Unione Europea: il bignami

Che poi non si dica che il mio blog non fornisce informazioni di pubblica utilità. Nell’ultimo periodo, anche a causa della campagna elettorale particolarmente dissennata e disinformativa di questi giorni, mi è capitato di sentirne di tutti i colori.

(Questo è un modo educato di mettere giù la questione. Il modo meno educato sarebbe dire “mi è capitato di sentirmi abbaiare contro da persone convinte di aver capito Il Mondo, persone arrabbiate e ignoranti come caprette di montagna”. Sebbene io non abbia assolutamente nulla contro le caprette di montagna, sentirmi urlare addosso sciocchezze non mi rende particolarmente felice. Anche perché c’è una cosa che questi arrabbiati dovrebbero ormai avere introiettato: se sostieni le tue opinioni sulla base di una tua idea immaginaria di realtà qualcuno ti darà di certo retta, ma qualcun altro ti prenderà anche per il culo di brutto. Ecco, io sono quel qualcun altro.)

Di conseguenza penso di fare cosa grata a tutti con questo piccolo bignami delle principali istituzioni europee. Ecco, vi ho fatto anche uno schemino, e pazienza se vi sembrerò pedante:

unione europea

PARLAMENTO EUROPEO:

Il Parlamento europeo è quello che eleggiamo ogni 5 anni. Il 25 maggio andiamo a votare per eleggere quei parlamentari lì e ci andiamo in tutta Europa. È composto da 571 deputati, un tot per ogni paese. Il numero dei deputati dipende dalla grandezza del paese che li elegge – o meglio dal numero di abitanti. L’Italia è un paese un sacco popoloso, per cui ha 73 eurodeputati. I paesi più piccoli, tuttavia, tipo Malta o il Lussemburgo, hanno un po’ più europarlamentari di quelli che gli spetterebbero, perché se no resterebbero senza rappresentanza del tutto.

Il Parlamento europeo è simile a qualunque camera dei deputati di un paese democratico. Ci sono schieramenti e partiti e gruppi fuori dagli schieramenti. Abbiamo già detto che i due partiti più grandi sono il Partito Popolare Europeo e il Partito Socialista Europeo (centro-destra e centro-sinistra). Poi ci sono i Verdi, l’ALDE (che è un partito liberista di centro), il GUE (che è un partito più a sinistra del PSE), l’AECR (più a destra del PPE) e un sacco di altri schieramenti minori, tra cui un gruppo di euroscettici.

Il principale procedimento con cui il Parlamento europeo crea delle norme è la “codecisione” insieme al Consiglio dell’Unione Europea. Se questi due organismi non sono d’accordo, una legge non passa. Il Parlamento europeo ha un presidente, che in questo momento è Martin Schulz. Il suo ruolo è simile a quello del presidente della Camera o del Senato qua in Italia, per capirci.

CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA:

Questo è un organismo piuttosto particolare, che abbiamo noi europei proprio perché la nostra unione politica è ben lungi dall’essere completa. È formato da tutti i ministri dei vari governi dell’UE. Che non si riuniscono tutti insieme, rasserenatevi, ma si riuniscono per dicastero. Ossia, tutti i ministri dell’Ambiente insieme, tutti i ministri dell’Istruzione insieme e così via. Infatti ha dieci formazioni: Affari generali; Affari esteri (presieduto dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza); Affari economici e finanziari (Ecofin); Agricoltura e pesca; Giustizia e affari interni; Occupazione, politica sociale, salute e consumatori; Competitività; Trasporti, telecomunicazioni ed energia; Ambiente; Istruzione, gioventù e cultura.

Dell’Ecofin avrete sicuramente sentito parlare. Si riuniscono un sacco ed è praticamente l’unica formazione a funzionare a pieno regime e in modo piuttosto unitario.

Il Consiglio dell’Unione Europea viene presieduto a turno da tutti gli stati dell’Unione, nei famosi semestri di presidenza. Tra poco inizierà il semestre di presidenza italiano. Quando il Consiglio si riunisce, la seduta viene presieduta dal ministro di quella disciplina lì il cui paese è nel suo semestre di presidenza. In pratica, se si riunisce il Consiglio per l’Ambiente e la presidenza quel semestre è della Polonia, la seduta sarà presieduta dal ministro per l’ambiente polacco.

L’unica eccezione è il consiglio dei ministri degli Esteri, che viene presieduto sempre dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, ovvero, in questo momento, Catherine Ashton.

Il Consiglio dell’Unione Europea vota a maggioranza qualificata, ovvero valgono di più i voti dei paesi più popolosi. Italia, Germania, Francia e UK hanno 29 voti, gli altri paesi a scendere. Per approfondire guarda QUA.

COMMISSIONE EUROPEA

Questo è, praticamente, il governo dell’Unione Europea. I Commissari europei in sostanza sono i ministri dell’Unione Europea. Ho sentito spesso delle lamentele perché i commissari non vengono eletti. Vorrei solo farvi notare che sono ben pochi i paesi in cui i ministri vengono eletti direttamente.

La Commissione Europea dura 5 anni come il Parlamento e come un po’ tutto il resto. Il Presidente della Commissione viene eletto dal Parlamento, mentre i commissari vengono nominati dagli stati membri, uno per stato. Infatti sono 28. Il primo vicepresidente è sempre l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri.

In questo momento il presidente è Barroso. Per le prossime elezioni i due candidati più “forti” in corsa sono Junker per il PPE e Schulz per il PSE.

Di certo avrete sentito nominare almeno alcuni degli altri commissari, per esempio Antonio Tajani, il commissario italiano, che ha competenza su Industria e Imprenditoria; oppure Olli Rehn, che è finlandese, per gli Affari Economici e Monetari; oppure Viviane Reding, del Lussemburgo, alla Giustizia; oppure Joaquìn Almunia, spagnolo, alla Concorrenza…

Come in tutti i governi, ci sono ministri che non si fila nessuno, è una legge di natura.

La Commissione rappresenta e tutela gli interessi dell’Unione nel suo insieme. Ossia, ogni singolo commissario si occupa di tutta l’Unione, nella sua area di competenza, non solo del suo paese d’origine. Sembra una cosa scontata, ma è importante.
In pratica, i ministri dei singoli paesi del Consiglio dell’Unione Europea cercano di fare gli interessi del loro paese d’origine, i commissari della Commissione Europea fanno gli interessi solo dell’UE nel suo insieme.

La Commissione propone pressoché tutte le leggi che poi vengono discusse dal Parlamento Europeo. Per approfondire vai QUA.

CONSIGLIO EUROPEO

Da non confondersi con uno degli altri consigli che ci sono in giro in Europa. Questo è formato da tutti i primi ministri dei paesi dell’Unione. Dà l’indirizzo politico, in pratica. Si riunisce più o meno 4 volte all’anno. Ha un presidente fisso, che in questo momento è Herman Van Rompuy.

Potete immaginarlo come una Super-Commissione Europea, fatta dai primi ministri invece che dai ministri dei vari dicasteri.

Ecco, questo era il bignami. Spero che sarà utile a qualcuno e, specialmente, spero di sentire meno caprette che belano, in un prossimo futuro.

Resta un barbatrucco, una faccenda che frega più di uno. Ossia: c’è anche un Consiglio d’Europa. Ecco, il Consiglio d’Europa non c’entra niente con l’Unione Europea. È come una specie di ONU europea, proprio sintetizzando al massimo. Così come Il Consiglio delle Nazione Unite non è gli Stati Uniti (USA), il Consiglio d’Europa non è il Consiglio Europeo o il Consiglio dell’Unione Europea.

Direte voi… potevano anche chiamarli in modo un po’ diverso! Sono d’accordo.

Perché alle europee voterò, voterò a sinistra, voterò Tsipras.

Ormai mancano 15 giorni alle elezioni europee e mi sembra giusto fare la mia parte per sostenerle. In primo luogo le elezioni, eh. E poi la mia parte politica.

PERCHÉ VOTARE.

Cominciamo dalle elezioni. Diamo per scontato il pistolotto in cui vi faccio notare che sempre più decisioni, specie di natura economica, vengono prese a livello europeo e che quindi queste elezioni sono importanti e che le elezioni europee saranno sempre più importanti in futuro. Dico, diamolo per scontato. La RAI ci ha fatto persino gli spot, se ancora non siete arrivati a questa consapevolezza credo di non poter dire proprio niente che vi interessi.

