Hannibal Lecter fa parte di quei personaggi da cui i media hanno spremuto ogni goccia di sangue. Letteralmente.
Comparso in quattro film (non contiamo il vecchio Manhunter), tra cui due francamente dimenticabili, nell’immaginario collettivo è ormai associato alla faccia di Sir Antony Hopkins.

Ora, Hopkins è un grande attore e, quantomeno ne Il silenzio degli innocenti, il Lecter che interpreta è un grande personaggio. È, però, un grande personaggio hopkinsiano: intenso, inquietante, orribilmente sensuale, distinto di una distinzione che dà i brividi e, nel contempo, molto corporeo.
Il Lecter di Hopkins, pur essendo un magnifico personaggio cinematografico, però è abbastanza distante dal Lecter dei libri di Harris, specie dal Lecter dei primi due libri di Harris: Red DragonThe Silence of the Lambs. Nei due libri seguenti, come a volte accade, lo stesso autore del personaggio è stato influenzato  dal ritratto che ne ha fatto il carismatico attore scelto per interpretarlo.

Sappiamo tutti com’è andata a finire. Un terzo libro in cui Lecter si trasforma in una sorta di James Bond cannibale e un quarto il cui unico dettaglio agghiacciante è la noia che provoca nel lettore.
I motivi che hanno portato Harris a questa tragica deriva estetizzante, peraltro, sono ben noti.

I primi due libri sono un’altra storia. Ho più volte lodato l’opera di Thomas Harris in questi due romanzi, sia dal punto di vista letterario che dal punto di vista psicologico. È uno dei pochi autori di thriller che riescono a creare dei personaggi psicopatologicamente credibili senza attenersi in modo pedestre ai manuali di psicopatologia.
Dal punto di vista letterario, costruisce la sua trama thriller su uno scheletro di grigia idiozia da agenzia governativa bellissimo da vedere. Prende l’assurdo balletto del potere tipico di qualsiasi struttura complessa (FBI compresa) e lo usa come arma definitiva.

Il suo Lecter, quello dei primi due libri, rappresenta la reazione dell’intelligenza e della creatività al cospetto del grottesco spettacolo dell’imbecillità umana – e ovviamente è una risposta efferata.

Non sono sicura che Hannibal – la serie tv rispecchi pienamente questo punto di vista. A giudicare dalla prima puntata (la pilota), cerca di andare in quella direzione.

Non dà spiegazioni. Racconta la violenza efferata tenendosene ai margini. Porta artificialmente in primo piano alcuni dettagli per lasciarne altri sullo sfondo, e ha l’intelligenza di portare in primo piano i dettagli evocativi e rivelatori, non quelli di maggiore effetto.

Le vicende sono ambientate, quasi obbligatoriamente, nell’unico periodo non descritto della vita di Lecter: il periodo precedente alle vicende di Red Dragon.

Lecter, psichiatra di buona fama, inserito nell’ambiente universitario, conduce un’esistenza borghese e tranquilla, ricevendo i pazienti privati nel suo studio e scrivendo articoli accademici apprezzati.
Non è esattamente il protagonista della serie, anche se la serie è costruita su di lui. Il protagonista vero è Will Graham, l’agente dell’FBI che lo arresterà all’inizio di Red Dragon (e ne sarà il protagonista).

E questa è la seconda cosa intelligente della serie, almeno per il momento. Lecter funziona meglio quando non è il protagonista.

In quanto alla figura di Will Graham, rispetto ai libri è stata lievemente ritoccata. Non è un agente della BSU (l’Unità di Scienze Comportamentali, gli acchiappa serial killer di Quantico) dell’FBI, ma un criminologo e un docente universitario “vicino” al Bureau, che viene, almeno in questa prima puntata, ingaggiato come consulente.

Notate la macchina burocratica, che è sullo sfondo ma non manca mai.

Il Graham dei libri è, in una certa misura, simile a Lecter. Capisce come funziona la mente degli psicopatici a cui dà la caccia, ma in definitiva li disprezza. Al contrario di Clarice Starling, che in The Silence è professionalmente non-giudicante, Graham è un agente governativo americano dalla punta delle scarpe alla punta dei capelli, per quanto intuitivo e sensibile.

Il Graham del telefilm probabilmente vuole essere più simile a Clarice Starling. Ha dei problemi a socializzare con le persone, è quasi-Asperger, è un weirdo che la gente fatica a capire, ma non troppo.

