Qualche giorno fa ho scritto un post sui prequel di Watchmen messi in cantiere dalla DC. La notizia aveva scatenato un certo dibattito in rete. Potete leggere qualche opinione quaqua, qua, qua e qua.

L’ultimo blog (quello di Smoky Man), in particolare, ha destato il mio interesse, così sono andata a leggere anche i link collegati, compresa quest’intervista su Bleeding Cool.

Non intendo tornare sul discorso “prequel”. Ho già espresso la mia opinione e trovo che tutta l’operazione, al di là dei nomi eccellenti coinvolti, sia artisticamente irrilevante. Mi riallaccio a quel post per una riflessione sulla proprietà intellettuale e sui rapporti tra autori e case editrici.

La storia della narrativa, a fumetti e non, è costellata di grandi rotture tra editori e autori. E’ costellata di vere e proprie truffe e di semplici disagreement. La grande maggioranza di questi episodi vedono l’autore nel ruolo della parte lesa, il che è assolutamente normale, dato che difficilmente l’autore ha i mezzi per truffare con successo una casa editrice. Per lo più avviene esattamente il contrario.

In realtà, fortunatamente, non succede molto spesso, almeno a livello statistico. Anche perché raramente un libro, da solo, rappresenta un investimento economico significativo per una casa editrice. In poche parole, di solito non vale la pena trasformare un autore che può scrivere ancora in un nemico. Il discorso si complica con le serie a fumetti.

La DC non è esattamente nuova alle controversie legali, a partire dalla famosa storiaccia di Superman, agli albori del mondo o giù di lì.

Gli autori di fumetti, d’altro canto, nella maggior parte dei casi non fanno la figura delle persone astute. Firmano ogni genere di contratto, senza leggere le parti scritte in grande, figuriamoci quelle scritte in piccolo. E, anche se le leggono, non danno loro molta importanza. Si tratta di un atteggiamento assolutamente idiota, è chiaro, che le nuovissime generazioni cercano di evitare. E’, tuttavia, un atteggiamento ancora molto comune.

Io stessa, nel mio piccolo, ho firmato dei contratti assolutamente insalubri, in passato, senza rendermene conto. E’ piuttosto semplice accorgersi che c’è una clausola che non ci piace, ma è abbastanza difficile accorgersi che non c’è una clausola che sarebbe necessaria.

Prendiamo di nuovo Watchmen. La clausola che ha causato la rottura tra Moore e DC prima (a fine anni ’80, per intenderci) e l’attuale guerra fredda poi è una di quelle clausole che passano facilmente inosservate. Specie se sei un autore, ovvero un inetto per natura.

Semplificando al massimo, la DC detiene tutt’ora i diritti di Watchmen (e di altre serie, tra cui V for Vendetta) perché, semplicemente, non ha mai smesso di pubblicarlo.

Ora, sapendo che cos’è Watchmen, questo fatto non ci stupisce. Alla firma del contratto, però, gli autori erano a conoscenza delle prassi della casa editrice. Fatti, cioè, che non erano menzionati nel contratto. La prassi della DC, all’epoca, era di continuare la pubblicazione delle proprie miniserie per circa un anno. Finita la pubblicazione, i diritti dovevano essere rinnovati.

Questo sul contratto non c’era scritto, ma gli autori sapevano che le cose andavano così. Erano andate così per la maggior parte delle serie precedenti, quindi perché non avrebbe dovuto succedere anche per la loro?

Ovviamente, Watchmen fu un grande successo editoriale, non uscì mai di produzione e la DC conservò i diritti. Ci furono trattative, controversie e tutto quanto. La situazione si complicò enormemente e nessuno, neanche lo stesso Moore, sa con esattezza come stiano le cose ora.

O, quanto meno, è quello che afferma Moore, dato che la DC non commenta.

C’è, ovviamente, un fatto particolare: per ogni progetto correlato a Watchmen, dalle action figures al film, la DC ha fatto in modo di chiedere l’autorizzazione a Moore e a Gibbons.