Vi farò un pistolotto sul futuro, invece. Per vederlo arrivare è sufficiente restare vivi, direte voi. Io dico che dipende anche dal punto in cui ti metti per osservarlo, un po’ come con le comete. Se resti chiuso in casa, poi non le vedi.
Il futuro che mi piacerebbe vedere è un futuro di reale integrazione politica europea. Un futuro in cui i cittadini scelgono il partito europeo che li rappresenterà in Europa. Vi sembrerà tautologico, ma di fatto, oggi, molti italiani pensano che andranno a votare un partito italiano che li rappresenterà in Europa.

Ecco, l’ho già detto, ma lasciate che lo ripeta: il Parlamento europeo ha 751 seggi, di cui solo 73 sono italiani. E sono pure tanti, eh, sono quasi un decimo. Però capite da soli che con un decimo dei parlamentari non possiamo dettare nessuna agenda, così come non la possono dettare gli altri paesi, singolarmente. Inoltre quei 73 non sono tutti d’accordo tra loro, ma appartengono a diversi schieramenti. Quindi non agiranno come un sol uomo per combattere la Merkel-Cattiva – e anche se lo facessero sarebbero comunque irrilevanti, visto che sono meno di un decimo del totale.
Ma torniamo agli schieramenti. Perché ci sono degli schieramenti più grandi, composti da parlamentari di tutti i paesi UE. I due più grandi sono il Partito Popolare Europeo (PPE) e il Partito Socialista Europeo (PSE).
Secondo le ultime proiezioni, il PPE nella prossima legislatura avrà 209 seggi, il PSE 203. E, se ve lo state chiedendo, sì, io penso che quelli europei siano gli unici sondaggi che vale la pena guardare, visto che sono elezioni europee.

parlamento europeo

Comunque. Il Parlamento europeo è proporzionale, quindi è difficile che un partito, pure con molti seggi, governi da solo, perché non avrebbe la maggioranza. Per queste elezioni sono aperte diverse ipotesi. Il PPE potrebbe allearsi con l’ALDE (liberisti democratici – immaginate Scelta Civica in Italia), oppure potrebbe fare una grande coalizione con il PSE (vi ricorda qualcosa?).

Lo ammetto, questa ipotesi mi fa venire i brividi.

Oppure, il PSE potrebbe allearsi con il GUE e con i Verdi e potrebbe esserci una coalizione di sinistra.

Potrebbero esserci anche altre ipotesi, è ovvio. Ci arrivate da soli, se guardate il grafico.

PERCHÉ VOTARE A SINISTRA.

E qua arrivo alla seconda affermazione del titolo: se volete una coalizione di sinistra, votate a sinistra. Non è davvero importante che cosa votate (o meglio, sì, ma avete capito), ma che stia dentro un determinato range. Perché se i triangolini bordeaux, rossi e verdi sono abbastanza grandi, quella è la coalizione che andrà al governo. Dato che il voto è proporzionale, al Parlamento europeo non c’è nessun premio di maggioranza: l’unico voto utile è quello dato a uno schieramento europeo.

Quindi, il concetto è molto semplice: specialmente a queste elezioni: se siete di sinistra votate a sinistra. 

Adesso vi parlerò dell’ultima parte del titolo di questo post, la parte più personale, ovvero perché voterò L’altra Europa con Tsipras, ovvero GUE, la sinistra più a sinistra.

PERCHÉ VOTARE TSIPRAS.

La mia appartenenza politica a SEL è cosa nota. Credo che sia altrettanto noto che non sono d’accordo con tutto quello che sostiene SEL, a priori. Anzi, non sono d’accordo a priori proprio con niente e nessuno. Mi piacerebbe che ci fosse un partito a cui dare il mio appoggio incondizionato, ma non c’è.

Aspettate, ho detto che mi piacerebbe, ma era solo un modo di dire. Non mi piacerebbe, mi farebbe un po’ paura.

Quindi, diciamo che SEL è il partito che più si avvicina a quello che penso io della gestione della cosa pubblica, anche se non sono d’accordo con tutto.

Ma in questo caso non stiamo parlando di SEL. SEL è solo una parte della Lista Tsipras. E confesso che non tutte le altre parti mi piacciono, motivo per cui sono stata a lungo perplessa se dare la mia preferenza a Tsipras o a Schultz (molto, molto schematicamente).

Ma, ritornando al ragionamento di prima, queste sono elezioni europee, non italiane, per cui quello che conta è il programma europeo. Se poi alcuni dei partiti o dei gruppi che sostengono la lista hanno idee sull’Italia che non capisco o che non condivido, non è un problema: alle prossime politiche non li voterò.

Quindi, guardiamo un attimo questo programma  della Lista Tsipras.

Nel programma ci sono tre priorità politiche:

“1. Porre fine all’austerità e alla crisi, con gli strumenti indicati nei 10 punti del piano.”

E, okay, penso che tutti vogliano porre fine alla crisi e all’austerità. Non essere d’accordo è un po’ difficile. Ma dopo ci guardiamo i 10 punti, okay?

“2. Avviare la trasformazione ecologica della produzione, per rispondere alla crisi ambientale e dare priorità alla qualità della vita, alla solidarietà, all’istruzione, alle fonti energetiche rinnovabili, allo sviluppo ecosostenibile.”

Questa è solo apparentemente una banalità. Confesso di essere piuttosto tiepida rispetto ad alcune tematiche ambientaliste, mentre altre, come la lotta agli OGM, mi vedono addirittura contraria. Ma se parliamo di politiche per lo sviluppo industriale, non possiamo evitare di farlo con il minimo impatto ambientale possibile, a mio avviso. Per un motivo molto semplice: è inutile mettersi in una buona posizione per vedere arrivare il futuro, se poi tutto quello che si vede arrivare è un’ondata di liquami.

“3. Riformare le politiche europee dell’immigrazione, rifiutando il concetto di “Fortezza Europa” che alimenta forme di discriminazione, e garantendo invece i diritti umani, l’integrazione, il diritto d’asilo e le misure per la salvaguardia dei migranti, costretti ad affrontare viaggi in cui è a rischio la loro stessa vita.”

E su questo ho pochissimo da dire. Sono d’accordo sia da un punto di vista ideologico che da un punto di vista pratico, perché non credo che qualcuno possa davvero riuscire a fermare una persona che sta fuggendo per la sua vita e per la vita dei suoi figli. Puoi ostacolare quella persona (lo stiamo facendo), ma non puoi fermarla, alla fine. Perché per te la posta in gioco è una vaga idea di conservazione del tuo modus vivendi, per lei è la sopravvivenza.

Adesso diamo un’occhiata ai 10 punti. Lo farò schematicamente, perché di pistolotti ne ho già fatti abbastanza.

La Lista Tsipras si propone la fine immediata delle politiche di austerità. Mio commento: meglio tardi che mai. Si propone di farlo tramite “un programma di ricostruzione economica, finanziato direttamente dall’Europa tramite i prestiti a basso tasso d’interesse, e centrato sulla creazione di posti di lavoro, sullo sviluppo di tecnologia e infrastrutture”.

Cioè, per essere chiari, non intende farlo con il pecorino e con le fave, come certi altri. Vuole farlo con un piano economico serio, calcolato e sapendo dove prendere le palanche.

Mette in dubbio il cosiddetto Fiscal Compact così com’è ora. Il patto di bilancio europeo, infatti, “attualmente impone il pareggio di bilancio anche ai paesi in gravi difficoltà economiche”, mentre invece dovrebbe “consentire gli investimenti pubblici per risanare l’economia e uscire dalla crisi”.

Ovviamente, se siete contrari agli investimenti pubblici e credete che il libero mercato aggiusterà tutto magicamente da sé, sentitevi liberi di votare ALDE (se non odiate i gay) o PPE (se odiate anche i gay).

Per fare questo la lista propone “una Conferenza europea sul debito, simile a quella che nel 1953 alleviò il peso del debito che gravava sulla Germania, e le consentì di ricostruire la nazione dopo la guerra”.

Infine auspica la creazione di “una vera banca europea, che in caso di necessità possa prestare denaro anche agli stati e non solo alle banche, e che fornisca prestiti a basso tasso di interesse agli istituti di credito, a patto che accettino di fornire credito a costi contenuti a piccole e medie imprese” e di “una legislazione europea che renda possibile tassare i guadagni che derivano dalle operazioni finanziarie, oggi fiscalmente colpite molto meno del lavoro”.

Questo per quanto riguarda il programma.

Poi c’è tutto il resto. Il circo a tre piste della politica, le dichiarazioni e le contro-dichiarazioni, le foto di posteriori più o meno appropriate, i commenti su Alexis Tsipras stesso.

Farò anch’io un commento su Alexis Tsipras stesso: Alexis Tsipras sembra un giovanottone simpatico.

