C’è un mondo, là fuori

C’è un mondo, là fuori. Un mondo in cui non tutti hanno il tempo di leggere, andare al cinema o guardare serie tv. Un mondo in cui non a tutti piace farlo, non so se ci avevate mai pensato. È un mondo che probabilmente non avete mai neppure preso in considerazione e – santi numi – vi assicuro che non ha niente a che vedere con questo blog. […] 

Il mio nuovo blog su Lo Spazio Bianco: Telegrammi dalle retrovie

Chi dice donne dice danno: parla Susanna Raule

Mio pezzo sul sessismo nel mondo del fumetto comparso su LibroGuerriero.

libroguerriero

Il mondo del fumetto è sessista?

SusannaQuando Marilù mi ha chiesto di scrivere questo pezzo la prima cosa che ho pensato è stata: “Oh, no”. Perché, insomma, non è esattamente il genere di pezzo che ti fa fare degli amici. Anche se poi non mi interessa avere quel genere di amici e se mi becco qualche rispostaccia pazienza.

Le rispostacce che mi aspetto sono: 1) dici così perché sei frustrata; 2) dici così perché sei una cagna femminista; 3) niente, il silenzio.

Che poi è quello che si dice normalmente alle donne per screditarle, farle vergognare e zittirle. Che poi, però, sono le risposte che nel mondo del fumetto italiano si prendono anche gli uomini, tranne forse quella del punto 2.

Quindi, cerchiamo di essere obbiettivi e di non confondere la semplice stronzaggine con la stronzaggine di genere.

Nel mondo del fumetto italiano c’è una leggenda che con il genere…

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A book to tell: L’architettura segreta del mondo

Una bella recensione del mio ultimo romanzo sul Libroguerriero!

libroguerriero

rauleTitolo: L’architettura segreta del mondo

Autore: Susanna Raule
Editore: Salani Editore
Anno: aprile 2015
Pagine: 403
Genere: giallo-noir
Prezzo: 16,90 euro

“ Ognuno ha il suo punto di vista, ognuno racconta le cose a modo suo, ognuno cerca di ingannarci su questo o su quello.”
Susanna Raule, spezzina. Psicologa e psicoterapeuta. Sceneggiatrice per diversi editori nazionali e non. Autrice e traduttrice. Vince il Lucca Project Contest del 2005 e arriva in finale al Premio Michelozzi. Nel 2010 partecipa al Premio IoScrittore con il romanzo “L’ombra del commissario Sensi”, in uscita per Salani Editore l’anno successivo. Il suo secondo libro è del 2012, “Satanisti perbene”. “L’architettura segreta del mondo” è la terza avventura dell’oscuro commissario.
Ermanno Sensi è commissario della Squadra Mobile di La Spezia. Non sopporta l’estate e i turisti sono mal tollerati. Perennemente in nero, con occhiali da sole coprenti tipo saldatore.

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In a bunch of super-heroes being human is the thing

Non sono una grande amante del genere supereroistico, né una grande esperta. Ciò nonostante, ho macinato un numero più che sufficiente di albi con protagonisti individui in calzamaglia (o, come usa adesso, tutine in ecopelle e polimeri complessi) per poter esprimere un’opinione informata. Solo, non nerd. Tenetene conto.

E naturalmente vi sarete accorti che i supereroi, dopo aver espugnato e conquistato le sale cinematografiche, si sono dati all’assalto anche del piccolo schermo.

Due sono le serie supereroistiche di cui voglio parlarvi oggi: Daredevil e Powers.

Ma partiamo dai fumetti. Daredevil è un vecchio personaggio con un sacco di storia. Il revisionismo l’ha sfiorato senza travolgerlo (d’altronde non ha travolto nessuno dei vecchi personaggi, gli ha solo scompigliato un po’ i capelli). Ha una sua certa allure, volendo, ma non è mai stato in alto tra i miei eroi preferiti.

La serie della Netflix ha ricontestualizzato il vecchio Devil, l’ha ripulito dagli ultimi residui naif della silver-age, ha abbassato di un paio di tacche il livello del kitsch insito in ogni eroe mascherato e, come dire… l’ha liberato nelle strade.

Produzione di tutto rispetto, con attori di livello medio/medio-alto, un protagonista con una faccia da carlino e una strepitosa Rosario Dawson.

“Behave, or I’ll chew your limb off!”

Livello? No, buono. La serie è divertente, i nerd spero sufficientemente delusi, la trama ha qualche piccolo buchino che quasi non si nota e le scene d’azione sono per lo più ottime. Uno zinzino troppo lunghe, se chiedete a me, ma, insomma, io sono una ragazza.

Ah, e la rossa di True Blood riesce a sembrare una ragazza qualsiasi. Brava.

Alla fine della visione ti lascia come una blanda eco, una specie di ricordo gradevole, come quel piatto di crema di zucchine così delicato e così poco memorabile.
E la vaga idea che hai appena visto la prima serie contro la gentrificazione, che è un concetto così hipster da dare le vertigini, ma va be’.

Powers, d’altronde, è un fumetto nato dieci anni fa, un fumetto post-revisionista maturo, calibrato, divertente, ottimamente disegnato, potente, con riflessioni non banali sulla società dei consumi e dell’immagine (nonché, inevitabilmente, sulla natura umana).

In poche parole, Powers è forte. Molto forte, molto bello.

La serie è… perfettibile.

