La normalità è una strana cosa. La normalità è un’idea, forse, un’idea alla quale ci aggrappiamo e che ci conforta.

Questo post nasce da una discussione su Facebook. Si parlava dell’eccidio di Newton, naturalmente. Si criticava l’approssimazione giornalistica, che ha messo sotto i riflettori una sindrome di Asperger di cui Adam Lanza poteva soffrire o non soffrire, che potrebbe essere collegata o meno alle cause che l’hanno fatto deflagrare, che è già diventata argomento di contendere e bersaglio di innumerevoli sproloqui.

Il discorso si è allargato e un mio amico diceva:

[…] ma scusami…. apri il cassetto delle stragi (in famiglia, sul posto di lavoro, marito/moglie con figli al seguito…) quali sono i commenti della gente il giorno dopo? “Si era un pazzo! si si lo sapevo!” oppure “l’avevo detto io nessuno mi ha mai dato ascolto”… no nemmeno una volta MAI! Quale rete? erano tutte famiglie modello, padri affettuosi e gran lavoratori… quale rete? forse erano frustrati, ma allora dovresti monitorare mezzo mondo “occidentale”… Forse avevano la fedina penale sporca… avevano precedenti per maltrattamento… No… mai… e allora che si fa? Queste sono mine vaganti e se non facessero paura o se fossero prevedibili, le loro storie non riempirebbero le pagine dei thriller/horror che noi tutti ci andiamo catarticamente a comprare…

Il che, naturalmente, è vero e, nello stesso tempo, non lo è.
È vero, perché nessuno di noi è in grado di prevedere dove cadrà la goccia in grado di far traboccare il vaso ed è vero anche perché, in qualche misura, noi tutti siamo vasi che potrebbero traboccare.

Siamo tutti a una goccia di distanza dalla follia, dipende soltanto dalla goccia.

Eppure, è anche falso. È falso per gli stessi motivi. Cioè: se siamo tutti a una goccia di distanza dalla follia, com’è possibile che nessuno lo sappia?

Forse alcuni preferiscono non saperlo. Osserviamo i nostri vicini di casa, i nostri amici, i nostri parenti, noi stessi e ci diciamo che è tutto ok, quando palesemente non lo è. Quando le cose diventano troppo difficili da ignorare, allora ci mettiamo sopra una bella etichetta. “Situazione a rischio”. Le situazioni a rischio vengono gestite, bene o male, professionalmente o meno, tempestivamente o tardivamente, le altre no. Le altre sono “normali”.

Potrei dire di aver osservato un certo numero di queste situazioni “normali” da dietro la scrivania del mio studio, ma sarebbe mentire. Ne osservo a pacchi ogni giorno, mentre cammino per strada, mentre faccio la spesa, mentre cazzeggio in internet e, probabilmente, anche dentro casa mia; anche se, spero, non troppo spesso.

Le infinite sfumature di una normalità che non è normale, di una normalità che, in assoluto, nemmeno esiste.

Le sfumature sono complicate. Il nostro cervello è fatto per semplificarle e osservarle e cercare di comprenderle è faticoso.

E gli altri, a volte, sono una seccatura.

La madre che mi entra nello studio enormemente preoccupata per una figlia che si comporta come buona parte dei suoi coetanei, è “normale”? L’assistente sociale che parla in tono rassegnato della quarta gravidanza di una donna con dei disturbi mentali, è “normale”? Il senegalese che cerca di vendermi un accendino che non mi serve, è “normale”? La tizia che nell’atmosfera ovattata di un treno ad alta velocità strilla che permettere l’adozione alle coppie gay è un abominio, è “normale”?

Il disagio è solo a una goccia di distanza.

Una donna con delle armi in casa, un ragazzo che si presenta in classe con una ventiquattr’ore nera, un divorzio che lascia i figli esterrefatti e addolorati… sono “normali”?

Be’, sì. E anche no.

Non sono abbastanza “situazioni a rischio” per attirare l’attenzione di tutti. Non come una donna che fa esplodere granate nel giardino di casa, un ragazzo che morde alla gola un’insegnante o un divorzio con percosse e grida che abbiano sentito tutti i vicini.

È, però, una “normalità” di cui qualcuno potrebbe accorgersi, se solo ne avesse voglia. Non la psicologa del centro, i servizi sociali o la polizia, ma, magari, chi è vicino a quelle persone.

Quando parlo di “rete” non intendo la rete dalle larghe maglie di chi vigila sulla “normalità” per mestiere, ma la rete dalle maglie sottili di chi ci sfiora ogni giorno.

Parlo della società che ci circonda e del modo in cui è conformata. Parlo di noi e del modo in cui ci rapportiamo agli altri, dell’attenzione che prestiamo loro.
Siamo attorniati da persone “normali” che stanno andando a pezzi. Che sono a una goccia di distanza dalla follia.

