Non sono una grande amante del genere supereroistico, né una grande esperta. Ciò nonostante, ho macinato un numero più che sufficiente di albi con protagonisti individui in calzamaglia (o, come usa adesso, tutine in ecopelle e polimeri complessi) per poter esprimere un’opinione informata. Solo, non nerd. Tenetene conto.

E naturalmente vi sarete accorti che i supereroi, dopo aver espugnato e conquistato le sale cinematografiche, si sono dati all’assalto anche del piccolo schermo.

Due sono le serie supereroistiche di cui voglio parlarvi oggi: Daredevil e Powers.

Ma partiamo dai fumetti. Daredevil è un vecchio personaggio con un sacco di storia. Il revisionismo l’ha sfiorato senza travolgerlo (d’altronde non ha travolto nessuno dei vecchi personaggi, gli ha solo scompigliato un po’ i capelli). Ha una sua certa allure, volendo, ma non è mai stato in alto tra i miei eroi preferiti.

La serie della Netflix ha ricontestualizzato il vecchio Devil, l’ha ripulito dagli ultimi residui naif della silver-age, ha abbassato di un paio di tacche il livello del kitsch insito in ogni eroe mascherato e, come dire… l’ha liberato nelle strade.

Produzione di tutto rispetto, con attori di livello medio/medio-alto, un protagonista con una faccia da carlino e una strepitosa Rosario Dawson.

“Behave, or I’ll chew your limb off!”

Livello? No, buono. La serie è divertente, i nerd spero sufficientemente delusi, la trama ha qualche piccolo buchino che quasi non si nota e le scene d’azione sono per lo più ottime. Uno zinzino troppo lunghe, se chiedete a me, ma, insomma, io sono una ragazza.

Ah, e la rossa di True Blood riesce a sembrare una ragazza qualsiasi. Brava.

Alla fine della visione ti lascia come una blanda eco, una specie di ricordo gradevole, come quel piatto di crema di zucchine così delicato e così poco memorabile.
E la vaga idea che hai appena visto la prima serie contro la gentrificazione, che è un concetto così hipster da dare le vertigini, ma va be’.

Powers, d’altronde, è un fumetto nato dieci anni fa, un fumetto post-revisionista maturo, calibrato, divertente, ottimamente disegnato, potente, con riflessioni non banali sulla società dei consumi e dell’immagine (nonché, inevitabilmente, sulla natura umana).

In poche parole, Powers è forte. Molto forte, molto bello.

La serie è… perfettibile.

Le prime due puntate sono quasi inguardabili. Montaggio e regia da progetto di una scuola media, fotografia da filmino del matrimonio di un tuo amico, dieci anni fa, effetti speciali imbarazzanti.
La regia e il montaggio migliorano in modo sostanziale alla terza puntata, il resto rimane un po’ scadente.

Del tipo che i tizi mascherati sembrano cosplayer brutti, okay.

Ma rispetto a Daredevil, Powers ha cuore, ha anima e, specialmente, ha cervello.
Ha un’umanità e una profondità che gli autori del primo non hanno saputo o voluto fotografare.

In una società in cui i superpoteri sono relativamente comuni la divisione “poteri” della polizia ha un lavoro ingrato da compiere: destreggiarsi tra le superstar in costume, tra i ragazzini dai poteri acerbi, pericolosamente pieni di ambizioni, e tra i pochi, veri, supercattivi, che curiosamente non vogliono il solito “dominio del mondo”, ma soldi e fama (se sei un Power la figa già ce l’hai).

Un universo in cui i supereroi hanno tutti l’agente, pubblicizzano scarpe da ginnastica e hanno fondazioni benefiche. Un universo in cui i supereroi uccidono semplicemente atterrando nel posto sbagliato o scagliando il super-cattivo di turno sulla macchina di una famiglia innocente.

Rispetto al fumetto i personaggi non sono banalizzati – in verità neppure in Daredevil, cambia il punto di partenza – ma non sono neppure identici. C’è stata un’ulteriore elaborazione.

Deena Pilgrim, piena di zelo e coraggio, ma a volte spersa. Christian Walker, un tempo Diamond, che ha perso i suoi poteri e vedere quanto li rivorrebbe indietro ti fa male al cuore. Retro Girl,  che è stanca e sa che in fondo rispetto a un uragano lei non è niente, eppure deve andare, deve continuare a salvare vite, una vita alla volta, e a interpretare il suo ruolo. Johnny Royalle, che in tutti questi anni non ha ancora deciso se è buono o cattivo, e per di più ha paura. E Wolfe, il filosofo maledetto che divora le anime di tutti i cuccioli che incontra, terribile come il più terribile dei lupi e per questo così affascinante.

Ora, io ai nerd non so che cosa dire.  Se per voi è tutta questione di ret-con e aderenza agli originali io e voi non abbiamo proprio nulla da condividere.

Agli altri, quelli a cui interessa una riflessione adulta sul concetto di eroe e di dovere, ovviamente consiglio Powers. Con due postille:

1) Comunque si tratta di supereroi. Come calciatori, ma volanti. Fanno un cervello in tre. Il problema è che la serie non si fa alcuno scrupolo nel mostrarcelo, quindi se vi aspettate brillanti deduzioni e astuti piani… no, ecco, guardatevi Sherlock.

2) In Powers ci recita l’uomo più bello del mondo. Ho cercato di essere obbiettiva, ma, insomma, comunque se anche la serie facesse schifo varrebbe la pena di guardarla senza audio solo per lui.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

»

  1. Alessandro scrive:

    Susanna… scusa l’osservazione da pierino… ma dicendo, per Daredevil (cito testualmente): “Livello? No, buono.” pur presente la virgola a farmi propendere che intendessi dire: “Niente da dire, il telefilm è buono.” mi resta il dubbio che tu intendessi l’esatto contrario come quando, colloquialmente, si usa dire appunto “no buono” (senza virgola!!!) nel senso di “Per niente buono”.

    Sì, insomma, al di là del mio essere più o meno nerds, me lo consigli?

    Io della Netflix conosco “solo” House of Cards e le prime due stagioni, tranne qualche passaggio un po’ sottotono rispetto agli altri, le ho trovate fantastiche. Dunque, se Daredevil è anche solo la metà di HoC, Kavin Spacey a perte, merita di essere visto.

    • Susanna Raule scrive:

      Intendevo “niente da dire, il telefilm è buono”. Ed è buono, eh. Non è assolutamente al livello di House of Cards perché le premesse sono diverse, il materiale di base è un altro e l’intento è molto più “leggero”.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...