Allora, io vorrei parlare cinque minuti di un mio disagio di natura economica, doc. Questo mio disagio, per fortuna, non riguarda la mia economia (cioè, anche, ma soprassediamo), ma proprio… L’Economia, no?

Ecco, fino a qualche anno fa, uno che aveva fatto gli studi umanistici poteva passare il suo tempo a litigare se fosse più figo Marx o Bakunin. Noi gente di sinistra vivevamo una vita intellettualmente agiata, perché avevamo letto tutto, conoscevamo ben più dell’ABC e piroettavamo tra ogni possibile permutazione del vecchio concetto “potere al popolo”, riempiendoci la bocca di un elogio del proletariato che sapevamo essere una mera entità concettuale.

Dico, lo sapevamo.

Noi tutti lo sapevamo, e avevamo in mano le redini del discorso. Quando dovevamo tagliare corto avevamo anche una parola in codice, una parola polivalente e magica: realpolitik. Quello era un po’ il nostro “liberi tutti”, anche se bisognava usarla con parsimonia e comunque non dopo aver bevuto.

Poi c’erano quelli che avevano fatto gli studi scientifici, ma quelli non contavano, se capite quello che intendo, perché potevi sempre metterli a tacere citando un alto pensatore a caso e accusandoli di essere limitati dalla loro (gretta) formazione.

Per dimostrarti democratico li lasciavi parlare un po’ di qualcuno dei loro puerili gadget (oppure potevi farti spiegare l’ultima puntata di CSI), ma tanto si sapeva che le cose Alte e Importanti erano altre, tipo l’eguaglianza sociale e la lotta alla xenofobia.

Andava tutto bene. Era tutto bello. Eravamo padroni del nostro mondo.

Poi sono arrivati questi cazzo di economisti. Non sappiamo nemmeno da dove siano sbucati. Non amavamo pensare a loro. Chi vuole pensare al suo commercialista, che con quello che costa potrà pure mettersi in ordine quelle cazzo di ricevute da solo, no?

E, attenzione, noi lo sapevamo che il commercialista ci stava fregando. Lo sapevamo da un po’. Ma chi se la sa fare la dichiarazione dei redditi da solo? Cioè, rispondere “Io no di certo” e riderci su era pure una cosa figa, anche se non quanto parlare di quelle altre cose da gente con l’educazione umanistica.

Pensavamo: “Io so parlare (be’, quasi) il latino, come può la mia mente confrontarsi con il Modello Unico?”.

Che cos’è, poi, un Modello Unico? Warhol diceva che non esiste niente del genere, e chi sono io per discutere Warhol? (Risate.)

Poi, all’improvviso, sono arrivati questi tizi. Chi ne aveva mai sentito parlare? Ed erano brutti, diciamocelo. Grigi e grassi e con delle facce da sfigati. Bel vestito, però.
Solo che non erano come noi e noi non li capivamo. “Noi” eravamo tutti magri e vestiti di nero, loro no. Noi avevamo tutti letto Così parlò Zarathustra, e loro… be’, pure, magari, ma non lo consideravano “fondamentale”. E poi abbiamo sempre pensato che si fossero limitati al bignami, perché in fondo si sentivano inferiori.

Così quando sono arrivati, con quei loro titoli accademici di gusto dozzinale, noi abbiamo sorriso e abbiamo pensato: “Dio, perché hanno invitato il mio commercialista alla TV?”.

Poi quel cazzo di commercialista ha iniziato a parlare.

Ora, chiaramente nessuno di noi ha capito un’acca di quello che dicevano, ma avevano delle espressioni così serie che per qualche istante abbiamo pensato di offrirgli da bere, giusto per vedere se si scioglievano un po’.

Ma tanto non sarebbe servito perché avevano… be’, avevano un loro linguaggio. Fino a quel momento avevamo pensato di essere gli unici, ad avere un nostro linguaggio. Un linguaggio colto, con dei punti di riferimento chiari. E i nostri punti di riferimento erano chiarissimi, badate: noi definivamo Marx un filosofo.

Non ci eravamo mai fermati a pensare che forse se il libro (be’ i libri: sono tre, sapete) che aveva scritto quel tizio si chiamava Il capitale forse parlava anche di soldi. Cioè, quel libro parlava del nostro amato proletariato, non di quella roba lì.

E ora, all’improvviso, scoprivamo che qualcuno aveva letto sul serio quella roba (oh, qualche decina d’anni prima, non c’era da preoccuparsi) e si era preso la briga di confutarla su un piano matematico e aveva creato dei grafici o chissà che diavoleria e poi…

…E poi mi spiegate chi cazzo è questo Keynes di cui continuano a parlare tutti?