Jack Crawford, infine, interpretato da un Lawrence Fishburn bolso a puntino, è piuttosto simile al capo della BSU dei libri, ma un po’ meno interessante. D’altronde, Starling nel telefilm non c’è, quindi il ruolo edipico di Crawford è fuori dalla narrazione, sicché Fishburn può permettersi di essere un po’ meno incisivo della sua controparte letteraria. Nel contempo, è un attore che incisivo può diventarlo, al bisogno, quindi affidare la parte a lui è forse la terza scelta intelligente della produzione.

In quanto a Lecter stesso, compare solo nella seconda metà dell’episodio pilota (in quello che sarebbe il finale della prima puntata e nella seconda). Mads Mikkelsen è un attore nato per le parti inquietanti. Ha la faccia. Forse vi ricordate di lui nel Casino Royale con Daniel Craig. Mikkelsen faceva il cattivo, naturalmente.

In Hannibal – la serie interpreta un Lecter tranquillo e alla mano, piuttosto diverso dal personaggio sopra le righe di Sir Hopkins. E, così facendo, vince.
Il suo Lecter è un borghese soddisfatto, che può concedersi di essere amichevole con gli altri e che è molto più socialmente adeguato di Graham. È normale. È riservato. È distaccato ma come può esserlo uno semplicemente distaccato. Non lascia occhiate penetranti in camera. In camera lancia occhiate calme e appena divertite.
E riesce a farlo non sembrando uno scemo.

La regia di questo episodio pilota, come ormai si sarà capito, mi è piaciuta molto.
È frammentaria senza essere incomprensibile. Sottrae invece di aggiungere. Abbassa il tono invece di alzarlo.
La violenza efferata e i dettagli grotteschi (che pure non mancano) restano dove devono restare: ai margini della narrazione.
Lavora tranquillamente sui personaggi, senza strafare.

Mi ricorda – e questo per me è un grandissimo complimento – Millenium.

Naturalmente, così come ha tutte le potenzialità per diventare un prodotto di classe alta, ha anche tutte le potenzialità per diventare un telefilm emotivamente congelato e poco avvincente.
Inoltre, la grafica del titolo è davvero tamarra. Come è orrendamente tamarro tutto il materiale promozionale, compresa la locandina qua sopra. Questa tamarraggine, per fortuna, non infetta il prodotto stesso, almeno per ora.

In attesa di vedere il seguito –  mentre scrivo sono state trasmesse le prime nove puntate – mi concedo un cauto ottimismo.

Se vi farò sapere a fine stagione, vorrà dire che gli autori sono riusciti nel loro intento.
Altrimenti, cercherò di confinarlo tra le cose volontariamente rimosse, insieme al Lecter interpretato da Gaspard Ulliel.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. CREPASCOLO scrive:

    Non ho naturalmente le competenze del sig. Harris , ma mi chiedo ancora una volta perchè nella fiction i personaggi psicopatologicamente credibili sono sempre interpretati da maschere come Mads Mikkelsen. E’ come assegnare il ruolo di un nevrotico ad Alex Haber o quello di un vice direttore di filiale non assorbita in Intesa a Mario Monti.
    Nella storia Lecter è un borghese perfettamente integrato ed apparentemente sazio: perchè non proporre il ruolo ad un attore con un muso risolto e magari anche leggermente bolso, ma a cui possiamo indovinare dei soprassalti di energia furibonda?

    Lecter è nel suo studio e discute del fascino dei pesci abissali e del loro gettar sale sulle ferite dell’inconscio con una professoressa ultraquarantenne che lo sta ammorbando di banalità. Lei vorrebbe una relazione. Hannibal desidera solo che si allontani, ma la donna continua a parlare e parlare. Quasi un impercettibile lampo nell’occhio. Le labbra si stringono appena appena. La temperatura nel salotto dello spettatore scende rapidamente…

  2. CREPUSCOLO scrive:

    Nel Silenzio degli Innocenti Lecter spiega ad una implume Clarice che non sopporta i questionari ed un tempo si è mangiato il fegato di un tizio che cercava di sottoporgliene uno. Nel ” mio ” serial, il serial killer è il tizio del questionario. E’ l’uomo della folla di Poe. E’ la mia vicina che cucina porzioni del Kraken da anni e non crede nella cappa aspirante. E’ il proprietario del ristorante all’angolo che ha troppi capelli ben pettinati per un sessantenne e vive con una luchadora brasiliana che ha la metà degli anni del cosplayer della signora Fantozzi con cui ha costruitto un piccolo impero di locali dove la gente mangia una cosa fast and furious.

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