Mi sembra che facciamo sempre più casino. Tra la causa e l’effetto, dico. Sarà forse che alle superiori non ci insegnano (non ci hanno mai insegnato) ad avere un sacro terrore del nesso causale, neanche nei curricula scientifici, non so.

All’università, ho dato 5-6 esami di statistica, odiandone quasi ogni istante, è chiaro, e dimenticandomi quasi tutto subito dopo. Una cosa che (pietosamente) ricordo è questa. Ce ne ha parlato il professor Riccardo Luccio, è giusto fare i nomi e i cognomi, quando hanno qualche merito.

Dunque, il professor Luccio, cercando di indurre un branco di psicologhe in birkenstock ad avere rispetto della causalità, per spiegarci come funzionassero le variabili intervenienti ci fece questo esempio: se osserviamo la distruttività degli incendi e la compariamo con il numero di pompieri intervenuti, notiamo che più grosso è un incendio, più pompieri intervengono. Fin qui, tutto normale. Sulla base di questi dati, però, potremmo farci l’idea che gli incendi grandi sono così grandi perché intervengono un sacco di pompieri. Il passo successivo potrebbe essere supporre che i pompieri appiccano il fuoco, o peggiorano la situazione, chissà perché. Mettete questa teoria su internet e subito dopo qualcuno dirà anche che i pompieri appiccano incendi per dimostrare che il loro posto di lavoro è utile, perché sono massoni o perché c’è una congiura ai massimi livelli di una razza di rettiliani.

Ovviamente, la cosa funziona tutta al contrario, credo non siano necessarie ulteriori spiegazioni in merito.

Dunque, questa cosa di giocherellare impropriamente con la causalità è diventata un po’ un vizio.

Se un tizio fa fuori un sacco di gente alla prima di un film è perché ha visto troppi film/letto troppi fumetti di Batman.

Mettilo su internet e c’è subito chi grida: “No! È successo perché negli Stati Uniti vendono armi da fuoco a ogni angolo! È la gente a uccidere, non i fumetti!”

Che suona inquietantemente simile a “è la gente a uccidere, non i fucili”, uno dei gridi di battaglia della National Rifle Association.

Certo, stiamo tutti un po’ cazzeggiando con la causalità.

Osserviamo la situazione da una certa distanza. Il 19 maggio di quest’anno, un tizio ha deciso di far esplodere una bomba davanti a una scuola di Brindisi, facendo un morto e diversi feriti. È accaduto in Italia, dove non vendono armi da fuoco a ogni angolo. Il tizio non era vestito come un super-villain.

Il 22 luglio 2011 (un anno fa) un tizio ha prima messo una bomba e poi sparato all’impazzata a Oslo, uccidendo 77 persone. Neanche in Norvegia vendono armi da fuoco a ogni angolo di strada e nemmeno Anders Behring Breivik era vestito da super-villain.

Se dovessimo trovare un elemento comune a questi fatti, sarebbe forse che si è trattato in tutti i casi dell’azione pianificata di un singolo che voleva fare più vittime possibili. Se volessimo trovare un altro punto in comune, sarebbe la presenza di esplosivi sulla scena o tra le proprietà degli attentatori. Ma lasceremo queste considerazioni ai criminologi, limitandoci a notare che in nessuno di questi tre stati incoraggiano i cittadini ad avere la propria scorta di esplosivi in casa.

Possiamo poi, per completezza, trovare anche delle differenze. L’americano e il norvegese volevano essere presi (o, per meglio dire, aspiravano alla gloria mediatica), l’italiano no. Quando si dice il genius loci.

Dobbiamo forse concludere che, nel caso dell’americano e del norvegese, la colpa è ascrivibile ai media? O meglio, al fatto che esistono e che danno ampio risalto agli attentatori?

Ancora una volta, no. Non cazzeggiamo con i nessi causali.

Forse possiamo stabilire un nesso causale tra il numero di omicidi da arma da fuoco negli Stati Uniti e il numero di armi sul mercato (la solita National Rifle Association sostiene di no, ma diciamo che sono in cattiva fede), ma nel caso dell’attentatore di Denver è molto più difficile.