Se fosse per educazione o per reali necessità non è chiaro a nessuno, probabilmente nemmeno alla DC. Di certo, un comportamento così educato nei confronti di un autore che dice peste e corna di te da una vita sarebbe un segno di vera galanteria, da parte della DC.

In tutti i casi, comunque, Moore autorizzò le operazioni, rinunciando alla propria percentuale in favore di Gibbons. In tutti i casi, tranne, sembrerebbe, l’ultimo: i prequel.

Ora, non voglio addentrarmi in questa controversia così poco chiara. Potete leggere l’opinione di Moore nella già segnalata intervista di Bleeding Cool. Le opinioni della DC sono, al momento e per quanto ho potuto appurare, non pervenute.

Sembra (relativamente) chiaro, in ogni caso, che la DC ha tutti i diritti di mettere in produzione ciò che meglio crede su Watchmen, che Moore sia d’accordo o meno.

E sembra piuttosto chiaro che Moore non abbia alcun diritto di bloccarli, anche se non desidera che i personaggi da lui creati vengano ancora utilizzati e anche se non desidera che la storia da lui scritta venga ampliata.

La sua posizione, che ha fatto pronunciare da più parti la parola “irragionevolezza”, non è poi così isolata. Ad esempio, è noto che i Peanuts di Schulz non sono mai stati presi in mano da nessuno, dopo la morte dell’autore (né finché lui era in vita), per via delle sue precise disposizioni in merito. Continuano a generare profitto sotto forma di merchandise, parchi a tema, piece teatrali e così via, ma non ci sarà mai una nuova strip con quei personaggi (o così è stato detto fin’ora).

Lo stesso si può dire del Tin Tin di Hergé. Anche in questo caso, il mercato di Tin Tin è tutt’altro che morto, ma non verranno più prodotte storie a fumetti (pare).

E’ ovvio che le posizioni contrattuali degli autori dovevano essere molto diverse da quelle di Moore e Gibbons, dato che nemmeno la loro morte ha reso possibile la continuazione delle avventure dei loro personaggi.

In Italia abbiamo almeno un paio di casi diversi. Leo Ortolani ha scritto alcune strip delle Sturmtruppen di Bonvi, per i disegni di Clod, per il Giornalino. Pierre Wazem prima e Casali e Camuncoli poi hanno realizzato delle “nuove” storie per Gli scorpioni del deserto di Pratt.

E’ tuttavia piuttosto evidente che le opere appena citate vanno intese più come omaggi agli autori originari piuttosto che come sequel.

Una situazione molto più simile a quella di Moore, in Italia, è quella del Dylan Dog di Sclavi. Simile, ma profondamente diversa, in quanto Sclavi, pur non scrivendo più storie del suo personaggio, continua a sovraintendere alla serie e a lavorare per la Sergio Bonelli Editore (e presumibilmente in armonia).

Insomma, ho parlato delle componenti strettamente legali, ma la domanda che mi pongo è un’altra: in che modo bisognerebbe intendere, realmente, la proprietà intellettuale?

In che misura un autore è padrone dei propri personaggi e delle proprie storie?

Li possiede come se fossero oggetti? Al momento l’interpretazione imperante sembra questa. Dato che li possiede come oggetti, può venderli, può cederli e, se non è abbastanza attento, possono essergli sottratti.

Oppure le storie e i personaggi appartengono a tutti, e quindi chiunque può usarli? E in che misura può usarli? Per rendere omaggio, per snaturarli, per farci soldi?

Tra queste due posizioni, io credo che un autore abbia la paternità morale delle proprie storie e dei propri personaggi.

Per quanti apocrifi vengano scritti, Sherlock Holmes resterà per sempre una creatura di Conan Doyle (e che creatura!). E la maggior parte degli apocrifi sono atti d’amore per quel determinato personaggio e universo narrativo, senza nessuna pretesa di entrare a far parte del Canone.

