Für euch ist das Wort … Explosion,
das euer Schweigen zerbricht!
Drum hütet das Wort,
verplempert es nicht!
Seid hart! Seid klar!
Jedes Wort ist Gefahr!
Denn Wort ist Waffe!

Per voi la parola è …. Esplosione, | che distrugge il vostro silenzio! | perciò custodite la parola, non sprecatela! | Siate duri, siate chiari! | Ogni parola è un pericolo! | Poiché la parola è un’arma! (Friedrich Wolf, da Kunst ist Waffe [L’arte è un’arma])

Come pensano gli esseri umani? In che modo nella loro mente si aggrega e si disgrega quel materiale volatile che conosciamo come idee?
Se il pensiero non è tutto parola, la parola è una parte importante del pensiero. E, in un senso, lo plasma.

Ricordiamo tutti la barbarica neolingua di 1984 di Orwell. Ricordiamo qual era il suo scopo dichiarato: uccidere concetti uccidendo la parola corrispondente.
Perché la mente umana è capace di astrazione (talvolta), ma l’astrazione diventa comunicabile – e quindi condivisibile – solo quando si fa parola. Perdendo un poco della sua complessità, certo, ma assumendo forza proprio in virtù della sua nuova universalità.

Ora, voi sapete quanto io sia un’estremista della parola. Considero i crimini contro la lingua crimini molto gravi. Nello stesso tempo, mi affascinano tutti i modi in cui della parola si può abusare.
Infatti, non c’è un solo modo.

Si può abusare del senso di una parola. Le parole si possono piegare e ridurre in catene, si possono spezzare, violare, tradire. E si può fare in modo sublime. Oh, sì.
Non ne faccio una questione di virtuosismo. A volte prendiamo il senso di una parola e lo comprimiamo in un contesto così aggressivo che quel senso deve cambiare per forza. Il nostro cervello non accetta la mancanza di senso, preferisce riattribuirlo, piuttosto.
Posso dire: “Cavalcherò tendaggi”. Che cosa significa? Dove sto costringendo il verbo “cavalcare”?
Ogni metafora è un piccolo strappo, se ci pensate.
Posso banalizzare il senso di una parola. Posso assegnarle un significato più piccolo, più comune, più grigio di quello che potrebbe avere. Pensate alla parola “dimesso”.

Pensateci, però.

Si può abusare della forma. Lo facciamo quotidianamente. In quanto alla forma delle parole, siamo una legione di stupratori. Noi tutti. Solo, quelli che lo fanno intenzionalmente sono pochi.

Ma, indipendentemente da ciò che facciamo con le parole, le parole mantengono il loro potere. Plasmano le nostre idee ed è sulla base delle nostre idee che noi agiamo. Non “ideali”, mh? Idee.

Oggi leggevo su Facebook, sopra un fotogramma di Futurama:

DALL’INIZIO DELLA CRISI SONO FALLITE 45000 IMPRESE
E NESSUNA BANCA

NON È CHE CI STANNO PRENDENDO
PER IL CULO?

(Fonte: sconosciuta; carattere: Impact)

Cito questa frase, e non un’altra, perché è quella che ho visto per prima cosa stamattina. Erano più o meno le undici. Mentre scrivo sono le 16:25 e non l’ho ancora dimenticata.

Guardiamola, quindi. Iniziamo dal non-verbale del verbale. È scritta in maiuscolo, in un font che si chiama “Impact” e che tutti conoscono. Chi l’ha scritta gridava. Chi grida è arrabbiato. Dunque c’è un’emozione. Le parole con dentro un’emozione sono più forti.

Poi, la semantica. “Dall’inizio della crisi sono fallite 45.000 imprese”. Un fatto espresso con grande chiarezza. Un numero senza punto divisorio tra le centinaia e le migliaia. Naturalmente, un dato preso chissà dove, assolutamente impreciso. Ma questa frase non è concepita perché chi legge si chieda da dove viene quella cifra, di quale intervallo temporale si stia parlando con esattezza o che cosa si intenda per “imprese”. Il senso di questa frase è: “noi stiamo fallendo”.

È quasi curioso. Noi, le imprese, stiamo fallendo. O, peggio, siamo falliti. Abbiamo fallito. Ovvero: noi, il motore produttivo della società, la parte buona, attiva, abbiamo fallito. No, aspetta: ci hanno fatto fallire.

Chi? Loro.

(Piccola interruzione psicologica: questa è, praticamente al millimetro, la genesi del pensiero paranoico. “Loro”, infatti, può essere qualsiasi cosa, dai vicini del piano di sopra ai rettiliani. Fine della parentesi.)

Poi continua: “e nessuna banca”. Una frase breve, definitiva, quasi un epitaffio. Che, per inciso, chiarisce parzialmente il senso di quel “loro” sottinteso. Loro=banchieri. Banchieri=potenti. Potenti=padroni.

