Quasi non volevo parlarne, di Godless. Non perché sia una serie brutta o irrilevante, anzi. A mio parere Godless è stata la serie migliore del 2017 (insieme a Blood Drive, per opposti motivi, e a The Deuce, per motivi diversi), così perfetta che non c’è quasi nulla da dire.

Siamo nel 1884, una banda composta da una trentina di malviventi mette a ferro e fuoco una cittadina di frontiera, massacrando tutti gli abitanti. È la banda di Frank Griffin, un ex predicatore con una sua particolare idea di religione. È sulle tracce del suo ex-braccio destro e figlio adottivo Roy Goode, che lo ha tradito e derubato.

Roy è bravissimo con la pistola ed è astuto come solo chi è cresciuto randagio: i genitori assassinati dai banditi, prima accolto in un convento piuttosto sui generis, poi preso sotto l’ala protettrice di Frank.

Il luogo in cui finisce per rifugiarsi è La Belle, piccolo centro minerario dove tutti gli uomini sono morti in un incidente in miniera. Sono rimaste le donne, uno sceriffo che sta diventando cieco e il suo giovane aiutante. Bastano e avanzano.

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È una classica storia del West, Godless: uno straniero arriva in città. Porta guai, ma alla fine porta anche una diversa consapevolezza.

Scusate se mi ripeto: su questa serie c’è poco da dire. La trama è perfetta, non delude mai. La recitazione è perfetta, sono tutti bravissimi. Il montaggio è perfetto, la colonna sonora è perfetta, la fotografia è perfetta. La regia è stupefacente.

È tutto semplice, tutto funziona perché è nel punto giusto e al momento giusto. Tutto regge.

Immaginate un classico western di John Ford, però girato ai giorni nostri. Questo è Godless.

La sua classicità è quel che lo rende solidissimo: niente buchi di sceneggiatura, qua, signori. È una storia fatta come si facevano una volta, per bene. Le vicende si dipanano con ordine davanti ai nostri occhi. Non ci sono inutili spiegoni, ma non si sorvola neppure su delle cose importanti. Tutto ha il suo senso, tutto ha un perché, anche i silenzi. Specialmente i silenzi.

La sua modernità è nel prendere le classiche tematiche della frontiera ed esplorarle da nuovi punti di vista.

Il western è sempre stato un genere mascolino, virile. Se pensi a “un uomo vero” come fa a non venirti in mente John Wayne? Godless prende quella cosa lì, quella magia lì, e le aggiunge una prospettiva moderna. È un western classico, raccontato anche dal punto di vista delle donne, che non sono messe lì come tante figurine, ma che agiscono, interferiscono e prendono in mano le cose se necessario. In modo misurato, pacato, senza strane bizzarrie. Godless non è Suffragette West. Non è la storia di un gruppo di eroine. È la storia di un tizio che sa sparare bene e non sa leggere che finisce in un posto dove le donne hanno dovuto imparare a fare i carpentieri… e l’hanno fatto senza tante lamentele, perché nel mondo in cui vivono sopravvive chi si adatta. E ad alcune mancano i mariti morti, ad altre no, ma comunque vanno avanti in buon ordine, chi con grazia, chi con rancore.

Godless è la storia di una grande caccia all’uomo, di bambini feriti che sono diventati adulti pericolosi, di occasioni perse e del senso della vita. Perché nel West c’è tanto di quel cielo che come fai a non chiederti dov’è finito Dio?

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Come dicevo, gli interpreti sono tutti all’altezza dei loro personaggi non comuni: Michelle Dockery (la sorella stronza di Downton Abbey, qua con un perfetto accento americano), indurita dalla vita; Jack O’Connell (britannico anche lui, già visto in Skins e Unbroken), che vorrebbe essere buono, ma non sa come si fa; Scoot McNairy, lo sceriffo che più che riscattarsi vuole fare la cosa giusta; e via- via, fino a un grandioso Sam Waterston nel ruolo del vecchio segugio. Un cast dove non emerge nessuno, perché tutti funzionano alla perfezione.

Quindi, che altro c’è da dire su Godless? Se non l’avete visto, guardatelo. Sono sette puntate, non ci sarà un seguito (ed è giusto così, vedrete), e c’è una scena, nell’ultimo episodio, che rappresenta tutto l’epos del West… e una rivisitazione di un classico che vi darà i brividi.

Fidatevi di me. Sono sette puntate che vi si incideranno nella mente e che faranno alzare la vostra asticella delle pretese quando guarderete il prossimo action movie con la telecamera che schizza in tutte le direzioni senza raccontare nulla.

Forse è questo l’unico difetto di Godless: è così perfetta che diventerete schizzinosi.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: susannaraule.com

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