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Abbiamo dimenticato di raccontare il sogno, noi europeisti. Ci siamo persi dietro dettagli tecnici e organizzativi e non abbiamo più parlato del sogno politico nato più di sessant’anni fa.

Perché, sì, esistono anche i sogni politici, non solo quelli romantici o quelli di gloria. Sogni che riguardano il bene collettivo, non solo quello individuale.

Ma abbiamo fatto di peggio: abbiamo raccontato il nostro progetto in negativo, puntando sulla paura invece che sull’entusiasmo.

Era così più semplice.

E allora ecco… terrorizziamo il popolino con la minaccia della Grande Cina, che ci distruggerà se non ci stringiamo insieme, spaventati e tremanti come bambini nella tempesta. Diffondiamo la paranoia del Mercato Globale, che farà polpette di noi, se non ci dimostriamo più duri e cattivi di lui. E vediamo di dipingere l’Europa come l’ultimo baluardo contro il caos dei disordini in Medio Oriente.

Fate attenzione, la Cina, il mercato globale, le tensioni internazionali esistono, non sono invenzioni, ma l’idea di Europa è molto più grande di così.

L’idea è quella di un’unione libera di nazioni, un’unione nata dopo la guerra più terribile che la storia recente ricordi. Un’unione nata sulle macerie dei nostri paesi, macerie che noi stessi avevamo provveduto a produrre. Un intero territorio ferito a morte dalla guerra, dall’olocausto, dalla fame, dal totalitarismo, che risollevava coraggiosamente la testa e prometteva di non combattersi più, di cercare il bene comune, di votarsi alla pace.

Direte voi: quei tempi sono lontani.

Non così lontani, forse, ma in mezzo ci sono sessant’anni di pratica. Come nel famoso detto “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Un mare di piccole meschinità nazionali, crisi economiche, nuovi fenomeni politici, cambi di governi, di direzioni, di agende. Nuovi paesi che si sono aggiunti e forse non hanno abbracciato del tutto quella grande idea iniziale, paesi fondatori che quell’idea l’hanno un po’ smarrita per strada.

Politica reale.

I sogni politici sono molto più belli e puliti, ma che avremmo dovuto fare i conti con la politica reale lo sapevano anche i firmatari del Trattato di Roma, non era certo un mistero.

In questi sessant’anni sono stati fatti diversi passi avanti, ma non siamo ancora dove avremmo voluto essere. Non abbiamo un’unione fiscale, non abbiamo un unico esercito, le nostre istituzioni sono ancora poco integrate.

Ma abbiamo un Parlamento eletto da tutti i cittadini dell’Unione Europea, un Consiglio di commissari ratificato da quello stesso Parlamento e diverse agenzie comuni, che mantengo alto il nostro standard di civiltà.

Dicevo qualche tempo fa a un amico: «Vorrei svegliarmi un giorno e scoprire che tutto quello che l’Unione Europea ha mai finanziato, implementato e costruito è diventato blu». Avremmo mezzi pubblici blu, palazzi blu, luoghi d’interesse artistico blu, macchine agricole blu, infrastrutture tecnologiche blu, pannelli solari blu… il nostro mare blu lo è già, ma diventerebbe più blu, visto che è protetto dalle leggi dell’Unione Europea. E tutti i farmaci che prendiamo sarebbero blu, altro che Viagra.

Ma non è tutto. Ci sarebbero persone blu. Tutte le persone che hanno usufruito di fondi europei per la loro attività, quelli che lavorano per progetti educativi, ambientali o di innovazione tecnologica promossi dall’unione europea. E tramite il cibo che mangiamo, che sarebbe tutto blu anche quello, anche noi saremmo blu. Finalmente anche la nostra pipì diventerebbe blu, come quella della pubblicità. Molti dei nostri film sarebbero blu (scusa, Kieślowski) e diversi dei nostri programmi TV.

E forse almeno alcuni di noi la smetterebbero di dire che l’Europa ci succhia soldi e non ci dà nulla.

Ma, dicevo, c’è anche la pratica, la politica reale. Il fatto che noi, noi cittadini europei, abbiamo votato per quattro turni di seguito il Partito Popolare Europeo. L’ultima volta che il centro-sinistra è stato al potere in Europa è stato dopo le elezioni del 1994. Sono passati più di vent’anni.

Il PPE è un partito di cui fanno parte cristiano-democratici e conservatori. Che cosa ci aspettavamo, dalle loro politiche?

Quando, alle ultime elezioni europee, in Italia ha trionfato il PD, molte persone di sinistra sono state felici. Peccato che a livello europeo avessero vinto ancora una volta i conservatori. Nessuno, o quasi, ha speso due parole per rammaricarsi della cosa, a sinistra. Perché? Ci piaceva di più l’idea di aver vinto, anche se in realtà avevamo perso?

