Cara Presidente Boldrini,

quando è stata eletta Presidente della Camera sono stata molto soddisfatta, stimo le sue opinioni e il suo lavoro, sono spesso d’accordo con le sue posizioni politiche e credo che il nostro paese abbia bisogno di persone come lei.

Ma.

Leggo le sue dichiarazioni di oggi sul ruolo delle donne in televisione e non posso che trovarle parole stereotipate e, forse, in definitiva, controproducenti.

Lei dice che «solo il 2% [delle donne] in tv esprime pareri, parla. Il resto è muto, a volte svestito». Poi aggiunge: «le ragazze italiane debbono poter andare in tv senza sfilare con un numero. Hanno altri talenti». E conclude, provocatoriamente: «è più grave che una donna debba togliersi i vestiti in tv o che si debba completamente coprire?».

A questa domanda mi viene da rispondere con un’altra domanda, se vuole egualmente retorica: «Il nostro livello di civiltà è ancora quello in cui è necessario che qualcuno si ponga delle domande sul livello di vestizione o svestizione delle donne?».

Non ricordo chi diceva che sarebbe stato un bel giorno quando l’orientamento sessuale di una persona avesse avuto la stessa importanza del colore della maglietta che indossava. Cioè nessuna, giusto? Io l’ho capita così.

Così come non dovrebbe avere nessuna importanza il colore della pelle, dei capelli o degli occhi, no? Il fatto che il colore della pelle, nella nostra società, abbia ancora notevolmente più importanza di quello dei capelli o di quello degli occhi non giustifica chi discrimina in base a quello, mi pare.

Ecco, forse le sembrerà un ragionamento contorto, ma mi sembra che il fattore vestizione/svestizione di una donna, in una società evoluta, non dovrebbe avere nessun peso, rispetto alle sue opinioni, mentre invece ho l’impressione che la nostra sinistra (di cui, per inciso, faccio parte) suggerisca insistentemente che una donna vestita sia meglio di una svestita.

In che senso la è?

Se vogliamo sapere quanto buoni sono i suoi argomenti, come è vestita non dovrebbe contare nulla.
Se vogliamo sapere quanto buono è il suo senso dello stile, allora come è vestita vuol dire tutto, no?

Presidente Boldrini, se io le dicessi che credo che lei abbia ragione sullo jus soli perché indossa delle belle giacche (e le indossa), le sembrerebbe un’argomentazione riuscita?

E, badi, non sto dicendo che la nostra società non abbia un problema di scarsa integrazione femminile. Lo ha. Un problema macroscopico. La nostra società è intrisa di stereotipi sessisti. Nella nostra società, se una donna viene uccisa, molto probabilmente l’ha uccisa un uomo a lei vicino. Questo è un problema.

Un problema, mi perdoni, che non ha bisogno di essere risolto con facili ricette.

Ne parlavo poco tempo fa su queste stesse pagine. La nostra è una società che non si pensa, che non osa guardare nei propri recessi bui, che preferisce rimuovere e moralizzare. E questo la rende più sessista, non meno sessista.

Lei dice: «Per aiutarci a rappresentare più fedelmente l’universo femminile può fare moltissimo anche la tv, in un Paese in cui la televisione costituisce ancora la prima fonte di informazione e intrattenimento per gran parte dei cittadini. In particolare, la tv di servizio pubblico, il cui pluralismo non può essere soltanto quello (pur essenziale) della equilibrata presenza delle forze politiche. C’è una par condicio che viene violata assai più frequentemente, ed è quella tra i generi e la loro rappresentazione».

Mi scusi, ma questo è un discorso dallo spessore così scarso da potersi definire di carta velina. Un discorso qualunquista, oltretutto.
Perché invece di chiedersi “perché nella nostra televisione abbiamo bisogno di così tante veline-schedine-letterine?” risolve che la cosa migliore per tutti sia eliminarle o “compensarle” con una “quota cultura”.

Ora, io vorrei condividere con lei l’ottimismo che la porta a dire che tutte le ragazze che sfilano in mutande con un numero hanno “degli altri talenti”, ma… se non li avessero?

Se il loro unico talento fosse avere due belle chiappe sode?

(Non dico che sia così per tutte, ma, solo per ipotesi, diciamo che per qualcuna di loro lo sia.)

Se fosse così, dico, è il caso di capire perché, nel 2013, ci siano delle donne il cui unico talento è avere due belle chiappe sode o è meglio togliere di torno quelle chiappe sode e spedirle a lavorare in un call center, dove almeno le chiappe non si vedono?

È il caso di chiedersi perché a noi italiani piace avere attorno delle gradevoli ragazzine svestite invece che delle colte filosofe vestite (domanda impegnativa, mi rendo conto), oppure è meglio ritirare dalla circolazione tutte le ragazzine svestite (lontano dagli occhi, lontano dal cuore)?

E poi che cosa? Imponiamo per legge le colte filosofe vestite?
Prevedo un’impennata degli accessi su YouPorn.

Ora, non mi fraintenda, apprezzo le sue buone intenzioni. Neanche a me piace l’immagine della velina e ancora meno mi piace che quando lo dico la prima risposta che ricevo, statisticamente, sia: “dici così solo perché non hai quelle chiappe”.

