È importante come scegli di raccontarle, le cose. Come nel caso di questa recensione. Potrei iniziare raccontando di quando da bambina sapevo a memoria le parole di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” – di quanto mi facesse ridere. O del concerto in cui vidi De Andrè, proprio il suo ultimo anno di vita. O di come abbia imparato a suonare la chitarra (male) sulle sue canzoni. O del testo di “La maggioranza sta” scritto sulla parete di camera mia, da ragazza. O della mostra di Genova del 2008, dove rimasi ore e ore.

Potrei, ma sarebbe il modo più basso e prevedibile per spiegare perché Fabrizio De Andrè – Principe Libero non mi è piaciuto. Sarebbe come dire: sono cresciuta con le canzoni di questo artista, non poteva piacermi.

Non sarebbe vero.

Sono cresciuta con le canzoni di questo artista e un biopic piatto, scialbo e noioso mi sarebbe stato bene. Alla fine, no? Non pretendevo nulla, mi sarebbe stato bene.

Ma Fabrizio De Andrè – Principe Libero non è un biopic piatto, scialbo e noioso. È un film con qualche attore notevole, qualche buona scena, una regia moderna e gravato da una durata eccessiva – davvero eccessiva: tre ore e venti.

Luca Marinelli, nel ruolo del protagonista, è bravo, a tratti persino molto bravo. E questo nonostante quella cadenza romanesca che spunta quando scherza, perché è proprio quando sei più naturale che è difficile rinunciare alla tua lingua. E Tenco, anche Tenco ha la cadenza romana. Ma Gianluca Gobbi come Paolo Villaggio è centrato e quella di Ennio Fantastichini come De Andrè padre è forse la migliore interpretazione del film.

Che però, nonostante questi punti a vantaggio, ha un problema insuperabile: sembra una soap opera.

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È importante come scegli di raccontarle, le cose. Le prime due ore del film sono centrate sui casini amorosi di De Andrè, frammezzati a qualche cartolina di Genova e a qualche sketchino con Villaggio. Tenco compare per dire due fregnacce, ma per lo più è polpettone familiare.

Ho due obiezioni, su questo. La prima è nel merito, la seconda è nel metodo.

Nel merito, noi tutti sappiamo che De Andrè era un uomo difficile, un alcolista, uno che, nelle parola della persona che forse più l’ha amato al mondo, Dori Ghezzi, “si è distrutto con le sue mani”. Un artista colto, brillante, profondissimo, che ha lasciato macerie attorno a sé come solo le grandissime personalità sanno fare.

Se decidi di raccontare la sua storia, su questo aspetto puoi soprassedere. In fondo non è quello che conta. Ma se decidi di parlarne, dovresti avere l’onestà intellettuale di non edulcorare fino a ritrovarti con una minestrina insipida. Capisco che sia rassicurante, ma in fondo nessuno voleva essere rassicurato.

La seconda obiezione evidentemente è nel metodo. De Andrè è stato un grande artista. Ha manipolato il lavoro di altri fino a renderlo suo, ha creato universi, ha raccontato storie e – questo è importante – è sempre stato capace di osservare il mondo da angolature inusuali e diverse, senza mai un filo di moralismo.

La sua musica è potente. Ha cantato roba intensa, che ancora fa accapponare la pelle.

Ci sono solo due momenti durante questo film in cui mi sono commossa: uno è durante l’esecuzione di “Tre madri”, uno durante l’esecuzione di “Hotel Supramonte”. Non per il film, il film non c’entra, anzi. La seconda viene interrotta da un dialogo ed è pure fastidioso. No, mi commuovo ogni singola volta in cui ascolto quelle due canzoni.

E la colonna sonora è un altro dei punti buoni di Fabrizio De Andrè – Principe Libero, forse il punto migliore. E a partire dalla seconda ora la nebbia della soap-opera si dirada un po’ e lo spettatore, sebbene segnato da 120 minuti di agonia, qualche vago piacere lo prova.

Ma sul messaggio artistico di De Andrè non c’è una parola. Non viene trattato per nulla il senso delle sue canzoni. Solo qualche considerazione buonista (sì, questo è l’uso corretto del termine, per chi fosse in ascolto) sulla “Canzone di Marinella”. Nient’altro. Nulla sui derelitti, sugli ultimi, sui peccatori, sugli ubriaconi, sui disperati. Nulla su Genova, sulla Sardegna, sull’Italia. Nulla sulla politica. Nulla sull’anarchia, solo qualche vuoto riferimento, privo di contenuto. Nulla sulla scena e sull’industria musicale.

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Ora, io comprendo che questo film è stato prodotto per la TV. Sul serio, comprendo che Mamma RAI pensa che i suoi spettatori non possano capire. Che chi ha scritto Fabrizio De Andrè – Principe Libero voleva venderlo allo stesso pubblico di Amici di Maria de Filippi.

Lo comprendo, ma non è una scusa.

Sono stanca di giudicare le opere targate RAI come se fossero i quadretti degli amputati. Guarda, è bellissimo, se pensi che l’ha fatto tenendo il pennello con gli alluci dei piedi!

Ecco, no. Sono entrata in un cinema per vederlo, ho pagato il biglietto pieno, non voglio un quadretto fatto con i piedi, voglio la cosa vera. Sono stanca di trovare giustificazioni alla mediocrità che ci propongono.

Quindi, ehi, nella stessa categoria di Walk the Line, Fabrizio De Andrè – Principe Libero scompare. La cosa a cui assomiglia di più è Victoria, la serie TV con Jenna Coleman in cui, invece di parlare dei primi anni di governo della Regina Vittoria si parla solo delle sue palpitazioni sentimentali per Lord Melbourne. E, anche se adoro Rufus Sewell, quel telefilm l’ho mollato alla terza puntata.

Quindi.

È importante come scegli di raccontarle, le cose. De Andrè lo sapeva, quando ha scelto di raccontare il Vangelo dal punto di vista delle madri, dei ladroni, di Giuseppe e della giovane Maria. Lo sapeva quando ha scelto di raccontare la storia contenuta in ognuna delle sue canzoni.

Gli autori di Fabrizio De Andrè – Principe Libero hanno invece scelto di raccontare una storia d’amore piena di cliché, punteggiata di battute salaci, con un solo snodo moderatamente drammatico. Tipo serie TV di quelle che molli alla terza puntata, sprecando quasi tutto il potenziale positivo in tre ore e venti degne di Federico Moccia.

Il che, sì, significa che a qualcuno piacerà un casino.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: susannaraule.com

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  1. Giorgio ha detto:

    Oh, no! Era proprio quello che temevo.

    Temo che sotto ci sia anche qualcosa di più, ossia neutralizzare il messaggio politico anarchico di De Andrè e trasformarlo in una bella figurina di artista tormentato. Il messaggio politico di De Andrè per me era inscindibile non solo dalla sua musica, ma addirittura dalla sua persona. Tutto era politica in quello che faceva. Hanno candeggiato la sua figura e ce l’hanno restituito pulitino e pronto appunto per Amici.

    Sono questi i tempi che viviamo, tempi grami.

    • Susanna Raule ha detto:

      Credo che “Storia di un impiegato” non venga neppure nominato. Sì, la parte politica è stata cancellata del tutto, ma anche il 90% della parte poetica, della ricerca sulla lingua, tutto. Persino sull’astrologia, da cui De Andrè era quasi ossessionato, c’è solo un accenno scherzoso.

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