Non so se avete mai sentito un adolescente antisociale parlare del suo ideale di famiglia. Non della sua famiglia ideale, ma proprio di come immagina che sarà la sua famiglia se per lui “tutto andrà per il meglio”.

Io ne ho sentiti un po’. Si tratta di narrazioni molto simili tra loro – perlopiù agghiaccianti.

Si tratta di narrazioni che fanno più o meno così:

Sono pieno di soldi, ho una bella casa, con il giardino, una bella macchina veloce e una bella ragazza.

Fine della narrazione. Gli adolescenti antisociali non sono di moltissime parole.

Poniamo che nelle quattro sedute successive, con grandissima fatica, riesci a espandere un pochino questa narrazione. Diciamo che riesci a far aggiungere qualche dettaglio, diciamo che riesci a farti una vaghissima idea delle emozioni sottostanti.

“Sono pieno di soldi”: Magicamente, ho accumulato una grossa fortuna, non lavorando, ma con la mia astuzia. Se l’ho fatto a danno di qualcun altro, va be’. Ora devo solo spenderli.

Notazione psicologica: questo è un tipico ragionamento antisociale. Non c’è una pianificazione realistica. Non c’è nemmeno la pianificazione irrealistica tipica dell’adolescenza. C’è un salto. Dentro questo salto, implicito, c’è un atto aggressivo nei confronti della società: un furto, una truffa, un’appropriazione indebita.

“Ho una bella casa, con il giardino, una bella macchina veloce”: ogni ulteriore elaborazione, di norma, porta solo ad avere qualche dettaglio aggiuntivo sul numero delle stanze della casa o sul modello della macchina. È un semplice stereotipo, non un’immagine reale. È priva di tocchi emotivi.

“E una bella ragazza”: di nuovo, a una richiesta di ulteriore elaborazione, di solito il paziente risponde elencando qualche specifica tecnica della ragazza. Di solito,

“tettona”.

Sì, non sono di molte parole, gli adolescenti antisociali.
Se lentamente e prudentemente sondati in merito, finiscono, però, col restituire un’altra immagine stereotipata. Quella di una ragazza senza caratteristiche personologiche, che cucina e riordina.

Ora, alcuni di voi penseranno che si tratti di uno stereotipo sessista. Non lo è. Non per l’antisociale. Per l’antisociale si tratta di un semplice espediente mimetico: dato che la sua rappresentazione degli altri è vuota, la riempie con qualcosa che gli sembra accettabile, condivisibile da tutti e non-problematico.

Se provaste a parlare con un antisociale adulto di politica, scoprireste un qualunquista. Uno che dice (anzi, che sostiene con foga) che i politici sono tutti ladri, che gli extracomunitari sono tutti delinquenti e le tasse sono troppo alte.

Tutto questo uscirebbe con naturalezza incredibile dalle labbra di un ladro inveterato e privo di sensi di colpa, che frequenta senza problemi delinquenti di qualsiasi nazionalità e che non paga le tasse.

Parlare con uno psicopatico adolescente del suo ideale di famiglia è agghiacciante non per lo psicopatico in sé, ma per il perfetto, inadulterato, ritratto che, involontariamente, ti fornisce dello stereotipo sociale nel quale vive – e a cui attinge con intenti mimetici, lui.

Negli ultimi mesi il dibattito sulla violenza contro le donne è salito di livello. È salito di livello nel senso che ha avuto un’incredibile copertura mediatica, ma, nel contempo, è salito di livello nel senso che si è fatto anche più complesso, meno banale.

E anche, certo, più strumentalizzato.

Non intendo entrare in questo dibattito, ora. Vi segnalo un paio di post interessanti. Questo, in cui Loredana Lipperini risponde a chi afferma che un’emergenza non c’è, e questo, in cui si parla proprio del falso concetto di emergenza all’interno del discorso sul femminicidio.

Al di là di qualsiasi considerazione sulla “bolla mediatica” e sull’uso strumentale dell’emergenza, resta un fatto: più di metà delle donne uccise in Italia negli ultimi anni sono state uccise da qualcuno che era loro vicino. Il marito, l’ex-marito, il ragazzo, l’ex-ragazzo, il padre, il fratello, il cugino…
Tutti uomini che hanno tolto la vita (spesso con efferata fantasia) a donne che conoscevano e per cui provavano dei sentimenti.

Questo dato (i cui reali contorni numerici sono sfumati) versus il dato degli omicidi di uomini, compiuti in modo più diversificato all’interno della criminalità organizzata, durante un altro reato, da sconosciuti o da conoscenti.