Le prime due puntate sono quasi inguardabili. Montaggio e regia da progetto di una scuola media, fotografia da filmino del matrimonio di un tuo amico, dieci anni fa, effetti speciali imbarazzanti.
La regia e il montaggio migliorano in modo sostanziale alla terza puntata, il resto rimane un po’ scadente.

Del tipo che i tizi mascherati sembrano cosplayer brutti, okay.

Ma rispetto a Daredevil, Powers ha cuore, ha anima e, specialmente, ha cervello.
Ha un’umanità e una profondità che gli autori del primo non hanno saputo o voluto fotografare.

In una società in cui i superpoteri sono relativamente comuni la divisione “poteri” della polizia ha un lavoro ingrato da compiere: destreggiarsi tra le superstar in costume, tra i ragazzini dai poteri acerbi, pericolosamente pieni di ambizioni, e tra i pochi, veri, supercattivi, che curiosamente non vogliono il solito “dominio del mondo”, ma soldi e fama (se sei un Power la figa già ce l’hai).

Un universo in cui i supereroi hanno tutti l’agente, pubblicizzano scarpe da ginnastica e hanno fondazioni benefiche. Un universo in cui i supereroi uccidono semplicemente atterrando nel posto sbagliato o scagliando il super-cattivo di turno sulla macchina di una famiglia innocente.

Rispetto al fumetto i personaggi non sono banalizzati – in verità neppure in Daredevil, cambia il punto di partenza – ma non sono neppure identici. C’è stata un’ulteriore elaborazione.

Deena Pilgrim, piena di zelo e coraggio, ma a volte spersa. Christian Walker, un tempo Diamond, che ha perso i suoi poteri e vedere quanto li rivorrebbe indietro ti fa male al cuore. Retro Girl,  che è stanca e sa che in fondo rispetto a un uragano lei non è niente, eppure deve andare, deve continuare a salvare vite, una vita alla volta, e a interpretare il suo ruolo. Johnny Royalle, che in tutti questi anni non ha ancora deciso se è buono o cattivo, e per di più ha paura. E Wolfe, il filosofo maledetto che divora le anime di tutti i cuccioli che incontra, terribile come il più terribile dei lupi e per questo così affascinante.

Ora, io ai nerd non so che cosa dire.  Se per voi è tutta questione di ret-con e aderenza agli originali io e voi non abbiamo proprio nulla da condividere.

Agli altri, quelli a cui interessa una riflessione adulta sul concetto di eroe e di dovere, ovviamente consiglio Powers. Con due postille:

1) Comunque si tratta di supereroi. Come calciatori, ma volanti. Fanno un cervello in tre. Il problema è che la serie non si fa alcuno scrupolo nel mostrarcelo, quindi se vi aspettate brillanti deduzioni e astuti piani… no, ecco, guardatevi Sherlock.

2) In Powers ci recita l’uomo più bello del mondo. Ho cercato di essere obbiettiva, ma, insomma, comunque se anche la serie facesse schifo varrebbe la pena di guardarla senza audio solo per lui.

Il Club dei Cantanti Morti

IL CLUB DEI CANTANTI MORTI RAULECredo di aver già detto quanto importante è stato Paolo De Crescenzo nel farmi prendere la decisione di provare a scrivere. Il Club dei Cantanti Morti è un libro che avremmo voluto fare insieme, quando lui era ancora il CEO di Gargoyle Books e, specialmente, era ancora tra noi. Ne abbiamo parlato diverse volte, scontrandoci con il piccolo dettaglio che Il Club dei Cantanti Morti non è un libro horror.

Poi Paolo è mancato e a me è mancata la voglia di continuare a lavorare su questa storia, semplicemente. L’ho lasciata lì, semi-abbozzata, inconclusa, imperfetta, informe.

Non volevo più vederlo, questo libro. Non per chissà quale tristezza o brutta associazione d’idee, ma proprio perché per me non aveva più senso.

Fino a Carlo Deffenu.

Carlo lo conosco da un po’. È un bravo scrittore e, credo, una buona persona. È uno che ha voglia di fare e non si scoraggia facilmente. A un certo punto mi ha detto: “Facciamo una nuova casa editrice. Lo so, siamo matti.”

Ho riso e ho risposto: “Sì, siete matti. Sono contenta”.

Poi, quando la casa editrice è partita, o meglio, quando è partita Otto Micron, chiacchierando del più e del meno Carlo mi ha chiesto: “Non è che tu, per caso, hai qualcosa che vorresti farci leggere?”.

In quel momento mi è venuto in mente il Club.

Solo che io non volevo più lavorare sul Club, perché non aveva più senso. Solo che probabilmente non potevo nemmeno darglielo, qualcosa di mio, che a loro poi piacesse o meno. Solo che…

Niente. Ho preso il vecchio Club e l’ho buttato via. Le cose senza più senso si buttano, non si tengono lì per una qualche stupida forma di nostalgia. Ho buttato il vecchio Club e ho scritto un nuovo Club. Uno che per me avesse un senso.

Uno con più musica di quella che piace a me, e più cose sopra le righe, e più morti ammazzati, e più detection, e più sovrannaturale e persino con qualche parte vagamente lirica.

Okay, due parti. Una pagina ciascuna. Il resto è la mia solita robaccia fracassona.

E ci ho messo il miagolio delle chitarre elettriche, il muggito dei bassi e tutto quanto. E ci ho messo una ragazzina sboccata e un posto di campagna che è da dove viene tutto il Male perché, insomma, non so se lo sapete, ma il Male viene di lì: dalla campagna. Anche se poi, no, non viene di lì, lì è solo dove emerge, per poi spargersi in giro. E quando trova un bel posto, quando trova l’inferno in terra o giù di lì, si ferma e fiorisce.

