Non volevo parlarne ora, davvero. Solo che poi i miei sodali di Uno Studio in Holmes mi hanno fomentata e adesso, come dire, devo spurgare.

Sì, mi riferisco a Elementary, che già si preannuncia una delle più imbarazzanti porcherie mai perpetrate contro Sherlock Holmes – e, specialmente, contro i suoi estimatori.

Elementary nasce inizialmente come la brutta copia di Sherlock. “Brutta” perché, diciamocelo, eguagliare Sherlock in qualità non è esattamente un obbiettivo alla portata di chiunque e “copia” perché si tratta di un’altra serie in cui le vicende di Holmes vengono trasposte in epoca moderna.

Inizialmente, forse, l’idea della CBS è di fare un remake della serie britannica. Contattano la casa di produzione di Sherlock, ma poi non se ne fa niente. Quando la CBS annuncia che farà un telefilm con un Holmes contemporaneo, Sue Vertue, praduttrice di Sherlock si dichiara “preoccupata”. Ma la CBS smentisce subito: don’t worry, la nostra serie non c’entra niente con la vostra.

E, apparentemente, la CBS dice il vero.

Il concept di Elementary si distingue, fin da subito, per la sua elementarità. Un’elementarità tutta americana: Sherlock Holmes è un ex-consulente di Scotland Yard, tossicodipendente, che si trasferisce a New York per disintossicarsi. Verrà aiutato in quest’arduo compito dalla sua “sober companion”: Joan Watson.

Confesso che bastano queste poche righe per farmi accapponare la pelle, e per più di un motivo.

Per prima cosa, naturalmente, c’è un motivo “canonico”. L’Holmes di Conan Doyle, certo, a inizio carriera si inietta una soluzione al 7% di cocaina, ma non si può certo definire un “tossicodipendente”. È, piuttosto, uno che si annoia a morte e che non sa come altro tenere in moto il proprio prodigioso cervello. Per di più, come tutti i suoi contemporanei, non è minimamente consapevole degli effetti della cocaina sul sistema nervoso (né, d’altronde, di quelli della nicotina sui polmoni).

Questo per pignoleria, ma potrei anche soprassedere. In fondo, già Nicholas Meyer nel suo Soluzione al sette percento si era gingillato con l’idea di un Holmes cocainomane (tranne poi commettere l’errore grasso di descriverne l’astinenza come se fosse un eroinomane). Però, insomma, abbiamo detto di non fare i pignoli.

Passiamo al secondo dubbio: forse in Gran Bretagna hanno chiuso tutti i programmi di riabilitazione per tossicodipendenti? È forse per questo che il nostro è costretto a rivolgersi a una bella rehab statunitense?

Chissà. Ma, ancora una volta, sento che sono troppo critica. Di certo gli sceneggiatori avranno trovato un ottimo motivo per portare Holmes dall’altra parte dell’Atlantico a risolvere un problema che avrebbe potuto risolvere anche al di qua.

E quale migliore soluzione per la tossicodipendenza di un bel programma con tanto di “angelo custode”, sul modello degli Alcolisti Anonimi?

Be’, ecco, sarò sempre troppo pignola, ma in realtà di programmi migliori ce ne sono un po’. Sono una psicologa, ricordate? Lavoro in un centro per adolescenti tossicodipendenti e, ops, si dà il caso che la soluzione “rehab statunitense” non mi convinca al 100%.

Ma… via, via, è chiaro che sono prevenuta. Immagino già l’ennesima serie in cui si spacciano stereotipi triti sui tossicodipendenti e sugli psicologi.

Di sicuro, gli sceneggiatori…

No, aspetta un attimo. Chi sono gli sceneggiatori di questa meraviglia?

La cara-vecchia wikipedia ci viene ancora una volta in aiuto: la serie è scritta da Rob Doherty, che in precedenza è stato produttore esecutivo e sceneggiatore di Medium.

Sì, esatto: Medium. Forse è il caso di cominciare con l’imodium, che fa quasi rima.

Voi penserete che le cattive notizie finiscano qua. Che ci sono già tutti gli ingredienti per pronosticare che Elementary sarà una completa schifezza, perché aggiungerne altri? In fondo lo diceva anche Occam: non strafate.

Ma sembra che alla CBS piaccia vincere facile. Insomma, non vogliono lasciare niente al caso, a partire dagli interpreti.

Quindi, l’attore chiamato a confrontarsi con l’impegnativo ruolo di Sherlock Holmes sarà lui:

Jonny Lee Miller, bisogna ammetterlo, è inglese. Ha recitato in Trainspotting e in Hackes. Nel 2011, guarda il destino, ha lavorato insieme a Benedict Cumberbatch (l’Holmes di Sherlock) in un Frankenstein teatrale. Ma, specialmente, Jonny Lee, ha fottu- ehm, ha impreziosito la sua carriera con il ruolo principale nella serie televisiva Eli Stone. Forse la ricorderete, ma vi aiuto. Telefilm su un avvocato canterino? Sospesa alla seconda stagione? Pieno di stronzate sulla genesi dell’autismo?

Vedo che vi siete ricordati.

No, dai, ora non fate così. Certo, Jonny Lee sembra Holmes come io sembro Margerita Hack, ma chi può dirlo? Neanche Cumberbatch partiva favorito.