Ecco, adesso che l’ho detto è cambiato qualcosa? Io credo di no. E credo che il punto della questione non sia Alexis Tsipras, per quanto simpatico sia, ma la sua visione politica. E possiamo farci un’idea della sua visione politica osservando il suo lavoro con Syriza, il partito di sinistra che ha percentuali di consenso sempre più alte in Grecia.

“Tsipras fa di Syriza il primo partito che mette sul medesimo piano i diritti sociali e quelli civili: quindi nel suo programma ci sono allo stesso modo l’istruzione pubblica e il matrimonio gay, il controllo statale della banche e la depenalizzazione delle droghe, il salario sociale e la laicità dello Stato, la patrimoniale e il taglio delle spese militari, la tassazione delle rendite finanziarie e l’antirazzismo.” (QUI l’articolo completo.)

Un programma di sinistra, in una parola.

E questi sono i motivi per cui alle europee voterò, voterò a sinistra, voterò Tsipras.

Stanchezza

Dato che The Belle Jar ha scritto parola per parola quello che penso anch’io, non occorre che aggiunga altro. QUA l’originale.

Lunanuvola's Blog

(di Belle Jar, 15.3.2014, trad. Maria G. Di Rienzo)

tired

Sono stanca di parlare di femminismo agli uomini.

So che non dovrei dirlo. So che, quale brava piccola femminista della terza ondata, si suppone io vi spieghi dolcemente quanto amo e valuto gli uomini. Si suppone che io menzioni mio marito con cui sono sposata da cinque anni, mio figlio, i miei amici e parenti di sesso maschile e li metta in mostra come medaglie al valore, come prova che io non sono un’odiatrice di uomini.

Ci si aspetta che io tenda i palmi aperti e vuoti, per dimostrare che non posso far danno, che sono gentile. Soprattutto, ci si aspetta che io aduli voi uomini, accarezzi i vostri ego, vi dica quanto siete importanti nella lotta per l’eguaglianza. Questo è il modo giusto, o almeno così mi è stato detto. Come ripeterebbe mia madre, con il miele si prendono più…

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Soap Operas for Crime Lovers – Part Two (The Pendergast Saga)

Sì, vi avevo già parlato del profondo disagio con cui mi rendevo conto di essere a rota di questa roba qua. Per un breve periodo ero pure riuscita a uscirne, ma poi, come tutti i tossici o quasi, ci sono ricascata.

QUINDI, EHI, OCCHIO, SEGUONO SPOILER A PIOGGIA.

E vorrei essere ancora più chiara. Visto l’andazzo che ha preso la serie, non mi soffermerò affatto su quegli elementi marginali e irrilevanti dei quali si potrebbe tranquillamente fare a meno, come: la trama.
Ecco, Preston e Child sono riusciti in un’operazione pop che prima di loro solo gli sceneggiatori di Beautiful erano riusciti a fare, ossia rendere del tutto superata la funzione della trama.

Mi limiterò, quindi, a un’osservazione del tutto aneddottica, per quei quattro eccentrici a cui interessasse: sì, nei loro libri una trama c’è sempre.
Non interessa a nessuno, ma c’è. E a volte tiene anche da un punto di vista logico. A volte no, ma come dicevo non ha importanza.

Ma veniamo alle cose serie, ora. Il Riassuntone delle principali sottotrame-soap del ciclo di libri.

Aloysius Pendergast ha avuto un nome proprio piuttosto tardi, tipo verso il quinto o sesto libro. Poteva essere un nome pazzesco, visto che gli autori hanno fatto crescere la suspense a lungo, ma invece si è trovato a essere un Aloysius. Peggio di quello era possibile solo un Calogerus, probabilmente, ma poi è questione di gusti, eh.

Comunque, Aloysius. Le cose a sua insaputa che non sono capitate al buon Aloysius!

1- Per prima cosa ha quasi ammazzato suo fratello minore Diogenes quando erano piccoli. L’ha spinto dentro una specie di frullatore psichico d’antan, una sorta di Dreamachine di Burroughs, ma davvero funzionante e davvero in grado di darti il bad trip della tua vita. Il piccolo Diogenes si è sparato in testa per sfuggire all’orrore, ma figuriamoci se è morto. Però è stato pesantemente risentito con il fratello di lì in poi. Pesantemente risentito del tipo che ha cercato di uccidere lui e tutti quelli che gli erano cari. Ma Aloysisus guardava all’isteria omicida del fratellino con un ottuso sguardo WTF perché aveva rimosso tutto. Quindi, traumi familiari a sua insaputa.

2- Sua moglie, Helen, che era stata divorata da un leone (una delle tipiche fini sobrie dei romanzi di Preston e Child). See, divorata! Ovviamente sua moglie era viva e vegeta, ma si stava nascondendo dal gruppo di nazisti sudamericani che l’avevano allevata e che volevano usare il suo corpo per orribili esperimenti genetici. Tipo produrre tedeschi messicani. Insomma, comunque Helen non era morta, quindi Aloysius ha avuto per quei quindici anni anche una moglie a sua insaputa. Molto discreta, però. Nel momento in cui la rincontra ovviamente lei viene uccisa, così ai lettori viene risparmiata una scena amputee porn che sembrava inevitabile (lei è senza una mano).

3- Due figli a sua insaputa. Perché, signori, un solo figlio a tua insaputa può capitare a chiunque, come dimostrato da “Non sapevo di essere incinta”, ma due sono un segno della tua schiatta. Quindi, due ragazzini quindicenni uguali sputati a lui (in spregio alle leggi di Mendel, dato che Aloysius è biondissimo e Helen no). Gemelli, chiaramente, di cui uno buono e l’altro malvagio, ça va sans dire. Quello malvagio ha già un nome, Alban, a dimostrazione che essere malvagi è sempre un vantaggio. Quello buono si sarebbe salvato dalle tragiche tradizioni dei Pendergast in fatto di nomi, ma quando finalmente si ricongiunge a suo padre, quello gli dà un paio di pacche sulle spalle e dice: “Ah, vecchio mio, sei senza un nome di battesimo? No problem, ci penso io. Ti chiamo Tristam, sei contento?”. Poi, dato che troppa familiarità uccide e che, insomma, ha già passato con il suo figlio perduto ben quindici minuti, lo imbelina in un collegio in Svizzera e continua la sua vita.

4- Una spasimante a sua insaputa. Ossia Constance Green, che sulla carta avrebbe tutte le qualità per essere la nuova signora Pendergast, visto che ha 150 anni (si è preservata ventenne grazie a un siero dell’eterna giovinezza per il quale L’Oreal scatenerebbe la Terza Guerra Mondiale), è affettuosa come un blocco di basalto, ha avuto un figlio dal fratello malvagio di Aloysius (a insaputa del fratello malvagio) e si è poi vendicata dello sgarbo lanciando il povero Diogenes dentro un vulcano (lo Stromboli, per gli amanti della precisione). Il suo pedigree in teoria è perfetto. Ha anche partorito dopo essere stata incinta a sua insaputa per tutto il tempo necessario. Ha poi mollato il figliolo in Tibet, dove diventerà il prossimo Dalai Lama o roba del genere. Quindi… sembra perfetta. Sospira forte ogni volta in cui Aloysius passa di lì, gli manda i selfie piccanti sul cellulare, prova a farlo ubriacare per approfittarsi di lui… niente. Aloysius è ben deciso a mantenere tutto questo a propria insaputa, per cui appena Constance apre bocca assume un fermo atteggiamento paterno e le dice: “Da brava, ora vai a giocare con le bambole”. Tutti sperano che prima o poi Constance butti dentro un vulcano anche lui.

Ora tutti aspettiamo con interesse che Preston e Child ci rivelino che cos’altro è successo a sua insaputa al loro protagonista. Dei genitori a sua insaputa sono un’idea interessante, ma forse un po’ priva di pathos. Certo, potrebbero essere dei genitori parzialmente alieni.

Per dei nipoti a sua insaputa sembra un po’ presto, visto che i gemellini hanno quindici anni. Però quello malvagio sembra precoce, quindi potrebbe circuire la sua altra pupilla, Corrie Swanson, e ingravidarla a sua insaputa. Fossi negli autori ci penserei.

Chiaramente per dei lontani parenti a sua insaputa c’è sempre tempo, ma di quelli ne abbiamo già avuti un certo numero, quindi non vale nemmeno la pena elencarli e a meno di veri colpi di scena, tipo lo schianto di un meteorite a sua insaputa… ah, no, wait. Abbiamo già avuto anche quello, in Ice Limit.

Vabbe’, ragazzi, noi aspettiamo fiduciosi, eh. Non fateci attendere troppo per il ritorno di Diogenes, che presumiamo sarà vittima di un’amnesia (una bella amnesia seria manca ancora).

