Appunti sparsi su “I ricordi degli specchi” (commissario Sensi 4), Wattpad, gli autori e la nuova editoria

I RICORDI DEGLI SPECCHI COVERLascio qua questi appunti, scritti in diversi momenti alla fine dell’anno scorso, perché credo che così sarà più facile ritrovarli se in futuro mi servissero – e anche perché potrebbero essere utili a qualcun altro.

Scrivevo, prima di decidere di pubblicare integralmente, gratis, il mio ultimo romanzo, I ricordi degli specchi, su Wattpad:

Sto riflettendo. O insomma, qualcosa del genere. Riguarda i miei libri, sarà un po’ lungo (qua è dove vi do l’opportunità di scorrere serenamente al prossimo meme).
Prima riflessione, che è più che altro un ricordo. Quando vinsi il concorso IoScrittore mi chiesero a chi avessi mandato in precedenza il manoscritto (L’ombra del commissario Sensi) e io risposi: “Mah, a qualche piccolo editore. Uno mi ha risposto subito, ma voleva cambiare il finale”. E quello che poi sarebbe diventato il mio editore, Luigi Spagnol (non lo taggo per non rompere, ma non è che questo sia uno status segreto) disse qualcosa come: “è indicativo che i giovani scrittori in prima istanza non si rivolgano alle grandi case editrici”. Ecco, sì, un po’ indicativo lo è.
Seconda riflessione. La mia avventura editoriale con Salani direi che è finita. Non intendo essere recriminatoria, Salani è una signora casa editrice, ma suppongo che non combaciasse più con le mie aspettative. E viceversa, è ovvio, e viceversa. Non fate domande con l’intento di spingermi a lagnarmi o a parlare male di loro, perché non vi rispondo.
Terza riflessione. E’ un tot che lo so. Ma chi mi conosce ha presente quanto io sia lenta nelle mie cose. Non nell’esecuzione, in cui anzi sono piuttosto veloce, ma nella progettazione e nel decidere come procedere. Infatti sto ancora meditando.
Quarta riflessione. Ho scritto un nuovo libro con Sensi. Prima di quello ne ho scritti altri due, senza Sensi; uno di quasi 700 pagine che non pubblicherà mai nessuno e un altro più piccolino. Ma restiamo su Sensi. Non so se rivolgermi a un editore. O meglio, *mi sono* rivolta ad alcuni editori, ma non so se è davvero quello che voglio.
Quinta riflessione. L’altro giorno leggevo un post di Amanda Fucking Palmer – che è un’artista eccezionale, con un seguito mondiale, che fa cose incredibili, favolose, ed è il genere di persona che mi rende orgogliosa di appartenere alla razza umana. Questo solo per dire: la stimo, ma non sono la sola. La stimiamo in milioni. Ecco, lei diceva qualcosa come: “alla mia ultima canzone la stampa ha risposto con il silenzio, forse perché sono senza un’etichetta discografica”. La sua ultima canzone è una cover di Mother da brividi. Diceva Amanda Palmer: “Se non fosse per Patreon ora sarei fottuta”.
Sesta riflessione. L’antologia che ho autoprodotto quest’estate, Perduti Sensi, sta vendendo di più del mio ultimo libro con Salani, L’architettura segreta del mondo. Nelle mie intenzioni doveva essere una tiratura limitata di 221 copie, ma ho dovuto farne subito una seconda tiratura. E’ SENZA distribuzione. Totalmente senza. La seconda edizione cartacea si può comprare solo su Amazon, l’ebook si può comprare ovunque (santi ebook), ma perlopiù sono io a portarmi le copie alle presentazioni o a spedirle a chi me le chiede. Ci ho guadagnato decisamente di più che dal mio ultimo romanzo con Salani – e non era neppure mia intenzione. Autoprodurlo è stato un sacco faticoso, e un sacco divertente. Ecco, un po’ indicativo credo che sia anche questo.
Settima riflessione. Ci sono piattaforme tipo Bookabook che consentono di finanziare in crowdfunding il proprio libro e distribuirlo nella grande distribuzione. Non so quanto bene. Non so se i libri distribuiti da Bookabook (o da altri) finiscono nello scaffale “seghe” o se finiscono in un luogo dignitoso. A quanto ho capito il concetto è che tu metti il libro sulla loro piattaforma e loro lo pubblicano se ricevi un sufficiente numero di preordini/sovvenzioni dai tuoi supporters. A quanto ho capito hanno anche editor, correttori di bozze e via discorrendo. A quanto ho capito (ma poi ho capito?) hai il massimo della libertà creativa e il minimo di scocciature. Detto così sembra troppo bello per essere vero, quindi non lo sarà.
Ottava, ultima, riflessione. Dovrò pensarci ancora un po’. Scusate, sono lenta. Non riesco ad affrettarmi, su certe cose. Se avete idee o suggestioni vi prego di lasciarle qua sotto e NON di mandarmi messaggi privati. I messaggi privati servono solo a me, le discussioni pubbliche possono servire a tutti.
Se avete letto fin qua siete già eroi.