E non solo ne parlano, lo confutano anche. (Bastardi, Marx non vi bastava?)

In pochissimo tempo le nostre case, le nostre vite, i cazzo di bar dove andiamo a fare l’aperitivo, erano stati invasi da questi tizi in sovrappeso con la faccia da commercialista e la forfora… (Bel vestito, però.)
E continuavano a parlare. A dare notizie importanti con l’espressione seria. Con un sacco di “er” in mezzo. (Quella l’hanno fregata a noi e dovrebbero vergognarsi.) Introducevano nuovi temi, a noi incomprensibili. E noi annuivamo e cercavamo di non sembrare del tutto presi alla sprovvista, perché non sarebbe sembrato elegante, e all’inizio abbiamo anche provato ad ascoltarli, più che altro per gentilezza.

Pronunciavano parole dal suono volgare:

“Spread!”

“Bund!”

“Rating!”

“Fitch!”

Eravamo attoniti. Nessuno ci aveva mai detto “Fitch”, prima. Sembravano dei comandi da addestratore di cani. Non era roba umanistica. Era roba economica.

Ora, noi tutti eravamo gente colta. Non eravamo mica proletariato sul serio. Avevamo fatto tutti l’università. Avevamo anche noi una laurea, una specializzazione, un dottorato. (Quand’è che avevamo iniziato a dire “anche” noi?) Umanistiche, è ovvio. Perché, che altro c’è? Oh, e qualcuno, qualche eccentrico, aveva pure una laurea scientifica.
Ma potevamo anche smettere di guardarli con comprensione, quelli con la laurea scientifica, perché ora eravamo nella stessa barca.

Cioè, ho scritto “barca”, ma leggete “merda”.

Le nostre vecchie e rassicuranti conversazioni erano state spazzate via da questa valanga di nuove parole, di nuovi concetti. Forti del fatto che, in fondo, eravamo gente colta, abbiamo provato a dare un’occhiata alla faccenda.

E abbiamo scoperto di avere davanti un muro impenetrabile.

Perché non siamo scemi, e siamo pure istruiti, e teoricamente non c’è nulla che ci impedisca di capire quella roba, se non che non ne abbiamo avuto il tempo. È diventata importante prima che fossimo pronti e ora è troppo tardi.

Perché, dato che siamo istruiti e letterati, ci rendiamo drammaticamente conto che per imparare quella roba  serve almeno lo stesso tempo che ci abbiamo messo per imparare la nostra, di roba. E noi abbiamo iniziato a quindici anni, a leggere Marcuse. Ora ne abbiamo trenta. (Che poi, almeno l’avessimo letto a modino, ora un po’ ci aiuterebbe.)

Così, di fronte a questa oscena invasione di tizi in gessato blu, troppo sovrappeso e troppo brutti per valorizzare veramente un gessato blu, abbiamo avuto delle reazioni scomposte.

Alcuni di noi fingono di non vederli. Continuano a parlare delle vecchie cose, ignorando quella gente inelegante come si ignorerebbe uno vestito di arancione a una presentazione letteraria. Solo che ora non sono più tutti magri e vestiti di nero, ora sono tutti vestiti di arancione come dei fottuti Hare Krishna. (Metaforicamente parlando. Datemi Mario Draghi vestito da Hare Krishna e io vi darò il mio primogenito.) (Okay, lo ammetto, non ho un primogenito. Sono un’intellettuale.)

Alcuni di noi hanno iniziato a odiarli. È facile. Sono brutti, sovrappeso, hanno la forfora. Quando parlano hanno un tono piatto, ma non piatto-alienato-che-fa-intellettuale, no. Hanno il tono del nostro commercialista. Non scherzano mai, e quando scherzano fanno delle battute da scuola elementare. Ma per lo più suggeriscono, insinuano, ipotizzano. Non si esprimono come la gente vera. (A noi piace, la gente vera. Da una certa distanza.)
E poi, sembrano di destra. Non proprio in modo chiaro, però. Noi sappiamo come sono quelli di destra. (Ne abbiamo un’idea, davvero. Li schifiamo, da una certa distanza.) Questi sono diversamente di destra. (Ma non “diversamente berlusconiani”, occhio a non confondere.) (Anzi, loro Berlusconi lo detestano, e questo ci confonde.)
Insomma, è chiaro che sono di destra, anche se non sappiamo bene perché.
Quindi, alcuni di noi hanno deciso che odiarli è più semplice. Che è più semplice sostenere che tutto quello che dicono è una cazzata. Che non dovremmo fare quello che dicono. E che comunque è colpa loro.

