Forse qualcuno di voi ricorderà le quaranta regole di Umberto Eco per scrivere bene. Hanno avuto una certa circolazione e sono istruttivamente spassose, anche se per lo più inascoltate.

Parto da Umberto Eco, ma il mio discorso è molto più basic. Ognuno parli al suo livello, una cosa del genere. Quindi, non roba da corso universitario, ma da scuole elementari.

Non pretendo da voi frasi magnificamente costruite e metafore ardite, ma quel minimo di decenza sì. Iniziamo dal basso, dalla cazzo di grammatica.

Ecco alcune semplici regole che di certo vi hanno insegnato a scuola, ma che poi, chissà come, avete dimenticato:

1) Gli articoli maschili sono: un, uno, il, lo. Se sono maschili è perché stanno davanti a una parola di genere maschile. Non è sessismo. “Un” è un articolo vero e proprio, è fatto così. Se dovete usare “un” davanti a un sostantivo maschile non occorre che usiate l’apostrofo.

Esempio: Un albero. Vale anche per le parole difficili, non vi crediate. Un ossimoro è sempre senza apostrofo.

Un trucchetto per dimostrarvi dei veri esperti: usatelo davanti alle parole maschili che iniziano per vocale. Le vocali sono a, e, i, o, u. Non vi potete sbagliare.

Poi ci sono gli articoli determinativi maschili: il e lo. “Il” è sempre uguale a se stesso, non potete confondervi. “Lo” a volte subisce un’elisione e diventa l’. Di norma, questo avviene davanti alle parole che cominciano per vocale (a, e, i, o, u, ricordate?). Lì l’apostrofo ci vuole sempre. Anche in questo caso, non potete sbagliare.

2) Poi ci sono gli articoli femminili. Sì, vanno usati davanti ai sostantivi femminili, proprio così. Sono: una e la. Notate quant’è semplice, sono solo due. Ma – attenzione – davanti alle parole che iniziano per vocale (sono certa che ormai abbiate introiettato questo pur difficile concetto) anche loro vengono elisi.

Esempio: dire “una ametista” sarebbe brutto. Noi persone di cultura usiamo la dizione “un’ametista”. L’apostrofo è necessario. Lo stesso dicasi per “la”, ma questo non importa che lo sappiate, tanto è uguale al maschile.

Un trucchetto per dimostrarvi dei veri esperti: la parola “eco” è femminile. Quindi se volete usare l’articolo indeterminativo tocca metterci l’apostrofo: un’eco.

3) Esploriamo, ora, un argomento più complesso: il verbo dare.

Osservate queste due frasi:

- Pierino [da] un calcio in faccia a Marcello.

- Marcello non aveva capito [da] dove Pierino avesse preso l’idea.

(Le parole tra parentesi quadre sono espresse in forma fonetica. Sì, è un subdolo trucchetto.)

Noterete che la funzione dei due [da] è sottilmente diversa. Ebbene sì, il primo è un verbo: il verbo “dare”. Proprio per non confonderlo con la preposizione semplice “da” useremo un trucco. Notate ora l’astuzia dei grammatisti: se è un verbo, ci va l’accento.

Quindi: su “Pierino dà” ci va l’accento.

Se invece sono io che sto istigando Pierino a picchiare Marcello, le cose si fanno più scivolose. All’imperativo, il verbo dare diventa “dai” ma, a volte, viene eliso per rendere l’ordine più ficcante, come in: “Pierino, da’ un calcio a Marcello, presto!”.

Con l’imperativo, ci vuole l’apostrofo.

Un trucchetto per dimostrarvi dei veri esperti: generalizzando quanto detto fin’ora potreste pensare che anche “io do” e “tu dai” abbiano bisogno dell’accento. “Dai” potrebbe essere scambiato per la preposizione (Es. veniva dai colli) e “do” potrebbe venir scambiato per la nota musicale.