A volte noi siamo a una domanda di distanza dall’essere l’anello di una rete di salvataggio. Non sapremo mai se la nostra domanda, il nostro atto di interessamento, sarà utile oppure no.

Un po’ di tempo fa ero sull’autobus. Accanto a me era seduta una ragazzina che piangeva. Le ho offerto un fazzoletto di carta, le ho chiesto se le serviva qualcosa. Forse sono stata un’impicciona, forse le ha fatto piacere. Non potevo saperlo, finché non gliel’ho chiesto.

Tempo fa, ho visto una donna stesa su una panchina. Mi sono avvicinata, ma non ho avuto il coraggio di scuoterla per vedere se dormiva, se era fatta o cosa. Ho chiamato un’ambulanza, tanto per sicurezza. Forse era solo una donna molto stanca, che dormiva a mezzogiorno su quella panchina vicino alla strada. Non lo saprò mai.

Ieri l’altro, ho comprato un accendino che non mi serviva da un tizio fuori dalla stazione di Napoli. Non ho dato niente alla donna che è arrivata subito dopo, che spingeva un passeggino. Me ne sono andata, seccata.

Ieri, ho dato un euro a un tizio che era salito sul treno. Mi aveva detto che ero bella e mi voleva vendere dei calzini francamente orribili. Forse quell’euro è stato un ventesimo di una bustina di eroina. Come posso saperlo?

Ho scelto di non vedere tante cose. Tutti noi lo facciamo. Ci sono giornate in cui non hai spazio per gli altri, neanche per chi ti è vicino, vicinissimo. Ci sono volte in cui presti attenzione a tutti, volte in cui ne vedi la bellezza, la grazia, l’umanità.

Ci sono volte in cui riesci a guardare il tuo prossimo senza giudicarlo, volte in cui sei un’acida rompicoglioni.

Ieri, mentre tornavo a casa, ho osservato altre due persone. Ero a Roma, aspettavo una coincidenza in ritardo.

Lei continuava a rimbrottare aspramente lui. Una sequela continua e monotona di invettive. Ero ferma a una decina di passi da loro, sotto al tabellone, e trovavo lei insopportabile. Lui rispondeva a bassa voce.

Quando la coincidenza è finalmente arrivata, sono saliti nel mio stesso scompartimento. Lei ha fatto qualche battuta sulla marea di regali di Natale che dovevano sistemare nei portapacchi. Era gentile e calorosa.
Più tardi, ha ripreso a rimbrottare lui. Frasi taglienti e denigratorie. Per quasi tre ore di seguito: meritava una medaglia alla perseveranza.
Di nuovo, l’ho trovata irritante. Non per il volume, che era basso e educato, ma per il tono di piatto risentimento.

Non era uno dei miei momenti di comprensione. Mi sembrava di essere legata nel mio studio ad ascoltare dei pazienti, senza poter dire niente. Li ho detestati, tutti e due. Lei per la sua ininterrotta sequela di recriminazioni, lui per il suo silenzio vigliacco e disinteressato.

Ora sono in uno stato d’animo migliore e penso: ma che cosa ne so?

Forse lui aveva compiuto un atto così raccapricciante che lei è stata una santa, a rimbrottarlo soltanto, anche se per quattro ore di seguito. Oppure, forse lei sta molto male ed è per questo che faceva così. Forse lui ha intenzione di lasciarla, ha un’amante da qualche parte, non gli interessa più, e per questo la lascia parlare nel vuoto, senza cercare nemmeno un contraddittorio.

Forse erano entrambi amareggiati e infelici. Forse funzionano così tutto il tempo.

Di certo non toccava a me chiedere “che cosa succede?” (e di certo non toccava a me sopportarli per ore e ore), ma, dico, c’è qualcuno che glielo chiederà?

È quando abbiamo il vuoto attorno che la “normalità” scivola precipitosamente verso le “situazioni a rischio”.

Solo una goccia ci separa dalla follia. Solo una domanda ci separa dall’essere parte di una rete di salvataggio.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

»

  1. Francesca scrive:

    E’ quello che cerco di fare ogni giorno quando si presenta l’occasione. A volte basta anche solo una parola gentile che normalmente nessuno dice per migliorare le cose. Forse quello che penso è sbagliato, ma l’essere umano ha la capacità di dire “Oggi non ho voglia di interessarmi” e tuttavia trovare la forza di farlo ugualmente, pensando che è meglio così. A volte si “perde” l’occasione, come dire: “ma diamine, perché diavolo non l’ho fatto?”. Se si continuerà però a cercare di fare quello sforzo in più anche quando siamo “scarichi”, forse il mondo potrebbe essere migliore?Chissà. Intanto si prova. Di solito non faccio uso di citazioni, perché non mi piace, ma Gandhi diceva “Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo”.