E in quanto al libro stesso:

Ho parlato un sacco del “come”, ma ho ancora detto poco del “che cosa”. I ricordi degli specchi è un libro abbastanza lungo. Parte allegro e ci sono molte parti in cui fa ridere, ma è una delle cose più dure che io abbia mai scritto. E’ involontariamente attuale. “Involontariamente” perché ho iniziato a scriverlo tempo fa, ma le tematiche che tocca tengono banco quotidianamente sui giornali.
Penso che sia uno dei miei lavori migliori, ma poi che ne so? Mi sembra così ora.

E infine sul perché ho scelto Wattpad:

Diverse persone mi hanno chiesto perché io stia mettendo gratuitamente il mio nuovo libro su Wattpad, quando avrei potuto almeno pubblicarlo a pagamento come ebook. È una domanda logica, che richiede una risposta un minimo articolata.
In breve potrei rispondere: quello che voglio, in questo momento, è aumentare il numero dei miei lettori. È vero, ma non è tutto. Per me avere più lettori ha un valore pratico (più lettori = più futuri acquirenti), ma se la cosa si limitasse a questo è probabile che mi occuperei di qualcosa di più vendibile. Non so, le frittelle. Le frittelle hanno sempre pubblico.
Per me aumentare il numero dei lettori è un modo per continuare con “la cosa più divertente che si possa fare da soli”, come diceva Terry Pratchett: scrivere. Scrivere roba divertente, che sia anche una riflessione su quello che ci circonda. Non un esercizio solipsistico, ma qualcosa che coinvolga (anche) le persone.
Pubblicare I RICORDI DEGLI SPECCHI a puntate su Wattpad mi consente di fare proprio questo: coinvolgere le persone. Interagire con i lettori. Ascoltare le opinioni, cogliere i suggerimenti, ragionare insieme. Poi la parte della scrittura la faccio io, è ovvio. Scrivere è pur sempre un atto personale e solitario. E capisco gli scrittori che si mettono in esposizione da qualche parte e poi restano fermi come se posassero per un ritratto. Ci ho pure provato; per lo più non è successo niente. Niente di interessante, comunque.
Quindi… ecco, il piano è questo. Coinvolgere persone.
Il modo più semplice e adulto per farlo mi sembra dire: “Okay, questo è il mio lavoro. Secondo me è parecchio buono, ma giudicate voi. Potete leggerlo gratis. Se vi piace lasciate una stellina. Se vi piace condividete quello che avete letto e fatelo conoscere a qualcun altro. Se non vi piace, amici come prima”. Non è una gran strategia di marketing, è vero. È come se alla TV vi chiedessero di mangiare quei certi biscotti perché sono buoni, non perché li cucina Banderas… ma in fondo le storie non sono biscotti e penso che non tutti trovino irresistibile l’idea di un attore hollywoodiano che parla con le galline.
Quindi… è uscito un altro capitolo de I RICORDI DEGLI SPECCHI, il nuovo romanzo con il commissario Sensi. È il quinto capitolo di venti. Potete leggerlo gratis qua:
Se vi piace, mettete una stellina al capitolo. Se vi va, fate sapere a qualcun altro che il libro esiste. Ho una pagina FB personale, questa, una pagina autore, questa, e un sito, questo: www.susannaraule.com
Potete seguire gli aggiornamenti su ognuna di queste pagine e su Wattpad.

