Il 5 febbraio è stata la giornata per la Vita. Queste sono le mie riflessioni in merito:

Un po’ di tempo fa Lou Reed, durante un concerto all’aperto, ha chiesto a uno spettatore di spegnere la sigaretta che stava fumando.

Ho pensato: “Questo è lo stesso tizio che si faceva le pere sul palco?”

La faccenda del testamento biologico, in Italia, ha creato qualche milione di Lou Reed, anche se bisogna registrare che ben pochi di loro hanno mai camminato sul lato selvaggio di alcunché.

D’altronde, camminare sul lato selvaggio non è strettamente necessario per aver bisogno di un testamento biologico, né, immagino, per esprimere un’opinione.

Ora, Lou Reed era sul suo palco. Era stato pagato per esserci, credo neanche poco. Il fumo della sigaretta dello spettatore, ne sono certa, lo raggiungeva solo come suggestione psicologica. Voglio dire: stiamo parlando di un palco pieno di “macchine del fumo”, ok? Di un palco alto, non so, un paio di metri?

Uno spettatore si accende una sigaretta e a te, che hai smesso di fumare, che hai smesso di bere, che hai smesso di farti…ecco, immagino che ti girino i coglioni.

Allora dici che la tua famosa voce roca potrebbe soffrirne, dell’ipotetico fumo della sigaretta dello spettatore.

Certo, il concerto è all’aperto. All’aperto fumare è consentito. Non hai alcun diritto legale da far valere, non puoi chiamare il vigile di quartiere. Ma sei una rockstar e, cazzo, vorrà ben dire qualcosa, no?

Lo spettatore spegne la sigaretta.

 

Abbiamo parlato di Lou Reed, ma ora parliamo un po’ del fumatore.

Il fumatore si era sentito ripetere un numero di volte pressoché infinito – da amici, familiari, semplici ficcanaso e, adesso, anche da una rockstar ex-eroinomane – che “fumare fa male”. I più intransigenti avevano voluto essere chiari: “Il fumo uccide, vuoi morire di cancro?”

Lui probabilmente aveva scrollato le spalle e aveva risposto che di qualcosa avrebbe ben dovuto morire, prima o poi. Che avrebbe potuto cadergli una tegola in testa (nel folklore popolare le tegole sono sempre in agguato). Che avrebbe potuto finire sotto un tram. Che, infine, l’amico, il familiare, il ficcanaso di turno e anche la maledetta rockstar avrebbero fatto meglio a farsi i cazzi loro.

Dunque, da un punto di vista strettamente statistico, il fumatore ha torto: è più probabile che muoia per un tumore ai polmoni piuttosto che per una tegola in testa. Pare che in realtà non sia così facile venir centrati in pieno, con esiti fatali, da un pezzo di tetto volante. Né da un asteroide, o da un fulmine.

Ma su una cosa non sbaglia di sicuro: detto così, a bruciapelo, non è incoraggiante, ma moriremo tutti.

Probabilmente non ne siamo consapevoli fin dalla nascita, ma a un certo punto della nostra infanzia il pensiero ci entra nella testa, e da allora non se va più.

Gli animalisti potrebbero non prenderla bene – potete mettervi in fila dietro a Lou Reed – ma è pressappoco tutto quello che ci distingue dagli animali.

Un cane si accorge di quando sta per tirare le cuoia, ma se ne accorge quando inizia a star male. Sappiamo tutto degli elefanti e dei loro cimiteri (o meglio, non ne sappiamo un granché, ma anche qua il folklore popolare ci aiuta). Ma pare che siamo gli unici animali così sfigati da sapere che un giorno moriremo anche quando siamo perfettamente sani. Quando ci stiamo divertendo. Mentre giochiamo con la PSIII o mentre facciamo l’amore.

I più drastici affermano che iniziamo a morire nel momento in cui nasciamo.

Tecnicamente non si può dar loro torto.

Ora, se da un lato questa consapevolezza ci ha riempiti di complessi, d’infelicità e di rimedi peggiori del male come il botox, dall’altro non si può negare che siamo quanto meno abbondantemente preavvertiti.