E se per caso volete aiutare quella poveretta che si è trovata 24 chili di coca nel bagaglio a mano senza saperne niente… diffondete la voce che è una Pendergast alla lontana, okay?

Il volto segreto di Gaia – La cerca

Altro libro che volevo leggere da tempo. Ce l’ho fatta ora che sta per uscire il secondo episodio della saga, quindi tutto okay.

Come al solito, iniziamo dal risvolto:

Tutto inizia su Artan, un pianeta dove coesistono due razze diverse ma non aliene fra loro.
Una è la razza umana che, dopo aver raggiunto un elevato livello di tecnologia senza provocare disastri ecologici o d’altro genere, sviluppa un insolito quanto esasperato terrore della morte. Questi umani, diventati tragicamente ipocondriaci, si chiudono in un isolamento totale, in cui ogni tipo di comunicazione relazionale, anche quella tra individui della stessa razza, avviene soltanto tramite l’uso di macchine: gli incontri fra le persone sono ridotti al minimo e gli umani rischiano di estinguersi, diventando prigionieri delle loro stesse creazioni tecnologiche.
La seconda razza che vive su Artan è quella degli ybridis, umana nell’aspetto morfologico, diversa da un punto di vista del funzionamento mentale.
A lungo umani e ybridis hanno vissuto insieme senza rivalità eccessive, ma il terrore della morte e delle contaminazioni sviluppate dagli umani determinano anche la nascita di una progressiva diffidenza nei confronti dei particolari poteri posseduti dagli ybridis; gli umani cominciano a temere che gli ybridis vogliano sopraffarli, e mettono in atto una strategia d’attacco con l’intenzione di sbarazzarsi di loro.

Che è un buon risvolto, anche se parla solo delle premesse del libro di Maria Lidia Petrulli e forse fa capire un po’ poco dell’opera.

Il volto segreto di Gaialo dico subito, non è esattamente fantascienza. Piuttosto è un fantasy in chiave fantascientifica. Come se Maria Lidia avesse deciso di prendere una storia fantasy e di darle delle premesse realistiche, un universo narrativo sci-fi in cui le cose hanno una spiegazione naturale o tecnologica, invece che magica.

Questa cosa si precisa sempre più nel corso del testo e personalmente l’ho apprezzata molto. In parte perché non sono una grande appassionata di fantasy, in parte perché dà un’impronta originale all’opera.
Quindi, inevitabilmente, la storia ha iniziato a prendermi davvero quando gli ybridis e gli umani (che poi sono due ragazzini) lasciano il bucolico Artan, partono per il cosmo alla ricerca del salvifico artefatto che riporterà l’equilibrio sul loro pianeta d’origine e atterrano su Gaia, che è un posto glaciale e inospitale, con una popolazione in parte deforme e in parte composta da cloni perfetti e anaffettivi.

Qua è dove la storia entra più nel vivo. Diciamo che i capitoli precedenti sono solo l’indispensabile premessa, per far capire al lettore che cosa ci facciano degli ybridis su Gaia e che cosa stiano cercando. E qua è anche il punto in cui la storia diventa davvero appassionante.

Nei capitoli precedenti, è semplicemente piena di belle idee: gli umani ipocondriaci che vivono dentro delle gigantesche bolle, la storia del popolo ybridis… mentre nei restanti due terzi il libro si precisa come una sorta di thriller psicologico di ambientazione fantascientifica in cui un gruppo di eroi non particolarmente eroici deve superare notevoli difficoltà per recuperare un qualcosa della cui efficacia dubita persino.

Maria Lidia Patrulli usa i generi in modo intelligente, a mio avviso. Il genere fantasy per fare una riflessione sull’ecologia e il genere fantascientifico per fare una riflessione sull’umanità e sul significato di morte per gli esseri umani.

Lo stile dell’autrice è funzionale e diretto, non senza dei momenti evocativi e quasi lirici, bilanciati da una notevole ironia.

La mia impressione è che Il volto segreto di Gaia si vada sempre più definendo e che probabilmente il secondo capitolo sarà meglio del primo.

La viaggiatrice di O

La viaggiatrice di O è un libro che volevo leggere da tempo. Non solo lo volevo leggere, l’avevo pure comprato. Data la mia lista d’attesa e il mio crescente ritardo, ne riesco a parlare solo ora.

Intanto, il rivolto: 

La piccola mansarda nel centro di Torino è il suo regno, il suo rifugio, il luogo dov’è più vivo il ricordo dei genitori, banditi dal mondo di O proprio a causa sua. Perché Gala è destinata a diventare una delle streghe più potenti vissute da almeno due millenni ed è al centro di una lotta segreta tra la magia bianca e la magia nera. Lei infatti è in grado di volare, viaggiare nel tempo, trasformarsi, prevedere il futuro… insomma, grazie ai suoi poteri, può affrontare qualsiasi missione le venga affidata dalla sede del Direttivo dei Viaggianti. Come tutti i “ragazzi prodigio”, tuttavia, Gala è allergica alle regole e ha sempre fatto di testa sua. Ma l’ultima volta l’ha combinata davvero grossa e, per evitare l’espulsione definitiva dall’Ordine dei Viaggianti, ora deve scegliere un tutor che la guidi e le insegni a usare correttamente la magia. Il burbero e severo Kundo diventa così il suo fido maestro e la accompagna in una nuova missione: recarsi nella Venezia del 1756 per salvare un preziosissimo manoscritto dall’incendio che distruggerà la Scuola Grande di San Rocco. Un compito piuttosto semplice, per una come Gala. Ma, ben presto, Kundo intuisce che c’è qualcosa che non va: le persone che dovrebbero essere loro alleate si rifiutano di aiutarli e la città è infestata di negromanti. Inoltre gli adepti della magia nera sembrano molto più interessati a Gala e al mistero della sua nascita che all’enigmatico libro magico…

E, okay, mi dispiace ma io con questo risvolto non sono d’accordo. Servirà a vendere il libro, non dico di no, ma calca troppo la mano sull’elemento “predestinazione” (che è pure un mezzo spoiler) e poco sull’universo narrativo, che è la prima cosa a colpire di questo romanzo.

Infatti, per Elena Cabiati, il mondo magico e il mondo non-magico si compenetrano. Sono mescolati insieme, al punto che Gale e Kundo partono per un viaggio nel tempo dal centro del Po. Come in ogni buona storia per giovani adulti, ci sono i maghi buoni e i maghi cattivi. O meglio… ci sono alcuni maghi buoni, anche tra i maghi buoni. E ci sono alcuni maghi cattivi, tra i maghi cattivi. Gli altri sono, come dire… gente. Persone che non hanno davvero deciso, persone con luci e ombre, persone con qualche magagna, comunque.

L’altra cosa fica di questo libro è che ci sono i viaggi nel tempo. Che secondo me è una frase che va scritta proprio così, perché i viaggi nel tempo sono una cosa seria, quindi non puoi parlarne con quella certa spocchia intellettuale del recensore. Viaggi nel tempo, o li ami o… be’, che cavolo, o probabilmente hai qualcosa che non va, qualcosa di grosso.

Questo per quanto riguarda gli aspetti della trama e dell’universo narrativo. Per quanto riguarda gli aspetti strettamente stilistici, Elena Cabiati riesce a fare una cosa non semplice: a scrivere un libro scorrevole, “facile”, divertente, senza renderlo “semplice”. La viaggiatrice di Onon è, anzi, un libro particolarmente semplice, né dal punto di vista della riflessione morale né dal punto di vista dei rimandi culturali. È un libro tondo e molto piacevole, ma non è accondiscendente nei confronti del lettore. È un libro che ti godi di più se hai una certa cultura.

Ma è anche un libro fantastico, di avventura, di magia, di studio, di arte (e di viaggi nel tempo!!!)… un libro, come direbbe il mio amico Tito Faraci, anche per giovani adulti. Uno urban fantasy capace di creare mondi dentro altri mondi, ma anche una storia sulla conoscenza – e sulla fatica di conoscere. Una storia moralmente sfaccettata, un elogio della complessità.

[Però ora sono stata troppo seria, per i miei standard, e mi sento praticamente in dovere di inserire una riflessione pesantemente frivola. E quella riflessione è: qual è il personaggio più fico di tutti, comunque, l’abbiamo già capito. Nei prossimi libri, Elena, dacce più Odobrand! – fine della parentesi fan-girl]

Le influenze si riconoscono e sono le più svariate. Questo è un altro elemento a favore del libro, che ha qualcosa di Luk’janenko, ma anche qualcosa di J.K. Rowling, qualcosa di Calvino e qualcosa del mito greco. Che riflette un autentico amore e un’autentica ammirazione per la conoscenza, l’arte, il bello.