 

 

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Dark – serie tv

Anno 2019, un paesello in mezzo alla foresta dove ben pochi di noi vorrebbero vivere. Alberi, alberi, alberi senza fine come un mare verde cupo e, proprio nel mezzo, la ciminiera bianca e fumante di una centrale nucleare. Tipo Twin Peaks, ma senza picchi. Tipo Hawkins, ma con uno scroscio di pioggia ogni quarto d’ora circa. Uno scroscio di pioggia che tutti sembrano ignorare.

Non sono gli scrosci di pioggia, tuttavia, la cosa più inquietante di Winden, la cittadina in questione. Nel bosco c’è imboccatura di una grotta da cui provengono strani rumori, uno strano vento. Inoltre… spariscono le persone, meglio se bambini o ragazzini.

Il valore immobiliare delle case, a Winden, dev’essere ben misero, tra pioggia, centrale nucleare e sparizioni, tanto più che c’è stata una scomparsa anche 33 anni prima, e anche in quel caso era un ragazzino.

Collegate tutti i puntini tra loro, adesso: piccola città, ogni famiglia ha un segreto, buco misterioso nel bosco, losco impianto governativo tra le frasche… sì, be’, ne convengo: messa così non è il massimo dell’originalità. Il titolo alternativo della serie, addirittura, è “I Segreti di Winden”, non so se vi ricorda qualcosa.

Ma fermarsi all’apparenza sarebbe un peccato, perché gli elementi di cui sopra, nel corso della storia del cinema e della televisione, hanno dato un numero sorprendente di prodotti sempre diversi e spesso buoni ed è il caso anche di Dark. Per di più Dark non è solo questo.

dark_us_jpg_400x0_crop_q85Lasciatemi elencare qualche differenza:

Noi spettatori scopriamo quasi subito dove sono finiti i ragazzini. Non lo considero uno spoiler, dato che è il tema della serie, ma se siete degli integralisti delle anticipazioni non leggete la frase seguente: i ragazzini hanno viaggiato nel tempo, in qualche modo passando dalla grotta. Quindi Dark non è una serie sovrannaturale in senso stretto, quanto di fantascienza. E i paradossi temporali tornano tutti, ho controllato.

– Per quanto a un’occhiata superficiale Dark sembri “Twink Peaks incontra Stranger Things” alla fine è piuttosto diverso da entrambi. È una serie europea, e come tale ha un modo diverso di affrontare le cose. Per intenderci, è più vicino a Broadchurch che ai suoi cugini americani (a entrambi, nella loro diversità).

– Come molti prodotti europei, ha dei difetti europei. Gli americani su certe cose sono tutti precisini, noi sorvoliamo un po’. Per esempio, se scompare un ragazzino, nel mondo reale, sul paesello calano giornalisti a frotte e squadre investigative d’élite, esperti criminologi e turisti in cerca di brividi. A Winden no. A Winden ogni tanto parlano della cosa alla radio, tra il meteo e lo sport. Fine. Delle indagini si occupa la scalcinata polizia del luogo, uno dei cui membri è anche il padre del bambino scomparso. Solo dopo un tot di giorni a qualcuno viene in mente che forse, sì, è il caso di sollevarlo dalle indagini.

Ma il difetto più grande è che, con un sistema di grotte a due passi dalla città e due ragazzini scomparsi, non venga organizzata una ricerca sistematica nelle grotte stesse, la polizia non cerchi mappe ed esperti di grotte a cui chiedere e così via.

Vi sembrerà un difetto grave – e bisogna ammettere che lo è – ma cercate anche di immaginare che cosa sarebbe diventata la storia se le grotte fossero state esplorate dalla puntata numero uno: Stargate. Credo che l’orrore supremo di una tale prospettiva sia quello che ha impedito agli sceneggiatori di affrontare la cosa in modo più sensato.

Ci sono poi mille altri piccoli problemucci. Insensatezze di poco conto, ma comunque irritanti.

Questo per dire: Dark non è perfetto, tutt’altro.

Se siete dei tipi pignoli, vi infastidirà.

Quindi, riassumendo, Dark non è poi così originale e non è priva di imperfezioni. Perché vederla, quindi?