Ci sono persone che pianificano il loro funerale all’età di tredici anni e lo aggiornano e migliorano nel corso del tempo, dalla bara di cristallo al pezzo di Janis Joplin che vogliono durante l’orazione. Poi crescono e la bara diventa di acciaio inossidabile, poi di buon legno, poi di cartone perché è più ecologico, poi di nuovo di legno, ma di betulla, poi comprano una cripta, appena in tempo per vivere altri 39 anni e morire dispersi in mare. In compenso a nessuno viene più in mente un pezzo qualsiasi di Janis Joplin.

Sono i tempi moderni. Abbiamo inventato organizer sempre più sofisticati, non usarli è un peccato.

Eppure, nonostante tutta questa precisione, la gente continua a morire a casaccio.

Un cancro ai polmoni di qua, una tegola in testa di là.

E la morte, tranne rare accezioni, continua a farci una paura fottuta.

Ci spaventa così tanto che dobbiamo utilizzare delle strategie per scendere a patti con l’idea. C’è chi si affida alla buona, vecchia, rimozione e finge semplicemente che il problema non esista. Man mano che la data si avvicina mantenere la finzione diventa sempre più dispendioso, in termini di impegno mentale e talvolta anche di impegno economico.

Alcuni si convincono che la morte non può essere la fine di tutto. L’idea di avere un’anima immortale che dopo la nostra dipartita continuerà a spassarsela gli è di conforto. Alcuni, più moderati, non sono pronti a scommettere sullo spasso eterno, ma la morte li spaventa così tanto da preferire un’eternità di carboni ardenti e forconate nelle chiappe piuttosto che arrendersi all’oblio.

C’è chi medita profondamente sul senso dell’esistenza e chi si butta sul materialismo.

Alcuni, palesemente terrorizzati, pensano che organizzarsi tutti insieme e credere nella stessa verità con fede incrollabile li aiuterà.

L’unica cosa sulla quale siamo tutti d’accordo è che non si può scegliere di non morire.

Ma si può scegliere come morire?

 

In linea generale la risposta dovrebbe essere “no”. Non puoi decidere che non ti verrà un cancro ai polmoni o che non ti cadrà una tegola in testa.

Naturalmente, puoi decidere di lasciare la scena prima che una di queste due cose accada. Insomma puoi decidere di morire prima che il momento non sia più rimandabile.

Le posizioni dell’umanità riguardo al suicidio sono varie più o meno come i punti di vista sulla morte. In occidente, generalmente, non gode di buona stampa. In oriente passa per una fine onorevole.

Qualsiasi siano le opinioni in merito, però, se un uomo in possesso di una sufficiente autonomia di movimento decide di farsi fuori da solo, solo la sfortuna, il caso o una pianificazione imperfetta potranno impedirgli di portare a termine il proprio progetto.

I cristiani lo definiscono “libero arbitrio”, ovvero il dono particolare di Dio all’umanità, la possibilità di scegliere che cosa fare anche quando questo va contro al progetto divino per la nostra specie.

Il libero arbitrio è uno dei concetti più alti e commoventi della dottrina cristiana, oltre ad essere molto adatto a spiegare paradossi dogmatici altrimenti irrisolvibili.

Non solo i cristiani credono nel libero arbitrio.

L’intera umanità è organizzata attorno al fatto che gli uomini devono essere liberi di fare ciò che meglio credono fintanto questo non vada ad interferire con la libertà di scelta di qualcun altro.

Sembrerebbe tutto molto bello, molto democratico.

In realtà quasi tutte le culture non sono a proprio agio con l’idea di gente che si fa fuori da sola qua e là.

In Italia, ad esempio, se uno prova ad uccidersi ma al primo tentativo fa cilecca, può andare incontro a vari spiacevoli inconvenienti.

Per prima cosa qualcuno dirà che quella persona non è in possesso delle proprie facoltà mentali. Se questo qualcuno è abbastanza convincente, l’aspirante suicida può venir ricoverato d’urgenza in un reparto psichiatrico, anche contro la propria volontà, per venir curato della propria follia.

Detta in questo modo, sembra un comportamento estremamente arbitrario ed antidemocratico, ma bisogna anche tenere conto del fatto che ogni anno centinaia di depressi non trattati vengono salvati e restituiti ad una condizione di vita più agevole proprio in questo modo.

Ma ci sono alcuni irriducibili.