Devo darvi una brutta notizia: quei grammatisti insensibili hanno deciso che le note musicali non contano e scrivere “dài” fa un po’ pedante. Quindi, limitatevi alla terza persona.

4) Parlando di note musicali, ricordatevi che non contano. Forse è un sopruso, ma così è.

Quindi: “Egli fa” e NON “Egli fà”.

Lo stesso dicasi per “Egli va”, anche se non c’è nessuna nota “va”, tanto per la cronaca.

Potete approfondire leggendo qua.

5) Veniamo ora alle cose davvero complicate: gli accenti acuti. Gli accenti acuti sono quelli rognosi da usare se scrivete al computer. Word, se si accorge che stata sbagliando, 9 su 10 ve li corregge automaticamente, ma internet non lo fa.

Gli accenti acuti si usano su paroline come “sé” e “né”, ma non sempre. Osservate questi esempi:

- Era molto sicuro di [se]; non avrebbe accettato [ne] critiche, [ne] interruzioni.

- [Se] l’avesse saputo, [se] [ne] sarebbe tenuto alla larga.

Dove serve l’accento acuto e dove non serve? E quando usare l’accento grave? Domande che hanno portato prematuramente alla tomba più di un pensatore.

La risposta è: nella prima frase. Quando “sé” è un pronome riflessivo, tocca usare l’accento acuto. In tutti gli altri casi no.

Un trucchetto per dimostrarvi dei veri esperti: “se stesso” e “se medesimo” sono eccezioni. Dato che sono già rafforzativi, usare anche l’accento sembra un accanimento eccessivo. Non è sbagliato, solo che non si fa.

In quanto al “né”, ci piazziamo sopra un accento acuto (SOLO acuto) quando è una congiunzione coordinativa negativa. In tutti gli altri casi no. Riconoscerla è facile, perché viaggia per lo più in coppia. Sono frasi come “né carne, né pesce”. A volte il primo “né” viene dato per scontato, ma si capisce lo stesso che dovrebbe esserci.

Come in: Era molto sicuro di sé; non avrebbe accettato critiche, né interruzioni.

Un trucchetto per dimostrarvi dei veri esperti: tra i due “né” è buona norma inserire una virgola. Così, perché ci va.

6) Continuiamo il nostro affascinante viaggio nel mondo dagli accenti acuti. Altre parole che vogliono l’accento acuto sono “perché”, “poiché”, “sicché” e anche “ché” se rappresenta l’elisione di una delle precedenti. Come in: “Ché mangiare troppe fragole fa male, non lo sapevi?”

Il verbo essere (egli è) vuole l’accento grave, quindi no problem. È già lì, sulla tastiera.

Dov’è la fregatura? L’accento acuto va anche su altre parole, insospettabili. Di solito si tratta della terza persona del passato remoto di un verbo, come in “ripeté”, “batté”, “poté”.

Sugli accenti acuti potete imparare di più qua.

7) Ci sono poi quelle parole scomode, in cui non sappiamo mai se mettere la “i” oppure no. Osservate queste due frasi:

- Mirella se non ha più argomenti apre le cosce/coscie.

- Aveva un dildo in ognuna delle sue valige/valigie.

La parola cancellata è sbagliata, ma perché? E, specialmente, come capire quando usare l’una o l’altra forma?

Domande dall’alto contenuto esistenziale.

Ancora una volta, ci viene in aiuto la grammatica delle elementari: se la velare (la “c” o la “g”) è preceduta da una consonante (ossia da tutto ciò che non è vocale), nel plurale NON ci vuole la “i”.

Esempio: coscia > cosce, freccia > frecce ecc.

Se, invece, la velare è preceduta da una vocale, la “i” ci vuole.

Esempio: ciliegia > ciliegie, camicia > camicie.

Questo risponde anche a un’altra annosa domanda: perché mai alcune volte “camicie” non ha la “i”?