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Il motivo principale sono i personaggi e come si muovono all’interno di un racconto dal ritmo ipnotico, che ti trascina al suo interno malgrado tutto.

Il padre del ragazzino scomparso, un ex bulletto a cui 33 anni prima è scomparso anche il fratello, e il suo fallimento esistenziale: una moglie, un’amante, la vita che l’ha messo sotto come un tir da dieci tonnellate. Il giovane Jonas, il cui padre si è ucciso senza un perché lasciandolo privo di punti di riferimento. Il vecchio Helge che vaga nel bosco biascicando parole senza senso, che un tempo è stato un Helge più giovane, e un Helge bambino… e quasi sempre ha sbagliato qualcosa. Qualcosa di grave. Regina e il suo rancore; nonna Ines e il suo segreto; Magnus, e Martha, e Franziska, e tutti gli altri adolescenti che sono pur sempre adolescenti. Charlotte, la poliziotta metodica, e suo marito Peter, dai molti fantasmi.

È una galleria di personaggi reali, vibranti, dalle belle facce come scolpite nel legno, dai giacconi sempre lucidi di pioggia.

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E Dark è una serie imperfetta e affascinante, che limita il facile citazionismo al minimo sindacale, che è tedesca ma non ha la classica fotografia piatta tipica dei telefilm tedeschi più noti, che fa la sua cosa senza preoccuparsi dei precedenti e che, passato un po’ di tempo, scopri che ti ha lasciato un sapore buono in bocca, un sapore complesso e strutturato da rosso corposo.

Se cercate uno Stranger Thing, non cominciate nemmeno. Se volete un altro Twin Peaks, cercatelo altrove. Dark, alla fine, riesce nell’impresa più difficile: essere solo Dark.

10 fumetti da leggere se non avete mai letto un fumetto (prima parte)

Qua nelle retrovie abbiamo l’ambizione di collegare e raccordare i vari quartieri della città della letteratura. Per questo ho pensato di scrivere un pezzo dal titolo accattivante su dieci fumetti che probabilmente vi piacerà leggere se non avete mai letto un fumetto.

Per prima cosa, che vuol dire non aver mai letto un fumetto? Almeno un Topolino l’abbiamo letto tutti. Un Dylan Dog, un Tex, un manga qualsiasi…

Quello che intendo è: se non avete mai scelto di leggere un fumetto. Se non avete mai comprato o preso in prestito un fumetto con le stesse aspettative che avreste avuto per un romanzo.

Ecco, se volete allontanarvi dal grande e popoloso quadrante cittadino delle storie senza immagini… dove potreste andare?

Ho deciso di usare come punto di partenza questa classifica, piuttosto vaga, dei maggiori successi editoriali degli ultimi anni per suggerire un titolo a fumetti per ogni titolo di romanzo (o di ciclo di romanzi). Non ho tenuto conto dei manuali e delle altre opere non-fiction, con un’eccezione, e delle ripetizioni (diversi romanzi di uno stesso ciclo).

Ovviamente avrei potuto trovare altre classifiche: i libri più venduti del 2016, i libri più amati di tutti i tempi, i classici indimenticabili… ho scelto questa, non vogliatemene, in futuro potrò usarne altre. Per fortuna ho letto quasi tutti i libri in questa classifica, per quelli mancanti mi sono documentata e ho cercato di fare del mio meglio.

Ecco i primi cinque, a partire dal basso:
[continua…]

C’è un mondo, là fuori

C’è un mondo, là fuori. Un mondo in cui non tutti hanno il tempo di leggere, andare al cinema o guardare serie tv. Un mondo in cui non a tutti piace farlo, non so se ci avevate mai pensato. È un mondo che probabilmente non avete mai neppure preso in considerazione e – santi numi – vi assicuro che non ha niente a che vedere con questo blog. […] 

Il mio nuovo blog su Lo Spazio Bianco: Telegrammi dalle retrovie

Chi dice donne dice danno: parla Susanna Raule

Mio pezzo sul sessismo nel mondo del fumetto comparso su LibroGuerriero.

libroguerriero

Il mondo del fumetto è sessista?