Non so come vediate voi Los Angeles, ma per me a Los Angeles poteva esserci una fioritura di Male che nemmeno tutti i giardinieri del diavolo.

Avendo scritto questo nuovo Club, ho chiesto a Salani di lasciarmelo dare a Otto Micron. Semplice. Credo che la mia editor abbia scosso la testa rassegnata, ma poi, sapete, è una grande editor. E Salani è una grande casa editrice. Ho avuto il permesso e ho dato il libro a Carlo.

Non mentirò: lo sapevo già che gli sarebbe piaciuto.

L’abbiamo editatato (be’, Carlo l’ha fatto) e gli abbiamo trovato una copertina. La copertina l’ha disegnata Armando Rossi, il mio compagno, ed è una specie di regalo. È un regalo perché Armando disegna per mestiere, non per fare i favori a me, ma comunque l’ha disegnata ed è bellissima. Spiega proprio quell’idea lì, quell’idea che ci ho messo qualche centinaia di pagine a spiegare, solo che la spiega con una sola immagine. Una mano sul manico di una chitarra elettrica. La chitarra è reale, la mano no. Fine. Quando l’ho vista mi sono venuti i brividi.

Ora il libro è uscito. È in vendita. Non posso più lavorare su di lui, ma solo per lui. Per diffonderlo e pubblicizzarlo.

Non è più il Club dei Cantanti Morti di cui parlavamo con Paolo e sono felice che non sia più lo stesso libro. Ma credo anche che Paolo sarebbe contento di vederlo uscire come primo titolo di una collana coraggiosa e un po’ folle come Otto Micron perché, insomma, Paolo era matto, quindi credo che quest’intera operazione da servizi di salute mentale gli sarebbe piaciuta molto. Magari sbaglio.

E suppongo che a voi non importi.

Quello che vi dovrebbe importare è: è un buon libro?

Sì, cazzo. È un gran bel libro.

Lo so già che vi piacerà.

 

Ma giusto nel caso che aveste qualche stupido tentennamento, potete leggere in anticipo cinque piccole tracce, come in un mini-EP, qua: prologue, track 1, track 2, track 3, track 4.

La storia la fanno gli idioti

Ieri sera ero a letto con il mio ragazzo. No, non è l’inizio di una confessione erotica, tranquilli. Ero a letto con il mio ragazzo e, come tutte le sere prima di dormire, stavamo leggendo. Armando leggeva qualcosa di serio o comunque di abbastanza intellettuale da contenere la parola “cengia”, io leggevo (in ritardo) il primo libro di Nicolò Zuliani.

E continuavo a ridere. No, anzi, a singhiozzare dal ridere. Finché Armando, seccato, non mi ha intimato di farlo in silenzio.

I successivi venti minuti si sono svolti all’insegna della deprivazione d’aria, da parte mia. E sono stati punteggiati da scoppi di risa soffocate e «Scusa» sghignazzanti.

Conosco Nebo (il nick di Zuliani) da qualche anno, cioè da quando mi sono imbattuta nel suo blog Proeliator. All’epoca era ancora su Splinder (e esisteva ancora Splinder) e anch’io avevo un blog su Splinder (questo, in effetti). Se non siete mai stati ai Bagni Proeliator, fate un favore a voi stessi: andateci.

Nebo era una specie di mitragliatrice letteraria. Ti investiva con scariche di duecento frasi iperboliche, acide, volutamente tamarre, volgari, irridenti, sguaiate e imbarazzantemente esilaranti al secondo. Imbarazzantemente perché, come dire, magari ti ritrovavi a ridere dei dei disagi intestinali altrui e questo ti faceva sentire un po’ in colpa. Cioè: no. Ma ti metteva con lampante chiarezza davanti alla verità che potevi ridere dei disagi intestinali altrui e non sentirti in colpa.

Nebo ha sempre avuto questo pregio, che potrei spiegare in modo più esaustivo solo ricorrendo alla celebre massima di Nietzsche, “se scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”. Ecco, Proelietor è sempre stato questo. L’abisso che ti scruta, ti fa l’occhiolino, fa dardeggiare la lingua tra indice e medio, si gratta il pacco con naturalezza e ti dice: «Ehi, ciao, io sono Abisso, fai qualcosa stasera?».

All’epoca, quando non investiva i propri lettori con l’imbarazzante consapevolezza di essere delle brutte persone, Nebo faceva qualche lavoro che lo rendeva infelice. Non mi ricordo con esattezza quale. Tutti continuavano a dirgli che avrebbe dovuto scrivere, perché era evidente che era quello che sapeva fare meglio (alla qual cosa lui rispondeva che andava benino anche nel sesso anale). Alla fine, la consapevolezza di essere davvero bravo a scrivere, il perdurare di una certa insoddisfazione lavorativa e, probabilmente, l’inevitabile declino della potenza sessuale, hanno convinto Nebo che, sì, scrivere sarebbe stato il suo lavoro.

Scrivere come giornalista per alcune delle riviste più glamour sulla piazza, apparentemente, portando anche nel mondo patinato di Cosmopolitan e GQ tonnellate di commenti ineleganti, razzisti, sessisti, qualunquecosavivengainmentisti e pacchi di coprolalia.