Dunque, come succede che se un uomo viene ucciso viene ucciso da un omicida dal profilo molto ampio, mentre se una donna viene uccisa, due volte su tre, si tratta di un assassino a lei vicino?

È fondato supporre che le radici di questa dinamica affondino nello stesso terreno culturale (o, per meglio dire, sociale) in cui affondano le radici degli abusi sulle donne, delle discriminazioni sul lavoro delle donne, della violenza domestica, della prostituzione e dello stupro?

Di più, è fondato supporre che l’humus sociale in cui germogliano tutte queste belle pianticelle velenose sia lo stesso della mercificazione del corpo femminile, del pregiudizio sessuofobo, dei movimenti pro-life e dei valori “tradizionali” di varie religioni?

È possibile ipotizzare che ci sia una sovrapposizione parziale con idee apparentemente distanti, come quella della maternità come più alta ambizione femminile, della cura del proprio uomo come naturale istinto femmineo, della difesa del nucleo familiare come missione tipicamente muliebre?

Infine, c’è una relazione con l’antico e tuttavia radicato stereotipo della donna come essere asessuato, puro, casto, elevato, innocente, privo di impulsi aggressivi e sessuali, contrapposto a quello dell’uomo aggressivo, sessuale, predatore, peccatore?

Pensate per un attimo come se foste psicopatici puri.
Lo psicopatico, inteso nell’accezione più ristretta di Hare, è praticamente un essere preadamitico. Uno che non ha mangiato dall’albero della conoscenza, uno che non sa distinguere il bene dal male.

Quando si muove nel mondo – per i suoi scopi – si mimetizza usando ciò che ha attorno. Non prova empatia, non prova senso di colpa, mente alla stessa velocità con cui parla.

Uno psicopatico, se deve descrivere una donna, in generale, la descrive esattamente come l’essere asessuato, puro, casto, elevato, innocente, privo di impulsi aggressivi di cui sopra. Lo pensa? (Lo sente?) No. Non ha la più pallida idea di che cosa sia una donna come non ha la più pallida idea di che cosa sia un essere umano. Ma, mimeticamente, la descrive così.

E non è scemo, lo psicopatico puro. È goffo, tuttalpiù, perché la sua mancanza di empatia finisce per fregarlo, sul lungo periodo.

Ma la sua analisi dell’environment che lo circonda è assolutamente accurata.

Se volete conoscere il mondo, parlate con uno psicopatico.

Detto questo, facciamo attenzione. Quelle stesse dinamiche predatore/preda sono il motore di una vasta serie di fenomeni, per lo più adattivi. Buona parte dei nostri meccanismi erotici si basano su quelle dinamiche (i nostri meccanismi erotici non sono politically correct). La completa censura di queste dinamiche, da parte della società, porta a una serie di effetti collaterali imprevedibili, tra i quali il principale è il non-padroneggiamento di quelle stesse dinamiche e a una diminuzione delle nostre abilità sociali.

È una questione ampia. Lavorando con i pazienti nevrotici, ti trovi frequentemente a dover elaborare l’aggressività. Dato che si tratta di un sentimento socialmente censurato – e difficilmente esperito in un contesto “autorizzato”, come in guerra – l’aggressività crea spesso dei problemi espressivi, nelle persone. Alcuni di noi, inoltre, hanno delle difficoltà nel riconoscerla. Non si trovano a esperire situazioni tipo “sono così incazzato che ti spaccherei la faccia, ma invece ti insulto”, quanto situazioni tipo “non sono affatto arrabbiato, mi mangio un mars”. O meglio, l’idea sarà solo “mi mangio un mars”, senza la parte in cui neghiamo di essere arrabbiati. Infatti, non lo neghiamo: lo rimuoviamo.

Qualcosa di simile può avvenire con la dinamica predatore/preda di cui parlavamo prima, che è una variante più basica e ampia della questione.

La parte socialmente accettabile di questa dinamica la esprimiamo, la parte non accettabile la rimuoviamo. Ma la parte rimossa agisce in modi imprevedibili.

Ci sono quindi, a mio avviso, tre componenti:

1) Una parte autentica e vitale di questa dinamica, che agisce come motore sano nelle interazioni sociali e nell’attrazione. Questa è la parte che lo psicopatico non sospetta neanche, non conosce e non comprende. (Sì, gli psicopatici sono esseri umani pesantemente danneggiati, in realtà.)

