Osservo da un po’ di tempo l’infruttuoso scambio di opinioni e, talvolta, di insulti, tra coloro che sono favorevoli alla sperimentazione farmacologica sugli animali e coloro che sono contrari.

Prima di continuare, sgomberiamo il campo dai possibili equivoci: io sono favorevole. Lo sono per molti motivi, non ultimo la mia stessa sopravvivenza.
Sono anche, però, capace di riconoscere il mio bias – e ve lo sto comunicando.

Dal mio personalissimo punto di vista, quindi, e senza alcuna pretesa di obbiettività, lasciate che vi parli di ciò che ho osservato. Non si tratta di osservazioni fenomenologiche, l’ho appena detto ma desidero ribadirlo in questa forma, onde evitare qualsiasi tipo di fraintendimento.

Che cosa ho osservato, quindi. Ho osservato due tipi di approccio gnoseologico agli antipodi, che tentano di parlare senza che nessuno abbia la volontà – o riesca – ad abbandonare il proprio linguaggio.
Non ci riesco neanch’io. Sono consapevole del fatto che per alcuni queste righe saranno una lettura difficile.

Ma torniamo ai due approcci gnoseologici. Da un lato ci sono “gli scienziati”. Gli scienziati paiono aver appreso tutto dai calcolatori che utilizzano. Ragionano come script, con la stessa inevitabile efficienza, utilizzando un linguaggio sofisticato, preciso, implacabile.

Non pongono domande, impostano query. Voi direte: è la stessa cosa. Sì, la è. E no, non la è. Noi tutti abbiamo familiarità con i motori di ricerca. Noi tutti abbiamo imparato come chiedere informazioni a un motore di ricerca. Nella domanda devono già essere presenti tutti gli elementi della risposta, tranne esattamente quello che ci manca.

Porre domande in questo modo implica un modello linguistico ben preciso, diverso da quello umano, ma che gli umani sono in grado di imparare. Solo che non tutti lo fanno.
Quel particolare modello linguistico è a sua volta espressione di un preciso modello cognitivo, che è origine e prodotto di quel modello al tempo stesso.

Gli scienziati, in pratica, hanno un modo loro di conoscere il mondo, un modo loro di interrogarsi su di esso e di cercare risposte alle proprie domande. Ragionano per lo più per sillogismi e, se sono sillogismi validi, sono in grado di muoversi nel mondo delle idee molto velocemente.

Gli “animalisti” ragionano per lo più in modo diverso. Sono, per lo più, il tipo di persona che chiederebbe a Google “Come si chiama quel tizio de I pirati dei Caraibi?”, che è un modo perfettamente legittimo di chiedere informazioni, se non le stai chiedendo a un computer.
Credo che più o meno tutti voi, leggendo la domanda qua sopra, abbiate pensato: “Chi? Johnny Depp?”, segno che si tratta di una domanda ben posta, dopo tutto.

Sottintende, tuttavia, un approccio gnoseologico radicalmente diverso e, a determinati livelli, questi due sistemi comunicano male.

Che cosa succede dopo? Nella nostra società, il primo modello è tipico di una élite istruita che ci è stato insegnato, implicitamente o meno, a considerare migliore. Il motivo per cui la consideriamo migliore è complesso: immaginiamo che chi padroneggia un determinato modello avrà maggiori chance nella scalata sociale, riteniamo quel modello il segno di un’estrazione superiore, abbiamo la percezione che sia un sistema gnoseologico più efficiente, più economico o, semplicemente, siamo ammirati da chi “sa parlare bene”.

Fatto sta, la grande maggioranza delle persone tende a considerare quel modello un modello migliore. Di più, se confrontata su argomenti scientifici, tenta di adeguarsi a quel modello, che non padroneggia, con i risultati che vedremo tra poco.

Ma la chiave è in quel modello. Ora, come senz’altro già sapete, io utilizzo quel modello. Se volete, faccio parte di quell’élite. Mi è capitato più volte di “vincere” un confronto verbale non perché avessi ragione, ma perché la mia dialettica era più affilata di quella della controparte.

A volte, tuttavia, la mia dialettica è stata controproducente ed è quello che è successo regolarmente agli “scienziati” nel confronto con gli “animalisti”. Perché su un’unica cosa c’è consenso tra le due parti e cioè che di determinati temi si parli meglio utilizzando il linguaggio tipico di quell’élite che, a parole, gli “animalisti” disprezzano.

