9rfniwt8Un tizio dall’aria mite che si fa chiamare il Professore prende otto criminali dai vari talenti e li assolda per il colpo del secolo: rapinare la Zecca di Stato… o meglio, barricarsi dentro la Zecca per una decina di giorni con una settantina di ostaggi e far girare le rotative a pieno regime, poi andarsene con il prodotto della propria fatica.

Un piano preciso al dettaglio, una stangata in cui ogni possibile eventualità è stata prevista e calcolata, un progetto a orologeria in cui tutto si incastra.

Tranne un piccolo dettaglio.

Quale sarà questo dettaglio, cari amici?

Una storia d’amore? Non mancano.

Un tradimento interno? Tutti se li aspettano.

Un errore umano? Quelli sono sul quaderno del Professore dal giorno uno.

No, il vero, fatale errore è Netflix.

Seguitemi con attenzione, perché un colpo nella Zecca di Stato è un’inezia, rispetto alle complicazioni che hanno creato quelli della nota emittente in streaming.

La Casa de Papel inizia a uscire in Spagna a maggio dell’anno scorso (2017). È composta di 15 puntate da 70 minuti. Va in onda fino a novembre, con un’interruzione estiva.

Ragionevole.

Ma per Netflix prendere le 15 puntate e trasmetterle è troppo semplice. Dov’è l’avventura? Che fine fa la suspense?

E, specialmente, come faranno i limitati telespettatori del resto del mondo a sopportare puntate da 70 minuti, dato che hanno lo span attentivo di tanti pesci rossi? (Grazie.)

Quindi prendono i primi 9 episodi e li rimontano, in modo da creare 13 puntate sui 50 minuti. Suppergiù. La serie si presta, perché in effetti è un flusso continuo di eventi.

E poi?

E poi niente. Arrivati alla 13esima puntata (la nona in originale), la serie si ferma. In pratica da una stagione ne creano due, con in mezzo un cliffhanger che non è un cliffhanger: è la Fossa delle Marianne.

Quando uscirà worldwide la seconda metà della serie? Mistero. (Sentitevi liberi di canticchiarlo con la voce di Ruggeri.)

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Ora, attenzione, di mosse spregiudicate ne abbiamo viste, e capisco che per doppiare in un tot di lingue e fare tutto quel taglia-e-cuci un po’ di tempo ci voglia… ma in questo caso è uno zinzino eccessivo.

Ecco perché:

La Casa de Papel è una serie basata sul ritmo. Gli interpreti sono medi, niente prove da actor’s studio, la trama è già vista e rivista, i colpi di scena non sai quando arriveranno ma sai già che arriveranno. Ci sono momenti in cui ti cadono le palle perché qualcosa supera di brutto il livello massimo di sospensione dell’incredulità di chiunque, compresi i bambini piccoli. Ma tutto funziona perché è montato da Dio, girato da Dio e ha un ritmo che ti tiene incollato allo schermo e ti fa gridare “datemene ancora!”

Poi ti levano il giocattolo. Hai tempo di pensarci. Ti ricordi che in realtà nessuno dei rapinatori ti sta davvero simpatico, ti rendi conto che delle loro avventure non te ne frega poi molto, ripensi a tutti i momenti di imbarazzo involontario, a tutte le espressioni basite (F4) e rifletti sul fatto che no, (SPOILER!) nessuno ha voglia di scopare con una pallottola in una gamba, con la possibile eccezione dei film con Rocco.

Peggio ancora, inizi a farti delle domande sulla svalutazione, perché, insomma, se uno stampa due-trecento milioni di Euro in più del normale… che cosa ne penserà Draghi? Che cosa dirà la BCE? (FINE SPOILER)

Mentre aspetti la seconda stagione, o il terzo terzo della prima, escono delle altre serie più fighe, serie fatte bene sul serio, tipo Godless. Escono Mosaic, McMafia e The Alienist. Escono Altered Carbon, Castle Rock, The First, The Balld of Buster Scruggs (noi tutti adoriamo i Coen) e persino Krypton, per quelli a cui interessa. E poi ci sono tutte le stagioni successive delle serie che già seguivamo. Siamo onesti, vedere telefilm ormai è quasi un mestiere, non ci pensiamo proprio a rimanere indietro.

E così… addio terzo terzo di Casa de Papel. Se Netflix non avesse scazzato il timing forse avremmo persino saputo come andava a finire.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: susannaraule.com

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