Infine, alcuni di noi hanno cercato di capirli. Senza successo, fondamentalmente, perché le nostre culture sono troppo diverse. Capiamo più i mussulmani, di loro. (Anzi, ci siamo fatti un punto d’onore di capirli. Anche se non li capiamo.)
Cerchiamo di capirli stringendoci forte la testa tra le mani e leggendo cose che forse sono attinenti o forse no, come persone con la quinta elementare che cercano di capire Nietzsche. E come quelle persone, al nostro debutto in società affermiamo di aver letto “Nietzke” e qualcuno dà un educato colpo di tosse.

Così scopriamo di non essere più i padroni del Discorso, sapete. Quel grande Discorso che è la narrazione dell’umanità. Quel grande Discorso si è trasformato in una formula economica di cui non capiamo nemmeno la prima riga. La guardiamo e pensiamo: “Oh, cazzo”.
Improvvisamente scopriamo sulla nostra pelle come dev’essere stato, per gli analfabeti, andare a farsi leggere dal parroco le lettere del marito al fronte, scopriamo come dev’essere stato dipendere dal parroco per sapere se nostro figlio era vivo o morto e come dev’essere stato restare sempre con il sospetto che il parroco non abbia letto bene, o ci abbia raccontato una bugia, o in realtà non sappia leggere.

È una sensazione così raccapricciante che alcuni di noi preferiscono unirsi al gruppo degli haters e strillare che noi abbiamo internet e scopriremo la verità.

Sì, noi abbiamo internet. Loro no, fateci caso. È più facile trovare il profilo Twitter segreto di Lady Gaga che quello di un economista. Abbiamo il terribile sospetto che loro non usino Twitter. (È immorale.)

O forse hanno un internet segreto, in cui parlano di economia in un linguaggio che capirebbe anche un bambino di tre anni, facendo semplici metafore e scherzi da adulti.

Noi abbiamo l’internet di tutti, quello pieno di gente che urla e che fa argute campagne virali. Quello pieno di persone che blaterano di cose che non conoscono come se ne sapessero a pacchi.

E abbiamo capito che internet non serve. Abbiamo capito che non possiamo imparare l’economia su internet così come loro, se mai volessero farlo, non potrebbero imparare Kant, su internet. Non come noi. Non quanto noi.

Cerchiamo di consolarci pensando che, in fondo, neanche loro sanno quello che noi sappiamo. E che è inutile, in questo momento, ma non importa.

Quello che noi sappiamo è bello. (Ci aggrappiamo a questo pensiero.)

Quello che sanno loro, di quello che sappiamo noi, è questo:

//

E, pensateci un attimo, ci siamo preclusi anche il Vaffanculo.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Andrea scrive:

    Un pezzo degno di Gaber e Luporini.

  2. Nadia Vandelli (Lei&Vandelli) scrive:

    Di fronte all’Economista alzo le mani e consegno la borsa. Capirò che in me è cambiato qualcosa quando sarà lui a farlo. Il fatto che starò imbracciando un fucile sarà del tutto casuale, of-course.

  3. CREPASCOLO scrive:

    Sraule ed Agasso sono tanto ma tanto ripetenti che, in classe, sono sempre seduti in fondo, vicini come due piselli in un bacello. Vestono di nero e Sraule non ha la forfora perchè stona contro il biondo della sua chioma ed Agasso è calvo, ma lo nasconde con un toupet tanto realistico che ha la forfora. L’ultima ora prima della campana che non suona mai – non chiedere mai per chi suona – è di educazione civica. La supplente spiega che la gestione del denaro è importantissima xchè si tratta di risorsa finita. Un amministratore abile ed oculato è il sale della vita, come direbbe Tonino Guerra : i conti di una fondazione filantropica devono essere in regola come quelli di una multinaz del tabacco, il monaco santo subito che non sa gestire la piccola cassa forse non finirà all’inferno, ma creerà qualche problema ai suoi confratelli.
    Sraule si alza ed esclama che è il caso di fermare il mondo perchè deve scendere. Si sveglia nel suo studio di fronte a Mario Draghi che le parla del suo amore per il personaggio di Grisù. Sraule cerca di guadagnare la porta, ma ha una cultura umanistica ed il guadagno non era in programma. Centra la parete e si sveglia mentre Agasso le serve una palla così bastarda che non l’avrebbe presa nemmeno lo struzzo dei cartoni. Agasso ora gioca solo per divertirsi, ma la sua gioia è la sua fondazione che aiuta i bambini senza talento tennistico. Sraule prende in pieno la pallina tra gli occhi e si sveglia nel quadro di una lezione di anatomia fiamminga, solo che lei è sul tavolo autoptico e i chirurghi sono tutti i suoi commercialisti. Mai la fine…

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