Quello che succede è questo: a) si inizia una discussione, con l’implicito accordo che se ne parlerà “da un punto di vista scientifico”; b) gli “animalisti” non padroneggiano il linguaggio, né sono in grado di utilizzare in modo raffinato la logica sottostante, così scoprono il fianco alle obiezioni degli scienziati; c) dal canto loro, gli “scienziati” cercano di avvantaggiarsi della cosa, mettendo in ridicolo gli “animalisti” e spostando sottilmente il focus dall’argomento in questione all’inadeguatezza della parte avversa; d) gli “animalisti” si incazzano e cambiano registro, passando agli attacchi personali.

Osservata distrattamente, la situazione sembra pesantemente a favore degli “scienziati”, che, mantenendo un tono formalmente educato vengono improvvisamente e irragionevolmente insolentiti dagli animalisti.
Il cui esponente medio, per canto suo, non è certo un arbiter elegantiae.
Se osservata più attentamente, la situazione è invece questa: gli “scienziati” hanno implicato che la controparte non fosse all’altezza della discussione e la controparte si è offesa. Gli “scienziati”, per altro, non sfoggiano di certo un’impeccabile eleganza britannica, ma sottintendono, sfottono, denigrano o si comportano con il più urticante paternalismo del proprio repertorio.

Entrambe le parti giocano al gioco della schermaglia verbale, tanto che si ha l’impressione si trovino lì esattamente per questo. O anche solo per questo.

Nessuno dei due schieramenti ha la benché minima possibilità di convincere l’altro di qualcosa. Non importa la quantità di dati portati a favore di una o dell’altra ipotesi. La vera lotta è a un altro livello.

Entrambe le parti si sono buttate a capofitto nella campagna, credendo di avere al proprio arco frecce che erano “fatti”. Nessun fatto può sopravvivere, se decidi di utilizzarlo come una freccia, come un’arma.

Se usi un fatto come un’arma, stai usando un’arma. Se io e te incrociamo le armi, siamo in guerra.
Se siamo in guerra, non stiamo cercando un accordo, stiamo combattendo.

Non dico che non dovremmo farlo. Non credo ci possa essere un vincitore, ma immagino che la sensazione di tenere sotto il calcagno un altro essere umano possa essere gradevole.

È solo questo, però. Se sappiamo quello che stiamo facendo, va tutto bene.

Ci stiamo sedendo al tavolo delle trattative con il tradimento nel cuore. Se questo ci porterà a tradire gli altri o noi stessi, è difficile a dirsi.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Massimo Sandal ha detto:

    Essendo uno degli scienziati coinvolti, il punto è semplice: è una guerra, sì. Ma il punto non è “tenere sotto il calcagno un altro essere umano”, è ristabilire la verità contro la disinformazione.

  2. Massimo Sandal ha detto:

    ” Nella nostra società, il primo modello è tipico di una élite istruita che ci è stato insegnato, implicitamente o meno, a considerare migliore. Il motivo per cui la consideriamo migliore è complesso: immaginiamo che chi padroneggia un determinato modello avrà maggiori chance nella scalata sociale, riteniamo quel modello il segno di un’estrazione superiore, abbiamo la percezione che sia un sistema gnoseologico più efficiente, più economico o, semplicemente, siamo ammirati da chi “sa parlare bene”.”

    Questo è disingenous. Il primo modello semplicemente *funziona* e consente di comunicare con precisione di argomenti complessi, il secondo non è altrettanto efficiente. Non è una questione di percezione, è una questione di avere strumenti (concettuali, verbali) e usarli. Chiedere “quel tizio dei pirati dei caraibi” è una domanda assolutamente *mal posta* a cui puoi rispondere *tirando a indovinare* basandoti su una sequela di euristiche più o meno consce.

    • sraule ha detto:

      “Questo è disingenous. Il primo modello semplicemente *funziona* e consente di comunicare con precisione di argomenti complessi, il secondo non è altrettanto efficiente. Non è una questione di percezione, è una questione di avere strumenti (concettuali, verbali) e usarli. Chiedere “quel tizio dei pirati dei caraibi” è una domanda assolutamente *mal posta* a cui puoi rispondere *tirando a indovinare* basandoti su una sequela di euristiche più o meno consce.”

