Come lettore, come spettatore, ognuno ha le sue preferenze. Anche come autore le ha, solo che, per qualche indefinibile ragione, quando sei un autore non si chiamano più “preferenze”; diventano la tua “cifra”.

Che cosa sia con esattezza una cifra stilistica è un po’ difficile da spiegare. Sono certa che qualcuno l’ha fatto molto meglio di quanto io potrei mai, quindi non inizio nemmeno a provarci.

Però so che della mia cifra fa parte l’ironia. La uso a proposito e a sproposito, talvolta in modo atroce.

Hannibal è una serie quasi completamente priva di ironia. O meglio, l’ironia c’è, ma è così sottile da essere praticamente invisibile. Però, ecco, se io potessi fare a meno dell’ironia, questa è la serie che mi piacerebbe aver scritto, almeno fino alla dodicesima – e penultima – puntata.

Ora cercherò di analizzarne le parti, ma mentre leggete ricordate una cosa: mentre scrivo, quello che provo è per lo più ammirazione.

Cominciamo dalle minuzie e allontaniamoci via-via.

I dettagli.

C’è una cura del tutto particolare con cui gli autori della serie hanno trattato i dettagli, le piccole cose. I soprammobili, il design degli ambienti, i piccoli oggetti. Li hanno piegati pesantemente alle proprie esigenze stilistiche, ma senza mai utilizzare qualcosa che fosse fuori luogo. Come se avessero utilizzato un coreografo che, nella vita di tutti i giorni, non può che mancare.

Non si tratta di stratagemmi rudimentali come i viraggi o le dominanze di colore negli ambienti. È qualcosa di più pervasivo e, quindi, più coraggioso.

È, per inciso, lo stesso trucco che abbiamo usato io e Armando in Ford Ravenstock. Cercate di perdonarmi per l’autoreferenzialità. Come dicevo, quando parlo di Hannibal parlo di me, in un certo senso.

Ford Ravenstock era ambientato a New York. Nella New York contemporanea. Ma dato che New York ha una storia, la nostra scelta stilistica è stata di mostrarne solo le parti art decò e vittoriane.

In Hannibal viene fatta una scelta simile. E il materiale è chiaramente il legno scabro e quasi grigiastro. Un materiale che abbassa il tono. Il non plus ultra della sobrietà. Quello e un blu petrolio, grigiastro, talvolta slavato, compaiono in tutte le scene, creando una sorta di unica, grande, location.

Le ellissi.

In Hannibal c’è un uso piuttosto unico delle ellissi narrative. Un uso molto poco da telefilm e molto da film autoriale. Quello che viene mostrato non è quasi mai importante per la trama. È importante per l’atmosfera. Così ci sono lunghissime sequenze di dialoghi in interno, mentre le procedure investigative vengono lasciate sullo sfondo.

Quello che viene messo a fuoco non è quello che sta succedendo, ma quello che ha un significato. Un significato che non viene mai spiegato. Deve arrivare per altre vie, aldilà di quella logica, e solitamente lo fa.

Una tendenza che ho sempre trovato irritante nelle serie tv è quella di considerare lo spettatore un po’ distratto – o un po’ stupido. Quindi, continue velate spiegazioni e frequenti “riassunti indiretti” inseriti nella narrazione.

In Hannibal gli sceneggiatori hanno compiuto la scelta radicale di non spiegare praticamente niente. Se vuoi capire, devi seguire. Se non ci arrivi da solo, non te lo spiegherà nessuno.

Le parti inutili, vengono lasciate fuori dalla narrazione. E chi sceglie che cosa è utile non sei tu.

La violenza.

A prima vista, Hannibal non è un telefilm molto violento. Le scene cruente non vengono mai mostrate. Non ci sono lunghe sequenze di squartamenti e nemmeno scene shock. Gli stessi cadaveri mutilati – che pure fanno parte della serie – vengono sempre mostrati con grande distacco.

Gli autori non vogliono che lo spettatore empatizzi con le vittime. Più i corpi sono martoriati, più lo spettatore ne viene allontanato. Nei casi più estremi, ci pensano i commenti magistralmente cinici degli esperti forensici a farti disinteressare alle vittime.

Questo, in teoria, dovrebbe rendere la serie mortalmente fredda – e lo è – e poco avvincente – e non lo è.

Perché il gioco, se volete perverso, degli autori non è farti empatizzare con le vittime. Il luogo in cui ti vogliono portare è un altro. Quelli con cui empatizzi sono gli assassini.