Concludo con un’altra nota un po’ frivola: il titolo. Mi chiedevo perché un libro per ragazzi avesse un titolo così BDSM. Be’, in realtà il titolo è alchemico: O come Opera, la Grande Opera degli alchimisti, appunto.

E aspetto il secondo volume. La controindicazione è questa: se leggete La viaggiatrice di O inizierete ad aspettarlo anche voi.

Paranoia, il vero oppio dei popoli

È un po’ che voglio scrivere questo post. Fai quei tre-quattro anni, probabilmente di più.
Nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Marx definiva la religione “l’oppio dei popoli”, il “singhiozzo di una creatura oppressa”, il “sentimento di un mondo senza cuore” e, in definitiva, concludeva che con la sua stessa presenza denunciasse l’insopportabilità del reale per l’uomo.

Ora… restiamo sull’insopportabilità del reale e vi presenterò la morfina dei popoli: ossia una droga più efficace, apparentemente più controllabile, meno old-fashion… sì, utilizziamo la morfina, come metafora.

La paranoia è “una psicosi caratterizzata da un delirio cronico, basato su un sistema di convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà. Questo sistema di convinzioni si manifesta sovente nel contesto di capacità cognitive e razionali altrimenti integre.”

Come tutte le psicosi, si tratta di una condizione in cui l’analisi della realtà non è integra. La realtà, come diceva Bertrand Russel, è una cosa complessa e neppure molto stabile, però c’è, è lì, possiamo esperirla, possiamo prenderne coscienza. Questo per dire che se uno non crede nella realtà, allora è inutile che continui a leggere questo articolo.

Ma diciamo che la realtà c’è. La psicosi viola il reale, ossia non lo riconosce o non ne riconosce una parte, distorcendola.  La paranoia la viola in chiave persecutoria. Il paranoico è convinto di essere perseguitato, o che comunque qualcuno o qualcosa abbiano intenzione di nuocergli. Lo è in modo delirante, ossia irrealistico, ma di solito non in modo irrazionale.

Rispetto ad altri tipi di delirio, quello paranoico è organizzato e risponde a una logica interna, anche se distorta. In psichiatria talvolta distinguere il paranoico dallo sfigato è difficile, perché se la paranoia non è molto marcata il medico non può sapere se il paziente stia riportando dei fatti reali o meno.

Un esempio. Se un paziente ti dice che viene spiato dai vicini di casa, o pedinato da qualcuno, al professionista della salute mentale vengono subito due sospetti: a) che il paziente sia paranoico, b) che abbia uno stalker. E non sempre escluderne una è così facile.

Spesso il paranoico si distingue da indici periferici di natura squisitamente personologica. Per esempio, il paranoico è egocentrico, immodesto, serissimo, privo di autoironia, moralista e giudicante.

Sono così anche un sacco di non-paranoici, però.

Inoltre, il paranoico utilizza un meccanismo difensivo preferenziale: la proiezione. Ossia, proietta la propria ostilità sul mondo esterno, che quindi “lo attacca”. La propria aggressività viene attribuita al mondo esterno. Di conseguenza, il paranoico diventa antisociale e perde buona parte della comprensione umana per gli altri. Il nemico non va compreso, va combattuto.

Tipicamente, poi, il mondo reale contrattacca. Davvero. Poiché il paranoico tende a essere aggressivo, scostante, giudicante e ingrato, le persone che paranoiche non sono tendono a emarginare e maltrattare il paranoico, rafforzando in lui le sue convinzioni.

Quali sono i vantaggi della paranoia, quindi? Perché utilizzare questo sistema difensivo così ingombrante? La risposta è nella domanda. Perché è un sistema difensivo invalicabile, a difesa di un Io fragile. Mette “fuori” tutte le proprie emozioni intollerabili, attribuendole agli altri o al mondo in genere. Rimanda un’immagine della realtà molto coerente e stabile, e per questo molto rassicurante. Mette al riparo da ogni contraddizione.

La differenza tra un vero paranoico e una persona sospettosa è in realtà abbastanza facile da vedere. Se metti la persona sospettosa davanti alle contraddizioni del suo ragionamento o se la confronti con nuovi dati, la persona sospettosa magari punta i piedi, ma alla fine modifica il suo punto di vista. Il paranoico, al contrario, alza il livello della sua paranoia. Se non sono i vicini di casa a sorvegliarlo, saranno gli alieni. Se non è il capufficio ad avercela con lui, sarà il direttore generale. Se non lo sta derubando l’azienda dell’acqua, lo sta derubando la banca (vero, tra l’altro, ma se ti spiegano come nelle scritte in piccolo tecnicamente non è rubare).

Ovviamente, il paranoico è un appassionato complottista.

Come ho già detto più volte, nell’ultimo secolo il quadro dei disturbi psicologici nella popolazione generale è cambiato. Mentre ai tempi di Freud si osservavano in maggioranza disturbi internalizzanti, nel nostro secolo si osservano in maggioranza disturbi esternalizzanti – e la paranoia è senz’altro uno di questi.

La paranoia, insieme ad altri disturbi più o meno dichiaratamente antisociali e comunque molto “proiettivi”, ha assunto un discreto rilievo sociale. Dato che, come dicevamo, tra sospettosità e paranoia c’è un continuum, spesso è difficile distinguerne i confini.

Se analizziamo le diverse istanze presenti nella situazione politicosociale attuale, possiamo riconoscere degli elementi paranoici in molte di esse. Gli indici che dobbiamo osservare sono il timore di venire aggrediti, il timore di venire derubati,  il timore di venire spiati, il timore di venire avvelenati, il timore di venire manipolati, il timore di venire controllati.

Timori che spesso si basano su dati reali, ma interpretati in modo unilaterale e che portano a conclusioni immodificabili.

Il timore di venire aggrediti: per esempio la paventata violazione dei confini nazionali. Spesso si mescola al timore di venire infettati e a quello di venire derubati. I flussi migratori come elemento persecutorio, da cui difendersi in modo anche violento, da arginare e distanziare. Ovviamente, la paura della moltitudine e di venire “sommersi”. Inoltre, il timore di aggressioni da parte di elementi stranieri percepiti come “più forti”, per esempio gli statunitensi e i tedeschi.

Il timore di venire derubati: per esempio il timore quasi superstizioso nei confronti delle banche. Partendo da un dato di realtà, il paranoico arriva a conclusioni che poco o nulla hanno a che vedere con la realtà, come nella nota teoria del signoraggio bancario.

Il timore di venire spiati: gli esempi abbondano, sempre basandosi su dati di realtà interpretati in chiave delirante. L’NSAgate ha riempito di terrore parossistico migliaia di persone ai cui segreti nessuno era interessato. Nei casi meno evidentemente deliranti, il timore a fornire dati personali, per esempio durante i censimenti.

Il timore di venire avvelenati: filone ricchissimo, che spazia dalla paura delle vaccinazioni, ai complotti medico-farmaceutici, al timore di assumere antibiotici, alla Sindrome di Morgellons, al timore degli OGM, per arrivare alla sospettosità nei confronti dei sistemi convenzionali di cura in generale, a favore di metodi antiscientifici quando non palesemente ciarlataneschi. Il dato reale è qua piuttosto sottile e si basa spesso su false informazioni o su elaborazioni dettate dall’ignoranza scientifica del paranoico.

Il timore di venire manipolati: altro filone assai ricco, che spazia da una generica paura dei mezzi di informazione alla convinzione che vengano rilasciate nell’atmosfera delle droghe atte a controllare i pensieri della popolazione. Il costante timore che ci stiano mentendo, spesso per motivi bizzarri o illogici.

Il timore di venire controllati: la convinzione che esistano organismi “ombra” atti al controllo della popolazione, siano essi di origine aliena (i rettiliani), umana (il NWO), finanziaria (la Bilderberg). Mentre rettiliani e NWO sono palesi deliri, altre organizzazioni vengono interpretate in chiave delirante. Per cui associazioni senza dubbio composte da persone potenti e influenti, come Bilderberg, Aspen, vari think-tank, e, ovviamente, La Casta, vengono viste in chiave francamente persecutoria.

Questo ci porta ad alcune riflessioni. Da un lato ci sono elementi paranoici che si pongono con chiarezza fuori dalla realtà così come è comunemente intesa. Quelli, per intenderci, che leggendo “elementi paranoici” hanno pensato “sta parlando di me”, interpretando la parola “elementi” nella sua accezione di “persone”, si possono considerare ampiamente contaminati da questi elementi paranoici. Dall’altro lato ci sono elementi quasi-paranoici o sfumatamente paranoici. Quegli elementi, ossia, in cui il livello di realtà è alto, ma l’interpretazione che gli viene data è persecutoria.