2) Una parte cristallizzata, stereotipica, socialmente condivisa, che agisce in modo adattivo o disadattivo a seconda del contesto. Essendo fossile, in alcune circostanze e in alcuni contesti sociali, funziona benino. In altri funziona male, come spesso funzionano male i meccanismi inattuali. È composta dagli stereotipi di cui sopra. È la parte a cui lo psicopatico si ispira per la sua mimesi.

3) Una parte rimossa, più o meno ampia a seconda del contesto di appartenenza, che agisce in modo imprevedibile. Questo, secondo alcuni, è il nucleo a cui, effettivamente, lo psicopatico attinge per agire (come psicopatico, non come mimesi).

Quando parliamo di femminicidio, quindi, ma anche quando parliamo di discriminazioni maschi/femmine sul lavoro, di prostituzione, di violenza domestica, di stupro, di mercificazione del corpo femminile e via salendo, parliamo di un unico processo, che assume differenti connotati a seconda di quale componente sta esprimendo.

La parte sana, che è quella che fa girare la specie umana, la parte cristallizzata, che è quella che dà origine agli stereotipi, e la parte rimossa, che è quella che dà origine all’inspiegabile.

Mi spingerò oltre. Mi pare abbastanza evidente che queste tre componenti, nella società come nell’individuo, siano plastiche e interconnesse. La seconda parte è composta dalla cristallizzazione di elementi della prima; una cristallizzazione originatesi in tempi antichi per motivi di ordine sociale e le cui vestigia sono giunte fino a noi.

Forse ricorderete l’esilarante scena ne Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, in cui i giovani uomini scimmia vanno a procurarsi una compagna per iniziare la nuova moda dell’esogamia.

Visto che, chiaramente, rincorrersi, stordirsi con una mazzata in testa e poi rotolarsi nell’erba accoppiandosi non è un modo molto ordinato per sbrigare le pratiche riproduttive, in tempi relativamente remoti la società ha provveduto a formalizzare diversamente questo iter, con un occhio di riguardo alle questioni patrimoniali.

A sua volta, la componente rimossa rappresenta la rimozione di parte delle altre due componenti. Di una parte che, per qualche ragione, l’individuo o la società ritengono altamente censurabili.

L’uomo che picchia sua moglie, mediamente, lo fa in modo compulsivo. Non riesce a trattenersi o si trattiene solo con gradissimo sforzo, per poi sfogarsi in seguito. Per lo più, è intimamente consapevole che il suo comportamento non è sano. Dato che non riesce a evitarlo, cerca di razionalizzarlo riferendosi a uno stereotipo. Quando un uomo violento torna piangendo e chiede scusa è realmente pentito (in quel momento). Questo non significa che non lo rifarà. Lo rifarà non appena la pressione raggiungerà quel certo valore critico, per poi razionalizzarlo dicendosi che sua moglie l’ha provocato e infine per pentirsi piangendo lacrime da coccodrillo.

La donna che continua a subire le violenze del suo compagno, d’altro canto, si rifà a quella stessa componente cristallizzata a cui il suo compagno si ispira per razionalizzare, dando vita al ben noto fenomeno di interdipendenza vittima/carnefice. Ma, semplificando al massimo e senza pretesa di trattare esaustivamente qua la questione, si tratta di una razionalizzazione anche nel suo caso, che ha le radici in quella componente rimossa che rassicura: “il tuo carnefice non ti abbandonerà mai”.

Ora, io credo che per la nostra società sia molto importante essere consapevole di queste dinamiche, di questi processi.

La nostra società censura molto e censura praticamente a casaccio, di questi tempi. Se fino alla metà del ‘900 la tendenza era quella di cristallizzare il più possibile, incatenando gli esseri umani a convenzioni rigide e spesso insensate, dagli anni ’60 in poi la tendenza è stata quella di non-cristallizzare.

Esaminando la storia della malattia mentale, si nota che fino agli anni ’50 gli specialisti osservavano e trattavano in prevalenza due tipi di disturbo: quelli psicotici (deliri, allucinazioni, dispercezioni palesi – che ora sappiamo prevalentemente a base organica) e quelli nevrotici, per lo più internalizzanti (ritiro sociale, ansia, disturbi somatici, depressione – che hanno a loro volta una spiegazione organica, ma le cui cause sono strettamente collegate al contesto sociale).