Questo è un…

…trucchetto per dimostrarvi dei veri esperti: il plurale di “camicia” è “camicie”, mentre il plurale di “camice” (quello dei dottori) è “camici”. Si pronunciano anche diversamente, ma fa niente, tanto non devo ascoltarvi, solo leggervi.

8) Veniamo ora a un altro aspetto trascurato troppo di frequente: la punteggiatura. Molti sono convinti che inserire virgole, punti e (specialmente) puntini di sospensione a cazzo di cane sia OK. Non è così. Invece, è offensivo per voi stessi e per gli altri.

Partiamo dalle basi. Quando vi avventurate a inserire una virgola, o un altro qualsiasi segno di punteggiatura, nei vostri discorsi il modo giusto per farlo è questo:

- Si atteneva scrupolosamente alla regola dello spazio dopo la virgola, mai prima.

I segni di punteggiatura, in pratica, funzionano così: parola precedente > segno di punteggiatura > spazio > parola successiva.

Sempre. Lo spazio non va prima della virgola, solo dopo. Quanto potete osservare nel box qua sotto è un ABOMINIO.

Presto , spariamoci nelle palle !

Presto ,spariamoci nelle palle !

L’unica versione giusta è: “presto, spariamoci nelle palle!”.

I puntini di sospensione costituiscono una parziale eccezione. Innanzitutto, sono tre e SOLO tre. Non sono due, non sono otto, sono SOLO tre, tutti attaccati.

Quando li usiamo (con moderazione) alla fine di una frase… Sì, così! Ultima parola > puntini di sospensione > SPAZIO > eventuale inizio della frase seguente. Se la frase successiva comincia subito dopo i puntini sospensivi, non c’è problema. Ma che cosa succede se i puntini sono a inizio frase?

Non è il massimo dell’eleganza, ma in quel caso (e SOLO in quel caso) è consentito attaccare i puntini alla prima parola…

…Così.

9) Ci sono poi altri segni di punteggiatura e persino alcuni altri segni tipografici più estremi. Sto parlando, naturalmente, dei trattini e delle virgolette.

Con le virgolette funziona così: servono per citare una frase o per indicare la speciale natura di una parola. Dentro le virgolette dovete ricordarvi di mettere tutto quello che serve, specialmente la punteggiatura. Ce ne sono di tre tipi: gli apici (‘), i doppi apici (”) e i caporali («).

Se state scrivendo su internet, i caporali non li userete mai, ma se state scrivendo in Word è bene che familiarizzate anche con loro.

Tutti e tre si possono aprire e chiudere. Quando iniziate la citazione, o il discorso diretto, userete un doppio apice o un caporale aperto, quando la citazione è finita, un doppio apice o un caporale chiuso.

Gli apici singoli in italiano si usano poco, perché tendono a confondersi con gli apostrofi.

I trattini, vogliono uno spazio prima e uno spazio dopo. Solo quando indicano l’interruzione brusca di un discorso possiamo provare a non lasciare alcuno spazio, ma non è detto che-

10) Infine, le virgole.

Lo so, nessuno ha mai capito come usarle, eppure non è difficile, davvero.

Innanzitutto, quando usarle. Quando c’è una pausa nel discorso. Una pausa piccola. Per le pause più grandi ci sono il punto e virgola e il punto. Quando proprio avete enucleato il concetto che volevate esprimere, c’è il punto-a-capo. Se state spiegando qualcosa, quello che state spiegando lo metterete dopo i due punti.

E ricordate SEMPRE che, per lo più, quando state usando quei vostri fottuti puntini di sospensione all’interno di una frase, potreste più correttamente usare un punto e virgola.

Ma, insomma, stavamo parlando delle virgole. Spiegarvi come usarle in modo esaustivo mi porterebbe via mezza vita. Se volete essere super-preparati andate qua.