SusannaQuando Marilù mi ha chiesto di scrivere questo pezzo la prima cosa che ho pensato è stata: “Oh, no”. Perché, insomma, non è esattamente il genere di pezzo che ti fa fare degli amici. Anche se poi non mi interessa avere quel genere di amici e se mi becco qualche rispostaccia pazienza.

Le rispostacce che mi aspetto sono: 1) dici così perché sei frustrata; 2) dici così perché sei una cagna femminista; 3) niente, il silenzio.

Che poi è quello che si dice normalmente alle donne per screditarle, farle vergognare e zittirle. Che poi, però, sono le risposte che nel mondo del fumetto italiano si prendono anche gli uomini, tranne forse quella del punto 2.

Quindi, cerchiamo di essere obbiettivi e di non confondere la semplice stronzaggine con la stronzaggine di genere.

Nel mondo del fumetto italiano c’è una leggenda che con il genere…

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A book to tell: L’architettura segreta del mondo

Una bella recensione del mio ultimo romanzo sul Libroguerriero!

libroguerriero

rauleTitolo: L’architettura segreta del mondo

Autore: Susanna Raule
Editore: Salani Editore
Anno: aprile 2015
Pagine: 403
Genere: giallo-noir
Prezzo: 16,90 euro

“ Ognuno ha il suo punto di vista, ognuno racconta le cose a modo suo, ognuno cerca di ingannarci su questo o su quello.”
Susanna Raule, spezzina. Psicologa e psicoterapeuta. Sceneggiatrice per diversi editori nazionali e non. Autrice e traduttrice. Vince il Lucca Project Contest del 2005 e arriva in finale al Premio Michelozzi. Nel 2010 partecipa al Premio IoScrittore con il romanzo “L’ombra del commissario Sensi”, in uscita per Salani Editore l’anno successivo. Il suo secondo libro è del 2012, “Satanisti perbene”. “L’architettura segreta del mondo” è la terza avventura dell’oscuro commissario.
Ermanno Sensi è commissario della Squadra Mobile di La Spezia. Non sopporta l’estate e i turisti sono mal tollerati. Perennemente in nero, con occhiali da sole coprenti tipo saldatore.

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In a bunch of super-heroes being human is the thing

Non sono una grande amante del genere supereroistico, né una grande esperta. Ciò nonostante, ho macinato un numero più che sufficiente di albi con protagonisti individui in calzamaglia (o, come usa adesso, tutine in ecopelle e polimeri complessi) per poter esprimere un’opinione informata. Solo, non nerd. Tenetene conto.

E naturalmente vi sarete accorti che i supereroi, dopo aver espugnato e conquistato le sale cinematografiche, si sono dati all’assalto anche del piccolo schermo.

Due sono le serie supereroistiche di cui voglio parlarvi oggi: Daredevil e Powers.

Ma partiamo dai fumetti. Daredevil è un vecchio personaggio con un sacco di storia. Il revisionismo l’ha sfiorato senza travolgerlo (d’altronde non ha travolto nessuno dei vecchi personaggi, gli ha solo scompigliato un po’ i capelli). Ha una sua certa allure, volendo, ma non è mai stato in alto tra i miei eroi preferiti.

La serie della Netflix ha ricontestualizzato il vecchio Devil, l’ha ripulito dagli ultimi residui naif della silver-age, ha abbassato di un paio di tacche il livello del kitsch insito in ogni eroe mascherato e, come dire… l’ha liberato nelle strade.

Produzione di tutto rispetto, con attori di livello medio/medio-alto, un protagonista con una faccia da carlino e una strepitosa Rosario Dawson.

“Behave, or I’ll chew your limb off!”

Livello? No, buono. La serie è divertente, i nerd spero sufficientemente delusi, la trama ha qualche piccolo buchino che quasi non si nota e le scene d’azione sono per lo più ottime. Uno zinzino troppo lunghe, se chiedete a me, ma, insomma, io sono una ragazza.

Ah, e la rossa di True Blood riesce a sembrare una ragazza qualsiasi. Brava.

Alla fine della visione ti lascia come una blanda eco, una specie di ricordo gradevole, come quel piatto di crema di zucchine così delicato e così poco memorabile.
E la vaga idea che hai appena visto la prima serie contro la gentrificazione, che è un concetto così hipster da dare le vertigini, ma va be’.