Mi infastidisce che nel nostro paese la prima obiezione sia quella estetica. Ho tenuto queste chiappe appoggiate su una sedia a studiare per 23 anni della mia vita: è già un miracolo che le abbia ancora, due chiappe.

Ma dicevo. Neanch’io apprezzo il modello velina, solo che mi chiedo… perché quelle ragazze fanno, letteralmente, la fila per andare in tv a reiterare quel modello?

E, nello stesso tempo, mi rendo conto che questa domanda presuppone un pregiudizio, da parte mia. Il pregiudizio che fare la fila per mostrare le chiappe in tv sia sbagliato. Deleterio. Mortificante, forse. Magari persino un pochino immorale.
E che quelle ragazze dovrebbero tutte fare la fila per diventare matematici, economisti, medici, letterati, se avessero un po’ di amor proprio.

Perché, poverine, devono avere qualche seria ferita narcisistica se vogliono diventare delle donne-oggetto in tv.

Ecco, a questo punto, di solito, mi do un colpo in testa da sola e mi chiedo: “Cristo, Susanna, hai studiato psicologia per dieci anni per farti domande come questa? Forse sarebbe stato meglio se fossi andata in palestra e avessi coltivato i tuoi glutei”.

Il fatto è che provengo da un ambiente femminista, di sinistra, per di più colto. Mai avrei pensato di andare a fare un casting da velina, quand’ero adolescente. Vivo grazie al mio cervello e alla mia cultura, non grazie ai miei glutei.

Mi sta molto bene, ma sono anche consapevole di essere una moralista di sinistra, nei miei momenti peggiori. Una che discrimina chi non è colta quanto lei. Una che disprezza chi vive dei suoi glutei.

Quelli, però, cara Presidente, sono i miei momenti peggiori.

Nei miei momenti migliori faccio il tifo per tutte le donne, per tutti gli esseri umani. Perché trovino la loro strada, perché facciano ciò che amano. Vestite o svestite, chi se ne frega.

Negli anni ’60, la destra spingeva su un modello di femminilità casto e coperto, religioso e contegnoso, laborioso e casalingo. Le femministe scendevano in piazza e bruciavano i propri reggiseni.

La destra diceva che per una donna la più grande realizzazione era il matrimonio e la maternità. Noi (mi ci metto, anche se non c’ero), scendevamo a manifestare per il diritto di divorziare e abortire. Perché le donne potessero scegliere.

Passano gli anni e ora la sinistra sembra spingere su un modello di femminilità performante, autonomo, liberato – ed egualmente coperto.

Passano gli anni e c’è sempre qualcuno che, tra le righe oppure no, dice alle donne come si dovrebbero vestire e che cosa dovrebbero voler fare. Per il loro bene, ci mancherebbe.

Ecco, io credo, cara Presidente, che in questo momento storico noi donne dovremmo dire alle donne che possono fare quello che vogliono, che possono essere quello che vogliono.

Che, ancora una volta, possono scegliere.

Il messaggio rivoluzionario di questi anni, a mio parare, dovrebbe essere (ancora) questo: far capire alla società, al di là di ogni dubbio, che le donne possono scegliere, sono in grado di scegliere e sceglieranno.

Mi spingo oltre: che gli esseri umani possono scegliere, sono in grado di scegliere e sceglieranno. Che ognuno di noi può farlo.

E, mi scusi, ma non credo che un messaggio così ambizioso possa passare attraverso il fatto che la RAI non trasmetterà Miss Italia.

Viviamo in un paese in cui se vogliamo insultare l’onorevole Carfagna le diamo ancora della puttana. Viviamo in un paese in cui se vogliamo insultare il ministro Kyenge le diamo ancora della scimmia. Così siamo messi.

Quello che io vorrei da lei, cara Presidente, è che fosse un esempio luminoso di ciò che può essere una donna, un politico, un essere umano.

Vorrei vederle affrontare i temi complessi della nostra società in modo egualmente complesso, non dando qualche facile e prevedibile ricetta moralizzatrice.

Vorrei vederla dire a tutti: potete scegliere, siete in grado di scegliere, sceglierete per voi stessi e voi stesse.

Facendole i migliori auguri di buon lavoro,

Cordiali saluti,

Susanna Raule

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. CREPASCOLO scrive:

    Sto scrivendo e disegnando una storia in cui un personaggio chiamato Opel Crowtot spinge le sue vittime al suicidio somministrando loro dosi massicce delle registrazioni delle passate edizioni di Miss Italia.

  2. CREPASCOLO scrive:

    Sono d’accordo, ma credo sia arrivato il momento di alzare l’asticella e di proporre ad un pubblico maturo di filosofi in giacca e chiappa soda uno shock come quello che si prova quando si vede ad nauseam Fab Frizzi che chiede ad una signorina sorridente dove si trovino i Pirenei e sentirsi rispondere che non lo sa perchè a casa è la mamma che cambusa tutto.

  3. Giulia scrive:

    Cara Susanna Raule,
    credo che questo sia dei tuoi pezzi il mio preferito, perché solleva domande che ancora non riesco ad elaborare, e questo mi piace.
    Grazie.

    Giulia, donna, 20 anni, studentessa (e chiappe che lo testimoniano).

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