Questo continuum viene attraversato da un altro continuum, ovvero il livello di modificabilità delle idee, più alto nelle persone semplicemente sospettose, più basso o inesistente nei veri paranoici.

Potremmo definire queste due scale la Scala della Realtà e la Scala della Plasticità. Ben pochi di noi otterrebbero un punteggio pieno su entrambe le scale. Noi tutti abbiamo delle difficoltà a modificare il nostro punto di vista, anche a fronte di dati convincenti, e noi tutti abbiamo una concezione in qualche misura distorta della realtà.

Ma, per capirci, una persona con un basso livello di Realtà e un alto livello di Plasticità, potrebbe essere uno che ha paura che i vaccini siano nocivi, ma che cambia idea quando gli viene spiegato in modo chiaro e convincente che i vaccini non sono pericolosi (e che nel frattempo non ha fatto vaccinare i suoi figli). Una persona con un alto livello di Realtà e un basso livello di Plasticità, d’altronde, avrebbe poche convinzioni irrealistiche, ma queste sarebbero del tutto immodificabili. Per esempio, nessun politico potrà mai ottenere la fiducia di un oppositore della Casta privo di plasticità. Mai.
Infine, le persone con un basso livello di Realtà e un basso livello di Plasticità sono quelle chiaramente disturbate, che hanno convinzioni deliranti immodificabili. Prendete uno che vive in un bunker in un bosco armato fino ai denti e avrete l’esempio più eclatante di questo quadrante del nostro immaginario grafico.

Ora, il punto della questione è evidente: queste due scale hanno un’importante influenza sociale. Se il “vero” paranoico è quello che vive nel bunker ecc., le istanze paranoiche sono pervasive.

E le istanze paranoiche sono anche rassicuranti, perché ci escludono da una realtà sgradevole. Se è colpa dell’Europa non è colpa nostra. Se il lavoro me lo ruba un immigrato, non sono io a non funzionare.
Rassicuranti e giustificatorie, ovviamente. Se tutti rubano, anch’io posso rubare. Se il sistema è ingiusto, posso violare le sue norme. Infine: se vengo colto in un illecito, posso gridare che non ho sbagliato io, mi perseguitano loro.

Tutto questo vi ricorda qualcosa?

Prendete in considerazione l’idea di essere paranoici.

Prendetela.

In considerazione.

Perché un e-book. Perché ora.

Anatomia di uno statista - susanna rauleHo iniziato a scrivere Anatomia di uno statista nel 2007, non so nemmeno io per quale motivo. Forse perché era un sacco di tempo che non mi capitava più tra le mani un bel libro di fantapolitica. L’ultimo era stato Metropolitan di Walter Jon Williams (di cui non sono mai riuscita a leggere il seguito). E pensavo che fosse un peccato che questo genere fosse così poco frequentato, perché alcuni capolavori della fantascienza (o anche della letteratura cosiddetta alta) erano proprio libri di fantapolitica. Pensate a Dune, a tutto il ciclo delle Fondazioni di Asimov, La svastica sul sole, Fatherland, ma anche 1984, Brave New World… l’elenco dei capolavori sarebbe quasi infinito, ma… negli ultimi anni, per chissà quale motivo, la fantapolitica sembrava essere uscita dagli scaffali delle librerie. O forse ero stata poco attenta io, non lo so.

Non contenta di cimentarmi in un genere poco praticato, iniziai a scrivere uno pseudobiblion. Che solo la parola è già complicata. Di norma, infatti, i termini in una lingua straniera in italiano non si declinano. Quindi uno pseudobiblion (o pseudobiblium) e tre pseudobiblion. Con il solo problema che il plurale è molto più usato e conosciuto: pseudobiblia.

Qualche cruschiano accorrerà in mio aiuto.

Quindi, nel 2007 ho iniziato a scrivere la finta biografia di un politico del futuro. Ho finito di scriverla nel 2008 e poi ci ho rimesso le mani più e più volte, continuando a limare, a tagliare, a perfezionare il mondo fittizio che mi ero inventata. Anche a semplificarlo, perché la finzione era che fosse una biografia per il grande pubblico, non un serio trattato politico. L’equivalente, diciamo, di un libro di Bruno Vespa, ma scritto da una mano notevolmente meno indulgente verso le storture del proprio tempo.

Una biografia piena di interviste, di resoconti, di aneddoti spassosi. E che, vista dalla prospettiva dei suoi veri lettori (noi italiani contemporanei), raccontasse una storia, fosse un romanzo. Magari pure divertente.

Ora, nel 2009, quando iniziavo a vedere la fine delle mie ossessive revisioni (sbagliando giusto di quei tre anni), non ne sapevo molto di editoria. Ma persino nel 2009 una cosa mi era chiarissima: nessun editore sano di mente avrebbe comprato Anatomia di uno statista. È anti-commerciale fin dal titolo. Non sai nemmeno bene su quale scaffale piazzarlo. Dice un sacco di cattiverie sui politici, ma, nello stesso tempo, cerca di farti innamorare del peggiore di loro. In alcuni momenti non è affatto realistico, nemmeno per gli standard della fantascienza. In alcuni punti è grottesco. In altri è troppo “leggero” per essere uno di quei libri che “fanno pensare”. (Mah, questa definizione mi ha sempre lasciata perplessa.)

Insomma, pensavo che il mio romanzo non avesse alcun futuro – e non mi importava poi molto, perché io gli volevo tanto bene e questo era sufficiente. Lo so, quando parlo di quello che scrivo divento una bambina di dodici anni, che cosa ci vogliamo fare?

Era il libro a cui tornavo quando tutto il resto mi annoiava. Era il libro che rileggevo per il gusto di rileggerlo (immagino che dovrei essere imbarazzata ad ammettere queste mie pratiche onanistiche). Era il libro di cui cambiavo una parola per volta, con infinita dedizione, come se fosse un poveretto bisognoso di cure.

Poi, quest’anno, mi sono decisa e l’ho fatto leggere a quattro persone. La prima vive con me, quindi nulla poteva impedirmi di saltellarle accanto come se mi scappasse la pipì chiedendole (alla persona) più o meno ogni dieci minuti: “Ma è noioso? Ma ti piace? Ma dove sei arrivato?”. Vivere con me può essere un po’ impegnativo, a volte.

(D’altronde, io non lascio mai alzata la tavoletta del water.)

Quando questa prima persona mi ha espresso un parere positivo (insolitamente positivo, in effetti, tant’è vero che per giorni ho sospettato che mi avesse sfondato la macchina e non sapesse come dirmelo) ho passato il libro ad altre tre persone meno tormentabili, diciamo.

Tre persone particolari per un libro particolare e… no, okay, lo ammetto, l’intero campione di proof-reader di Anatomia di uno statista è composto da eccentrici bibliofili. Ora l’ho detto.

Quindi, forte della consapevolezza che ad alcuni (quattro) eccentrici bibliofili il mio romanzo era piaciuto, ho iniziato a chiedermi che cosa fare dopo.

E, molto ragionevolmente, ho deciso di pubblicarmelo da sola.

Ta-daa.

Poi, visto che è quasi Natale, ho anche pensato che sarebbe stato un regalo gradito per gli aficionados dei miei libri.

Insomma, ho pensato parecchio e molto velocemente, quindi può anche darsi che vada tutto malissimo, a questo punto. In ogni caso nei prossimi (pochi) giorni vi scodello un booktrailer e un’anteprima fatta a modino, così mi sapete dire.
Poi, il 20 dicembre, uscirà sui siti delle principali librerie online e vedremo.

Uscirà a 2.99 Euro, quindi non vi potete nemmeno lamentare, per un libro che mi ha preso quasi 7 anni.

QUA vi spiego come averne una copia gratis se siete recensori. Dato che siamo io&io credo di aver bisogno di tutto l’aiuto possibile.

Non scherzo per niente.

Il nostro disagio

Allora, io vorrei parlare cinque minuti di un mio disagio di natura economica, doc. Questo mio disagio, per fortuna, non riguarda la mia economia (cioè, anche, ma soprassediamo), ma proprio… L’Economia, no?

Ecco, fino a qualche anno fa, uno che aveva fatto gli studi umanistici poteva passare il suo tempo a litigare se fosse più figo Marx o Bakunin. Noi gente di sinistra vivevamo una vita intellettualmente agiata, perché avevamo letto tutto, conoscevamo ben più dell’ABC e piroettavamo tra ogni possibile permutazione del vecchio concetto “potere al popolo”, riempiendoci la bocca di un elogio del proletariato che sapevamo essere una mera entità concettuale.

