Leggo solo ora questo articolo comparso su uno dei blog del Fatto Quotidiano due giorni fa.

Leggo e, di primo acchito, resto senza parole. È normale che una testata giornalistica seria dia spazio a un pezzo scritto così palesemente in cattiva fede, così strabordante pregiudizio e ignoranza, lasciato cadere nel web così, come si lascerebbe cadere un “governo ladro” al bar del quartiere?

Un pezzo piccolo, intellettualmente e moralmente? Qualunquista e disinformato? Profondamente omofobo, di quel tipo di omofobia che si insinua nelle crepe buie della società civile mascherandosi da legittima preoccupazione? Che fa sua una tesi ripugnante a priori, ossia che il pregiudizio non si può abbattere, perché, be’, così gira il mondo, signora mia?

Analizziamolo, questo pezzo, quindi. Cerchiamo di capire come è finito su una testata giornalistica che cerca di essere seria.

Dice Corlazzoli, maestro elementare:

Premetto che ritengo sacrosanto che venga riconosciuto il diritto alle coppie gay di sposarsi. Non solo. Sono un maestro che spesso, pur sfidando i pregiudizi di qualche genitore, ha affrontato il tema dell’omosessualità consapevole che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità in una classe di venti adolescenti, un ragazzo o una ragazza ha la probabilità, dal punto di vista statistico, di essere omosessuale.

Forse sono io a essere sospettosa, ma un discorso del genere mi sembra terribilmente simile al vecchio “non sono razzista, ma…”
Naturalmente, ci tiene a dare l’immagine dell’eroico maestro che, sprezzante dei pregiudizi altrui, parla addirittura di omosessualità in classe. Tematica inaudita che di certo non sfiorerebbe nemmeno i delicati padiglioni auricolari dei suoi alunni, se non fosse per lui (sì, sono sarcastica).

Ne parla, non perché sia una tematica come tante altre o perché in questi anni il dibattito sui matrimoni e sulle adozioni gay sia finito su tutte le tv, ma perché, statisticamente, insomma, diciamocelo, è probabile che almeno uno dei venti ragazzini sia finocchio. È bene essere informati, dunque. Prevenire è meglio che… ah, no, dimenticavo. L’omosessualità non è una malattia.

Sarò sincera, dato quel che segue, una sana dichiarazione di omofobia sarebbe stata più onesta, quanto meno. Se senti qualcuno affermare che i gay sono malati e/o pervertiti, sai dove sei. Se invece uno dice: “eh, no, i gay… gente come noi, è chiaro”, come minimo resti un po’ confusa. Potrebbe anche trattarsi di un amante della tautologia spinta, in fondo.

Ma Corlazzoli non lo è, e quel che segue lo prova:

Tuttavia da insegnante provo a immaginarmi un bambino di 6 – 7 anni che spiega ai compagni che lui ha una mamma maschio. Ho provato a pensare al figlio di un omosessuale che quando disegna la sua famiglia a differenza degli altri raffigura la mamma con la barba. E ancora ho pensato a come vivrebbero questa nuova dimensione gli altri bambini.

E qua casca l’asino, anche se dire “asino” probabilmente è offensivo verso i poveri quadrupedi raglianti.

Sgombriamo il campo dai fraintendimenti, quindi. Quando dico “asino” intendo “ignorante”.

L’ignorante che, forse, ignora che i gay non sono trans e che quindi non si proporrebbero come “mamme” (genere femminile plurale), ma, casomai, come “padri” (genere maschile ecc). Che quindi la “mamma con la barba” è una fantasia tutta sua, sul cui significato intrapsichico non azzardiamo interpretazioni.

C’è poi quella fastidiosa, fastidiosissima, parata preventiva: “Non sono io che ce l’ho con i gay, figuriamoci, sono gli altri bambini… è la società…” sono gli alieni di Zeta Reticuli…

E qua traspare l’inadeguatezza morale di questo individuo. No, non intendo indorare la pillola: inadeguatezza morale. Perché è moralmente inadeguato nascondersi dietro una società omofoba, quando tutto quello che stiamo facendo è avallarne l’omofobia.

È come dire: “Non ammettiamo alunni di colore, perché poi gli altri alunni razzisti li maltrattano. Non siamo razzisti, lo facciamo per difendere gli alunni di colore.”

Oppure: “Non ammettiamo gli alunni orfani. Non ce l’abbiamo con loro, ma poi gli altri bambini li prendono in giro perché non hanno una famiglia normale.”