A partire dagli anni ’80, gli specialisti della salute mentale hanno osservato un incremento esponenziale di disturbi di un altro tipo: i disturbi esternalizzanti. Con questo (brutto) termine, si intendono i disturbi che implicano una difficoltà di pianificazione e l’azione immediata di qualsiasi pulsione.
I pazienti esternalizzanti agiscono senza pensare, senza passare dal via, senza sapere neanche loro perché.

Nel (più che motivato) tentativo di liberarci dalle imposizioni sociali, abbiamo amplificato una serie di comportamenti esplosivi che presuppongono un agito di una parte rimossa (o non cosciente) che gli psicoanalisti definiscono un po’ punitivamente Es.

Allo stesso modo, penso io, nello smantellare quella componente cristallizzata che è alla base della discriminazione sessuale e del sessismo, la nostra società dovrebbe fare particolare attenzione a rendere consapevoli le parti che si stanno scongelando, e non, più comodamente, censurarle e basta.

In modo da poter pensare “mi piaci così tanto che ti sbatterei sull’erba e ti scoperei fino a domani, ma ti corteggio”, invece di corteggiare nevroticamente fino all’esaustione mentale; ma anche in modo da non agire l’impulso senza mentalizzarlo.

Che poi, se ve lo state chiedendo, è uno stupro.

Che cos’è, quindi, il femminicidio, ma anche la violenza contro le donne, ma anche le discriminazioni sul lavoro, ma anche… ecc. ecc.?

In ognuno degli individui che lo commette è un percorso personale, unico, di malattia mentale e disadattamento.

Ma a livello collettivo, a livello sociale, è il segno di una società che non riflette sui propri meccanismi. Che non li pensa, non li conosce, non li sente. E li esperisce senza alcuna consapevolezza.

È una società che non si pensa.

Una società di psicopatici.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

»

  1. Nadia Vandelli (Lei&Vandelli) scrive:

    Ho frequentato il corso di psicologia e quello di criminologia all’Università della Terza Età (il trimestre appena passato, come dire una botta e via…Ma probabilmente ci rivedremo e daremo inizio a una relazione stabile), e devo dire che la mancanza di mentalizzazione dell’agire è stato sottolineato alla morte. Assieme all’assenza dei famosi “no” educativi che dovrebbero permettere quel tanto di prova muscolare atta a far spostare i paletti dei divieti nell’adolescenza, finendo per far comprendere e superare, se non proprio accettare, rifiuti e sconfitte. Ma uno psicopatico potrebbe non essere tale di fronte a un’educazione corretta (e qui sento un brivido,ma è una ipersensibilità personale…) o la mancanza di empatia dobbiamo ritenerla quasi un fattore organico? Insomma, nel migliore dei casi ci ritroviamo con Dexter?

    • Susanna Raule scrive:

      Nella maggior parte dei casi c’è un correlato organico. Questo però non significa che la condizione di uno psicopatico sia scritta nella pietra. E’ molto difficile e lunga da trattare, questo sì. Secondo alcuni autori è non-trattabile. Questo non significa che non si modifichi.
      Inoltre, solitamente è preceduta da un disturbo della condotta nell’infanzia – e i disturbi della condotta sono trattabili.

  2. Giorgio scrive:

    Molto interessante.

  3. Giorgio scrive:

    Una cosa che mi turba, oltre al maschio medio che non capisce la gravità del problema – ma questa è una cosa fin troppo scontata – è l’atteggiamento censorio e di rimozione di molte donne. Invece di cercare di capire PERCHE’ esiste un certo tipo di dinamica e COME risolverla, si limitano a un “no alla violenza sulle donne” che va bene per qualsiasi stagione. Ma non risolve nulla.

    Mi è rimasta molto impressa una scena di quando ero adolescente. Per non so quale iniziativa della professoressa di pedagogia (ho fatto il socio-psico-pedagogico), una volta la settimana c’era un dibattito in classe sulla società, ecc. Uno dei primi dibattiti era sulle dinamiche tra i sessi. Essendoci tantissime ragazze in classe si era arrivati subito a discutere dello status inferiore della donna nella società ecc, solite cose. Mi chiesero – da maschio – che cosa ne pensavo.

    Lungi dal pensare che questa ben conosciuta dinamica fosse GIUSTA COSI’, il mio pensiero era che se la dinamica sociale era questa, doveva aver avuto un’origine. L’uomo va a lavorare e la donna sta a casa a cucinare e curare i bambini? Evidentemente nella preistoria l’uomo andava a caccia e la donna – fisicamente più debole – stava nella grotta a cucinare le prede e curare i bambini. Se vogliamo modificare questa dinamica dobbiamo PRIMA capire da cosa è stata originata. Se non capiamo il PERCHE’ delle cose non sapremo mai COME modificarle.