Powers, d’altronde, è un fumetto nato dieci anni fa, un fumetto post-revisionista maturo, calibrato, divertente, ottimamente disegnato, potente, con riflessioni non banali sulla società dei consumi e dell’immagine (nonché, inevitabilmente, sulla natura umana).

In poche parole, Powers è forte. Molto forte, molto bello.

La serie è… perfettibile.

Le prime due puntate sono quasi inguardabili. Montaggio e regia da progetto di una scuola media, fotografia da filmino del matrimonio di un tuo amico, dieci anni fa, effetti speciali imbarazzanti.
La regia e il montaggio migliorano in modo sostanziale alla terza puntata, il resto rimane un po’ scadente.

Del tipo che i tizi mascherati sembrano cosplayer brutti, okay.

Ma rispetto a Daredevil, Powers ha cuore, ha anima e, specialmente, ha cervello.
Ha un’umanità e una profondità che gli autori del primo non hanno saputo o voluto fotografare.

In una società in cui i superpoteri sono relativamente comuni la divisione “poteri” della polizia ha un lavoro ingrato da compiere: destreggiarsi tra le superstar in costume, tra i ragazzini dai poteri acerbi, pericolosamente pieni di ambizioni, e tra i pochi, veri, supercattivi, che curiosamente non vogliono il solito “dominio del mondo”, ma soldi e fama (se sei un Power la figa già ce l’hai).

Un universo in cui i supereroi hanno tutti l’agente, pubblicizzano scarpe da ginnastica e hanno fondazioni benefiche. Un universo in cui i supereroi uccidono semplicemente atterrando nel posto sbagliato o scagliando il super-cattivo di turno sulla macchina di una famiglia innocente.

Rispetto al fumetto i personaggi non sono banalizzati – in verità neppure in Daredevil, cambia il punto di partenza – ma non sono neppure identici. C’è stata un’ulteriore elaborazione.

Deena Pilgrim, piena di zelo e coraggio, ma a volte spersa. Christian Walker, un tempo Diamond, che ha perso i suoi poteri e vedere quanto li rivorrebbe indietro ti fa male al cuore. Retro Girl,  che è stanca e sa che in fondo rispetto a un uragano lei non è niente, eppure deve andare, deve continuare a salvare vite, una vita alla volta, e a interpretare il suo ruolo. Johnny Royalle, che in tutti questi anni non ha ancora deciso se è buono o cattivo, e per di più ha paura. E Wolfe, il filosofo maledetto che divora le anime di tutti i cuccioli che incontra, terribile come il più terribile dei lupi e per questo così affascinante.

Ora, io ai nerd non so che cosa dire.  Se per voi è tutta questione di ret-con e aderenza agli originali io e voi non abbiamo proprio nulla da condividere.

Agli altri, quelli a cui interessa una riflessione adulta sul concetto di eroe e di dovere, ovviamente consiglio Powers. Con due postille:

1) Comunque si tratta di supereroi. Come calciatori, ma volanti. Fanno un cervello in tre. Il problema è che la serie non si fa alcuno scrupolo nel mostrarcelo, quindi se vi aspettate brillanti deduzioni e astuti piani… no, ecco, guardatevi Sherlock.

2) In Powers ci recita l’uomo più bello del mondo. Ho cercato di essere obbiettiva, ma, insomma, comunque se anche la serie facesse schifo varrebbe la pena di guardarla senza audio solo per lui.

Il Club dei Cantanti Morti

IL CLUB DEI CANTANTI MORTI RAULECredo di aver già detto quanto importante è stato Paolo De Crescenzo nel farmi prendere la decisione di provare a scrivere. Il Club dei Cantanti Morti è un libro che avremmo voluto fare insieme, quando lui era ancora il CEO di Gargoyle Books e, specialmente, era ancora tra noi. Ne abbiamo parlato diverse volte, scontrandoci con il piccolo dettaglio che Il Club dei Cantanti Morti non è un libro horror.

Poi Paolo è mancato e a me è mancata la voglia di continuare a lavorare su questa storia, semplicemente. L’ho lasciata lì, semi-abbozzata, inconclusa, imperfetta, informe.