E scrivere il libro di cui vi sto parlando, La storia la fanno gli idioti, un libro che riassume perfettamente la weltanschauung nebiana: gli esseri umani sono un branco di coglioni ridicoli, patetici, grotteschi e per questo, in fondo, degni di amore.

In La storia la fanno gli idioti Nebo si limita a riportare dei fatti storici veri, come le traversie della nave da guerra USS William D. Porter, romanzandoli come li immagina lui. No, so che detta così sembra una cosa noiosa. Andate su Proeliator e leggete la prima stesura di quel capitolo. A quel punto capirete.

Capirete, intendo, perché io ridessi come una scema senza riuscire a fermarmi mentre il mio ragazzo si lambiccava il cervello sul possibile significato di “cengia”.

Davvero, se vi volete bene fatelo.

[Messaggio di Nebo in arrivo con veementi proteste per le allusioni a una sua possibile perdita di potenza sessuale -3, -2, -1…]

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Mad Men – meno sette puntate (e un dannato anno) alla fine

Occhio agli spoiler!

Voglio che sia chiara una cosa. Questa non è una recensione, è un coccodrillo. Esprime il mio cordoglio per qualcosa che sta per finire e, nello stesso tempo, la mia profonda irritazione per il fatto che non stia finendo, diciamo, di qua a sette settimane, ma che bisognerà aspettare ancora un anno per vederne il (magnifico) cadavere.

Mad Men è una signora serie, questo lo sappiamo tutti. Una serie che ha sempre tenuto un livello qualitativo altissimo, senza mai cedere a nessuna delle possibili derive che poteva prendere. Non ha mai abbandonato la sua idea iniziale, che era molto semplice nella sostanza, ma estremamente difficile da rappresentare. Mad Men è una serie sul cambiamento.

Mettete da parte per un attimo l’impeccabile resa visiva delle ambientazioni, le ricostruzioni d’epoca e tutta l’estetica di Mad Men. Mad Men è una serie calibrata, dalla sceneggiatura solidissima, che non scivola mai, non perde mai un colpo. Come direbbero negli Stati Uniti, Mad Men è rock solid, solida come una roccia.

Gli sceneggiatori, si capisce, la controllano come un capitano di lungo corso controllerebbe una nave di notevole tonnellaggio: con mano ferma, ma morbida. Evitano tutti i possibili pericoli senza che lo spettatore se ne accorga. Mad Men poteva diventare una soap-opera prima ancora della seconda stagione: non succede mai. Mad Men poteva diventare la sterile storia di una compagnia di successo: non corre questo rischio. Mad Men poteva perdersi dietro ai molti personaggi: nop. Mad Man poteva diventare noioso e ripetitivo: nossignore.

E pensate al rischio più grande di tutti: avremmo potuto odiare Donald Draper. Don è bello, è geniale, ha successo, ha sempre una nuova ragazza che sbava per lui, è pieno di soldi, vive in una casa da paura… e si permette pure di essere infelice. Dovremmo odiarlo.

Invece lo amiamo.

Lo amiamo, lo comprendiamo, empatizziamo con lui, siamo sempre dalla sua parte. Non puoi pensare di voltare le spalle a Don senza sentirti una merda di persona.

Fin dalla prima puntata, siamo tutti con lui. Fin dalla prima puntata, quando ci mostrano che razza di figlio di puttana sia. Oserei dire, fin da quando l’ultima inquadratura della prima puntata si chiude su di lui, nella camera buia dei suoi figli (che abbiamo scoperto in quel momento). Ve lo ricordate? Io sì.

E, ve lo giuro, non sono il tipo che si commuove per i bambini.

Ma, vedete, è il modo in cui lo fai, a rendere qualcosa una cagata o un pezzo di bravura. In Mad Men non c’è mai una sbavatura. Gli sceneggiatori non vanno mai sopra le righe senza un motivo – e comunque lo fanno raramente. E quando lo fanno (raramente, si è detto), è sempre memorabile.

Come nell’ultima scena dell’ultima puntata della prima metà dell’ultima stagione.

E noi tutti sappiamo che Bert era uno stronzo, e pure un idiota, a volte, eppure, in quell’ultima scena, ci viene restituita quella sua purezza sognante, mentre balla e canta, in calzini, improvvisamente musical… ed è tutto perfetto.

Quindi, ecco, è inutile fare un’analisi sistematica della serie. È sufficiente dire che è impeccabile. È Il laureato delle serie tv. Mai troppo secca, mai troppo costruita. Senza puntate “speciali”. Senza stronzate. Solo roba di altissima qualità, per raccontare la cosa più difficile di tutte: il cambiamento.

Ci sembra di conoscere ognuno dei personaggi. Ogni scena ha un suo perché, anche quelle che apparentemente non lo hanno. Ricordate l’uomo anziano e le pere? Ecco, non serviva a niente – eppure serviva a tutto.

Sì, questo è un coccodrillo. Scritto un anno prima, come è normale che sia, per un coccodrillo.

Pubblicato in anticipo perché io so che gli ultimi sette episodi saranno all’altezza. Io so che la mia opinione non cambierà.

Mi fido di Mad Men. E mi dispiace già.

Lùmina: quando i professionisti lo fanno da soli

La prima cosa che dovete sapere sul crowdfunding, la primissima cosa che dovete sapere, è questa: si pronuncia “craufondin”. “Crau”, okay? Non “cro”. Se dite “crofondin” sembra che vi stiate finanziando a corvi.

Ecco un po’ di altre cose meno importanti che dovete sapere sul crowdfunding e su Lùmina.