O ancora: “Non ammettiamo gli alunni albini, perché poi…”

O anche: “Non ammettiamo gli alunni con la erre moscia, perché sai…”

I motivi per cui un bambino può prenderne in giro un altro sono infiniti. I bambini, per fortuna, non concepiscono political correctness. Ma, anche, questo ricordiamocelo, i bambini sono migliori di noi: possono fare e dire cose terribili, ma non concepiscono odio razziale o intolleranza culturale.

Siamo noi a insegnare loro a discriminare e schernire. È il modo in cui, troppo spesso, li educhiamo all’età adulta.

Chissà come sono le tue illuminanti lezioni sull’omosessualità, maestro Corlazzoli. Chissà che cosa stai insegnando loro.

Perché tutti sappiamo che l’omofobia si impara: in famiglia, dai media e dai (cattivi) maestri di scuola.

Non contento, comunque, Corlazzoli si scopre anche novella Melanie Klein (guarda caso, una donna):

Da che mondo è mondo il bambino ha bisogno della figura della madre e del padre, della donna e dell’uomo. Il bambino che è rimasto per nove mesi nel ventre materno e ha vissuto l’esperienza del legame fisico con la madre attraverso l’allattamento, continua nei suoi primi anni di vita a riconoscere anche nella fisicità della madre un senso di protezione che un uomo non può dare. E’ un fattore senza dubbio anche fisiologico e fisico. Il papà è invece, colui che dà sicurezza, è la figura che ci ha rassicurato quando abbiamo preso in mano per la prima volta la bicicletta.

Caro Corlazzoli, permettimi di dirti che non raggiungi la sufficienza. Male, molto male. Compitino copiato da Yahoo Answers, è chiaro. I tuoi genitori lo sanno che fai fare queste brutte figure a loro e all’educazione che hanno sudato per darti?

Perché, Corlazzoli, lascia che te lo dica una psicologa vera, di quelle con la laurea in psicologia, di quelle che vedono adolescenti tutti i giorni per lavoro, di quelle che le famiglie disfunzionali le conoscono e le amano, i bambini hanno bisogno di tante cose. Di genitori amorevoli o di figure genitoriali altrettanto amorevoli. Di un contesto culturale adeguato. Di cura, e amici, e stimoli, e attenzione, e anche di rispetto.

Il rispetto dovuto a una piccola persona che sta diventando una persona grande e, a volte, si spera, una grande persona.

Ho visto ragazzini cresciuti con i nonni, con la zia, con lo zio, con i genitori adottivi, con le educatrici dell’istituto, con la mamma malata e il babbo tossicodipendente, con altri dieci cugini in un paese lontano, per la strada, chiusi in casa, con un ritardo mentale, con un’intelligenza superiore alla norma, senza i piedi, con un disturbo mentale…

Ho visto ragazzini di tutti i tipi e mentirei se dicessi che stavano tutti bene. Ma ho anche visto un sacco di ragazzini con la famiglia regolare, babbo impiegato e mamma casalinga, che a quattordici anni si fumavano la loro prima stagnola.
Guardi meglio e la famiglia regolare non esiste. È la triste invenzione di chi ha bisogno di rassicurazioni. Di tracciare una linea di demarcazione: al di qua ci sono io, che sono ok. Al di là ci sono loro, che sono diversi. Dato che io sono di qua, a me non può succedere niente. Loro, be’… loro sono diversi.

Sì, è rassicurante fare parte di una maggioranza: la maggioranza dei bianchi, degli italiani, degli eterosessuali, di quelli con il babbo e la mamma, di quelli con i jeans, di quelli che stanno bene di salute, di quelli…

Poi guardi meglio e ti accorgi che nessuno fa parte di tutte le maggioranze. Che uno può essere bianco, italiano, con il babbo e la mamma, con i jeans, con l’iPhone, e che però ha, metti, un dito soprannumerario. Lo fa togliere, e rientra nella sua rassicurante maggioranza. Poi, però, mamma e papà divorziano e papà si fa frate. È un bel problema, come fare?

Niente, dato che papà ormai è frate, magari la allarghiamo un po’, questa maggioranza. Magari ci facciamo rientrare anche quelli che, oltre a essere bianchi, italiani, ecc, hanno anche un papà frate. Ci può stare?

Non solo. Nei primi anni di vita nei bambini, secondo la psicopedagogia, vi è un processo di identificazione nei genitori: dato non irrilevante per una coppia di omosessuali.

“Non solo”, dici tu. Già, non solo. Certo che c’è un processo di identificazione. Che poi, sai, noi psicologi veri parliamo di “modelli operativi interni“.

E ti dirò di più. Dai tempi di Bowlby, ci abbiamo lavorato parecchio, su questo concetto. Ci sono intere scuole che si occupano solo di questo.