Non volevo più vederlo, questo libro. Non per chissà quale tristezza o brutta associazione d’idee, ma proprio perché per me non aveva più senso.

Fino a Carlo Deffenu.

Carlo lo conosco da un po’. È un bravo scrittore e, credo, una buona persona. È uno che ha voglia di fare e non si scoraggia facilmente. A un certo punto mi ha detto: “Facciamo una nuova casa editrice. Lo so, siamo matti.”

Ho riso e ho risposto: “Sì, siete matti. Sono contenta”.

Poi, quando la casa editrice è partita, o meglio, quando è partita Otto Micron, chiacchierando del più e del meno Carlo mi ha chiesto: “Non è che tu, per caso, hai qualcosa che vorresti farci leggere?”.

In quel momento mi è venuto in mente il Club.

Solo che io non volevo più lavorare sul Club, perché non aveva più senso. Solo che probabilmente non potevo nemmeno darglielo, qualcosa di mio, che a loro poi piacesse o meno. Solo che…

Niente. Ho preso il vecchio Club e l’ho buttato via. Le cose senza più senso si buttano, non si tengono lì per una qualche stupida forma di nostalgia. Ho buttato il vecchio Club e ho scritto un nuovo Club. Uno che per me avesse un senso.

Uno con più musica di quella che piace a me, e più cose sopra le righe, e più morti ammazzati, e più detection, e più sovrannaturale e persino con qualche parte vagamente lirica.

Okay, due parti. Una pagina ciascuna. Il resto è la mia solita robaccia fracassona.

E ci ho messo il miagolio delle chitarre elettriche, il muggito dei bassi e tutto quanto. E ci ho messo una ragazzina sboccata e un posto di campagna che è da dove viene tutto il Male perché, insomma, non so se lo sapete, ma il Male viene di lì: dalla campagna. Anche se poi, no, non viene di lì, lì è solo dove emerge, per poi spargersi in giro. E quando trova un bel posto, quando trova l’inferno in terra o giù di lì, si ferma e fiorisce.

Non so come vediate voi Los Angeles, ma per me a Los Angeles poteva esserci una fioritura di Male che nemmeno tutti i giardinieri del diavolo.

Avendo scritto questo nuovo Club, ho chiesto a Salani di lasciarmelo dare a Otto Micron. Semplice. Credo che la mia editor abbia scosso la testa rassegnata, ma poi, sapete, è una grande editor. E Salani è una grande casa editrice. Ho avuto il permesso e ho dato il libro a Carlo.

Non mentirò: lo sapevo già che gli sarebbe piaciuto.

L’abbiamo editatato (be’, Carlo l’ha fatto) e gli abbiamo trovato una copertina. La copertina l’ha disegnata Armando Rossi, il mio compagno, ed è una specie di regalo. È un regalo perché Armando disegna per mestiere, non per fare i favori a me, ma comunque l’ha disegnata ed è bellissima. Spiega proprio quell’idea lì, quell’idea che ci ho messo qualche centinaia di pagine a spiegare, solo che la spiega con una sola immagine. Una mano sul manico di una chitarra elettrica. La chitarra è reale, la mano no. Fine. Quando l’ho vista mi sono venuti i brividi.

Ora il libro è uscito. È in vendita. Non posso più lavorare su di lui, ma solo per lui. Per diffonderlo e pubblicizzarlo.

Non è più il Club dei Cantanti Morti di cui parlavamo con Paolo e sono felice che non sia più lo stesso libro. Ma credo anche che Paolo sarebbe contento di vederlo uscire come primo titolo di una collana coraggiosa e un po’ folle come Otto Micron perché, insomma, Paolo era matto, quindi credo che quest’intera operazione da servizi di salute mentale gli sarebbe piaciuta molto. Magari sbaglio.

E suppongo che a voi non importi.

Quello che vi dovrebbe importare è: è un buon libro?

Sì, cazzo. È un gran bel libro.

Lo so già che vi piacerà.

 

Ma giusto nel caso che aveste qualche stupido tentennamento, potete leggere in anticipo cinque piccole tracce, come in un mini-EP, qua: prologue, track 1, track 2, track 3, track 4.

