La serie di Hulu tratta dal classico distopico di Margaret Atwood in un altro periodo storico avrebbe avuto un destino diverso. È quindi una fortuna che sia uscita l’anno scorso e abbia potuto godere indirettamente dell’attenzione suscitata dal movimento #metoo.

Il libro è del 1985, ha vinto il premio Arthur C. Clarke nel ’87 e ha subito fatto parlare di sé. Il primo adattamento cinematografico è del ’90. Ambientato in un futuro prossimo, in una teocrazia totalitaria che ha rovesciato il governo deli USA,  esplora i temi della sottomissione della donna e dei vari mezzi che la politica impiega per asservire il corpo femminile e le sue funzioni riproduttive ai propri scopi.

È un romanzo affascinante, anche se, sotto diversi aspetti, fuori tempo massimo. Negli anni ’80 impregnati di edonismo, infatti, il controllo del corpo femminile aveva già assunto i connotati che mantiene tuttora: l’ossessione per la bellezza, per la forma fisica e per l’abilità nel sostenere il doppio ruolo di madre e lavoratrice. Da questo punto di vista l’aspetto che assume la dittatura religiosa del libro sembra basarsi troppo sulla coercizione e troppo poco sulla propaganda, mentre il contesto politico è sfumato e più simbolico che altro.

Faithful

L’interpretazione in chiave femminista, d’altronde, è stata minimizzata dalla stessa Atwood, che definisce il suo libro “a study of power, and how it operates and how it deforms or shapes the people who are living within that kind of regime” (“uno studio sul potere, su come agisce e come deforma e plasma le persone che vivono in un regime dittatoriale”).

Il tema della riproduzione è un tema centrale, ma viene usato in prima battuta per mostrare come funziona una dittatura e solo secondariamente per dipingere il ruolo della donna secondo il patriarcato.

Dato che la serie è abbastanza fedele al romanzo, questa premessa serve per spiegare come mai guardarla cercando un realismo politico sia in fondo futile, dato che le riflessioni che fa attengono più al livello teorico e simbolico che a quello della realpolitik.

Per essere più specifici: sì, nel mondo reale la Repubblica di Gilead è un assurdo politico. Persino in Iran o in Corea del Nord le masse vengono oppresse in modo meno rigido e c’è minore controllo sulle libertà personali. No, negli Stati Uniti degli anni ’80 Gilead non avrebbe mai potuto prendere quella forma, ancor meno negli Stati Uniti degli anni ’10, dove infatti gli americani un misogino bigotto e ipocrita l’hanno eletto democraticamente senza bisogno di alcuna rivoluzione totalitaria.

Per vedere questa serie dovete soprassedere.

Se non siete in grado di farlo, lasciate perdere.

Se non siete in grado di tollerare una situazione in cui, con un pizzico di astuzia e psicologia, le Ancelle potrebbero prendere in mano la nazione in tre giorni, astenetevi.

Personalmente, sono in grado di tollerare solo fino a un certo punto, e infatti la visione di The Handmaid’s Tale è stata costellata da una serie di sbuffi, battute sarcastiche e scuotimenti di testa.

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Nonostante questo, ci sono altri aspetti che mi hanno spinta a vederla fino in fondo – e malgrado sapessi già più o meno in che modo si sarebbero snodate le vicende.

Per prima cosa è una serie girata bene, un prodotto dalla qualità tecnica elevata, molto bello a livello visivo. Le interpreti sono tutte molto brave, a partire da Elisabeth Moss. (Per Joseph Fiennes c’è poco da fare, ma qua ha trovato il personaggio perfetto per lui, quindi i danni sono contenuti.) Nonostante la serie sia lenta, non annoia, perché la psicologia delle protagoniste e la loro evoluzione ti tengono interessata. A tratti diventa piuttosto violenta, in quel suo modo sempre sottotono, e non si fa scrupoli nel dipingere la crudeltà umana.

Per una serie televisiva non è poco.

Inoltre è chiaro che si prepara una seconda stagione. Nei suoi confronti sono ottimista. In realtà mi aspetto che sia migliore della prima, perché inevitabilmente supererà la trama del libro (le vicende narrate nel romanzo sono finite) ed evolverà verso qualcosa di originale. Gli sceneggiatori hanno già dimostrato una curiosità politica maggiore di quella di Atwood negli anni ’80. Nel contempo, Atwood e Moss sono tra le produttrici, quindi possiamo aspettarci che lo spirito alla base dell’opera non verrà tradito.

Con un pizzico di fortuna vedremo qualcosa di simile a quello che è successo con The Man in the High Castle, altra serie distopica che, quando ha superato la trama di La svastica sul sole di Philip K. Dick, ha avuto un notevole miglioramento.

Perché, signori, per quanto un libro sia perfetto, non sempre la trasposizione è in grado di fargli onore. A volte il linguaggio ha troppa importanza e, una volta trasformato in film, tutto risulta rigido e poco credibile.

Quindi aspetto fiduciosa la seconda stagione, e a considerare la prima solo un inizio promettente, tra luci e ombre.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: susannaraule.com

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  1. Swissbiking ha detto:

    Bella review Susanna. Il libro mi è piaciuto e fa riflettere. Poi ho provato a guardare la serie TV, che come dici è fedele al libro, e non ci sono riuscita, troppo arida, cupa e lenta per mettermi a guardarla, ma perché rispecchia molto il sentimento del libro. Comunque fatta benissimo. Aspetterò la seconda stagione

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