Ieri sera sono rimasta alzata fino alle tre e mezza per vedermi la fine di Broadchurch, la serie di ITV con protagonista David Tennant.

Ora non sono pentita, solo un po’ addormentata.
E, naturalmente, voglio parlarvi di Broadchurch.

Sgombriamo subito il campo dai malintesi. Io sono una whoviana terminale. Come tutti i whoviani, ho un debole assoluto e completo per David Tennant. Non sono obiettiva, lo so.

Ma sentite che cosa scrive su facebook il mio ragazzo in risposta al commento “Tennant è formidabile!”:

Sì, è fantastico e lo dico io che NON sono un fan di Doctor Who.

Quindi… visto?

Broadchurch è un classico whodunit, ovvero un giallo dalla struttura molto semplice, quasi basilare. La storia comincia con un crimine e gli investigatori devono scoprire chi l’ha commesso. Stop.
Ancora più classicamente, in Broadchurch il crimine viene commesso in una piccola comunità e l’assassino fa chiaramente parte di questa piccola comunità: la cittadina di Bradchurch, appunto.

Bene, so che i più anzianotti tra noi stanno pensando a questo:

(È sorprendentemente difficile trovare materiale iconografico su Twin Peaks a causa del maledetto The Killing, tra l’altro.)

Nel corso della prima puntata viene introdotto un certo numero di personaggi: i familiari della vittima, il giornalista, il prete, gli investigatori, i colleghi di lavoro, ecc. ecc.

Come ho appena detto, non è una formula nuova. Anzi, è tutt’altro che nuova. È giallo classico all’ennesima potenza.
E non è nemmeno girato in modo nuovo, Broadchurch. Non c’è un uso fantasioso e brillante dei flashback, non ci sono espedienti narrativi particolari, non ci sono sottotrame sociali, non c’è… Facciamola breve: in Broadchurch non c’è proprio niente che non abbiate già visto almeno dieci volte.

Per di più, non è neanche citazionista. Non strizza in continuazione l’occhio allo spettatore come a dirgli: “Eh? Proprio come in Twin Peaks, hai visto?”.
Per niente.

Bradchurch è uno di quei telefilm seri in cui ci si aspetta che lo spettatore resti al suo posto: a guardare.

Nella struttura, nella regia, nella qualità, ricorda un’altra bella serie britannica, Downton Abbey.

Tutto si gioca su pochi elementi, ma fondamentali. Una regia eccelsa, un cast strepitoso, una trama impeccabile.

Non è solo Tennant a essere perfetto nel ruolo del burbero detective venuto da fuori con un segreto alle spalle. Non è solo Olivia Coleman a essere credibilissima nel ruolo dell’investigatrice umana e determinata. Non è solo…

No. L’intero cast recita magnificamente. Tutti i personaggi sono delineati alla perfezione, non sono mai banali, non hanno sbavature.

E dopo la terza puntata non puoi fare a meno di continuare a vederlo fino alla fine.

Ha solo una cotroindicazione, Breadchurch. Dopo la fine, non sai come farai ad aspettare un altro anno per averne ancora.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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