Intanto, beccatevi la copertina di Lùmina.

Intanto, beccatevi la copertina.

IL CROWDFUNDING

Ecco, che cos’è? Come funziona? A volte si sentono racconti mirabolanti sui risultati ottenuti dagli artisti con questo sistema (forse ricorderete il caso di Amanda Palmer), ma poi molti di noi non hanno capito bene di che cosa si tratti.

Il crowdfunding è quello che dice il nome stesso: un finanziamento collettivo. Invece di chiedere un prestito a una banca, gli autori di un progetto lo chiedono a chiunque abbia due soldini in tasca. Non si tratta di beneficenza, è chiaro. A ogni donazione corrisponde una ricompensa. Se doni, per esempio, 5 Euro, in cambio avrai l’ebook del fumetto, quando sarà pronto. Se doni 25 Euro, ti arriva direttamente a casa una copia cartacea. Se fai una donazione davvero importante, per esempio 500 Euro, hai un sacco di cose: la copia digitale, un’edizione speciale di quella cartacea, una penna usb con il materiale extra, una commission sul libro (un disegno originale), una tavola a matita, l’invito al party di lancio…

[Per i non-addetti ai lavori: le tavole originali dei fumetti sono dei veri e propri oggetti d’arte, con un mercato loro. Un originale, a seconda di chi l’ha realizzato, va dai 100 Euro anche a delle migliaia di Euro. E, come tutte le opere d’arte, con il tempo può diventare molto, molto prezioso.]

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Quindi, dicevamo, i sostenitori fanno una donazione. La loro ricompensa la avranno quando il lavoro che stanno finanziando sarà pronto. Quindi ci vuole un po’ di pazienza.

E se gli autori scappano con il bottino e non fanno niente di quanto promesso?

Qua veniamo alla prima forma di garanzia per i donatori. Il crowdfunding viene fatto tramite appositi siti, che hanno la responsabilità legale del progetto. Il più famoso è sicuramente Kickstarter, tramite il quale sono stati finanziati progetti importantissimi: ricerche scientifiche, film, album musicali di grossi artisti…
Kickstarter, tuttavia, è un sito americano, che ha gli USA come base delle operazioni e il dollaro come valuta.

In Europa il crowdfunding è ancora all’inizio e ci sono meno siti.

Su questa faccenda ho fatto qualche domanda al Coffee Tree Studio, lo studio che si sta occupando della coordinazione del progetto Lùmina. Gli ho chiesto come fosse stato impostare una delle prima campagne professionali di crowdfunding in Italia e a quali esperienze avessero guardato per decidere come muoversi.

Mi hanno risposto di aver studiato a fondo il fenomeno crowdfunding, “prendendo soprattutto ispirazione dall’America, dove questo meccanismo è popolare da diversi anni e molto più attivo che nel Vecchio Continente.”
E hanno continuato: “Indiegogo, tuttavia, è una piattaforma europea e le conseguenze di ciò si sentono, soprattutto a livello di numeri. In Europa questo modello di business è relativamente giovane e ancora piuttosto sconosciuto, ma è senza dubbio pieno di grandi potenzialità: progetto dopo progetto, le singole persone stanno intuendo che con un piccolo contributo si può partecipare attivamente alla creazione di un prodotto, alla realizzazione di un’idea! Il che, anche simbolicamente, va ben oltre il semplice “pagare per ottenere un oggetto”.”

L’altra cosa importante da sapere sul metodo crowdfunding è una: c’è un obiettivo (economico). Se questo obiettivo non viene raggiunto, i soldi donati vengono restituiti ai donatori.

Sembra una cosa ovvia, ma mi sono resa conto in un’alta occasione che la maggior parte delle persone non lo sa!

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IL PROGETTO LÙMINA

Lùmina è un progetto di Emanuele Tenderini e Linda Cavallini. Insomma, il progetto di due professionisti. Entrambi hanno lavorato e lavorano per le più importanti case editrici italiane e francesi. Non sono sicuramente due tizi alle prime armi, sono due autori esperti che vogliono provare una strada diversa.

Ma prima di parlare di loro, parliamo di Lùmina. O meglio, del progetto di crowdfunding.

Il Coffee Tree Studio ci spiega quali saranno le caratteristiche tecniche:

“Il volume sarà un cartonato a colori di grande formato, stile “francese”, con 80 pagine in carta semi-opaca da 160 g/mq. Sarà inoltre stampato in esacromia, ovvero con l’aggiunta di un verde e un arancione alla tipica quadricromia (ciano, magenta, giallo, nero). Questo permetterà di ampliare la gamma cromatica e rendere quindi il colore stampato su carta molto più vicino al brillante colore digitale originale.
Lùmina sarà stampato in italiano, inglese e francese e distribuito in tutto il mondo via corriere espresso. Una distribuzione diretta, attraverso la quale il lettore riceverà il suo pacchetto direttamente dalle mani dell’autore.”

Questo, ovviamente, per quanto riguarda i donatori. Una volta stampato e pubblicato il libro andrà in distribuzione nel normale circuito delle fumetterie-librerie e potrà essere acquistato da tutti gli altri.

Spiegano al Coffee Tree Studio: “Durante la campagna crowdfunding stamperemo delle copie in più, in totale saranno tra le 1000 e le 2000 (dipenderà dai fondi raccolti).” La distribuzione avverrà tramite “fumetterie, librerie e rivenditori italiani e internazionali. La distribuzione partirà da dopo febbraio 2015, parteciperemo a fiere e presenteremo Lumina in giro per l’Italia. Tutto questo però dipende dall’esito del crowdfunding.”