In quanto a Watchmen le intenzioni sono molto diverse, in quanto è difficile rendere omaggio a qualcosa contro la volontà dell’autore. Manca completamente quell’incertezza, se volete un po’ ipocrita, che fa credere a tutti gli sherlockiani che Conan Doyle guarderebbe con divertita benevolenza al proliferare di apocrifi, se solo fosse vivo.

La stessa divertita benevolenza, ad esempio, che dimostra J. K. Rowling nei confronti delle migliaia di fanfiction su Harry Potter – fermo restando che una fanfiction è per sua natura priva di scopi lucrativi.

Così, se da un lato la DC ha tutti i diritti di fare ciò che vuole con la proprietà intellettuale che si è procurata, dall’altro credo che Moore abbia tutti i diritti di dire che non è d’accordo, per quanto, a un livello pratico, non possa far niente al riguardo.

Allo stesso modo, ho anch’io il diritto di dire che questo tipo di appropriazione, per quanto legale, non mi piace.

E l’idea che atteggiamenti di questo tipo diventino la prassi mi piace ancora meno. Trovo che quando un colosso dell’editoria abbandona il fair play nessuno abbia da guadagnarci.

Cari colleghi autori, riprendete in mano i vostri vecchi contratti. Rileggeteli con occhio malizioso. Elencate tutte le clausole che non compaiono, tutti i “s’intende che”, tutti i punti impugnabili… scoprirete che i vostri editori avevano una bella collezione di possibilità.

Infine, considerate questo: se la major per cui lavorate ha intenzione di contravvenire al contratto che avete firmato, una causa potrebbe convenire più a loro che a voi, per il semplice fatto che un’ammenda economica, anche salata, per loro potrebbe essere irrilevante a fronte dei guadagni.

Naturalmente, molti autori sono pronti a inneggiare al monkey business, è la fase attuale. Sembra quasi che muoversi in un sistema del genere sia una figata.

Io penso che sia una necessità, nient’altro. La congiuntura è questa, e c’è ben poco che un autore possa fare in merito, tranne leggere dieci volte i propri contratti.

Ma definire la questione della paternità irrilevante mi sembra come minimo da incoscienti.

E’ come dire “sono solo storie”, dimenticando che a volte è così, ma a volte non lo è… e noi non possiamo saperlo.

Ma se sono “solo storie”, allora, in fondo, non importa poi molto. Sono beghe private di qualcun altro.

E sono solo storie, sì?

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. m.s. scrive:

    Sono in profondo disaccordo con lo spirito di quanto scrivi, ma almeno stavolta mi dai l’occasione di muovere il culo e scrivere un post a mia volta, visto che è un tema che mi sta a cuore.

  2. sraule scrive:

    Aspetto di leggere la tua opinione, of course.

  3. m.s. scrive:

    leggendo il tuo commento, ti sto immaginando come Trinity nella scena di Matrix in cui vanno a prendere le armi dalla gigantesca armeria virtuale (cfr. http://chrisabraham.com/wp-content/uploads/2010/11/Matrix20We20Need20Guns.jpg )

  4. sraule scrive:

    No, no. So che la mia non è un’opinione condivisa da tutti. E non ho problemi in merito, dal momento che nessuno di questi “tutti” verrà a firmare i miei contratti al posto mio.
    Però dire che la questione “è irrilevante” credo che sia sbagliato.

  5. Nadia Vandelli scrive:

    La paternità E’ rilevante, nella misura in cui questa determina il destino del prodotto. Io non ho niente contro la fan fiction, ma se questa è palesemente in contraddizione col mio personaggio, pretendo che sia sottolineato l’aspetto parodistico. Oppure ti fai tu il tuo supereroe, la tua fatina, il tuo androide e ti sbatti perché qualcuno lo prenda in considerazione. Cedere i diritti non è vendere l’anima e, a mio modesto parere, neanche il culo. Se tradisci il personaggio che hai comprato, io autore devo poter dire no. Io, non un qualsiasi art di una major.
    Nadia

  6. sraule scrive:

    Nadia: sì, la vedo più o meno come te, anche se credo che questo discorso non valga e non possa valere per le fanfiction.
    Credo che nella cessione dei diritti intellettuali sia necessario comportarsi come nel sesso estremo: puoi fare tutto, finché tutti sono d’accordo.

