Non so perché, ma Özpetek mi rendeva sempre sospettosa. Ricordo quando vidi il suo primo film, Hamam. Mi piacque molto. La seconda sua pellicola per me fu Le fate ignoranti ed ero già sospettosa, chissà perché. Come se l’idea che fosse buono quanto il primo non mi convincesse del tutto. Mi piacque ancora di più.

Da quel momento i film di Ferzan Özpetek li ho visti quasi tutti, sempre entrando al cinema con un certo sospetto e sempre uscendo soddisfatta. Non sempre allo stesso modo, questo è vero, ma anche i suoi film più deboli, in qualche modo, erano meglio di quanto mi aspettassi.

I difetti che molti gli imputavano – di essere un Almodovar edulcorato e “buono”, di fare sempre lo stesso film, l’eccessiva teatralità – per me non erano difetti, ma sue caratteristiche, che non incidevano in modo negativo sulla mia esperienza. Anzi, mi piacevano.

Ma veniamo a Napoli velata. Forse per la prima volta, sono andata a vedere Napoli velata senza sospetto. Il trailer era coinvolgente e l’ambientazione non poteva deludere.

Invece un po’ delusa lo sono.

Non è un brutto film, intendiamoci, ma ha un problema importante: lascia intravedere che avrebbe potuto essere un capolavoro. E non lo è.

In alcuni punti è fuori fuoco, ci sono dei passaggi gestiti in modo sciatto.

La trama è un po’ confusa, ma non lo considero un difetto. Durante il tradizionale “parto dei femminielli” Adriana (Giovanna Mezzogiorno), anatomopatologa, viene sedotta da Andrea, un uomo più giovane molto sicuro di sé. I due passano insieme una nottata travolgente e lui le dà appuntamento il giorno dopo, lasciando intendere che sia interessato a frequentarla. Ma non si presenta all’incontro, e Adriana ne è molto delusa. Il giorno successivo, esaminando il cadavere di un ragazzo trovato ucciso e brutalmente privato dei bulbi oculari. Adriana riconosce proprio il suo amante.

La vicenda ruota attorno diversi fuochi: la famiglia/tribù di Adriana, le indagini e il “fantasma” di Andrea. Perché a partire dal secondo giorno dalla sua morte, Adriana comincia a vedere per la città un uomo uguale ad Andrea, che però le sfugge. Non dico altro per non rivelare troppo, ma questa storyline evolve ulteriormente.

Il film parte benissimo. Intendiamoci, se vi piace la pornografia (a me piace). I primi dieci minuti sono il tanto favoleggiato, e mai davvero realizzato, porno d’autore. C’è [SPOILER!] una fellatio, un cunnilingus, un rim job, un classico rapporto vanilla e un anal [FINE SPOILER]. Girato benissimo, con un po’ di coraggio in più si poteva far diventare hard sul serio, visto che gli mancano solo le riprese dirette delle penetrazioni per fare faville su XHamster.

E questo non è un difetto, eh. Questa è la parte in cui pensi: questo film sarà favoloso. La scena del parto del femminiello, seguita da dieci minuti di sesso girato in modo magistrale.

Ma finito il sesso, finita la pacchia.

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Tre focus, dicevamo.

Il primo – la famiglia, la tribù, le radici in una Napoli affascinante e carnale – è forse quello meglio riuscito, perché più congeniale al regista e anche grazie alla presenza di un grandioso Peppe Barra nel ruolo dell’amico di famiglia e di una Anna Bonaiuto, sempre brava, in quello della zia Adele. Ma in qualche modo, nonostante sia la parte più riuscita, anche qua l’impressione è costantemente che il film avrebbe potuto essere di più, che sia sempre sul punto di decollare e non lo faccia mai. Sugli aspetti più folkloristici di Napoli – della Napoli dell’arte antica ed esoterica che mostra – Özpetek passa in modo quasi frettoloso. Solo sulla scena iniziale del parto del femminiello si sofferma per il tempo giusto, lasciando che l’impressione maturi nello spettatore, mentre sorvola svogliatamente sulla tombola degli anziani femminielli (una scena che aveva le carte in regola per essere davvero potente) e risolve in modo un po’ democristiano quella della veggente/santa.