Se invece vi basta cavarvela, usatele solo in questi casi:

- Per separare gli elementi di un elenco: “Voglio rispettare le regole della grammatica, della sintassi, della retorica e del buon gusto”. Notate come, prima della “e” congiunzione un’ulteriore virgola non sia necessaria. Gli anglofoni lo fanno, i traduttori lo lasciano e noi italiani disimpariamo. Usare la virgola prima di una “e” si può fare, ma solo se vogliamo rafforzare ulteriormente la pausa. Come in: “È così, e basta!”

- Quando nel discorso c’è un inciso. In pratica, separiamo quella particolare frase dal resto del discorso, come se fosse tra parentesi. Nota bene: gli incisi servono a far comprendere il discorso, ma se li eliminate la frase risulta ugualmente grammaticalmente corretta. Come in: “Ho quasi finito di scrivere, con grande fatica, una grammatica minima per illetterati”. “Con grande fatica” può essere tranquillamente eliminato, ma si perde una sfumatura del discorso. Gli incisi possono essere anche più lunghi, come in: “Dopo aver scritto questa grammatica minima per illetterati, cosa che mi ha fatto perdere un considerevole ammontare di tempo, avrò bisogno di una flebo”.

- Prima dei “ma”. Dopo i “sì” e i “no” (“No, non mi riguarda”). Dopo le frasi introduttive (Tanto tempo fa, nel mondo dell’istruzione primaria…”).

Infine, mai, mai, MAI mettere una virgola tra il soggetto e il predicato. Potreste pensare che sia consentito se avete infilato un inciso tra il soggetto e il verbo, ma noterete che in quasi tutti i casi non funziona. C’è qualche rarissima eccezione, come in: “Egli, che credeva fermamente in Dio, era indeciso sulle proprie modalità di sepoltura”. Si tratta, comunque, di una frase brutta e goffa, che potrebbe essere espressa meglio in un’altra forma.

In ogni caso, se siete in grado di creare una frase come quella qua sopra, quest’ultimo punto non vi serve.

E adesso, da bravi, stampate questo elenco e appendetelo accanto al vostro monitor.

Il mondo vi ringrazia.

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  1. Enrico Bettella scrive:

    Infrazione non inclusa nel post e che trovo particolarmente fastidiosa (forse perché molto diffusa), è il “beh” scritto con l’H in mezzo: bhe. O ancor peggio nelle varianti: bhè o bè.

    • sraule scrive:

      Verissimo. Li detesto anch’io.

      • Per il semplice fatto che “beh”, al mercato del purismo, è un obbrobrio: il vero snob scrive ” be’ “.

        (secondo quasi tutti i dizionari “eco” è “s. f. o m.”. Significa che si può scrivere tanto “un eco” quanto “un’eco”.

    • sraule scrive:

      Sotto non mi fa replicare, non so perché. Sul be’ sono categorica. Ci va l’apostrofo punto e basta, tranne indicazioni redazionali contrarie (per esempio, su Dampyr vogliono il beh, per motivi a me ignoti).
      L’eco mi è stata raccontata come femminile alle elementari e da allora mi sono religiosamente attenuta a questo. Non dubito che possa essere anche maschile, ma la consuetudine vuole che sia femminile, come l’automobile.
      In quanto al pneumatico (o allo pneumatico) la questione resta aperta.

  2. ubaldo stella scrive:

    Grazie Susanna per le preziose e succinte informazioni. Credo d’esser riuscito a collezionar tutti gli errori elencati e a far anche di peggio. Parlo del mio esordio letterario con “Fronte mare” di cui ho cercato di farti omaggio, ma che adesso ho il terrore di sapertelo fra le mani.

  3. Filippo scrive:

    Domanda: Si scrive “Ciao, Guglielmo” o “Ciao Guglielmo”?
    Ho sempre letto, o comunque ho letto molto spesso, la prima versione. Però quella pausa fra il “ciao” e il “Guglielmo” è insolita.

