Ho visto in giro diversi pareri discordanti. E okay, è normale, dato il super-lancio, il fatto che sia un prodotto diverso da quelli classicamente Bonelli e dato il livello di rosicamento generale che caratterizza in pianta stabile il mondo del fumetto.

Premetto una cosa: io non rappresento il target di Orfani.  Non è un albo che comprerei, se non per vedere com’è fatto, appunto. Sono, quindi, anche il lettore più difficile possibile, perché non sono lì per farmi intrattenere, ma per fare le pulci al prodotto.

Di pulci, Orfani ne ha davvero poche, però. È fatto benissimo sotto quasi tutti gli aspetti. Centra pienamente il suo obiettivo, che non è mai stato quello di essere un fumetto “impegnato”, o un fumetto “dalle tematiche controverse”, o un fumetto “intellettuale”. Orfani non ha mai voluto essere nulla di tutto ciò, da quel che ho capito. Suppongo che volesse essere un fumetto d’azione fatto bene, di avventura, di fantascienza “leggera”. Se è così – e ritengo che sia così – è praticamente perfetto.

Nella prima metà della storia i personaggi preadolescenti sono ben caratterizzati senza eccessivi appesantimenti psicologici. Perché, signori, questo non è Il signore delle mosche. Questo è un action-comic ambientato in un contesto simile a quello del Signore delle mosche. Per intenderci: qua il mostro c’è, ed è un orso. Chiaro questo?

Per molti versi, anzi, la prima metà di Orfani è un anti-signore delle mosche, ovvero un Robison Crusoe reloaded. I ragazzini rappresentano il predominio della ragione sull’irrazionale e infatti “lo fanno giusto”, senza eccessivi sbandamenti, senza scoperchiare nessun abisso, senza cedere al terrore illogico.

La riflessione – se proprio vogliamo trovarci una riflessione – è semmai sullo straniamento. Ovvero, quali sono le conseguenze psicologiche di “farlo giusto”? Che cosa succede dentro a un ragazzino a cui la vita ha già insegnato a non perdere un colpo?

Suppongo che queste tematiche saranno approfondite nei prossimi numeri. Mi limito a rilevare che si tratta di tematiche assai “sul pezzo”, perché la generazione di ragazzini che stiamo crescendo è una generazione di piccoli esseri stilosi abituati a non perdere un colpo, di preadolescenti e adolescenti scafati, navigati, esperti della vita, privi di conflitto generazionale e pronti a competere fin da subito sul mercato dell’età adulta, con tutte le criticità che questo comporta.

La narrazione è fluida, senza fronzoli, diretta, efficace, con giusto l’occasionale – e assai blanda – pennellata di stile. Penso che con Orfani Recchioni sia riuscito a fare una cosa nuova anche dal punto di vista della sua crescita autoriale: ha de-recchionizzato il testo. In generale, non sono favorevole alla perdita della voce personale di un autore, ma in questo caso mi pare il liberarsi di un fardello che con il tempo era diventato eccessivo e auto-referenziale (e che Roberto aveva ampiamente sfogato in Asso).

La seconda parte dell’albo mi è piaciuta più della prima, perché ho trovato il ritmo assolutamente ineccepibile e la narrazione pressoché perfetta.
Voi mi direte: “ma è già visto”.
Io vi rispondo: “e allora?”

Il “già visto” è un problema ricorrente più o meno dall’Iliade in giù. È ovvio che la mia generazione abbia già visto quella scena – e più di una volta. Addirittura, per il mio segmento di pubblico (istruito, intellettuale, radical chic, quello che volete voi) quella scena non era interessante fin dall’inizio. Il mio segmento di pubblico ha detto “meh” anche di fronte a Predator, il primo. Per cui, lasciate perdere la non-novità della seconda parte di Orfani.

Ma siamo onesti: il mio segmento di pubblico è composto da una sparuta minoranza di persone che troverebbe molto eccitante un graphic novel in bianco e nero sullo spread. Capite? Non siamo noi.

Sono solo tre le cose che mi hanno infastidito di questo primo numero di Orfani. Una è assolutamente personale, quindi possiamo derubricarla subito dalla lista dei difetti: i samurai mi hanno rotto il cazzo.
La seconda e la terza sono piccolezze. Primo: la dottoressa con la scollatura del camice vista-zinne. Buono per una commedia sexy d’antan, diciamo. Si poteva evitare.
Secondo: lui&lei che continuano a darsi del lei dopo aver scopato. Francamente trash.

Sono però piccolezze che il famoso pubblico target probabilmente non vedrà nemmeno, quindi mi sembra inutile preoccuparsi.

Infine, a quelli che volevano una serie travolgentemente innovativa, trasgressiva, iconica, satirica, surreale, di rottura ecc. ecc… consiglio di leggersi Marshal Law, che viene ripubblicato or-ora. Ha vent’anni. È ancora avanti.

Il mondo gira così.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Elsa Passioni scrive:

    Interpreta perfettamente il mio pensiero. Ottimo articolo.

  2. Paolo Raffaelli scrive:

    e comunque fino a pochissimo tempo fa in un fumetto Bonelli dopo aver scopato si sarebbero dati del voi.🙂

  3. Nomad scrive:

    Non ho letto Orfani (ancora), ma su Marshal Law sono totalmente d’accordo.

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