    Non ebbi tempo di spiegare il mio punto di vista. Partii male dicendo: “Se le cose oggi stanno così probabilmente un motivo c’è”. Fu tutto quello che riuscii a dire, poiché tutte le donne della classe – professoressa compresa – mi aggredirono verbalmente urlando, dandomi del maschilista, e da te non me lo sarei mai aspettato, e mi hai molto deluso.

    Cercavo disperatamente di dire “lasciatemi finire, vi spiego come la penso”, ma mi censurarono senza appello: no, stai zitto, non si possono dire certe cose. Perfino più tardi, durante l’intervallo, continuarono a darmi del maschilista, e più cercavo di spiegarmi, più mi censuravano.

    Dopo questo episodio per un po’ da ragazzino pensai che le donne fossero tutte stupide e che forse uno status di inferiorità se lo meritavano. Per fortuna crescendo sono fui ampiamente smentito.

    Come pensano le donne di risolvere certi loro problemi se sono le prime a censurarne il dibattito?

    • Susanna Raule scrive:

      Purtroppo è abbastanza comune anche secondo me.
      Bisogna forse aggiungere che molto spesso quello è DAVVERO l’inizio di discorsi sottilmente sessisti, quindi le donne tendono a formare degli anticorpi molto grossi e piuttosto aggressivi.🙂

  4. Paolo Raffaelli scrive:

    Mi sa che mi ci vuole qualche spiegazione ulteriore, ma sono rimasto colpito. Ho sempre pensato a questi avvenimenti come a un “eccesso di possesso”, della considerazione di una donna (la tua donna) come a qualcosa che mi appartiene, come la casa, o l’automobile, e che non accettiamo evidentemente di perdere. Ma forse sono fuori strada, certo è un problema che esiste e pesantemente (e da sempre, oserei dire…)

  5. marina scrive:

    Vecchioni una volta disse (circa) che quando una storia d’amore finisce, per una donna è il crollo di un progetto di vita, per un uomo è la perdita di un possesso, una proprietà, e non riesce ad accettarla neanche quando si è fatto un’altra storia con u’altra donna.

  6. Molto interessante. Tentare di capire perché, è la cosa più difficile. Sono stata in Marocco all’inizio del mese, ospite di un giovane amico marocchino vissuto a lungo in Italia. È “scoppiata” la solita discussione sul velo. Io sono intransigente, laica sull’argomento e lui difendeva il punto di vista del velo (tra parentesi: è laico pure lui, di sinistra. Non avrebbe mai utilizzato questo argomento mentre era in Italia, come se ci fosse un irrigidimento delle sue posizioni da quando è rientrato nel suo paese. È vero, nel frattempo ci sono stati gli attentati di Parigi e Bruxelles, e la situazione è diventata difficile per tutti, in particolare per lui che viaggia e si ritrova sottoposto a controlli e diffidenza). Mi hanno colpita le sue argomentazioni. 1) Ho conosciuto donne con il velo intelligenti e donne senza velo totalmente stupide (e non avevo mai sostenuto niente in questo senso) 2) Non ho mai visto mio padre picchiare mia madre. Ho risposto che succede sicuramente più da noi che nel suo paese dove i ruoli sono tutt’ora chiaramente delineati e pochi i conflitti. 3) Mi racconta di avere un giorno incrociato nell’ascensore una donna con il burka di cui ha visto soltanto gli occhi… azzurri. Nella sua mente si è scatenato l’inferno (erotico cristallizzato). Conclusione del mio racconto che si riallaccia al tuo articolo: ecco a cosa serve il velo. Ecco cosa serve alla persona psicopatica: donne non vere, non umane, idee, simulacri di donne.

    • Susanna Raule scrive:

      Sul velo non lo so. Proprio nel senso che lo ignoro. Penso che ormai abbia così tanti significati, religiosi, sociali, politici e personali che boh.
      A me il burqua inquieta tantissimo, mi fa pensare a qualcosa di segreto nel senso più negativo, e capisco anche come possa essere eccitante per un uomo… lì, in quell’eccitazione, c’è un qualcosa, però. Se lo vedi e lo riconosci è tutto okay, ma se non sai nemmeno tu che cos’è e dove può portarti non mi sembra il massimo della bellezza, ecco.
      E mi sa che sono andata OT.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...