Perché no, in fondo? Questa recensione non entra nel merito delle idee politiche (o presunte tali) dei nostri candidati premier. Si limita a un giudizio di stile, come se ognuno di loro fosse il piatto di un ristorante, il vestito di uno stilista, o un programma televisivo. Un programma televisivo, tra l’altro, è più o meno tutto ciò che sono, in questo momento. Politici, governanti, lo diventeranno, forse, in un secondo momento.

Dunque, cominciamo, mettendo per primi i più, aehm, svantaggiati.

Oscar Giannino. E chi mai l’ha sentito… coff. No, dico, andatevelo a vedere su YouTube, se non avete presente le sue performance come politico. Stilisticamente, Oscar Giannino è un ossimoro. Coniuga un aspetto magnificamente eccentrico, con uno stile espositivo mite, convenzionale, innocuo. Non si segnalano particolari intemperanze linguistiche, come non si segnala, per la verità, quasi nulla di lui. Bei panciotti, però.
Giudizio sintetico: sòla.

Antonio Ingroia. A prima vista, può sembrare un emulo dello stile “rustico” del suo collega Di Pietro. La parlata fortemente accentata, i colloquialismi spinti e l’aspetto stazzonato potrebbero deporre in tal senso. Come Di Pietro, pare essere autenticamente ineducato, ma, al suo contrario, questa è chiaramente un’affettazione volta alla captatio benevolentie. Se non ineducato, dunque, non ci resta che considerarlo rude. Da notare, tuttavia, la sistematica obliterazione dei congiuntivi: un dettaglio certamente autentico.
Giudizio sintetico: shabby fake. 

Beppe Grillo. In realtà, il +1 del titolo, in quanto non è il candidato premier, ma soltanto il portavoce del suo movimento politico. E, come portavoce, la voce è quello che porta. Grillo si segnala principalmente per il vigore vocale, che ne farebbe un passabile campione nell’ambito del grind-core. Nell’abbigliamento, nell’hair-cut e nella gestualità pare riferirsi a uno stile “Pleistocene” non privo di fascino, che ne avrebbe senz’altro fatto un maschio alpha nel 12.000 a.C. circa. Si segnala il ripetuto ricorso all’uso di termini scatologici, suo vero marchio di fabbrica, e l’utilizzo della metafora come principale espediente (e, talvolta, argomento) retorico.
Giudizio sintetico: perfetto per le serate goliardiche, impresentabile in società.

Mario Monti. Stile pressoché impeccabile; unisce un aspetto distinto, old-fashion, forse leggermente troppo carico nel suo essere non-carico, a un eloquio elegantissimo, sebbene non privo di affettazioni (come la distintiva prosodia robotica). Un unico difetto turba il perfetto equilibrio di quello che avrebbe potuto essere l’equivalente umano di un single malt di annata: la pressoché totale mancanza di autoironia. Ahimé, un difetto capitale in ogni gentleman degno di questo nome, che lo porta a disastrosi scivoloni quando si abbandona a malignità infantili sugli avversari politici.
Giudizio sintetico: nel giusto contesto, può essere un ottimo porta cappelli.

Silvio Berlusconi. Ha fatto dello stile outré il suo marchio di fabbrica. Tutto è eccessivo, in lui, dall’abbronzatura, ai capelli (o simulazione di tali), alla ripetuta ed esibita chirurgia estetica, ai rialzi nelle scarpe. Alterna uno stile espositivo ampolloso, scopertamente artefatto, all’invettiva altisonante, senza mai perdere in artificialità nemmeno per un istante. Naturalmente portato per la macchietta, campione indiscusso nella nobile arte della gaffe, copre disinvoltamente i suoi molti peccati con altri peccati mediaticamente più efficaci. Sprezzante del ridicolo, la sua insormontabile difficoltà è nell’adeguamento di registro.
Giudizio sintetico: Pippo Baudo, ma privo della statura sia fisica che morale del conduttore.

Pier Luigi Bersani. Stilisticamente, una causa persa. Praticamente incolore da ogni punto di vista, osa, però, con un taglio di capelli il cui nome potrebbe essere “Débâcle”. Indossa completi appositamente concepiti per dare l’impressione di avere le ginocchia sformate anche se non le hanno, le sue cravatte paiono costantemente sul punto di nascondersi per la vergogna. Ha fatto del suo strascicato accento da bonario pensionato il suo marchio di fabbrica, quando praticamente ogni altro dettaglio l’avrebbe servito meglio allo scopo. La sua prosa straripa di frasi fatte, luoghi comuni e vieti stereotipi, enunciati in tono anedonico quando non patibolare. Si segnala l’occasionale scivolata grammaticale, stratagemma forse funzionale a una perfetta mimesi con il bonario pensionato di cui sopra. Il suo stile è così palesemente sfigato che potrebbe lanciare una nuova tendenza. Ma non lo farà.
Giudizio sintetico: coerente; chiunque, ma proprio chiunque, riesce a sentirsi più stiloso di lui.

Informazioni su Susanna Raule

Susanna Raule, psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia nel 1981. Ha lavorato come traduttrice e sceneggiatrice per vari editori. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto "Ford Ravenstock – specialista in suicidi", con i disegni di Armando Rossi, in seguito finalista al Premio Micheluzzi (Napoli Comicon). Nel 2010 è tra i finalisti del premio IoScrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con "L’ombra del commissario Sensi", che esce per Salani, con cui pubblica anche "Satanisti perbene" e "L’architettura segreta del mondo". In seguito esce una prima edizione de "Il Club dei Cantanti Morti", il graphic novel "Inferno", "I ricordi degli specchi" e l’antologia di racconti a tiratura limitata "Perduti Sensi". "Il club dei cantanti morti" nel 2019 diventa il primo volume di una trilogia crime-sovrannaturale per Fanucci. Nel 2020 viene ripubblicato un primo volume di "Ford Ravenstock" per Doulble Shot. Su Wattpad è disponibile gratuitamente il suo romanzo "La signora Holmes". "L’ombra del commissario Sensi" è stato selezionato dal Sole 24 Ore nella collezione dei migliori gialli italiani. Scrive per le testate Esquire, Harper’s Bazaar e Wired. È tra le fondatrici del collettivo per la parità di genere nel fumetto Moleste (www.moleste.org). Il suo sito è www.susannaraule.com

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  1. Giorgio ha detto:

    Manca Vendola, però?

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