Non è da oggi che rifletto sul mondo del fumetto. In qualche misura, gli elenchi, ironici, di difetti dei due post precedenti fanno parte di queste riflessioni.

Ma ce ne sono altre, meno ironiche. Sono riflessioni che non riguardano il mercato, strettamente parlando. Del mercato si occupano ogni mesi decine di siti, di blog, di formu. Se ne discute su Facebook, gli autori ne parlano tra loro durante le interminabili cene che sono il loro marchio di fabbrica.

Insomma: sappiamo tutti come sta messo il mercato.

Quello di cui si parla poco è di come stanno messe le storie. Quando dico che se ne parla poco, ovviamente, intendo che se ne parla poco in modo serio. Su internet (e, sì, alla famose cene) c’è pieno di discorsi sulle storie. Sono discorsi per lo più triti, nostalgici o imprecisi, che si possono riassumere tranquillamente col Primo Assioma del Nerd (The Book Was Better). In ambito fumettistico il primo assioma è “dieci anni fa era meglio”, “vent’anni fa era meglio”, “trent’anni fa era meglio” – a seconda dell’età di chi parla.

Segue una sbrodolatura priva di autentici punti di riferimento su Ken Parker, Sandman, e, se chi scrive ha l’età giusta, Moebius.

Ora, sbrodolare è bello, sono d’accordo. E anch’io ho fatto parte della schiera “ah, i bei tempi d’oro”. Citare le storie belle che vendevano tanto forse ci rassicura sulla bontà di base del genere umano, non so.

Certo è che questo tipo di discorso è sterile.

Quindi, perché non si parla delle storie in termini seri e fattivi?

In parte c’è la nota reticenza degli autori a criticare il lavoro di altri autori. Non si tratta di un fenomeno rilevante, ma è bene citarlo. Troverete autori che discendono la china “ah, i bei tempi andati”, troverete autori che esprimono concetti generici come “non ci sono più le storie di una volta”, ma non troverete autori disposti a dire “quel fumetto lì (titolo testata) fa cagare per questo, questo e quest’altro motivo”.

L’esercito dei commentatori trova che questa, da parte degli autori, sia una posizione pavida. L’autore, da parte sua, la trova una posizione educata.

Dicevo che questo fenomeno, però, non è rilevante. Perché?

Per vari motivi: la critica non dovrebbe essere delegata agli autori, le critiche (cosa diversa, quindi) non servono a modificare la situazione, quello che gli autori dicono non influisce sul mercato (o lo fa in proporzione tendente allo zero).

C’è poi la questione dei numeri.

Fumetti incredibili esistono tutt’ora. Il problema sta per lo più nei numeri (delle vendite) e nella portata del fenomeno (quindi dell’impatto sull’immaginario collettivo). Sono questi i due punti dolenti.

E questi sono due punti che riguardano da vicino gli autori e le case editrici. Entrambi.

Ma facciamo un passo indietro: parliamo delle storie.

Che tipo di storia manca, in questo momento, a livello globale? Non sto parlando di generi, di formati o di tematiche. Abbiamo storie di tutti i generi, in ogni formato, che toccano le tematiche più svariate. Eppure, non riescono a incidere sull’immaginario collettivo. Sto parlando di altro, quindi, di qualcosa di più sottile. Quello che ci manca – e ci manca veramente – sono storie ambiziose.

Ho detto “ambiziose”, non “presuntuose”. Le storie presuntuose non ci mancano, grazie. E, come ho già detto, non ci mancano neanche le belle storie. Eppure, negli anni ’10 (ma anche nei 2000 non eravamo messi meglio), mancano le storie che parlino di cose non banali a tante persone.

In Italia, lo sappiamo già, abbiamo una bella statistica binomiale. Da un lato le storie che leggono tutti, quelle a grandissima diffusione (sì, sto parlando dei Grandi Editori), dall’altro le storie che non legge quasi nessuno, a diffusione ridotta (sì, sto parlando di Piccoli Editori, autoproduzioni, graphic novel a media tiratura…).

Le prime sono storie che hanno abbandonato da tempo la maggior parte delle ambizioni. Sono storie solide, scritte e disegnate con professionalità, con degli standard qualitativi ben precisi, il cui potenziale d’innovazione è puramente stilistico (e solo di rado).

Le seconde sono storie più presuntuose che ambiziose, di qualità talvolta eccelsa, che raggiungono una minoranza fortunata (e colta) di lettori.

Chiariamo: non vorrei sembrarvi assisa su un seggio d’avorio. Personalmente, scrivo una maggioranza di storie presuntuose per lettori colti e citazionisti e una minoranza di storie prive di ambizioni nel modo più professionale possibile. Cerco di dire qualcosa in ognuna, come credo che facciano anche gli altri. Credo in ognuna, come penso facciano anche gli altri.