Il protagonista, Will Graham, entra nella loro mente e si mette letteralmente nei loro panni quando uccidono. La frase che risuona per tutta la serie è: “This is my design”. Il disegno dell’assassino.

Vista in quest’ottica, la serie è molto violenta. Psicologicamente violenta – e la vittima di questa violenza è lo spettatore, che viene portato là dove non vorrebbe andare: nell’oscurità.

E lasciate che io sia più chiara… non è l’oscurità affascinante di un assassino come Dexter. È oscurità vera e per niente gradevole.

Da questo punto di vista, confermo ciò che ho già dettoHannibal segue chiaramente le tracce di Millenium.

La terapia.

Hannibal è un telefilm di terapie. Di psicoterapie esplicite e implicite. Ed è fatto – credetemi sulla parola – meravigliosamente.

È fatto meravigliosamente perché, al contrario di altre serie come In treatment o anche Lie to me, non mostra la faccia sana delle psicoterapie o dei terapeuti. E credo che questo sia particolarmente difficile.

Per cominciare, mostra alcuni dei tipici avvitamenti dei terapeuti. La continua auto-osservazione, la tendenza a cercare un significato ulteriore in tutto ciò che si vede, la propensione a lavorare con i colleghi come se fossero pazienti e colleghi contemporaneamente.

Il modo in cui Hannibal lavora con Will, il modo in cui la terapeuta di Hannibal lavora con Hannibal, il modo in cui sia Jack Crawford che Alana Bloom lavorano (non esplicitamente) con Will, è il tipico modo in cui i terapeuti tendono a rapportarsi con gli altri terapeuti che sono anche loro amici.

Il modo in cui tutti loro si comportano con il dottor Chilton è il modo in cui i terapeuti tendono a comportarsi con gli altri terapeuti che non sono loro amici – o che sono arrivati a disprezzare.

Non è il modo in cui sarebbe bene che si comportassero, ma è quello che molto spesso, anche nella realtà, tendono a usare. Ed è un modo ambiguo.

Ci sarebbe molto da dire, ma non voglio annoiarvi con le minuzie. Mi limiterò ad aggiungere che anche il modello terapeutico che viene mostrato è un modello vero, e che esistono davvero terapeuti che lavorano così. Ossia in modo molto freddo, intellettuale, poco supportivo e molto interpretativo.

Poi ci sono gli altri terapeuti.

La trama.

In realtà non conta. Inutile parlarne.

Hannibal Lecter.

Quello che si vede nel telefilm è forse l’Hannibal Lecter più vicino che esista a quello dei libri. “Vicino” non significa “identico”, però. Il Lecter dei libri ha un brio che in questa serie è stato bandito, semplicemente. Quello che nel Lecter dei libri è “divertimento” qua diventa “piacere intellettuale”. Non è poi molto diverso, perché anche il Lecter dei libri è un animale a sangue freddo, ma qua la sua joie de vivre è smorzata al massimo.

Mads Mikkelsen fa un lavoro eccellente per tutta la serie: sembra un tizio normale, ma così normale da fare paura.

Puoi leggere ognuna delle sue espressioni in due modi: tenendo conto del fatto che tu sai chi è, oppure non tenendone conto. In entrambi i casi, è perfetto. Riesce a essere del tutto imperscrutabile. Non capisci mai se sta facendo qualcosa “da buono” o qualcosa “da cattivo”. Devi gettare la spugna e godertelo così com’è: perfettamente ambiguo.

Ancora più sorprendente è il modo in cui gli autori riescono a mostrarci la sua (ambigua) umanità. Spoiler. Quando abbraccia la ragazzina che gli ha appena confessato di aver fatto da esca per le vittime che suo padre ha ucciso e le dice che non è un mostro ma una vittima a sua volta, percepiamo sia che è sincero sia che ha ragione. Nello stesso tempo, sappiamo che la ucciderebbe senza nemmeno bisogno di un buon motivo. Fine spoiler.

Non è chiaro se Mikklesen riesca a essere così convincente in questo ruolo perché gli viene naturale o perché è fottutamente bravo, ma poco importa.

Per quanto mi riguarda, ha battuto Hopkins di diverse misure.

La struttura narrativa.

Se osserviamo la serie nel suo complesso, è equilibrata in modo quasi agghiacciante. Resta sempre attentamente sotto le righe, non ha nessuna pietà per lo spettatore, non ammicca dove sarebbe facile farlo, non calca mai la mano.