Questo per quanto riguarda le caratteristiche tecniche.

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Ma confesso che al di là di questo, quando ho saputo di questa iniziativa la prima domanda che mi è venuta in mente è stata: sulla carta, Lùmina avrebbe potuto trovare facilmente una collocazione editoriale tradizionale. Come mai , quindi, la scelta del crowdfunding?

Ho girato questa domanda direttamente agli autori.

Mi ha detto Tenderini: “Ti risponderei che dovresti chiederlo direttamente agli editori, ma risulterei presuntuoso e forse anche non del tutto onesto. In realtà abbiamo ricevuto proposte editoriali molto interessanti, in Francia addirittura esagerate in termini economici. Il problema non è, però, il prezzo a tavola che un editore riesce a pagarci, ma la sua reale intenzione di investire sul progetto nel tempo. Volevamo evitare il rischio di essere collocati ai margini della “coda lunga”. Insomma, se proprio deve essere difficile vendere il volume, voglio poter avere la libertà totale di potermi risolvere i problemi da solo. Il crowdfunding è uno strumento sperimentale, per lo meno in Italia, ed era giusto provarci per capire se si riusciva a intercettare un nuovo tipo di pubblico o crearlo ad hoc per l’occasione.”

E aggiunge Cavallini: “Sono ormai una decina di anni che sia io che Manu (Tenderini – n.d.R) lavoriamo con editori secondo il metodo tradizionale. Certo, molte commissioni possono rivelarsi divertenti e piacevoli, ma mai al pari di quanto può esserlo il potersi occupare di un progetto personale interamente curato e prodotto dall’inizio alla fine. L’autoproduzione ti permette di essere completamente libero di gestire il tuo lavoro, sotto ogni punto di vista. È  un’immane faticaccia, ma la soddisfazione, la profondità del legame che stabilisci con la tua creazione e la sua “purezza” sono valori inestimabili e irraggiungibili se ti appoggi a un editore.  Senza contare il rapporto con il pubblico. Con il crowdfunding, nello specifico, dai vita al tuo progetto parlandone direttamente con i destinatari delle tue storie, con loro le vedi crescere e realizzarsi. È uno scambio di energia, un dialogo continuo. Non dico che possa essere un metodo che in assoluto potrà soppiantare la figura dell’editore, assolutamente no, ma è una via alternativa, molto dura anche, ma incredibilmente interessante.”

Conclude il Coffee Tree Studio: “Con Lumina, questa vibrazione si è avvertita fortemente ed è tuttora in crescendo. Come riferimenti a recenti progetti di crowdfunding nel mondo del fumetto, abbiamo ovviamente tenuto d’occhio l’andamento di due grandi titoli, Brigada (Fernandez, sulla piattaforma spagnola Verkami) e di Order of the Sticks (Kickstarter, USA).”

LÙMINA, IL FUMETTO

E, finalmente, parliamo anche del fumetto. Del motivo, in pratica, di tutto il lavoro. Esteticamente credo che le immagini parlino da sole. Ho davvero fatto fatica a scegliere quelle per questo pezzo.

Resta la storia.

Ora, io sono una scrittrice, una sceneggiatrice, una traduttrice. Per me le parole sono importanti.
Quindi l’ovvia domanda che ho rivolto agli autori è:

Il fumetto ha degli evidenti pregi estetici. Non sono ancora riuscita a capire quali siano i suoi punti di forza narrativi. In che cosa la vostra storia è diversa dalle sue omologhe?

Linda Cavallini: Credo che le storie possano essere interessanti in tanti modi diversi, non devono per forza essere complesse o arzigogolate o piene di eventi inaspettati. Una storia  può essere semplicissima, parlare di piccole cose e comunque coinvolgerti profondamente. Dipende tutto dal ritmo, dalla sensibilità con cui si imposta il racconto, questione di stile, come in un disegno. Lùmina ha una trama principale apparentemente piuttosto lineare, ovviamente intrecciata con molte storie parallele e colpi di scena, il tutto trattato cercando di unire freschezza, un bel ritmo dinamico e un’attenzione particolare allo scavo introspettivo dei personaggi.  Questione di stile, come in un disegno.

Emanuele Tenderini: Parlavamo alla Scuola del fumetto di Palermo, con alcuni ragazzi piuttosto esperti di videgoame, che ci sottolineavano quanto, a loro parere, mancasse un genere di storia come quella che vorremmo raccontare su Lùmina, ovvero quel fantasy “alla giapponese” che si mescola spontaneamente con la sci-fi. A prescindere, però, che esistano storie analoghe o meno, è chiaro che sia difficile capire i punti di forza narrativi del nostro progetto, perché la scrittura delle pagine sarà caratterizzata da un intreccio molto forte con una visione atmosferica dello storytelling.
Il mio sogno sarebbe quello di raccontare la storia di Lùmina mettendo a fuoco elementi sempre indiretti rispetto alle azioni più superficiali. Avendo, inoltre, un forte controllo rispetto alla resa delle luci (ho studiato precisamente tutte le condizioni luminose dei giorni dell’anno nelle varie stagioni) ci concentreremo molto sulla percezione emotiva delle atmosfere (guardando “100 anime”, il mio primo lavoro da colorista pubblicato da Delcourt ormai una decina di anni fa, ci si può render conto di quale sarà la differenza di Lùmina rispetto le altre storie a colori).
Un altro elemento che sto ancora, seriamente, valutando, sarà quello di inserire a pie’ pagina gli orari precisi in cui si svolgono le scene: ho un estremo bisogno di offrire, all’occhio del lettore, tutte le informazioni possibili per farlo sentire completamente coinvolto dalla luce degli ambienti di Lùmina.