      La tua è una risposta che discende dal tuo modello gnoseologico. Che poi è anche il mio, per questo comprendo così bene ciò che intendi e subisco il fascino della tua logica.
      Se fai un passo indietro, ti renderai conto che non è un modello che “semplicemente” funziona, è un modello che la nostra società ha designato come “valido” a discapito di quell’altro modello, più primitivo, che noi tutti, implicitamente, siamo abituati a considerare come “meno valido”.
      Non è proprio così: funziona benissimo per determinati scopi. Dipende dall’informazione e dal tipo di informazione che voglio trasmettere.
      Se io dico “ha un disturbo borderline di personalità” sto trasmettendo un determinato concetto. Se io dico “mente, rubacchia e scopa in giro” ne sto veicolando un altro. Sto dicendo la stessa cosa? Non esattamente. Diciamo che la frase A ha come possibilità la B e che la B ha come possibilità la A.
      Se parlo a un collega, da psicologa, uso la A. Se parlo a un poliziotto, da parte lesa, uso la B. Se uso la A con il poliziotto… ecc.
      Ma, vedi, alla fine è proprio questo il punto: gli scienziati usano comunque la A. E, nel farlo, la loro comunicazione diventa scadente come se usassero la B in un contesto accademico.
      Poi succede che qualcuno si stringa la testa tra le mani e dica “non capisco, non capisco”, oppure che qualcuno si incazzi e basta.

      Questo per quanto attiene al problema comunicativo. Poi c’è il messaggio implcito che, non essendo chiaramente espresso, ognuno interpreta un po’ a casaccio. Ma, per lo più, il messaggio implicito suona come “sei un idiota”.
      Il che è inesatto. “Sei uno che non capisce il modo in cui ragiono, perché ne usa un altro” sarebbe più esatto, magari unito a “anch’io non capisco il modo in cui ragioni tu”.
      Ovviamente per ognuno di noi è più facile, veloce e gratificante parlare con chi usa il nostro stesso linguaggio, ma anche dire che il nostro linguaggio e il nostro modo di pensare sono quelli giusti è inesatto. E’ il modo che noi usiamo, punto.
      Spiegare a Tizio che cos’è un disturbo borderline di personalità senza usare solo questa definizione è faticoso, per me, ma di certo non impossibile. lo faccio a giorni alterni, per lo più a persone che HANNO un disturbo borderline della personalità.

      Tu sai benissimo come la penso sulla sperimentazione animale. Ho letto molti dei litigi su questo.
      Lascia che ti dica, da esperta, che la tua modalità comunicativa è inefficiente.
      Tu a un animalista dici: “gli studi dimostrano che la sperimentazione animale, per quanto sgradevole, è l’alternativa migliore che abbiamo al momento, sulla base dell’outcome di numerosissimi esperimenti e sulla base del fatto che i modelli animali si sono dimostrati predittivi in questo, questo e quest’altro caso e sulla base di… bla-bla-bla”.
      Io a un animalista posso dire: “Tu vuoi uccidermi, stronzo”.
      La mia comunicazione, per l’animalista, è aggressiva esattamente quanto la tua, solo che la mia, almeno, l’ha capita. La mia comunicazione esprime esplicitamente l’animosità, la tua no. La mia veicola un concetto comprensibile + l’animosità, la tua veicola SOLO l’animosità.
      E, ok, se vai lì per litigare avrai ciò che cerchi. Più di me, probabilmente, perché la tua comunicazione è opaca, quindi la risposta del tuo interlocutore sarà SOLO proiettiva. In poche parole, insulti personali. Non dirmi che non ti è successo.
      La mia comunicazione può avere in risposta uno “stronza sarai tu”, ma anche un “be’, no, non voglio uccidere nessuno, ma sono disposto a farlo per salvare Fido”. Il che, se ci pensi, è il cuore dell’intera faccenda.
      A questo punto io posso rispondere: “Perché Fido invece che me?”
      Nota come il dialogo che nel tuo caso si è interrotto a Frase 1, nel mio è già arrivato a Frase 3. E probabilmente può proseguire anche solo fino a sentirmi dire che un cane è meglio di me per il motivo x.

      In poche parole, se il tuo scopo è “ristabilire la verità contro la disinformazione”, dovresti aver ormai compreso che lo stai facendo sbagliato.
      Tu cerchi di far imparare a memoria dei concetti opachi a persone che non intendono impararli a memoria, perché per loro non significano nulla. E poi ti stupisci che ti mandino a cagare..