La scelta narrativa finale mi lascia un po’ freddina. Dato che noi sappiamo già quale sarà il destino di Will Graham, si tratta di una scelta di maniera. C’è anche da dire che la è in modo molto onesto.

Spoiler. Quando Will, chiuso in una cella, va verso Hannibal, fuori dalla cella, lo guarda e dice solo “dottor Lecter”, il ribaltamento rispetto a tante scene dei libri e dei film è così evidente – e viene buttato lì con tale noncuranza – che non puoi far altro che prenderne atto, perfettamente consapevole che quello non è un finale a effetto, né (men che meno) un cliffhanger. Fine spoiler.

Ci sarebbero, a questo punto, alcune notazioni tecniche. La colonna sonora è il punto debole della serie. In alcuni momenti la fotografia è fin troppo patinata. Alcuni effetti visivi sono troppo artificiali (forse volutamente, ma senz’altro anche per motivi di budget).

Le giudico notazioni marginali, rispetto al giudizio complessivo, che è chiaramente molto favorevole.

Come ho già detto, sono ammirata.

Non era un’impresa facile. La boiata era letteralmente dietro l’angolo. Il personaggio era già stato sfruttato fino all’esaustione. Avrebbe potuto essere un disastro. Invece.

Invece è una delle serie più ambiziose, ben calibrate, dal simbolismo non banale, difficili e sofisticate degli ultimi anni.
Roba che non solo di solito non si vede in tv, ma nemmeno al cinema.

La serie che mi sarebbe piaciuto scrivere, se potessi rinunciare all’ironia.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Luco scrive:

    “Questo, in teoria, dovrebbe rendere la serie mortalmente fredda – e la è – e poco avvincente – e non la è.”

    Non la è? Non dovrebbe essere “non lo è”? Potrei sbagliarmi io ma mi sembra una concordanza stonata (o comunque assai poco usuale). Puoi spiegarmi la tua scelta?

    Comunque concordo in gran parte col tuo giudizio sulla serie.🙂

  2. Susanna Raule scrive:

    Interessante problemino grammaticale. Penso di avere ragione io, ma non ne sono sicura al cento per cento. Ora ti spiego il mio ragionamento.
    L’ausiliare di quella frase è un servile: “dovere”. I verbi servili dovere, potere e volere solitamente prendono l’ausiliare del verbo che segue:
    Se giochicchi un po’ con la frase, ti rendi conto che l’ausiliare, in questo caso, è “avere”. Per esempio, modificandone il tempo, avresti: “Questo, in teoria, avrebbe dovuto rendere la serie mortalmente fredda”.
    Se l’ausiliare è “avere”, normalmente, non dovrebbe esserci concordanza. Ma il caso seguente cade sotto la famosa eccezione dei pronomi di terza persona (lo, la, li, le – oppure “ne”). In questo caso l’accordo è obbligatorio (Hai comprato le scarpe? Sì, le ho comprate).

    Se invece l’ausiliare dovesse essere, per qualche motivo che non comprendo, “essere”, allora il problema non si pone proprio, perché l’accordo è obbligatorio.

    Ma sono piuttosto sicura che sia “avere” e che sia per questo che la frase ti sembra “strana”.

    • Giorgio scrive:

      Sono moderatamente convinto che invece abbia ragione Luco: lo è – non lo è. Secondo me è una locuzione idiomatica, che viene dal parlato, è un modo di dire che resta rigidamente uguale e non si concorda. Non posso dire di esserne certo al 100%, ma la mia impressione è questa.

      Augh.

  3. lita scrive:

    secondo me il tuo ragionamento sull’ausiliare non c’entra. la frase in causa è un inciso.

  4. fran- scrive:

    E’ un caso in cui “lo” assume valore neutro e significa “ciò/tale”. “Non lo è” corrisponde quindi a “tale non è”.

  5. Luco scrive:

    Nessuno dei ragionamenti a favore o contro questo tipo di concordanza mi sembra sbagliato, allo stesso tempo però nessuno mi convince appieno. Ho fatto un po’ di ricerche qua e là ma non sono venuto a capo della questione, bisognerebbe chiedere a qualche linguista.
    L’unica cosa che mi fa propendere per la mia ipotesi è l’intuito. Provo a rielaborare una frase simile utilizzando una costruzione enclitica: “La serie è noiosa ma non dovrebbe esserlo
    Seguendo il tuo ragionamento dovrei scrivere invece “La serie è noiosa ma non dovrebbe esserla“.
    Ora, magari ho problemi io, ma questa forma mi sembra incredibilmente stridente e, seppure non priva di logica, assai lontana dall’uso linguistico.
    Mi ci arrovello da stamattina…

  6. Luco scrive:

    @fran: anch’io in effetti pensavo a un valore neutro o a un uso impersonale della particella pronominale.