Non ci crederai, ma siamo giunti a credere che i modelli operativi interni sono a) plastici (cioè si modificano mentre cresciamo) e b) sono numerosi.

In pratica, che i bambini guardano gli adulti importanti per loro – la mamma, il papà, i nonni, i maestri, l’istruttore di pallanuoto, l’amico di famiglia – e interiorizzano il loro sistema di valori e di vita. Poi crescono, e se ne fanno uno tutto loro, di sistema di valori e di vita.

Per questo non sono preoccupata.

I bambini della tua classe ti guardano, ma da grandi decideranno (consapevolmente o meno) che cosa tenere e che cosa lasciare, di te.

Decideranno se tenere la tua visione del mondo o se farsene una totalmente diversa. Alcuni saranno gay, sì. Alcuni saranno genitori adottivi. Alcuni non avranno figli. Alcuni svilupperanno una malattia mentale. Alcuni fumeranno la loro prima stagnola a quattordici anni. Alcuni diventeranno artisti. Alcuni impiegati. Alcuni si ammaleranno e moriranno giovani. Alcuni avranno un sacco di figli. Qualcuno finirà in prigione. Qualcuno fonderà la sua impresa. Qualcuno si sposerà. Qualcuno resterà solo. Qualcuno amerà gli altri esseri umani. Qualcuno no.

Qualcuno avrà una vita felice, qualcuno non l’avrà, qualcuno mezzo e mezzo. Qualcuno diventerà musulmano, qualcuno ateo. Qualcuno cambierà sesso, ci puoi scommettere. E sarà, forse, una mamma senza barba e con due bellissime tette finte.

Qualcuno, forse, andrà su Marte. Che cosa ne sai, tu?

Il tuo compito è insegnare ai tuoi bambini a leggere, a scrivere, le tabelline, la geografia e che il mondo è un posto molto più complicato e meraviglioso di quel che credono.

Il tuo compito è insegnargli che diventeranno quello che vogliono e quello che possono e che andrà bene così.

Andrà comunque bene così.

Questo è quello che gli serve. Che gli serve davvero.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. CREPASCOLO ha detto:

    La Mia Maestra delle Elementari era la figlia di un latifondista mantovano. Ricordava la guerra che aveva visto da bimba
    e, di conseguenza, condannava la Girella ( ” la mia cara amica Susanna ha sognato fino al quarantacinque di poter mangiare un panino di pane bianco con una fetta di prosciutto cotto ” ). Ero forse in quarta quando la RAI trasmise Olocausto, una fiction americana che lanciò i talenti di Meryl Streep e James Woods. La Mia Maestra delle Elementari commentando il primo episodio disse che ” gli ebrei avrebbero potuto anche fare qualcosa invece di starsene lì e farsi ammazzare “. Il pane bianco che desidera essere cotto. Io raccontai la sintesi sulla tragedia di WWII ai miei genitori che fecero una di quelle facciotte buffe che hanno gli Smarties nei commercials proiettati al cinema quando aspetti che qualcuno salvi il soldato Ryan. Io volevo bene a LMME ed in un certo modo le sono affezionato ancora oggi, ma quello fu un campanellino d’allarme, il grimaldello che scardinò la serratura di un mondo nuovo il cui gli adulti possono puntare il dito contro Toro Farcito, ma essere + pericolosi del Golosastro.
    Ho imparato a leggere, scrivere e far di conto come il burattino che piace tanto a Crepascolino, ma i miei modelli operativi interni sono stati tanti e LMME è rimasta sullo sfondo come il mio insegnante di educazione artistica delle medie che dipingeva bruciando le tele ( ” mio figlio crea collages con i fazzoletti di carta che la gente getta via nei bar ” ).
    Non credo che LMME abbia fatto di me una persona peggiore di quella che sarei stata se al posto dell’erede di una fazenda nostrana antisionista e nemica viscerale del consumo di merendine ci fosse stata una combo di Gandhi, John Lennon e Kurt Vonnegut. Ieri sera curioso, ripensavo alla mia insegnante mentre bruciavo alcuni documenti che avrebbero potuto generare fastidiosi equivoci nel caso di una indagine, mentre la mia collega Renata rassegnava le dimissioni in diretta televisiva. La carta, arricciandosi, ricordava certi collages di cui avevo sentito parlare nei miei anni verdi…

  2. Valentina ha detto:

    Reblogged this on Windruffles and commented:
    A dire il vero non sapevo che il Fatto Quotidiano avesse pretese di giornale serio. Ma concordo comunque con ogni parola.

  3. Mao ha detto:

    Bellissimo post, condivido al 100%

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