  4. Filippo scrive:

    E ho fatto pure un errore nel commento… La maiuscola dopo i due punti.

    • sraule scrive:

      Nop. In questo caso va bene la maiuscola, perché è l’inizio di un discorso diretto.
      E, sì, ci vuole la virgola, tra “ciao” e “Guglielmo”, come tra “no” e il resto della frase. Diciamo che “Ciao” è un’introduzione molto stringata, ecco.

  5. Giorgio scrive:

    Oh, finalmente qualcuno che rende giustizia all’italiano! Grazie, lo manderò a un bel po’ di gente!

    Qualcuno tempo fa mi disse che il mio stile era inconfondibile perché sono l’unico a scrivere “perché” con l’accento acuto anche nelle mail… Mah.

  6. Franz scrive:

    Mia sorella (sob!), maestra elementare, scrive “stò” e “stà” nonché “grenbiule”… Aiutatemi, ve ne prego!

  7. Antar scrive:

    Però a me la regola del “se stessi” pronome senza accento è sempre risultata un po’ ostica. Secondo me mantenerlo non costerebbe nulla e renderebbe le cose più facili. Poi non sono così sicuro che non sia mai possibile confonderlo con la forma verbale. Ora non mi viene in mente un esempio, ma secondo me ce ne sono.

    • sraule scrive:

      Teoricamente si può usare il sé accentato anche in “se stesso“, solo che è inutile,dato che in questa forma non si confonde con niente…

      • Fallaci (della cui scrittura ci hanno insegnato che si devono solo dire mirabilie) conduceva una battaglia ideologica sulla e accentata in “se stesso”. Nei suoi libri – a meno che qualche redattore abbia avuto la meglio sulla salma – è tutto un fiorire di “sé stesso”..
        A me è sempre parso che la scrittura di Fallaci sia uno spreco di sintassi lessico e stile al servizio di poco.
        C’è poi il grande dubbio del plurale di “se stesso/a” che sfugge – incolume e sbagliato – alle grinfie di un sacco di copyeditor: come si dice?

    • sraule scrive:

      Intendiamoci, sono sfumature, come quella tra be’ e beh di cui parlavamo prima. Ognuno ha le sue preferenze. Molti usano anche il “dài”, che io trovo vagamente pomposo, anche se non è scorretto.
      “Sé stesso” non mi piace, ma, di nuovo, scorretto non è.
      In quanto a Oriana Fallaci, dissento ideologicamente dalla maggior parte delle cose che ha scritto nei suoi ultimi vent’anni di vita, ma non si può dire che non sapesse scrivere. Aveva una sua voce, un suo stile e anche delle sue – per me ripugnanti – idee.

  8. imsidk scrive:

    Sollevo un quesito: al punto 3 c’è un “fin’ora”, con apostrofo. Io ho sempre saputo che il finora è scritto tutto attaccato, oppure, se staccato, è tollerato con l’assenza di apostrofo, come il qual è per intenderci.
    Ho sempre sbagliato o è una svista? :)

    • sraule scrive:

      In effetti la forma più comune è “finora”. “Fin ora” è corretto, ma antiquato. “Fin’ora” è ancora più antiquato e, in effetti, probabilmente non è molto corretto.
      Grazie per avermelo fatto notare!

    • Mauro scrive:

      la versione separata non mi pare sia contemplata. Quindi solo ‘finora’.

      Per il sé stesso, beh, da un certo punto della mia vita in poi ho convenuto che fosse uno spreco definire un’eccezione per un caso in cui non c’era nessuna evidente necessità di applicarla.

      Il risparmio di accenti grafici o è una regola assoluta (dà/da) oppure non ha (a mio avviso) di che esistere. No, perché se la discriminante è questa, allora togliamo l’accento ogni volta che non c’è ambiguità di significato ^_^

      Perdonami l’invasione, passavo per caso e ‘sta cosa del sé stesso è un avventura che mi ha sempre appassionato.

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