Dico, lo sapevamo.

Noi tutti lo sapevamo, e avevamo in mano le redini del discorso. Quando dovevamo tagliare corto avevamo anche una parola in codice, una parola polivalente e magica: realpolitik. Quello era un po’ il nostro “liberi tutti”, anche se bisognava usarla con parsimonia e comunque non dopo aver bevuto.

Poi c’erano quelli che avevano fatto gli studi scientifici, ma quelli non contavano, se capite quello che intendo, perché potevi sempre metterli a tacere citando un alto pensatore a caso e accusandoli di essere limitati dalla loro (gretta) formazione.

Per dimostrarti democratico li lasciavi parlare un po’ di qualcuno dei loro puerili gadget (oppure potevi farti spiegare l’ultima puntata di CSI), ma tanto si sapeva che le cose Alte e Importanti erano altre, tipo l’eguaglianza sociale e la lotta alla xenofobia.

Andava tutto bene. Era tutto bello. Eravamo padroni del nostro mondo.

Poi sono arrivati questi cazzo di economisti. Non sappiamo nemmeno da dove siano sbucati. Non amavamo pensare a loro. Chi vuole pensare al suo commercialista, che con quello che costa potrà pure mettersi in ordine quelle cazzo di ricevute da solo, no?

E, attenzione, noi lo sapevamo che il commercialista ci stava fregando. Lo sapevamo da un po’. Ma chi se la sa fare la dichiarazione dei redditi da solo? Cioè, rispondere “Io no di certo” e riderci su era pure una cosa figa, anche se non quanto parlare di quelle altre cose da gente con l’educazione umanistica.

Pensavamo: “Io so parlare (be’, quasi) il latino, come può la mia mente confrontarsi con il Modello Unico?”.

Che cos’è, poi, un Modello Unico? Warhol diceva che non esiste niente del genere, e chi sono io per discutere Warhol? (Risate.)

Poi, all’improvviso, sono arrivati questi tizi. Chi ne aveva mai sentito parlare? Ed erano brutti, diciamocelo. Grigi e grassi e con delle facce da sfigati. Bel vestito, però.
Solo che non erano come noi e noi non li capivamo. “Noi” eravamo tutti magri e vestiti di nero, loro no. Noi avevamo tutti letto Così parlò Zarathustra, e loro… be’, pure, magari, ma non lo consideravano “fondamentale”. E poi abbiamo sempre pensato che si fossero limitati al bignami, perché in fondo si sentivano inferiori.

Così quando sono arrivati, con quei loro titoli accademici di gusto dozzinale, noi abbiamo sorriso e abbiamo pensato: “Dio, perché hanno invitato il mio commercialista alla TV?”.

Poi quel cazzo di commercialista ha iniziato a parlare.

Ora, chiaramente nessuno di noi ha capito un’acca di quello che dicevano, ma avevano delle espressioni così serie che per qualche istante abbiamo pensato di offrirgli da bere, giusto per vedere se si scioglievano un po’.

Ma tanto non sarebbe servito perché avevano… be’, avevano un loro linguaggio. Fino a quel momento avevamo pensato di essere gli unici, ad avere un nostro linguaggio. Un linguaggio colto, con dei punti di riferimento chiari. E i nostri punti di riferimento erano chiarissimi, badate: noi definivamo Marx un filosofo.

Non ci eravamo mai fermati a pensare che forse se il libro (be’ i libri: sono tre, sapete) che aveva scritto quel tizio si chiamava Il capitale forse parlava anche di soldi. Cioè, quel libro parlava del nostro amato proletariato, non di quella roba lì.

E ora, all’improvviso, scoprivamo che qualcuno aveva letto sul serio quella roba (oh, qualche decina d’anni prima, non c’era da preoccuparsi) e si era preso la briga di confutarla su un piano matematico e aveva creato dei grafici o chissà che diavoleria e poi…

…E poi mi spiegate chi cazzo è questo Keynes di cui continuano a parlare tutti?

E non solo ne parlano, lo confutano anche. (Bastardi, Marx non vi bastava?)

In pochissimo tempo le nostre case, le nostre vite, i cazzo di bar dove andiamo a fare l’aperitivo, erano stati invasi da questi tizi in sovrappeso con la faccia da commercialista e la forfora… (Bel vestito, però.)
E continuavano a parlare. A dare notizie importanti con l’espressione seria. Con un sacco di “er” in mezzo. (Quella l’hanno fregata a noi e dovrebbero vergognarsi.) Introducevano nuovi temi, a noi incomprensibili. E noi annuivamo e cercavamo di non sembrare del tutto presi alla sprovvista, perché non sarebbe sembrato elegante, e all’inizio abbiamo anche provato ad ascoltarli, più che altro per gentilezza.

Pronunciavano parole dal suono volgare:

“Spread!”

“Bund!”

“Rating!”

“Fitch!”

Eravamo attoniti. Nessuno ci aveva mai detto “Fitch”, prima. Sembravano dei comandi da addestratore di cani. Non era roba umanistica. Era roba economica.

Ora, noi tutti eravamo gente colta. Non eravamo mica proletariato sul serio. Avevamo fatto tutti l’università. Avevamo anche noi una laurea, una specializzazione, un dottorato. (Quand’è che avevamo iniziato a dire “anche” noi?) Umanistiche, è ovvio. Perché, che altro c’è? Oh, e qualcuno, qualche eccentrico, aveva pure una laurea scientifica.
Ma potevamo anche smettere di guardarli con comprensione, quelli con la laurea scientifica, perché ora eravamo nella stessa barca.

Cioè, ho scritto “barca”, ma leggete “merda”.

Le nostre vecchie e rassicuranti conversazioni erano state spazzate via da questa valanga di nuove parole, di nuovi concetti. Forti del fatto che, in fondo, eravamo gente colta, abbiamo provato a dare un’occhiata alla faccenda.

E abbiamo scoperto di avere davanti un muro impenetrabile.

Perché non siamo scemi, e siamo pure istruiti, e teoricamente non c’è nulla che ci impedisca di capire quella roba, se non che non ne abbiamo avuto il tempo. È diventata importante prima che fossimo pronti e ora è troppo tardi.

Perché, dato che siamo istruiti e letterati, ci rendiamo drammaticamente conto che per imparare quella roba  serve almeno lo stesso tempo che ci abbiamo messo per imparare la nostra, di roba. E noi abbiamo iniziato a quindici anni, a leggere Marcuse. Ora ne abbiamo trenta. (Che poi, almeno l’avessimo letto a modino, ora un po’ ci aiuterebbe.)

Così, di fronte a questa oscena invasione di tizi in gessato blu, troppo sovrappeso e troppo brutti per valorizzare veramente un gessato blu, abbiamo avuto delle reazioni scomposte.

Alcuni di noi fingono di non vederli. Continuano a parlare delle vecchie cose, ignorando quella gente inelegante come si ignorerebbe uno vestito di arancione a una presentazione letteraria. Solo che ora non sono più tutti magri e vestiti di nero, ora sono tutti vestiti di arancione come dei fottuti Hare Krishna. (Metaforicamente parlando. Datemi Mario Draghi vestito da Hare Krishna e io vi darò il mio primogenito.) (Okay, lo ammetto, non ho un primogenito. Sono un’intellettuale.)

Alcuni di noi hanno iniziato a odiarli. È facile. Sono brutti, sovrappeso, hanno la forfora. Quando parlano hanno un tono piatto, ma non piatto-alienato-che-fa-intellettuale, no. Hanno il tono del nostro commercialista. Non scherzano mai, e quando scherzano fanno delle battute da scuola elementare. Ma per lo più suggeriscono, insinuano, ipotizzano. Non si esprimono come la gente vera. (A noi piace, la gente vera. Da una certa distanza.)
E poi, sembrano di destra. Non proprio in modo chiaro, però. Noi sappiamo come sono quelli di destra. (Ne abbiamo un’idea, davvero. Li schifiamo, da una certa distanza.) Questi sono diversamente di destra. (Ma non “diversamente berlusconiani”, occhio a non confondere.) (Anzi, loro Berlusconi lo detestano, e questo ci confonde.)
Insomma, è chiaro che sono di destra, anche se non sappiamo bene perché.
Quindi, alcuni di noi hanno deciso che odiarli è più semplice. Che è più semplice sostenere che tutto quello che dicono è una cazzata. Che non dovremmo fare quello che dicono. E che comunque è colpa loro.