  3. Giorgio ha detto:

    Bel post, Susanna.

    In realtà mi è capitato di avere a che fare con scienziati che alle obiezioni di carattere emotivo, sociale, fino ad antropologico o sociologico, ti rispondono con “stronzate”. POI dopo partono col dimostrare scientificamente che hai torto. Dopodiché magari perdevo pure io le staffe.

    Che poi io non sono né contro né a favore, cerco solo di interrogarmi sulla questione, di chiedermi se non ci sia una terza via, di lenire se vogliamo il mio senso di colpa nell’accettare gli esperimenti sugli animali per la mia mera sopravvivenza.

    Mi è capitato di discutere con scienziati, anche su Facebook ad esempio proprio con Massimo, ma anche con altri, il cui atteggiamento dimostrava arroganza e disprezzo per tutto ciò che è sensibilità irrazionale e non è scienza. Che normalmente sarei d’accordo se parlassimo di far comandare il mondo dall’irrazionalità, ma sappiamo bene che la scienza non ci dà tutte le risposte, e che anche saper ascoltare l’emotività è utile nel mondo (tu che sei Psych e scrittrice lo sai bene).

    Alle volte parlando con uno scienziato percepisci che per lui solo la scienza e la razionalità sono giuste e l’emotività è sbagliata. E su questo ci facciamo una bella risata.

    Sono giusti l’aborto? L’eutanasia? La clonazione? Non lo sapremo mai davvero, per uno scienziato è tutto giustissimo e per un irrazionale (leggi: religioso) è tutto sbagliatissimo. Nel mezzo ci siamo noi persone normali, senza certezze, che veniamo pure presi a male parole dai due estremi se cerchiamo di interrogarci.

    La tua opinione (sacrosanta) è: sono d’accordo con la sperimentazione perché meglio io che mille animali (detto senza ironia). Mors tua vita mea. Va benissimo. Per molte persone però non è così. Non è che TU Susanna devi morire perché gli animalisti vogliono salvare un inutile topino bianco che sarebbe comunque morto nelle fauci di un predatore.

    Certe persone evidentemente aspirano a non turbare l’equilibrio della natura, cercare di star bene senza far del male ad altre creature, accettare un’eventuale malattia e che Dio (o chi per esso) ce la mandi buona.

    Vi sembrano persone stupide? Naif? A giudicare dallo stato dell’ambiente alcuni pensano che gli stupidi siano gli scienziati, sempre affannati a modificare l’ambiente circostante, con conseguenze a volte disastrose. Io ad esempio sono terrorizzato dalla clonazione. Terrorizzato per ciò che può comportare in futuro per la nostra società, per l’emotività collettiva.

    Non c’è bisogno che mi spieghiate gli aspetti positivi della scienza, del progresso, della cura delle malattie, e che se si vivesse davvero come vogliono certi ambientalisti si dovrebbe tornare all’età della pietra, e che tanti di questi fanno gli ecologisti ma poi usano elettrodomestici costruiti con derivati del petrolio e che consumano corrente elettrica.

    Io sono uno di quelli che non può fare a meno del Moment quando ha mal di testa, e che non potrebbe rinunciare alla propria chitarra elettrica (che suona grazie a un amplificatore alimentato a energia elettrica). Perché sono nato e cresciuto in tutto questo, perché QUESTA è la nostra civiltà.

    Ma avrò almeno la libertà di interrogarmi se tutto questo sia giusto o sbagliato? Avrò la libertà di riflettere non solo sulla fisica ma anche sulla metafisica? Senza sentirmi dire che sono stronzate?

  4. Giorgio ha detto:

    E chiudo con una considerazione: essere ossessionati dalla scienza, chiusi nella razionalità, essere sordi alle altrui emozioni per me significa essere STUPIDI, altrettanto quanto coloro che irrazionalmente avversano la scienza guidati dalla sola onda emotiva.