Dev’essere seguendo (ma al contrario) un ragionamento simile a questo che la CBS decide che Jonny Lee non è sufficiente a garantirgli la colossale cagata che stanno cercando di mettere in cantiere. E corrono ai ripari.

La loro mossa successiva è un colpo da maestri. Non solo Wotson sarà una donna, ma sarà lei:

Standing ovation per la CBS, prego. Lucy Liu, meglio conosciuta per i suoi precedenti ruoli in Charlie’s Angels, Kill Bill e -aehm- Ally McBeal, è unanimemente considerata un’attrice non proprio eccezionale, ma per il ruolo dell’aiutevole Joan Wotson sembra perfetta.

Perfetta per ottenere un telefilm non sciatto, non banale, non ridicolo… no. Perfetta perché questo telefilm raggiunga immediatamente lo status di boiata colossale.

Sarete d’accordo con me che non è da tutti.

Ma, certo, sicuramente i miei sono pregiudizi. Sto fraintendendo tutto. Elementary sarà di certo un prodotto di qualità, una serie intelligente, un omaggio sentito a Sherlock Holmes e al Canone.

Ora, per favore, però, qualcuno vada a dirlo a Conan Doyle, che sta per sfondare la tomba a forza di rivoltarsi.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Michele ha detto:

    Tsk! Tsk! Tsk! Se IMDB non mente, il Robert Doherty produttore e sceneggiatore dell’*ottima* serie Medium (7 stagioni, non duri tanto se non hai gli attributi) non è il Rob Doherty sceneggiatore di Elementary. Il Doherty di Medium ha al suo attivo collaborazioni a vario titolo con diverse serie, tra cui Star Trek Voyager, Tru Calling, Dark Angel, Ringer.

    Il Doherty di Elementary ha al suo attivo solo una serie, Headcases. Poi magari ci stupirà, chi può dirlo… certo che Lucy Liu non fa ben sperare…

  2. sraule ha detto:

    Mh, mi toccherà andare a correggere wikipedia.
    Non che ci sia molto di cui stare allegri. Sob.

  3. CREPASCOLO ha detto:

    Mi sembri una ragazza con i neuroni ben interconnessi ed a giorno su quanto realmente fa funzionare la macchina. Scommetto che da bambina non credevi che ci fossero degli omini dietro lo schermo del televisore. A trent’anni credevo che dormissero nel tubo catodico fino al momento in cui li chiamavo con il telecomando. Oggi so. Tutto quello che occorre sapere. So come muovermi per ottenere quello che voglio. Eli Stone era una delle serie preferite di Crepascola. Io ero parte di una posse di fans di Marc Guggenheim che lo preferiva nel ruolo di sceneggiatore di comics. Abbiamo infilato in rete delle esche avvelenate ( ” l’episodio con il cameo di Geo Michael è l’unica cosa decente di un serial adrenalinico come un track di Antonacci ” ” un tizio tanto furbo dal divorziare dalla Jolie non può essere un grande attore ” ) e Stone è affondato rapidamente. Marc l’ha presa bene e si è dedicato ai mutanti Marvel.

    Finalmente qualcuno ha preso sul serio una celia di Rex Stout che in articolo si chiedeva se Watson non fosse una donna!
    E stiamo parlando di un tizio che ” potrebbe “, con Nero Wolfe, aver dato un figlio a Holmes ed a Irene Adler.
    Sono perplesso su Lucy. Maggie Hack era in lizza per il ruolo, ma i produttori non erano tanto per la quale ( ” ex atleta e scienziato con il muso di Lino Ventura: catalizzebbe l’interesse del pubblico e Miller sarebbe sempre in ombra ! Nah. ” )

    Se lo avessero chiesto a me, avrei scelto Frank Miller nel ruolo di Sherlock e Klaus Janson in quello di Watson.
    Il concept sarebbe stato di questo tenore: FM è un paranoico pulp magazine addicted che lavora quale aiuto vice archivista per Scotland Yard. Qualcuno ha messo in giro la voce che è il figlio di Art Miller e di una diva USA morta nel ’62 in circostanze ancora oggi oggetto di speculazione intellettuale. Non è possibile licenziarlo, ma non è tollerabile la sua riscrittura dei files della polizia. Nelle sue mani tutto diventa sordido, la città sulle rive del Tamigi la culla del peccato, Jack the Ripper il terminale di un complotto dei reali. Cose così.
    Si decide, dove si può quello che si vuole, di spedire il ragazzone in America, nella terra di Black Mask, dove sarà affidato a KJ, un austriaco addestrato dai servizi segreti pre Muro, che dovrebbe rimettere in carreggiata il Miller/Holmes. Klaus Watson, però, è un fan di Dix, Klimt e Schiele. Un espressionista prestato al doppiogioco che non vedeva l’ora di trovare un compagno per formare un Dinamico Duo e riscrivere la Storia e le storie.
    Potrebbe essere lo Zaffiro e Acciaio del 21mo secolo. Miller doppiato da Phil D’Averio. Klaus da Lucarelli. Mm.

  4. […] ho scritto questo, non ho concluso dicendo: “se mi sbaglio mangerò i miei calzini […]

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