Qua c’è un’implicazione culturale. Ossia c’è un rimando ad altri discorsi che si sentono in giro. C’è un riferimento, diciamo, banalizzato a uno dei temi di questa stagione politica.

Ma restiamo ancora un secondo sul senso di questa frase, che ora potremmo così riassumere: “I padroni ci hanno rovinato, ma loro non sono in andati in rovina”.
“Loro non sono andati in rovina”, se volto all’affermativo, è: “loro hanno prosperato, loro ci hanno guadagnato”.

Praticamente, la storia del ‘900.

Poi c’è la chiusura: “Non è che ci stanno prendendo per il culo?”. La chiusura contiene una manipolazione della forma. Un modo più elegante di scrivere questa frase sarebbe: “Non ci staranno prendendo per il culo?”.

Comprendete da soli l’implicazione contenuta nell’uso di una forma più colloquiale. Viene ribadito il concetto di “noi” contro il concetto di”loro”.

Dal punto di vista del significato, questa chiusura sembra quasi un discorso vacuo. Non ha un senso letterale, il suo scopo è solo quello di contenere un’implicazione. Volendo, potremmo parafrasarlo con un: “Noi siamo arrabbiati”.

Dunque, perché non scrivere direttamente: “I padroni ci hanno mandato in rovina, ma loro ci hanno guadagnato e noi siamo arrabbiati?”. Questa frase è forse l’approssimazione migliore della frase precedente, opportunamente ripulita dalla retorica.

Ma, direte voi, non è la stessa frase! Il senso è diverso!

Davvero?

Quanti di voi, leggendo la prima frase, hanno pensato qualcosa sulla falsa linea di: “Ok, ma se fallisce una banca vanno sul lastrico anche tutti gli imprenditori a cui quella banca ha prestato dei soldi, ossia ben più di quei 45.000 a cui si accennava?”.

Perché questo sarebbe l’ovvio pensiero, se dovessimo attenerci al significato letterale. Se dovessimo tenerci al significato letterale, noteremmo anche che viene suggerito un rapporto causale là dove non c’è, ovvero che le banche siano rimaste a galla grazie ai fallimenti degli imprenditori. Che si tratti di un ragionamento errato dal punto di vista logico è lapalissiano, ma quando leggiamo, distrattamente, quella frase non ci facciamo caso.

(A meno che non siamo “vaccinati” contro questo tipo di logica e di retorica. Ma questo è un altro discorso.)

Infine, qual è il senso di questo post?
Prendetelo come un promemoria.

Le parole sono importanti.

Le parole compongono storie, che compongono pensieri, che compongono idee. È sulla base delle idee che agiamo (per lo più).

Quando usiamo una parola invece di un’altra, quando ne deformiamo il senso, quando ne storpiamo la forma, non stiamo agendo su un insieme di lettere, ma stiamo agendo sulla realtà.

Quando scriviamo o pronunciamo una parola d’odio, stiamo depositando un po’ di odio nella realtà. Quando attacchiamo qualcuno a parole, creiamo un’entità aggressiva, un’idea. E sulla base delle idee noi, per lo più, agiamo.

Quando usiamo la parola “troia” anziché la parola “stronza”, stiamo creando qualcosa che contiene tutte le implicazioni della parola “troia”, al posto di tutte quelle della parola “stronza”.

(Vale anche al contrario. Un po’ di tempo fa un’amica mi raccontò di essere stata redarguita perché aveva usato l’espressione “porca puttana”. Le venne detto che le parole sono importanti e che lei stava contribuendo a diffondere un messaggio negativo nei confronti delle prostitute e delle donne in genere. Chi la rimbrottò dovrebbe rileggersi il suo Mosconi. “Porca puttana” non contiene implicazioni sessiste più di quanto “merda” contenga implicazioni coprofile. Sì, le parole sono importanti. O le prendiamo sul serio o non lo facciamo.)

Quando usiamo le parole, quindi, come sto facendo io ora, cerchiamo di osservarle, cerchiamo di comprenderle e cerchiamo di rispettarle.

Quando ne usiamo la forza, non facciamolo a casaccio. Friedrich Wolf dice che le parole sono armi. Forse “arma” non è l’espressione che userei io. Sapete, le implicazioni.

In ogni caso, nel dubbio, quando usiamo una parola, seguiamo questa saggia profilassi: imbracciare, puntare, mirare e solo dopo sparare.

Noi siamo i custodi delle nostre parole.

Dice un proverbio arabo che ogni parola, prima di essere pronunciata, dovrebbe passare da tre porte. Sull’arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: “È vera?”. Sulla seconda campeggerebbe la domanda: ” È necessaria?”. Sulla terza dovrebbe essere scolpita l’ultima richiesta: “È gentile?”. Una parola giusta può superare le tre barriere e raggiungere il destinatario con il suo significato, piccolo o grande. Nel mondo di oggi, dove le parole inutili si sprecano, occorrerebbero cento porte, molte delle quali rimarrebbero sicuramente chiuse.
– Romano Battaglia

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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