Infine, alcuni di noi hanno cercato di capirli. Senza successo, fondamentalmente, perché le nostre culture sono troppo diverse. Capiamo più i mussulmani, di loro. (Anzi, ci siamo fatti un punto d’onore di capirli. Anche se non li capiamo.)
Cerchiamo di capirli stringendoci forte la testa tra le mani e leggendo cose che forse sono attinenti o forse no, come persone con la quinta elementare che cercano di capire Nietzsche. E come quelle persone, al nostro debutto in società affermiamo di aver letto “Nietzke” e qualcuno dà un educato colpo di tosse.

Così scopriamo di non essere più i padroni del Discorso, sapete. Quel grande Discorso che è la narrazione dell’umanità. Quel grande Discorso si è trasformato in una formula economica di cui non capiamo nemmeno la prima riga. La guardiamo e pensiamo: “Oh, cazzo”.
Improvvisamente scopriamo sulla nostra pelle come dev’essere stato, per gli analfabeti, andare a farsi leggere dal parroco le lettere del marito al fronte, scopriamo come dev’essere stato dipendere dal parroco per sapere se nostro figlio era vivo o morto e come dev’essere stato restare sempre con il sospetto che il parroco non abbia letto bene, o ci abbia raccontato una bugia, o in realtà non sappia leggere.

È una sensazione così raccapricciante che alcuni di noi preferiscono unirsi al gruppo degli haters e strillare che noi abbiamo internet e scopriremo la verità.

Sì, noi abbiamo internet. Loro no, fateci caso. È più facile trovare il profilo Twitter segreto di Lady Gaga che quello di un economista. Abbiamo il terribile sospetto che loro non usino Twitter. (È immorale.)

O forse hanno un internet segreto, in cui parlano di economia in un linguaggio che capirebbe anche un bambino di tre anni, facendo semplici metafore e scherzi da adulti.

Noi abbiamo l’internet di tutti, quello pieno di gente che urla e che fa argute campagne virali. Quello pieno di persone che blaterano di cose che non conoscono come se ne sapessero a pacchi.

E abbiamo capito che internet non serve. Abbiamo capito che non possiamo imparare l’economia su internet così come loro, se mai volessero farlo, non potrebbero imparare Kant, su internet. Non come noi. Non quanto noi.

Cerchiamo di consolarci pensando che, in fondo, neanche loro sanno quello che noi sappiamo. E che è inutile, in questo momento, ma non importa.

Quello che noi sappiamo è bello. (Ci aggrappiamo a questo pensiero.)

Quello che sanno loro, di quello che sappiamo noi, è questo:

//

E, pensateci un attimo, ci siamo preclusi anche il Vaffanculo.

Mad men or nuts?

MAD MEN A term coined in the late 1950’s to describe the advertising executives of Madison Avenue.
Urban Dictionary

NUTS is “Crazy, mad” or “Testicles”
InternetSlang.com

La distinzione, tuttavia, a volte sembra sottile.
Ora, non voglio che questo post dia l’impressione di essere scritto da una professionista della pubblicità. Non lo sono. Di pubblicità ne so esattamente quanto il primo scemo che passa per la strada. E sceglietelo scemo duro, okay?

Ma…

Possiamo parlare cinque minuti delle campagne per le primarie del PD? Un partito che potrebbe cambiare il suo nome in “Partito dei Lemming” e dare un’immagine più corretta di sé?

No, perché l’impressione generale è che questi ragazzi abbiano pagato dei pubblicitari per trovare il modo migliore di perdere le primarie per la segreteria. Il che è in linea con la storia recente del partito, ne convengo, ma era davvero necessario pagare dei professionisti per riuscirci? In realtà, logica vorrebbe che per andare sul sicuro avrebbero potuto non candidarsi.

Devono essere oscuri giochi di palazzo.

Iniziamo da Matteo Renzi, l’enfant prodige della sinistra italiana. Così prodigioso che chiaramente non ha bisogno né di uno slogan efficace, né di una grafica solo vagamente decente, per perder vincere.
Per non rischiare, tuttavia, si è affidato all’agenzia di comunicazione Proforma, che aveva già curato campagne per Nichi Vendola e Fausto Bertinotti (lo dice QUA).
E che, curiosamente, non aveva mai partorito un’idea come… ehm… questa:

Non c’è nemmeno un punto da cui iniziare. Farne una critica organica è complesso, ma potremo riassumere l’impressione che quest’immagine comunica con un “meh”. Tipo gemito, per intenderci.
Ma proviamo a narrare l’inenarrabile. “cambia verso” è l’unica cosa che si legga.  Due secondi di libere associazioni: cambia verso, cambia lato, cambia sponda… oh, okay, nel migliore dei casi abbiamo a che fare con un voltagabbana, nel peggiore con uno che ha preso tutto nel verso sbagliato. Sembra un’idea scivolosa anche se non vivessimo in un paese omofobo. Ma ci viviamo.

Peraltro, Renzi è al sicuro: il suo nome sembra “Benzi”. Se tagli la parte bassa di una R, quello che ottieni è una B. Non è marketing, è la corteccia visiva secondaria. Completa le immagini incomplete per noi, come in questo caso qua:

Per questo, un certo Benzi sta cambiando verso… forse non vogliamo approfondire oltre, ma… c’è un’altro misterioso insieme di simboli, nell’immagine. Che cosa sarà? Dopo alcuni secondi di osservazione ci rendiamo conto che sono le parole “L’Italia” al contrario. Di primo acchito avremmo detto che era “aiati” o qualcosa del genere. Ma poi, chiaramente non ha importanza: è al 70%, è solo un abbellimento, non qualcosa di importante.

Potrei accanirmi anche sui colori e sull’uso dello spazio, ma davvero non ne ho voglia. A voi piace ripensare a quella volta in cui avete vomitato la sangria?
Okay, non rispondete: forse sì.

Di fronte a questo attacco comunicativo portato in grande stile, subito contrattacca Gianni Cuperlo:


E di fronte a una tale affermazione, non posso che aggiungere un: giudicate voi. Eccolo:

E, fidatevi di me, ho scelto la migliore. Ora se volete facciamo un discorso sull’avvenenza di Cuperlo. Sapete che io ho un fenotipo di riferimento malat personale per cui trovo sexy cose che per i comuni mortali non lo sono.  Ma il punto non è esattamente questo. In quanti avete apprezzato il voluto doppiosenso per cui la frase si riferisce al PD, ma sembra riferirsi al candidato? Il quale, se pure fosse un adone, non ne uscirebbe di certo dignified, come direbbero i britannici.

A quanto pare Cuperlo, per questa campagna strappa-consensi si è rivolto all’agenzia Ragù di Roma. La prossima volta (giacché questa volta non andrà) gli consiglio di rintracciare i geni che hanno fatto questa:

Sembra in linea. Oppure, se ha i requisiti per farlo, di lanciarsi direttamente in una campagna Full Monty. Qualcuno potrebbe apprezzare.

In quanto a Gianni Pittella…

…no, probabilmente non farà niente del genere.
Per il momento non c’è ancora un logo o un’idea grafica con cui prendersela, c’è soltanto uno slogan: “L’Italia che vale”.
“Quanto?” è la domanda che sorge spontanea.
Ma, diciamocelo, se nessuno storpia il suo cognome e nessuno cerca di metterlo in lizza per il prossimo calendario di GQ, potrebbe persino cavarsela.

Uno che invece ancora non sa quale sarà il suo slogan è Pippo Civati. Che per iniziare, però, ha capito una cosa importante: “Pippo” deve andarsene in soffitta per un po’.

Quindi, ecco, Giuseppe Civati ci invita tutti al suo prossimo spettacolo di magia incontro:

Un fotografo avrebbe qualcosa da ridire anche sull’infelice effetto macchia della camicia, ma io mi limiterò ai font. Bellissimi. Molti li ho scaricati comprati anch’io. Comunque sono font bellissimi. Un bel lavoretto di grafica.

Per il Cirque du Soleil.

No, wait. Il Cirque du Soleil è un po’ più istituzionale.

Voi direte: “Sei troppo cattiva. Guarda, nessuno ha ancora tirato fuori sevizie ad animali protetti come i giaguari, nessuno ha ancora plagiato lo slogan a un candidato americano, nessuno ha ancora riciclato la grafica di una pubblicità delle merendine…”

E avete ragione, davvero.

Sono tutte ottime campagne, chiaramente gestite da professionisti del settore. Il PD, d’altronde, non potrebbe rivolgersi al famoso “cugino bravo con fotosciop”, magari in nero. Non starebbe bene, diciamocelo.

Ma, ecco, forse siamo stati tutti un po’ troppo duri anche con quel famoso cugino… o no?