La storia la fanno gli idioti

Ieri sera ero a letto con il mio ragazzo. No, non è l’inizio di una confessione erotica, tranquilli. Ero a letto con il mio ragazzo e, come tutte le sere prima di dormire, stavamo leggendo. Armando leggeva qualcosa di serio o comunque di abbastanza intellettuale da contenere la parola “cengia”, io leggevo (in ritardo) il primo libro di Nicolò Zuliani.

E continuavo a ridere. No, anzi, a singhiozzare dal ridere. Finché Armando, seccato, non mi ha intimato di farlo in silenzio.

I successivi venti minuti si sono svolti all’insegna della deprivazione d’aria, da parte mia. E sono stati punteggiati da scoppi di risa soffocate e «Scusa» sghignazzanti.

Conosco Nebo (il nick di Zuliani) da qualche anno, cioè da quando mi sono imbattuta nel suo blog Proeliator. All’epoca era ancora su Splinder (e esisteva ancora Splinder) e anch’io avevo un blog su Splinder (questo, in effetti). Se non siete mai stati ai Bagni Proeliator, fate un favore a voi stessi: andateci.

Nebo era una specie di mitragliatrice letteraria. Ti investiva con scariche di duecento frasi iperboliche, acide, volutamente tamarre, volgari, irridenti, sguaiate e imbarazzantemente esilaranti al secondo. Imbarazzantemente perché, come dire, magari ti ritrovavi a ridere dei dei disagi intestinali altrui e questo ti faceva sentire un po’ in colpa. Cioè: no. Ma ti metteva con lampante chiarezza davanti alla verità che potevi ridere dei disagi intestinali altrui e non sentirti in colpa.

Nebo ha sempre avuto questo pregio, che potrei spiegare in modo più esaustivo solo ricorrendo alla celebre massima di Nietzsche, “se scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”. Ecco, Proelietor è sempre stato questo. L’abisso che ti scruta, ti fa l’occhiolino, fa dardeggiare la lingua tra indice e medio, si gratta il pacco con naturalezza e ti dice: «Ehi, ciao, io sono Abisso, fai qualcosa stasera?».

All’epoca, quando non investiva i propri lettori con l’imbarazzante consapevolezza di essere delle brutte persone, Nebo faceva qualche lavoro che lo rendeva infelice. Non mi ricordo con esattezza quale. Tutti continuavano a dirgli che avrebbe dovuto scrivere, perché era evidente che era quello che sapeva fare meglio (alla qual cosa lui rispondeva che andava benino anche nel sesso anale). Alla fine, la consapevolezza di essere davvero bravo a scrivere, il perdurare di una certa insoddisfazione lavorativa e, probabilmente, l’inevitabile declino della potenza sessuale, hanno convinto Nebo che, sì, scrivere sarebbe stato il suo lavoro.

Scrivere come giornalista per alcune delle riviste più glamour sulla piazza, apparentemente, portando anche nel mondo patinato di Cosmopolitan e GQ tonnellate di commenti ineleganti, razzisti, sessisti, qualunquecosavivengainmentisti e pacchi di coprolalia.

E scrivere il libro di cui vi sto parlando, La storia la fanno gli idioti, un libro che riassume perfettamente la weltanschauung nebiana: gli esseri umani sono un branco di coglioni ridicoli, patetici, grotteschi e per questo, in fondo, degni di amore.

In La storia la fanno gli idioti Nebo si limita a riportare dei fatti storici veri, come le traversie della nave da guerra USS William D. Porter, romanzandoli come li immagina lui. No, so che detta così sembra una cosa noiosa. Andate su Proeliator e leggete la prima stesura di quel capitolo. A quel punto capirete.

Capirete, intendo, perché io ridessi come una scema senza riuscire a fermarmi mentre il mio ragazzo si lambiccava il cervello sul possibile significato di “cengia”.

Davvero, se vi volete bene fatelo.

[Messaggio di Nebo in arrivo con veementi proteste per le allusioni a una sua possibile perdita di potenza sessuale -3, -2, -1…]

Anatomia di uno statista in offerta a 0.99

Per tutto il mese di agosto Anatomia di uno statista sarà in offerta a 0,99 euro nelle principali librerie online. Qua il link alla pagina Amazon.

 

Anatomia di uno statista - susanna raule