    • sraule ha detto:

      Bah, io credo nella complessità, che probabilmente è altrettanto spocchioso. Credo nella plasticità e nell’elasticità, anche di muoversi tra vari sistemi di riferimento, trovando quello più adatto a spiegarsi eventi diversi, accettando persino che più di un sistema di idee spieghi la stessa cosa in modo dissonante e che entrambi possano avere un senso.
      L’uomo modifica il mondo, le capre lo modificano, le mucche lo fanno. Nessuno trova niente da ridire alle capre perché, via, sono cazzo di capre. Se gli animalisti seguissero coerentemente il proprio crdo, dovremmo sanzionarle. Uguali diritti, uguali doveri. Ah-ah, grottesco, no?
      Eppure anche questa è una linea logica. Uno la segue e si fa domande.
      Io empatizzo con i poveri animaletti. E mi piacciono anche. Adoro i gatti. I coniglietti, se cagano altrove, mi fanno tenerezza.
      Mangerei un gatto? Chiaramente sì. Un coniglio? Non li adoro, ma li mangio.
      Le mucche mi piacciono molto di più dei conigli, come dire, come bestiole, e sono una grande consumatrice di carne bovina.
      Via, si può provare affetto per ciò che si mangia. Fa parte della complessità del mondo. Gli indiani d’America ringraziavano la preda appena abbattuta.
      Se gli animali li mangio, figurati se non posso usarli come cavie per sperimentare dei farmaci. Della carne si può fare a meno, di alcuni farmaci decisamente no.
      Questa, chiaramente, è la mia filosofia. Non dico che sia migliore di un’altra.
      E’ utilitaristica? Ma certo. Serve a dare significato al mio mondo.
      Detto questo, ho anche un grande affetto per gli esseri umani. Sono il mio lavoro, li amo e cerco di comprenderli.
      Dovessi scegliere se uccidere un cervo o un animalista, ucciderei il cervo. Non sono una psicopatica.

      • Giorgio ha detto:

        Sono d’accordo su tutto tranne che su una cosa. Come modifica il mondo una capra o una mucca è irrisorio. Le capre non costruiscono bombe atomiche né raffinerie né abbattono intere foreste. E le capre, le mucche o i leoni quello che fanno lo fanno seguendo l’istinto di natura, non hanno un cervello evoluto per poter scegliere, e LIMITARSI. A volte limitare l’esercizio del proprio intelletto è la cosa più intelligente che può fare l’uomo. Perché l’uso illimitato della scienza, senza esercitare nessun filtro morale, genera mostri altrettanto quanto il sonno della ragione. Non sono moralista, ma nemmeno amorale. Penso che la scienza debba essere per lo più libera, ma che un minimo di morale, che vuol dire anche solo PENSARE ALLE CONSEGUENZE DELLE PROPRIE AZIONI, gioverebbe. Spesso ho l’impressione che chi lavori in campo scientifico pensi che il fine – la conoscenza – giustifichi tutto. Che la Conoscenza sia un bene superiore alla stessa salvaguardia della Terra o della società. E allora sarai “l’uomo più intelligente delle macerie”, parafrasando il Comico.

        Ci sono degli animali che modificano l’ambiente in maniera veramente dannosa. Sono quelli infestanti: le zanzare, le cavallette, i piccioni, e infatti in quel caso gli animalisti sono decisamente meno compassionevoli. Sono animali dannosi e in certi casi vanno sterminati. Non è che tutti gli animalisti siano così idioti.

        E parlo sempre da non-animalista eh, che anche a me stanno sulle balle quelli che tengono in maggior conto un cane che un essere umano.

  5. sraule ha detto:

    Adesso potrei aprire una lunga parentesi biliosa nei confronti della tizia che dà da mangiare ai piccioni vicino a casa mia. Dico: piccioni cittadini, grassi come foche, queruli, starnazzanti, sporchi, ottusi. Il Male in terra e lei gli dà da mangiare poverini, Cristo Santo.
    Aldilà di questo deprecabile esempio, in generale non ho niente contro gli animalisti, se solo riescono a ricordarsi che gli esseri umani sono animali anche loro. Se la tizia andasse a portare scorte alimentari alla Caritas, non sarebbe più utile al mondo?
    Sugli scienziati, io non credo che dovrebbero auto-limitarsi. Non è loro compito. Dovrebbe essere la società a essere in grado di decidere che cosa è utile per se stessa e che cosa è invece nocivo. Dagli studi bellici sono derivate centinaia di invenzioni utili per l’ingegneria civile. Entrambi scriviamo e sappiamo benissimo che le idee hanno bisogno di spazio.