Jean-Claude Juncker, il Presidente della Commissione Europea, era il candidato del PPE. E Antonio Tajani, il Presidente del Parlamento Europeo, è del PPE anche lui: di Forza Italia.

Quando sento persone che vogliono “uscire dall’UE” mi viene sempre in mente un paragone: è come se la Campania volesse uscire dall’Italia perché le politiche del governo italiano le fanno schifo. E scommetto che le fanno schifo, visto quanto poco impegno abbiano profuso gli ultimi governi, tutti quanti, per il Sud.

Personalmente, come elettrice di sinistra, non mi piacciono le politiche PPE. Non mi piacciono specialmente le loro politiche per il Sud d’Europa. Spero che nel 2019 vinca il PSE. Ma non penso che dovremmo andarcene perché non ci piace il governo.

Il punto è – ed è colpa di noi europeisti – che abbiamo lasciato che tutti i partiti nazionali scaricassero i loro fallimenti sull’Unione, che fossero causa dell’Unione o meno. L’Europa è diventata un facile capro espiatorio, perché ogni governante non vede l’ora di trovare qualcosa o qualcuno a cui dare la colpa, e noi cittadini siamo stati più che felici di berci tutte le loro panzane.

Sembra che l’UE ci tenga sotto il suo tallone, ci schiavizzi. Un’unione di stati in cui il presidente del parlamento è italiano, il ministro degli esteri è italiano e il direttore della banca centrale è italiano. Un’unione di stati nel cui parlamento siedono 73 parlamentari italiani su 750 (la Germania ne ha 96, la Francia 74, il Regno Unito 73, tutti gli altri paesi ne hanno di meno, dai 54 della Spagna a scendere). Ma noi non c’entriamo nulla. Cattivi loro.

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Abbiamo dimenticato di raccontare il sogno, noi europeisti. Abbiamo lasciato che le accuse piovessero sulla testa dell’Europa senza mai obiettare: “Veramente dovreste prendervela con il partito di maggioranza”. O anche, a volte: “Veramente dovreste prendervela con i nostri governanti italiani”.

Era più semplice. Eravamo distratti.

Ma la nostra idea è sempre quella. In sessant’anni si è aggiornata, ma non è cambiata.

Vogliamo un’Unione Europea dove le tasse siano uguali per tutti, in modo che non ci siano disparità tra un paese e l’altro, in modo che le società grosse non scappino dove pagano meno. Abbiamo una sola moneta, ma senza un’unione anche fiscale non funziona bene. Ci arriverebbe chiunque.

Vogliamo un unico esercito. Si risparmierebbe pure.

Vogliamo più integrazione tra le istituzioni.

Qua abbiamo scoperto da poco questo concetto vetusto: sovranità nazionale. In Europa c’è troppa sovranità nazionale. È così che i paesi dell’Est possono rifiutarsi di prendere la loro quota di migranti: sovranità nazionale, la loro.

Ma no, è importantissimo poter scegliere tutto per conto nostro. Cioè, che lo scelgano i nostri politici italiani. Sono i migliori al mondo, i nostri politici italiani. Classe dirigente di altissimo livello. Ce li invidiano un po’ tutti. Per favore, dai.

Torniamo all’immagine di prima, la Campania secessionista. La Campania se ne va dall’Italia e poi… nulla, continua ad avere per vicine solo regioni italiane. Molti campani vivono in altre regioni e ora per rientrare hanno bisogno del passaporto. I principali commerci avvengono con le regioni vicine, ma ora ci sono dei dazi doganali da pagare. E chi decide quanti e quali sono i dazi è comunque l’Italia, perché è più grossa.

In Europa, l’Italia è la Campania. Una regione con una grande metropoli, con un PIL importante, fucina creativa, cibo eccellente, ma anche piena di casini. Non siamo la Lombardia, non siamo il Piemonte. Ma non siamo neppure il Molise, la Basilicata o la Calabria.

Ecco, forse, oltre al sogno di Spinelli, di De Gasperi, di Churchill, di Adenauer e degli altri padri fondatori dell’Europa, abbiamo un po’ dimenticato anche il sogno di Garibaldi, Mazzini e dei Padri Costituenti. Il sogno di un’Italia unita, oltre che di un’Europa unita. Distratti noi.

E ora in molti paesi soffiano venti che vorrebbero rinunciare a quel sogno. Scappare nel proprio cantuccio e far finta che fuori non ci sia nulla. E ci sono venti che anche dall’esterno soffiano per far crollare questo grande, gigantesco sogno. Per far sì che non si realizzi quest’unione forte, prospera, improntata alla pace, civile e solidale.

È il momento di smetterla di assecondare quei venti. È il momento di parlare di nuovo del sogno. C’è chi ci dirà che siamo degli ingenui (ma non siamo i soli). I sogni non si realizzano con il cinismo, ma con il trasporto. Dobbiamo guardare in alto, puntare al cielo, se no non potremo che strisciare nel fango.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: susannaraule.com

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