Quando ho scritto questo, non ho concluso dicendo: “se mi sbaglio mangerò i miei calzini sporchi”.

Sono felice di non averlo fatto, perché di calzini sporchi avrei dovuto mangiarne almeno uno.

Ma partiamo dal calzino sporco che sarebbe finito in lavatrice; ovvero, partiamo dalla metà di Elementary che proprio non funziona: Sherlock Holmes.

Basandomi sulla visione dell’episodio pilota, constato che il protagonista di Elementary è un Dr. House un po’ più giovane e notevolmente meno affascinante, mixato con un Dr. Lightman un po’ più giovane, meno affascinante e parecchio più alto.

Dato che entrambi i personaggi sono dichiaratamente “holmesiani”, possiamo dedurne che questa è l’immagine che hanno del Grande Detective nel Nuovo Continente. O, insomma, questa è l’immagine che ne hanno certi produttori di telefilm.

L’Holmes di Elementary, se osservato in un’ottica canonica, è grottesco. Un represso egomaniaco che vive a spese di papà e ha un insalubre rapporto con il gentil sesso.

Giova forse qua ricordare – per i non eletti – che l’Holmes canonico è uno schizoide ben compensato che vive del suo lavoro e nutre scarso interesse per il gentil sesso, come per l’umanità in generale.

L’Holmes di Elementary non ha un basso baricentro emotivo; ha un alto baricentro emotivo, ma fa di tutto per controllarlo, senza dubbio sulla scorta di qualche traumatica esperienza passata – mark my words, sono una sceneggiatrice e una psicologa; questo è il trucco più vecchio sul manuale.

Previsioni a parte, l’Holmes di Elementary ha ben poco in comune con la sua controparte letteraria. Ne utilizza i metodi, ma ne è distante nella sostanza.

Jane Watson, d’altronde, non ha niente in comune con il caro-vecchio John Watson – e le tette sono il minore dei problemi. Tra l’altro, non mi pare che Lucy Liu ne abbia un paio suo, quindi non focalizziamoci sull’appartenenza di genere e passiamo oltre.

John Watson appartiene a una precisa categoria di personaggi, di persone: l’old good chap. Anche Jane Watson appartiene a una precisa categoria di personaggi: la fichetta sveglia.

Jane Watson è intelligente; non abbastanza da rubare la scena a Holmes, ma abbastanza da fare parte del lavoro al posto suo. Non è realmente acuta: è sveglia. Inoltre, al contrario di Holmes, è sensibile – oh, tanto sensibile. Come dicevo, una fichetta sveglia.

Naturalmente, ha un Traumatico Passato. Nelle serie tv moderne, nessuno deve esserne sprovvisto, compreso il cane.

(Notazione personale: Dio, grazie, grazie, grazie per non aver infilato un simpatico quadrupede nell’appartamento dei due. Fine della notazione personale.)

Nel complesso, l’equilibrio tra le menti di Holmes e Watson, in Elementary, se preso nel complesso, è canonico. Holmes 60% dell’intelligenza complessiva, Watson 40%.

Come il Governo Monti, anche quelli di Elementary hanno lavorato a somma invariata. Resta il fatto trascurabile che nel Canone le rispettive percentuali sono suppergiù 90-10%, ma ammetto di aver sempre avuto un debole per il caro Watson, quindi forse sto un pochino esagerando.

Per concludere con il calzino lavabile, in questa prima puntata restano un po’ di fili sciolti: la shoccante dichiarazione d’apertura di Holmes non viene spiegata (ma immagino che succederà in seguito), la posizione di Holmes con il NYPD non è chiarita (idem), l’idea centrale della detection è stiracchiata e macchinosa, l’exploit di Holmes con la macchina di Watson non ha alcun senso.

Inoltre: oh, sì, già… è già venuta fuori La Donna. Fa parte del Traumatico Passato di Holmes, chiaramente. Che volete che dica? Gli americani e il sesso, il sesso e gli americani.

Veniamo al calzino sporco, ora. Sono davvero, davvero lieta di non aver mai promesso niente del genere. Devono essere pessimi, i calzini sporchi.

Dunque, Elementary non è un brutto telefilm. Partendo dall’idea che Holmes non è Holmes, che Watson non è Watson e che questi due flirteranno fin oltre l’esaustione della prima serie, è una serie medio-buona.

Ha un buon ritmo, dei dialoghi non male, un’intrigante capacità di incuriosire. Manca di ironia, ma non c’è scritto da nessuna parte che un telefilm debba averne.

No, Elementary è un buon prodotto (grrrrr). Buona fotografia, colonna sonora accettabile. Coinvolgente, superato il fatto che quello non è Holmes ecc.

Divertente, nonostante sia primo di ironia.

Questa prima puntata mi ha convinta a guardarne almeno un’altra, forse anche di più.

(E, comunque, mi lavo sempre i piedi, alla mattina, e oggi è stata una giornata piuttosto fredda.)

Certo che “Elementary” è proprio un titolo idiota, però.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. CREPASCOLO scrive:

    ” Shoccante ” trascende ogni mio controllo come direbbe Valmont in Malkovich su imbeccata della signora Close. Io sono un fan del figlio illeggittimo – secondo alcuni – di Holmes, cioè quel Nero Wolfe che parla bene sei o sette lingue e ha bruciato un dizionario perchè proponeva di usare dedurre ed arguire come sinonimi ( Gambit 1963 – da noi Scacco al er per Nero Wolfe ) e rimprovera il collaboratore saltuario Johnny Keems perchè osa il verbo contattare ( lo ha trovato in un vocabolario, ma Wolfe non ne tollera il suono sotto il suo tetto ).
    So che ti è scappato perchè quel quaranta per cento di tette non sue appiccicato ad una Lucy con un passato traumatico nel nuovo abuso del canone ha trasceso ogni tuo controllo, ma ti ricordo che uno sceneggiatore entra ed esce dalle stringhe della lingua e può permettersi un abominio come quello stigmatizzato, solo se sta scrivendo una bio della signorina Minetti per la risposta italiana alla Bluecomics.
    Con tutta la simpatia umana che provo – attendo da tempo una nuova soluzione sette per cento in cui Watson porta Holmes da John Holmes per guarirlo dalla sua tendenza a seminare figli illeggittimi, mostrandogli a cosa porta il sesso per il sesso ( sesso al quadrato ? ) – ti consiglio di rassegnarti alla valanga di titoli multimediali vagamente ispirati agli inquilini di Baker Street. Nessuno sceneggiatore oserà proporre altro che una idea shoccante come Holmes che contatta nell’aldilà lo spirito di Vidocq perchè lo aiuti a provare che Dupin è un ciarlatano, ma è costretto a battersi contro il Lato Oscuro di Zadig. Se le persone coinvolte avranno talento – o quel succedaneo che è una combo di luccicanza e il rumore della motoretta scureggetta nella canzone Supergiovane di Elio – allora il risultato, il prodotto ( brr ) , non sarà disprezzabile. In caso contrario, la ns nicchia sarà la poltrona di fianco al camino, una raccolta di Doyle nelle mani, calzetti di lana ai piedi, nel crepuscolo.

  2. Paolo Raffaelli scrive:

    Insomma, Castle. Con meno ironia, se ho capito bene.

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