  6. Giorgio ha detto:

    Sui piccionari sono d’accordissimo, li strozzerei tutti quelli che danno da mangiare a quegli animali dannosi! E i poveri topi allora? Non vogliamo dargli da mangiare? E alle zecche, poverine, che han tanto bisogno di sangue!

  7. Francesca ha detto:

    E’ la prima volta che intervengo in questo blog, anche se lo seguo da un po’, ma leggendo questo post mi sono sentita tirata in ballo. Sono una “scienziata” e “lavoro” con gli animali. Mi sono trovata spesso a discutere con animalisti di tutti i tipi (dall’animalista tollerante che ha cercato di capire il mio punto di vista all’animalista etremista che se avesse potuto mi avrebbe sottoposto all’istante alle stesse “torture che voi scienziati infliggete a quelle povere creature innocenti”). Quello che la maggiorparte delle persone con cui ho parlato non sa è che, innanzitutto, esiste una serie di complesse e dettagliate normative che regolano la sperimentazione animale. Soprattutto, tale legislazione stabilisce che tutti gli esperimenti che coinvolgono la presenza di un animale da laboratorio debbano provocare il minimo disagio (in termini di dolore, condizioni di vita e di morte, alimentazione e via dicendo) possibile all’animale stesso. Inoltre, prima di poter avviare una ricerca che prevede l’utilizzo di cavie animali, il progetto viene vagliato minuziosamente da una commissione competente che giudica se l’utilizzo di tali cavie sia giustificato e giustificabile, quali cavie possono venire utilizzate, fino a dove ci si può spingere, ecc. E non è così facile ottenere tali autorizzazioni! Una volta ottenuta, poi, periodicamente vengono fatti controlli negli stabulari (cioè le zone di laboratorio che ospitano le cavie durante tutta la durata della ricerca) da parte di esperti esterni al laboratorio o all’istituto stesso, per certificare che gli animali vengano trattati nel miglior modo possibile. Tutto questo può essere di scarsa consolazione per tutti coloro che sono contro tale sperimentazione, ma formalmente impedisce a qualunque scienziato di torturare l’animale con la scusa di “eseguire esperimenti che possono salvare vite umane”. Ovviamente, tutto ciò non toglie che esistano interi laboratori che se ne fregano delle legislazioni, come però succede in qualsiasi altro campo (purtroppo).
    Fatte queste premesse, quello che cerco sempre di far comprendere al mio interlocutore, chiunque sia, è che non è possibile e non è giusto fare di tutta l’erba un fascio. In alcuni campi scientifici l’utilizzo di cavie animali è l’unico metodo attualmente disponibile per progredire nell’ambito di una data ricerca. Questo non rende automaticamente lo scienziato un mostro senza cuore, una macchina senza anima guidata solo ed esclusivamente dalla razionalità. Molti scienziati, per esempio, sono a favore della sperimentazione animale in campo farmaceutico ma non in campo cosmetico.
    Purtroppo, però, non è sempre facile far comprendere tutto questo. E non sono solo il tipo e la difficoltà del linguaggio utilizzato dall’una o dall’altra parte. Ho notato che spesso entrambe le parti iniziano il discorso già arroccate sulle proprie posizioni, già prevenute nei confronti dell’altro. Mi è spesso capitato di non riuscire nemmeno a cominciare il discorso perchè una delle due parti debutta dicendo “vabbeh, inutle stare a discutere, tanto lo so già che voi scienziati (o voi animalisti) la pensate in questo modo”.
    La prima cosa che bisogna imparare è a liberarsi dei pregiudizi (almeno momentaneamente), altrimenti non è possibile lo scambio di idee.

  8. sraule ha detto:

    Naturalmente sono d’accordo e la tua strategia comunicativa è anche un po’ migliore di quella di Massimo. Il solo problema è che anche tu fornisci dei fatti che, per lo più, non serviranno per la discussione, perché una percentuale di animalisti è (appunto) comunque convinta che ci sia un gomblotto, che i controlli non esistano, che le commissioni siano fatte di scienziati pazzi amici di quelli che torturano gli animali e al soldo delle multinazionali del farmaco.
    Con questo tipo di interlocutori non puoi parlare, magari scandalizzata, di quello che le compagnie farmacologiche fanno davvero di scorretto, perché lo ritroveresti citato il giorno dopo su qualche sito animalista, magari a sproposito o in modo inesatto.
    Dico semplicemente, dato che l’argomento è etico, stiamo sull’etica.

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