D’altro canto, le grandi casi editrici, in questo momento economico, non si possono permettere di investire su progetti ambiziosi. Non sono in grado di scommettere alla cieca su storie che il pubblico potrebbe amare, ma anche ignorare.

Se in DC, adesso, Garth Ennis portasse Preacher chi lo sa che cosa succederebbe? Se, prima di Preacher, The Sandaman avesse venduto di merda, chi lo sa che cosa sarebbe successo?

Come sceneggiatori, dobbiamo vivere con una frustrante consapevolezza: in tutto il mondo, c’è solo un autore a cui è concesso fare tutto, che vende sempre e che, per di più, si permette di essere anche fuori come un melone.

Quell’autore non è arrivato lì proprio per caso, ma ha certo avuto anche un po’ di fortuna. Oltre che un incredibile talento.

La fortuna è stata quella di essere nato nel momento giusto, di aver lavorato con le case editrici giuste nelle congiunture più favorevoli, di aver trovato fan in quelle stesse case editrici e di aver presto fatto abbastanza soldi da potersi autoprodurre quel che voleva – e guadagnarci sopra.

Ma è UN caso. Singolo.

Naturalmente, ci sono altri grandi autori che possono fare quello che vogliono. Ne abbiamo qualcuno anche in Italia. Per qualche ragione, però, non vogliono.

E, altra percisazione importante, non sto dicendo che dovrebbero. Nessuno è obbligato a essere grande. Si tratta, come minimo, di un lavoro full-time dai costi personali elevati.

Quindi che cosa stiamo aspettando, come lettori di storie? Una storia grande, ambiziosa; un autore in grado di scriverla o disegnarla e disposto ad accettare l’onore e l’onere di farlo; un editore disposto ad accettare l’azzardo di pubblicarla?

Probabilmente, tutti e tre.

E possiamo metterci comodi, mentre aspettiamo? Forse sì. O forse no. Chi può saperlo? Di certo non io, che sono generalmente poco informata.

Nel frattempo ci restano un sacco di ottime storie. Non perdiamoci in discorsi futili sui bei tempi andati: facciamone tesoro.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Carolina scrive:

    A proposito di critiche costruttive, ecco come un’outsider ingenua come me ha violato il patto implicito tra fumettisti medi a cui Susanna fa riferimento, e cioè: “tu mi fai i complimenti per la mia storia, io ti ringrazierò con falsa modestia”.
    La storia è questa:
    Tempo fa un autore e disegnatore di fumetti mi chiede l’amicizia su fb e mi invita a incontrarci per due chiacchiere a Lucca Comics. Accetto l’amicizia, gli dico che purtroppo a Lucca non ci sarò, ma siccome ho letto un suo albo che mi è pure piaciuto ne approfitto per dirgli tutto quello che ho apprezzato (diverse cose), ma faccio l’imperdonabile errore di fargli una e una sola critica. Siccome ritenevo che il punto debole fosse una certa retorica (a tratti anche pateticità) nell’atmosfera della storia e in alcuni passaggi del testo, e siccome il fumetto mi è piaciuto davvero, gli ho scritto che l’unica cosa che secondo me mancava a quell’albo per essere un autentico gioiello fosse un po’ di ironia, un po’ di cazzaronaggine. Risultato: NON MI HA PIU’ RISPOSTO. Ma magari io sto qua a lavorare di dietrologie e forse invece è solo morto. Teniamo conto di questa possibilità e non tiriamo le somme troppo affrettatamente.

  2. sraule scrive:

    No, non è morto. 🙂
    In realtà non hai rotto nessun patto. Io ho sempre detto tutto quello che pensavo agli altri fumettisti, però in privata sede. Mai sul blog, non mi sembrava carino.
    Con qualcuno ci ho anche litigato, poi, però, ma mica si può avere tutto 🙂

  3. Armando Rossi scrive:

    È che gli autori sono permalosi. permalosissimi. punto.

    • Nadia Vandelli scrive:

      Quoto Armando ma, onestamente, io che scrivo esclusivamente per portare a casa due soldi, ogni volta che qualcuno mi ha criticato senza alzare il mignolino e nasino alla francese ho ascoltato e risposto. Ciò non vuole dire che mi sia fatta minimamente influenzare: cortesia per tutti, ma sempre con riserva (editor a parte).
      Le belle storie… Non lo so. Credo che in giro ci sia DAVVERO roba buona, ma non è necessariamente quella più visibile. Poi è anche vero che non tutti percepiamo la bellezza allo stesso modo.E i gusti son gusti (ti risparmio il finale con le attività della gatta, ma solo perché ti stimo.
      Nadia

  4. sraule scrive:

    Ma io amo i gatti. Le attività della gatta mi interessano un casino.

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