Quello che ogni operatore della salute mentale impara a sapere ben presto è che nessuno che voglia davvero uccidersi potrà essere salvato contro la sua volontà, finché è in grado di darsi la morte in un modo qualsiasi.

Una volta che i termini massimi del trattamento sanitario obbligatorio sono decorsi il suicida motivato non avrà alcuna difficoltà a terminare la propria opera.

Anche contro la volontà di tutti gli altri, ben poco potrà fermarlo dal saltare giù da un palazzo o dal buttarsi sotto un treno.

Ovviamente il suicida dotato di senso civico dovrebbe sapere che saltare giù da un palazzo potrebbe essere un rischio per i passanti, o che buttarsi sotto un treno bloccherà le linee per ore, ma non sempre i suicidi sono dotati di senso civico.

Il nostro suicida, quindi, sarà libero di causare gravi inconvenienti alla collettività non perché quello che ha intenzione di fare sia garantito da qualche legge, ma perché, semplicemente, nessuno potrà impedirglielo.

I diritti dei suicidi con una sufficiente autonomia di movimento, in poche parole, sono tutelati dalla natura stessa del mondo.

La collettività può considerare il loro gesto amorale o sbagliato, ma dovrà limitarsi a raccontare la propria opinione ad un cadavere.

La collettività sarà costretta ad ammettere che il suicida di turno era “libero di sbagliare”.

 

A questo punto potremmo fare molti bei discorsi sul concetto di giusto o di sbagliato. Un concetto strettamente umano e strettamente culturale.

La natura non concepisce morale.

L’essere umano, quindi, per natura libero di scegliere, è sempre per natura libero di scegliere ciò che preferisce, giusto e sbagliato che sia.

Trovo che questo punto, per quanto meramente teorico, non vada escluso dalla trattazione.

Vorrei essere più chiara: credo che in una nazione civile dovrebbe essere data a chiunque la possibilità di decidere della propria vita, ma non intendo fare mie argomentazioni facili basate sull’empatia.

Sto immaginando, spero che non vi offenderete, di parlare con un pubblico di perfetti psicopatici, privi per nascita della benché minima forma di pietà.

Potrei utilizzare forme retoriche estremamente convincenti.

Potrei dire: immagina che il tuo corpo sia immobile e dolente. Immagina di provare solo dolore. Immagina di non poterti muovere, immagina che ogni tuo respiro sia deciso, comandato e scandito da una macchina. Immagina di venir toccato da mani che non conosci, di venir lavato da perfetti sconosciuti, di venir nutrito anche quando non hai fame e di avere sete quando vorresti bere. Immagina un mondo buio e ostile. Immagina di essere perfettamente impotente.

Nessuna persona dotata di un minimo di umanità vorrebbe questo per sé o per un altro, ma io non mi sto rivolgendo a loro.

Io mi sto rivolgendo a persone prive di qualsiasi umanità e voglio usare argomentazioni che anche loro possano comprendere.

Io sto dicendo che la nostra natura di esseri viventi, che il solo fatto di essere vivi, implica che noi possiamo esercitare la nostra consapevole libertà di scelta.

Possiamo scegliere di donare tutti i nostri beni ai senzatetto e possiamo scegliere di uccidere il nostro vicino di casa. La facoltà che stiamo esercitando è la stessa.

In entrambi i casi ci saranno delle conseguenze, perché è così che è fatto il nostro mondo, è così che funziona.

Se doniamo tutti i nostri beni ai senzatetto ci saranno alcuni senzatetto che avranno qualche bene in più.

Se uccidiamo il nostro vicino di casa ci sarà un vicino di casa in meno.

Mettendola in termini brutalmente evoluzionistici, l’unico motivo per cui non ci siamo già estinti è che quelli che uccidono i propri vicini di casa sono in numero inferiore rispetto a quelli che non li uccidono.

Le nostre norme sociali derivano dalla necessità di sopravvivere non meno che dal fatto che, da un punto di vista darwinista, risolvere i conflitti utilizzando le parole invece dei fatti è una strategia di conservazione più evoluta, quindi più vincente.

Se due persone litigano e si prendono a male parole, alla fine del litigio ci saranno sempre due esseri umani liberi di moltiplicarsi.