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Leggendo le prime pagine e le sinossi sembra chiaro che il vostro target è un pubblico giovane, che è uno dei segmenti di mercato più trascurati in italia (con alcune importanti eccezioni). È stata una scelta ragionata o era semplicemente una storia che volevate raccontare?

LC: Una storia che volevamo raccontare! Ma, in effetti, personalmente la mancanza di fumetti nostrani per ragazzi è un elemento che pensandoci bene ha fatto germogliare in me da tempo (da quando ero adolescente!) l’esigenza di raccontare storie mirate proprio a quel target.

ET: Ho quasi 40 anni e passo gran parte della mia giornata a giocare alla playstion, questo mi confonde su ciò che si può considerare “giovane” o meno. Diciamo che innanzitutto volevamo divertirci e far divertire, attingendo al calderone emozionale di ciò che nel tempo, dell’intrattenimento, abbiamo amato. Tuttavia è solo superficie. Lùmina avrà molteplici livelli di lettura. E aver creato una tecnica complessa come quella che ho poi chiamato “Hyperflat” è un elemento, tra i tanti, che si rivolge a un altro frammento di mercato, ovvero quello degli “addetti ai lavori”.
Sicuramente mancano, più o meno, serie a fumetti che traghettino i giovanissimi lettori verso i prodotti più “adulti”, ma se riusciamo a intercettare questo tipo di target, sarà solo una piacevolissima casualità.

In quale misura definireste Lùmina un manga e in quale misura un fumetto Europeo?

LC: Sinceramente non vorrei proprio definirlo in nessun modo, anche se capisco che il pubblico tenda a voler classificare le storie, affibbiando etichette e generi. È chiaro che Lùmina non è un manga, e se può avere sfumature che ce lo ricordano è soltanto nella sintesi dello stile che ho elaborato spontaneamente negli anni, senza alcuna intenzionalità. Da ragazzina ero molto influenzata dai manga, ma poi lo sono stata da altri mille stili, ognuno dei quali può saltare agli occhi di ogni attento osservatore. C’è un po’ di tutto quello che mi è piaciuto e ho “archiviato involontariamente nelle mani”. Quindi c’è lo stile francese, Disney, realistico, pop surrealism, italiano, Klimt, Rackham, manga… di tutto. Definirei Lùmina un fumetto completamente nello stile del mio gusto!

ET: Per me, Lùmina, è un fumetto 100% globale.

VOGLIO CONTRIBUIRE

Come abbiamo detto (e ridetto) finora, Lùmina è un progetto. Per vedere la luce deve raggiungere il suo obbiettivo di finanziamento.

Sulla pagina Indiegogo potete vedere tutte le anteprime del caso, ascoltare Emanuele e Linda che parlano del progetto, vedere i vari “pacchetti” che potete comprare.

E potete comprarvi un pezzo dell’emozione più grande di tutte: aver contribuito alla creazione di una cosa bella.

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Unione Europea: il bignami

Che poi non si dica che il mio blog non fornisce informazioni di pubblica utilità. Nell’ultimo periodo, anche a causa della campagna elettorale particolarmente dissennata e disinformativa di questi giorni, mi è capitato di sentirne di tutti i colori.

(Questo è un modo educato di mettere giù la questione. Il modo meno educato sarebbe dire “mi è capitato di sentirmi abbaiare contro da persone convinte di aver capito Il Mondo, persone arrabbiate e ignoranti come caprette di montagna”. Sebbene io non abbia assolutamente nulla contro le caprette di montagna, sentirmi urlare addosso sciocchezze non mi rende particolarmente felice. Anche perché c’è una cosa che questi arrabbiati dovrebbero ormai avere introiettato: se sostieni le tue opinioni sulla base di una tua idea immaginaria di realtà qualcuno ti darà di certo retta, ma qualcun altro ti prenderà anche per il culo di brutto. Ecco, io sono quel qualcun altro.)

Di conseguenza penso di fare cosa grata a tutti con questo piccolo bignami delle principali istituzioni europee. Ecco, vi ho fatto anche uno schemino, e pazienza se vi sembrerò pedante:

unione europea

PARLAMENTO EUROPEO:

Il Parlamento europeo è quello che eleggiamo ogni 5 anni. Il 25 maggio andiamo a votare per eleggere quei parlamentari lì e ci andiamo in tutta Europa. È composto da 571 deputati, un tot per ogni paese. Il numero dei deputati dipende dalla grandezza del paese che li elegge – o meglio dal numero di abitanti. L’Italia è un paese un sacco popoloso, per cui ha 73 eurodeputati. I paesi più piccoli, tuttavia, tipo Malta o il Lussemburgo, hanno un po’ più europarlamentari di quelli che gli spetterebbero, perché se no resterebbero senza rappresentanza del tutto.

Il Parlamento europeo è simile a qualunque camera dei deputati di un paese democratico. Ci sono schieramenti e partiti e gruppi fuori dagli schieramenti. Abbiamo già detto che i due partiti più grandi sono il Partito Popolare Europeo e il Partito Socialista Europeo (centro-destra e centro-sinistra). Poi ci sono i Verdi, l’ALDE (che è un partito liberista di centro), il GUE (che è un partito più a sinistra del PSE), l’AECR (più a destra del PPE) e un sacco di altri schieramenti minori, tra cui un gruppo di euroscettici.