  7. Susanna Raule scrive:

    Sì, in quel caso vi do ragione.
    Non credo che la soluzione accordata sia sbagliata, però.

    Ci servirebbe un professionista.

  8. Susanna Raule scrive:

    “e allora dovrebbe essere ” e la (serie soggetto sottinteso) lo è ”

    aspetta. tua frase: “e lo è” > “la serie”, sogg. sottinteso, lo> riferito a “ciò”, quindi maschile.
    “la serie è ciò”.
    solo che poi non è riferito a “ciò”, è riferito a “fredda”.
    ti torna?
    “la serie è fredda”. alla qual frase io risponderei “la è?” e non “lo è?”.
    è proprio su quel “ciò” che non sono convinta, ma l’ho già scritto.

  9. Luco scrive:

    Boh, a me farebbe davvero strano se qualcuno confermasse una mia affermazione tipo “La cena è stata fantastica” dicendo “La è stata davvero!”

    Non mi sembra che il ragionamento di fran non fili comunque. Riprendendo il tuo esempio:

    “La serie è fredda” risposta: “Lo è”
    “La serie è fredda” risposta: “È tale/è ciò/è così”

    Non ci vedo nulla di sbagliato.

    Ma dov’è un linguista quando serve?😛

  10. Luco scrive:

    Guarda, io all’università ho fatto linguistica generale e storia della lingua italiana quindi una buona infarinatura di grammatica dovrei averla pure. Però questo mi sembra un caso particolare per certi versi e sulla rete per ora non ho trovato molto (ma forse è colpa mia che uso chiavi di ricerca inappropriate).

  11. Susanna Raule scrive:

    Penso, comunque, che la questione sia sul pronome personale complemento e il suo uso in questo caso molto specifico. Anch’io non trovo un granché.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Pronome_personale_in_italiano#Pronomi_personali_complemento

  12. Luco scrive:

    Stando al tuo secondo link potrebbe trattarsi del pronome “lo” usato per sostituire un’ intera frase.
    Riprendendo proprio la frase che ha dato il via alla discussione avremmo:

    Questo, in teoria, dovrebbe rendere la serie mortalmente fredda – e lo è (lo = è mortalmente fredda) – e poco avvincente – e non lo è (lo = è poco avvincente)

    Per metterla giù ancora più chiaramente si può riscrivere la frase così:

    Questo, in teoria, dovrebbe rendere la serie mortalmente fredda – ed è mortalmente fredda – e poco avvincente – ed è poco avvincente.

    Per ora è la spiegazione che mi convince di più.

  13. lita scrive:

    ho chiesto a mio amico prof d’italiano e lui dice che l’errore è nel fatto che effettui una concordanza tra la parte nominale del predicato e il pronome.
    Ma il pronome non può sostituire l’aggettivo e in questo caso ha il significato neutro di ciò e quindi la forma più corretta è lo

  14. Susanna Raule scrive:

    Data la dotta trattazione, mi pento e mi dolgo e modificherò il post, felice di aver imparato qualcosa di nuovo!

    • DrFloyd scrive:

      Complimenti per l’esaustiva analisi, convengo con lei su tutto quanto scrive. Salvo che su un punto: indicare la colonna sonora come punto debole della serie. A mio avviso, è uno dei punti di forza, almeno se si parla di sound design.
      Trovo che, da questo punto di vista, Hannibal rappresenti, forse, l’acme della serialità televisiva, grazie alla matrice lynchiana e kubrickiana di un sound design capace di contribuire, con straordinaria efficacia, a creare quell’atmosfera cupa e oppressiva che conferisce alla serie la propria identità.

  15. […] a parlarne sul suo blog. Ed è quello che è accaduto. Quindi con estrema sincerità linko il suo post dove potrete trovare una più che ottima recensione della serie (più che recensione […]

  16. Oreste De Cesare scrive:

    Visto il finale della seconda. A fronte dell’analisi fin qui compiuta sarei felice di conoscere una tua opinione.

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