Alla natura la moltiplicazione piace un sacco. O meglio, alla natura della moltiplicazione non frega niente, ma le specie che non avevano l’impulso a moltiplicarsi, dobbiamo desumere, si sono già estinte da un pezzo.

Quindi ecco che la nostra specie a un certo punto ha trovato che darsi delle regole fosse un’eccellente sistema per non soccombere.

Non sempre la soluzione delle regole ha portato ai risultati previsti, ne converrete, ma di fatto ora siamo tutti più o meno concordi nel dire che le regole che ci siamo dati sono più o meno efficaci, o quanto meno dovrebbero esserlo in teoria.

Tra le regole che ci siamo dati c’è anche quella, famosa, che un uomo è libero di fare ciò che vuole finché questo non va a detrimento della libertà altrui.

Abbiamo visto che se un pazzo decide di uccidersi possiamo impedirglielo per il suo stesso bene, purché riusciamo a provare che è pazzo, e che quindi non è in grado di decidere per sé.

Sfortunatamente per i suicidi, di solito, il solo fatto di volersi togliere la vita è considerato un lampante sintomo di follia.

Fortunatamente per i suicidi, finché hanno gambe e braccia nessuno può impedir loro di uccidersi comunque.

Le persone che non hanno gambe e braccia, e magari non sono neanche coscienti, questa fortuna non la hanno.

Possono soltanto sostenere di aver deciso della propria vita in un momento in cui erano in possesso delle loro facoltà mentali, ed affidarsi a qualcun altro. Possono sostenere che la loro scelta non lede la libertà di altri. Se avessero gambe e braccia potrebbero fottersene della libertà degli altri e magari venire puniti, ma il legislatore giustamente decreta che non si possa punire uno privo di gambe e braccia, e magari persino della coscienza. Non più di quanto sia già stato punito.

Quindi, chiaramente, le nostre norme hanno ben ragione di impedire a queste persone prive di coscienza di commettere dei crimini verso gli altri – e tra l’altro è una legge magnifica, che possiamo far rispettare praticamente a costo zero.

Ma se queste persone non stanno interferendo con la libertà altrui, mi verrebbe da pensare, che motivo abbiamo di impedir loro di fare quanto desiderano?

Psicopatici all’ascolto, mi state seguendo?

 

E ora voi altri, che psicopatici non siete. Siete persone dotate di empatia, di etica, di convinzioni morali.

Avete paura della morte, come l’abbiamo tutti.

Vedete che sta arrivando.

Avete trovato dei modi per affrontare questo problema, o quantomeno per aggirarlo elegantemente.

Forse credete in un aldilà. Forse credete di dovervelo meritare. Forse il vostro credo non vi consente di lasciare questo mondo a cuor leggero, quando vi gira. Forse siete intimamente convinti di dover sopportare tutto con stoicismo. Forse l’idea di essere completamente impotenti, in un mondo buio e ostile non vi spaventa quanto quella di essere lontani dalla luce della vostra divinità.

Ho una buona notizia per voi: nessuno ve lo impedirà.

Ho per voi il massimo rispetto. Pur non credendo in Dio, pur essendo convinta che l’umanità possa vivere benissimo con un’etica laica, mi piace il vostro concetto di libero arbitrio. Lo trovo straordinariamente efficace.

Lo trovo molto bello, lo sento molto mio.

Non siete psicopatici, voi siete persone intere.

Persone dotate di empatia.

Persone che hanno delle convinzioni morali.

Persone che credono che gli uomini siano liberi di scegliere, persino di sbagliare. Che sia un loro diritto inalienabile.

Non sto parlando con voi.

 

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Paolo Raffaelli ha detto:

    Rimango a bocca aperta quando scrivi queste cose. Inutile dirti che sono profondamente d’accordo

  2. sraule ha detto:

    grazie.
    (puoi chiudere la bocca, ora)

  3. Nadia Vandelli ha detto:

    Adesso però non tentare di farmi credere che è una laurea e una specializzazione a far di te lo speciale essere umano che sei.
    Nadia

  4. Nadia Vandelli ha detto:

    Speciale e specializzazione: perché quando mi emoziono scrivo di m…?
    Comunque, hai capito.

  5. sraule ha detto:

    in realtà, credo che una laurea e una specializzazione abbiano fatto di me un essere abietto. 🙂

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