Il principale procedimento con cui il Parlamento europeo crea delle norme è la “codecisione” insieme al Consiglio dell’Unione Europea. Se questi due organismi non sono d’accordo, una legge non passa. Il Parlamento europeo ha un presidente, che in questo momento è Martin Schulz. Il suo ruolo è simile a quello del presidente della Camera o del Senato qua in Italia, per capirci.

CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA:

Questo è un organismo piuttosto particolare, che abbiamo noi europei proprio perché la nostra unione politica è ben lungi dall’essere completa. È formato da tutti i ministri dei vari governi dell’UE. Che non si riuniscono tutti insieme, rasserenatevi, ma si riuniscono per dicastero. Ossia, tutti i ministri dell’Ambiente insieme, tutti i ministri dell’Istruzione insieme e così via. Infatti ha dieci formazioni: Affari generali; Affari esteri (presieduto dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza); Affari economici e finanziari (Ecofin); Agricoltura e pesca; Giustizia e affari interni; Occupazione, politica sociale, salute e consumatori; Competitività; Trasporti, telecomunicazioni ed energia; Ambiente; Istruzione, gioventù e cultura.

Dell’Ecofin avrete sicuramente sentito parlare. Si riuniscono un sacco ed è praticamente l’unica formazione a funzionare a pieno regime e in modo piuttosto unitario.

Il Consiglio dell’Unione Europea viene presieduto a turno da tutti gli stati dell’Unione, nei famosi semestri di presidenza. Tra poco inizierà il semestre di presidenza italiano. Quando il Consiglio si riunisce, la seduta viene presieduta dal ministro di quella disciplina lì il cui paese è nel suo semestre di presidenza. In pratica, se si riunisce il Consiglio per l’Ambiente e la presidenza quel semestre è della Polonia, la seduta sarà presieduta dal ministro per l’ambiente polacco.

L’unica eccezione è il consiglio dei ministri degli Esteri, che viene presieduto sempre dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, ovvero, in questo momento, Catherine Ashton.

Il Consiglio dell’Unione Europea vota a maggioranza qualificata, ovvero valgono di più i voti dei paesi più popolosi. Italia, Germania, Francia e UK hanno 29 voti, gli altri paesi a scendere. Per approfondire guarda QUA.

COMMISSIONE EUROPEA

Questo è, praticamente, il governo dell’Unione Europea. I Commissari europei in sostanza sono i ministri dell’Unione Europea. Ho sentito spesso delle lamentele perché i commissari non vengono eletti. Vorrei solo farvi notare che sono ben pochi i paesi in cui i ministri vengono eletti direttamente.

La Commissione Europea dura 5 anni come il Parlamento e come un po’ tutto il resto. Il Presidente della Commissione viene eletto dal Parlamento, mentre i commissari vengono nominati dagli stati membri, uno per stato. Infatti sono 28. Il primo vicepresidente è sempre l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri.

In questo momento il presidente è Barroso. Per le prossime elezioni i due candidati più “forti” in corsa sono Junker per il PPE e Schulz per il PSE.

Di certo avrete sentito nominare almeno alcuni degli altri commissari, per esempio Antonio Tajani, il commissario italiano, che ha competenza su Industria e Imprenditoria; oppure Olli Rehn, che è finlandese, per gli Affari Economici e Monetari; oppure Viviane Reding, del Lussemburgo, alla Giustizia; oppure Joaquìn Almunia, spagnolo, alla Concorrenza…

Come in tutti i governi, ci sono ministri che non si fila nessuno, è una legge di natura.

La Commissione rappresenta e tutela gli interessi dell’Unione nel suo insieme. Ossia, ogni singolo commissario si occupa di tutta l’Unione, nella sua area di competenza, non solo del suo paese d’origine. Sembra una cosa scontata, ma è importante.
In pratica, i ministri dei singoli paesi del Consiglio dell’Unione Europea cercano di fare gli interessi del loro paese d’origine, i commissari della Commissione Europea fanno gli interessi solo dell’UE nel suo insieme.

La Commissione propone pressoché tutte le leggi che poi vengono discusse dal Parlamento Europeo. Per approfondire vai QUA.

CONSIGLIO EUROPEO

Da non confondersi con uno degli altri consigli che ci sono in giro in Europa. Questo è formato da tutti i primi ministri dei paesi dell’Unione. Dà l’indirizzo politico, in pratica. Si riunisce più o meno 4 volte all’anno. Ha un presidente fisso, che in questo momento è Herman Van Rompuy.

Potete immaginarlo come una Super-Commissione Europea, fatta dai primi ministri invece che dai ministri dei vari dicasteri.

Ecco, questo era il bignami. Spero che sarà utile a qualcuno e, specialmente, spero di sentire meno caprette che belano, in un prossimo futuro.

Resta un barbatrucco, una faccenda che frega più di uno. Ossia: c’è anche un Consiglio d’Europa. Ecco, il Consiglio d’Europa non c’entra niente con l’Unione Europea. È come una specie di ONU europea, proprio sintetizzando al massimo. Così come Il Consiglio delle Nazione Unite non è gli Stati Uniti (USA), il Consiglio d’Europa non è il Consiglio Europeo o il Consiglio dell’Unione Europea.

Direte voi… potevano anche chiamarli in modo un po’ diverso! Sono d’accordo.