Forse il problema è l’affollamento di temi. La Napoli più carnale e misterica, i drammi di famiglia e un pantheon di personaggi solo accennati, come le due “parche”: un’Isabella Ferrari dallo sguardo vitreo e la sua compagna Lina Sastri, che recita le sue battute come fossero i responsi di un biscotto della fortuna. In quanto all’amica Catena (Luisa Ranieri), il suo personaggio è così utile che avrebbe potuto essere tranquillamente assorbito da quello di un’altra interprete.

E io capisco che Özpetek volesse creare una sorta di coro da teatro greco al femminile, davvero, ma è un intento che resta solo velleità. Manca sempre un pezzo. Manca sempre una voce.

Una volta le pellicole costavano un sacco di soldi e ogni minuto di ripresa era un azzardo economico. Ecco, nella Napoli velata sembra di essere tornati a quei tempi. Molte scene sembrano riassunti.

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Forse per via dello spazio richiesto dal primo focus, il secondo, le indagini, è compresso all’estremo e lasciato cadere con un paio di frasi verso la fine del film. Intendiamoci, abbiamo capito che il film non è un poliziesco, ma se inserisci un mistero forse è il caso risolverlo in qualche modo, o almeno di creare un vero senso di mancata chiusura. Sembra invece, che Özpetek semplicemente se ne dimentichi, o non lo consideri poi così interessante. Maria Pia Calzone, solitamente ottima attrice, qua ci dona un’interpretazione da fiction TV. Il suo vice Biagio Forestieri non se la cava molto meglio. I personaggi sono abbozzi di abbozzi. Su tutto aleggia un sentore di pessima RAI.

Per concludere, il focus sul “fantasma”. Sarebbe la parte introspettiva del film, ma forse Giovanna Mezzogiorno per prima non l’ha capito, visto che per lo più guarda in camera con una domanda inespressa negli occhi: “Che cosa dovrei fare, qua, io?”

Unita all’interpretazione tristissima di Alessandro Borghi – che sembra uscito di fretta da Don Matteo – capirete come questa parte non solo non decolli, ma prenda la rincorsa, inciampi e rotoli a terra con un clamoroso tonfo.

Del film poi si salvano tanti piccoli momenti, mentre ce ne sono altri che lasciano un po’ perplessi. La scena del branco di ciechi, per dire, che sarebbe stata benissimo in un film di Sorrentino, ma che qua è piuttosto estemporanea.

Il finale è frettoloso, fuori fuoco, e questo è forse il principale difetto del film. Invece di chiudere alzando il livello emotivo, finisce in un borbottio indistinto. “Scusate, mi aspettano a cena. Ne riparliamo, eh?”

Peccato, perché, come ho già detto, Napoli velata poteva essere un film grandioso, mentre è solo un film interlocutorio nella carriera di Özpetek.

E suppongo che la sua prossima pellicola tornerò a guardarla con un certo sospetto.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: susannaraule.com

Una risposta »

  1. Giovanni Ponte ha detto:

    Borghi è eccellente nella parte del seduttore/amante. Cade moltissimo nel ruolo del gemello. Il giallo è compresso, sono d’accordo, ma per Özpetek è solo un pretesto, un tema minore nell’economia della storia. Addirittura il colpevole si intuisce da una brevissima coreografia. Evocativo invece l’epilogo con il Cristo Velato. Alcune scenografie e tecniche di ripresa mi hanno ricordato i primi “Dario Argento”. La componente apologia dell’omosessualità tanto cara al regista non è enfatizzata come in altre sue opere e risulta gradevole. Eccezionale è secondo me l’enfasi sensuale disegnata dalla maturità fisica un po’ sfiorita della protagonista e dalla sua solitudine.

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