Distinguiamo due diversi scenari. 1) Sei in macchina, uno stronzo ti sorpassa sulla destra, tu a) se sei in Italia gli dai del cornuto e forse ci fai a cazzotti, b) se sei negli Stati Uniti e hai una pistola nel vano portaoggetti magari gli spari.

2) Sei una persona profondamente alienata, forse un paranoico, comunque un freddo sanguinario e vuoi fare una strage. a) Se sei in Italia, pianifichi e porti a compimento la strage meglio che puoi. b) Se sei in Norvegia lo stesso. c) Se sei negli Stati Uniti lo stesso.

L’unico dato che possiamo trarre da questa seconda ipotesi è la non-sorprendente constatazione che i norvegesi sono i pianificatori migliori, gli italiani i peggiori, almeno basandoci sul numero delle vittime, che poi erano “lo scopo”.

La libera vendita di armi da fuoco nelle rispettive nazioni non c’entra nulla. Pensare il contrario è un errore.

Ridurre la libera vendita delle armi da fuoco negli Stati Uniti ridurrebbe forse il numero di omicidi impulsivi o colposi, non il numero delle stragi pianificate.

Ridurre il numero di film su Batman di Nolan ridurrebbe di certo la roba pallosa e inutile in circolazione, ma questo è un parere personale e adesso non c’entra.

Similmente, però, se mai venisse la moda di tingersi i capelli di verde in massa, potremmo forse attribuire (prudentemente) la cosa al fatto che il Joker ha smaglianti capelli verdi (no rossi, no gialli).

Perché, ecco un’altra cosetta che mi ricordo dall’università, per stabilire un trend ci occorrono dei numeri da trend. E “tre negli ultimi due anni” non è un numero da trend.

E davvero, per favore, non cazzeggiamo coi nessi causali. Ci facciamo male da soli e basta.

Per non dire che stiamo sparando cazzate.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Fantastico post, grazie per aver condiviso questa perla con noi.

  2. Non so… non ho mai studiato statistica ma immagino che quando si facciano questi tipi di ragionamenti si dovrebbero prendere in considerazione diverse variabili.
    Per esempio il fatto che in Usa questo tipo di stragi avvenga più frequentemente.
    E che il fatto che sia più facile per uno squilibrato raggiungere delle armi non aiuti.

    • sraule scrive:

      Su quali basi dici che in USA queste cose avvengono più di frequente? Non dico che sia sbagliato, eh, proprio non lo so. Bisognerebbe tener conto anche dell’ampiezza del territorio e della popolosità.
      Poi ci sono i fattori culturali. Negli USA c’è un’esasperazione di alcune dinamiche sociali che in Europa è assente. Poi dovremmo tenere conto anche dei servizi di prevenzione psichiatrica, che in USA funzionano in un certo modo e da noi in un altro.
      Detto questo, è ovvio che in USA per un aspirante stragista la vita sia più semplice, ma non sono sicura che sia un fattore rilevante. Un aspirante stragista è MOLTO motivato: se non può procurarsi un’arma si procurerà un’arma impropria o, come si è visto, dell’esplosivo. O del veleno. I mezzi per far fuori un gran numero di persone non sono facili da reperire in nessun paese, ma non sono neanche impossibili da trovare in nessun paese.
      Con questo non voglio dire di essere favorevole alla libera vendita di armi, ci mancherebbe. Ma penso che se in USA non ti regalassero un fucile con ogni conto in banca (v. Moore) ci sarebbero molti meno omicidi impulsivi, personali e scarsamente premeditati.
      Meno stragi? Non so. Su questo la tesi di Moore, per esempio, è un po’ artificiosa.
      Mi puoi parlare del clima culturale più violento in una nazione dove molte persone girano armate e ti do ragione. Deve fare uno strano effetto sapere che metà dei tuoi vicini ha un fucile in casa. Un effetto non molto salutare sulla mente delle persone. Ma anche questa è un’ipotesi, non una documentata relazione causa-effetto.

  3. Vero vero… le variabili sono tante. Se gli Usa sono considerati il paese degli eccessi un motivo ci sarà. Ma, in generale, il fatto che sia facile trovare armi di ogni tipo non penso sia così secondario. O forse più che una causa potrebbe essere l’effetto del clima che si respira. Insomma il rapporto causa effetto tra armi e stragi non è semplice da definire, da qualsiasi punto lo si voglia guardare.

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