  7. […] un recente post, la mia amica Susanna Raule pone un problema che mi appassiona da tempo: di chi sono gli universi […]

  8. sraule scrive:

    Pure io.
    Copioincollo qua il mio intervento:
    “Commwnto qua prima di leggere i commenti su FB, quindi mi scuso in anticipo se dirò cose già dette da altri.
    Credo che ci sia un misunderstanding di base. Io sono largamente d’accordo con quanto scrivi, ma il tuo bel discorso non centra il punto fondamentale.
    Se io domani creassi un blog dal titolo devicerandom, con una grafica uguale a quella di questo blog e iniziassi a scriverci sopra cose analoghe a quelle che scrivi tu, ma dal senso lievemente diverso, in cui, magari, si lascia intendere che Devicerandom approva l’omeopatia… che cosa ne penseresti?
    Se domani un editore affidasse a uno scrittore anche più bravo di me il compito di scrivere un libro della serie di Sensi dal quale si desume che il protagonista approva la Chiesa Cattolica, che cosa ne penserei IO?
    La risposta, almeno nel mio caso è: sarei incazzata nera.
    Perché, dato che Sensi, fino a prova contraria, sono io, sarebbe come se prendessero una mia dichiarazione e la rivoltassero, rendendola falsa. Un’operazione alla Ghedini, per intenderci, che non mi piacerebbe affatto.
    Nel momento in cui scrivo, io condivido una parte di me stessa. Sono io, lì sulla carta, e se qualcosa di ciò che scrivo deve trasformarsi in mitologia, sarà bene che avvenga per mitopoiesi, ovverosia attraverso un processo comunitario di rielaborazione. Da questo punto di vista approvo le fanfiction: quello è il metodo proprio, mediato dai tempi.
    Gli apocrifi sherlockiani, sono il metodo proprio.
    The league, è il metodo proprio.
    Faust lo è, Gaiman lo è, Madadh lo è.
    La DC ha PORTATO VIA a Moore il diritto di scrivere un altro sequel, se mai gliene venisse voglia, per consegnare questa opportunità ad altri.
    Moore non potrà mai scrivere un episodio di Watchmen che non venga APPROVATO dalla DC. Questa ti sembra un’operazione di liberazione della storia?
    A me sembra solo molto simile a un furto, anche se sul piano legale, oh, sì, hanno ragione loro.
    Il punto NON E’ che solo Moore può scrivere Watchmen, ma che solo DC può. E, no, non mi sembra giusto.
    Non è affatto mitopoietico.
    La puntata dei Simpson in merito lo è, questo decisamente no.
    Se un domani mi togliessero un mio personaggio per farlo scrivere a qualcun altro, non mi sembrerebbe mitopoiesi.
    Se un domani qualcun altro scrivesse del mio stesso personaggio contemporaneamente a me, non avrei alcun problema. Se domani qualcun altro scrivesse di un mio personaggio che io non ho interesse a usare, non sarebbe un problema.
    Ma se IO non potessi più scriverne? Cazzo, sì.
    Dato che quel personaggio sono io, la faccenda non sarebbe meramente accademica. Mi coinvolgerebbe personalmente.
    Le storie di un autore non sono i suoi figli maggiorenni, Massimo: sono loro stessi.
    E ho una cattiva abitudine riguardo a me stessa: se qualcuno vuole scoparmi, deve chiedermi prima il permesso.”

  9. […] a recent post, a friend of mine poses a long-standing question I’m quite obsessed with. Who owns the […]

  10. […] Per prima cosa, l’autore dovrà leggere con attenzione ciò che è scritto nel contratto, ma dovrà porre un’attenzione dieci volte maggiore a ciò che non è scritto. A meno di non voler correre rischi di questo tipo. […]

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