democraticamente senza bisogno di alcuna rivoluzione totalitaria.

Per vedere questa serie dovete soprassedere.

Se non siete in grado di farlo, lasciate perdere.

Se non siete in grado di tollerare una situazione in cui, con un pizzico di astuzia e psicologia, le Ancelle potrebbero prendere in mano la nazione in tre giorni, astenetevi.

Personalmente, sono in grado di tollerare solo fino a un certo punto, e infatti la visione di The Handmaid’s Tale è stata costellata da una serie di sbuffi, battute sarcastiche e scuotimenti di testa.

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Nonostante questo, ci sono altri aspetti che mi hanno spinta a vederla fino in fondo – e malgrado sapessi già più o meno in che modo si sarebbero snodate le vicende.

Per prima cosa è una serie girata bene, un prodotto dalla qualità tecnica elevata, molto bello a livello visivo. Le interpreti sono tutte molto brave, a partire da Elisabeth Moss. (Per Joseph Fiennes c’è poco da fare, ma qua ha trovato il personaggio perfetto per lui, quindi i danni sono contenuti.) Nonostante la serie sia lenta, non annoia, perché la psicologia delle protagoniste e la loro evoluzione ti tengono interessata. A tratti diventa piuttosto violenta, in quel suo modo sempre sottotono, e non si fa scrupoli nel dipingere la crudeltà umana.

Per una serie televisiva non è poco.

Inoltre è chiaro che si prepara una seconda stagione. Nei suoi confronti sono ottimista. In realtà mi aspetto che sia migliore della prima, perché inevitabilmente supererà la trama del libro (le vicende narrate nel romanzo sono finite) ed evolverà verso qualcosa di originale. Gli sceneggiatori hanno già dimostrato una curiosità politica maggiore di quella di Atwood negli anni ’80. Nel contempo, Atwood e Moss sono tra le produttrici, quindi possiamo aspettarci che lo spirito alla base dell’opera non verrà tradito.

Con un pizzico di fortuna vedremo qualcosa di simile a quello che è successo con The Man in the High Castle, altra serie distopica che, quando ha superato la trama di La svastica sul sole di Philip K. Dick, ha avuto un notevole miglioramento.

Perché, signori, per quanto un libro sia perfetto, non sempre la trasposizione è in grado di fargli onore. A volte il linguaggio ha troppa importanza e, una volta trasformato in film, tutto risulta rigido e poco credibile.

Quindi aspetto fiduciosa la seconda stagione, e a considerare la prima solo un inizio promettente, tra luci e ombre.