    • sraule scrive:

      Bellissima frase. Sono d’accordo, ma solo in parte.
      A volte è ok non averne voglia. C’è, secondo me, un’altra persona importante di cui prendersi cura – e io faccio fatica a rendermi conto che ha bisogno di me: me stessa.

  2. Paolo Raffaelli scrive:

    Notevolissimo intervento, bionda!

  3. Luigi Galieni scrive:

    Io ci metterei sopra il carico da undici della funzione “formativa” della televisione (e del cinema e dei fumetti e della letteratura, in ordine forse decrescente). Da un lato ci presenta un sacco di storie scabrose di gente normale che invece sotto sotto è pericolosa e turpe. Poi ci mostra infiniti scazzi, familiari e non, in programmi fintorealistici facendoci temere anche familiari e conoscenti. Poi ci mostra storie violente in cui la soluzione ai conflitti è sempre spaccare la faccia o sparare a qualcuno. Sotto un bersagliamento del genere, come si fa ad avvicinarsi ad un estraneo per chiedergli: “Va tutto bene? Ha bisogno di aiuto?”. La reazione istintiva è di diffidenza e difesa.

    Michael Moore in “Bowling a Columbine” criticava i media americani perché instillano la paura del nero come portatore di minacce e violenza ed incitano ad armarsi per “difendersi” da minacce esasperate solo per ottenere audience e vendere. Noi non siamo a quei livelli, ma le nostre “favole”, quelle che ascoltiamo e vediamo ogni giorno e che possono suggerirci modi alternativi di leggere la realtà ed interagire con essa, sono tutte di un solo tipo: paurose, conflittuali ed a soluzione cruenta.

    Chi inventa storie secondo me ha anche una responsabilità sociale, di fungere da menestrello di un modo più utile e meno conflittuale di rapportarsi ai fatti della vita. Da questo punto di vista, Sensi è un personaggio positivo perché non corre a conclusioni affrettate, cerca di capire, non ha pregiudizi, nonostante il modo di fare cinico e disincantato è comunque molto attento alle persone ed alle situazioni. Se avessimo più personaggi del genere nel nostro immaginario, forse sarebbe più facile rapportarsi ai casi della vita in modo più dialettico e meno timoroso ed opportunista. Avremmo degli esempi, anche se immaginari, di gente che si sforza di capire e di aiutare. Ma quanti altri casi del genere abbiamo in televisione? Ed al cinema? E nel fumetto? Ed in letteratura?

    Chi invece fa giornalismo dovrebbe proprio smettere di inventare, accidenti a lui!

  4. sraule scrive:

    Luigi, fai un bel respiro.
    Ora, pensa a quelli che guardano quei talk show lì.
    Pensa a quelli che partecipano a quei talk show lì.
    Li hai immaginati? Sono anche loro meravigliosi esseri umani, no?
    So che lo pensi perché il tuo commento ti qualifica come un essere umano particolarmente facile da trovare meraviglioso.
    Quando uno riesce ad abbracciare quest’ottica qua (e non dico che sia facile o che uno ci riesca a tempo indeterminato, specie senza formazione), può andare da chi vuole, e chiedere “come va?”. Gli altri, lo sanno, quando sei autenticamente interessato a loro.

  5. Luigi Galieni scrive:

    Tutta questa meraviglia nei confronti del genere umano è da tanto tempo che non la provo. Dovrei lavorarci su pesantemente e questo, in fin dei conti, dipende da me.

    Quello invece che non dipende da me e mi urta di più è il provare paura anziché pietà nelle situazioni che hai descritto: una volta mi è capitato di trovare uno sconosciuto anziano riverso nel giardino del mio palazzo ed ho avuto _paura_ di avvicinarmi a lui… poi, per fortuna, dopo poco si è alzato e se n’è andato, forse voleva solo schiacciare un pisolino, ma io non avevo mosso un dito per lui, bloccato dalla _paura_ non so neanche io di cosa.
    Quella paura io penso che non sia innata ma indotta. Indotta da una matrice culturale che ho mutuato in parte dai miei genitori (cresciuti senza quella rete che dici tu, perché sradicati dai loro paesi molto giovani e costretti a cavarsela da soli nella grande città), ma anche da tanti telegiornali visti in gioventù che raccontavano vicende scabrose (all’epoca la D’Eusanio non c’era ancora, ma i casi pietosi non mancavano).

    Se, sforzandomi, posso ancora pensare che il pubblico di certa TV spazzatura sia meraviglioso, non riesco a fare altrettanto con gli autori di quei programmi, così come con quei giornalisti che quotidianamente praticano la lettura alla rovescia della realtà per scopi di propaganda o di mera compravendita.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...