Approfitto dell’intervento – largamente, ma non completamente – condivisibile di Michela Murgia e della discussione sul blog di Tito Faraci per fare un paio di considerazioni sull’editoria a pagamento.

Ultimamente mi trovo facilmente nella posizione del bastian contrario. Sarà destino.

E così, lasciatemi spezzare una lancia in favore di quello che ormai sembra diventato il Nemico Pubblico Numero Uno: l’editore a pagamento. E anche l’autore a pagamento non gode di migliore stampa.

Vorrei partire da un paio di aneddoti. Immagino che sia l’età che avanza.

Il primo riguarda L’ombra del commissario Sensi e la sua vita pre-pubblicazione. Partiamo dal manoscritto, okay? Un manoscritto del quale non sapevo bene che cosa fare. Il mio (ora ex) agente non si stava rivelando utile in alcun modo e non sapevo bene se buttare via il manoscritto o che cosa.

Pensai di inviarlo a una casa editrice medio-piccola, della quale, molto probabilmente, farei meglio a dire il nome. Una casa editrice non a pagamento, o così credevo. Ricevetti una risposta dopo una settimana secca, cosa che mi avrebbe già dovuta insospettire.

La risposta, telefonica, era sulla falsa riga del “sì, sì, molto bello, ma secondo noi dovresti cambiare il finale”. Intendiamoci, una richiesta di questo tipo è del tutto lecita. La mia risposta fu: “Okay, allora no, grazie lo stesso”. Lecita anche quella, direi.

A quel punto arrivò la controproposta, molto meno lecita: “Va be’, se non vuoi cambiare il finale, però, capisci, ci assumiamo un rischio e, ecco, allora dobbiamo chiederti un contributo.”

Non riporterò la mia contro-risposta per non offendere la sensibilità dei più giovani, ma potete immaginare quale fu.

Questo per quanto riguarda i più abietti produttori di carta pronta per il riciclo.

Ma siamo obbiettivi: accanto alle etichette che utilizzano metodi pirateschi come quello che ho appena descritto, ce ne sono anche molte altre che spiegano chiaramente qual è la loro funzione: impaginazione, tipografia e minima distribuzione nelle librerie della zona.

Ora, sarà anche vero, come dice la Murgia, che la vanity-press occupa spazio prezioso sugli scaffali delle librerie, ma, sarò maligna, se in quegli stessi scaffali c’è posto per le ricette della Parodi, per le agende e per una quantità di altri oggetti che ben poco hanno a che fare con il piacere della lettura, forse si può trovare un piccolo posto anche per la vanity-press.

Vanity-press che, per lo più, non viene prodotta da sedicenti guru incompresi della letteratura, ma da persone che vogliono distribuire la loro opera tra i propri concittadini. Che sia per vanità o per altro non è di immediato interesse.

Talvolta, si tratta di scritti particolari su argomenti particolarissimi. E per particolarissimi intendo il trattato sull’uso del lievito naturale nella preparazione della torta di zucca, la cronologia delle modifiche al fonte battesimale di Piccolo Paese, o il diario di una puerpera slovacca del XV secolo. Tutti argomenti privi di interesse generale, ma non per questo privi di interesse tout court.

A proposito di vanity-press, degli amici di mia madre, dopo una permanenza di un paio d’anni in Cina, hanno raccolto in un volume le e-mail con le loro impressioni. E’ una lettura esilarante e istruttiva, per quanto, lo ammetto, priva di interesse generale, dato che esistono già moltissimi libri di viaggio sulla Cina.

Agli amici di quella coppia, tuttavia, ha fatto molto piacere avere un’edizione rilegata delle loro e-mail, che erano davvero acute e divertenti.

Questo era solo per dire che l’umanità è varia, la letteratura imperfetta preziosa, la pubblicazione non è un diritto, ma l’autoproduzione è libera e che ognuno, in definitiva, può fare un po’ quel che gli pare.

Non credo che le vendite dei miei libri saranno influenzate negativamente dalla compresenza, nella stessa libreria, di “Cento modi utili per tosare una pecora” e se dovesse succedere questo meriterebbe una riflessione molto approfondita da parte mia.

Quindi, ecco, alcune volte nel buon vecchio “vivi e lascia vivere” non c’è niente di male.

Detto questo: no, non vi passerò il contatto e-mail di nessun editor, nel “vivi e lascia vivere” è compresa anche la richiesta di lasciar vivere me.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Ettore scrive:

    Che dire, ti adoro.

    • Nadia Vandelli scrive:

      Non credo che il problema (oh, sia chiaro: io me la meno che sia un problema, mica vuol dire che agli altri debba fottergliene qualcosa!…) siano le pubblicazioni di nicchia: anzi, i piccoli saggi sulla forgiatura dei metalli del primo Novecento in quel di Comacchio, sono fondamentali per chi scrive e vuole rendere habillé (si vede che non mi ricordo come si scrive?) i propri testi. Quello che mi fa impazzire sono libri messi magari in evidenza, di “pura” narrativa, pronti a venire aperti e sfogliati, sbrodolando l’incauto d’errori da terza elementare, refusi di composizione puri e semplici e una cronica mancanza di editing. Io ho pubblicato tre libri, di cui due commissionati direttamente dall’editore-pagati cash- che mi ha utilizzato come scrittore fantasma, e mi sento sempre insoddisfatta del prodotto finale (a ragione, credo),rancorosa per la mancanza di quel controllo tecnico che rallenta la mia crescita. Il fatto che questo accada anche con editori NON a pagamento é ancora più triste. Poi ognuno fa quel che vuole, ma se devo investire del capitale lo faccio per promuovere le mie cose all’estero.

  2. sraule scrive:

    Sicuramente, Nadia. Io la penso come te, su questo. Ma se qualcuno decide di investire i suoi soldi così non vedo il problema. Per me, di certo non c’è.

  3. alias scrive:

    E io che pensavo di spulciarti il nome di qualche editor..ehehhhe…e vabbè…mi arrangerò da solo. Ho letto anche io il post nel blog della Murgia e le sue parole sono dure, forti e taglienti e credo anche irritanti per la loro onestà spietata. Ma non so com’è io la vedo come te. In libreria, pubblicate da importanti case editrici a tiratura nazionale, c’è davvero di tutto. Mondezza compresa. E se qualcuno vuole auto-pubbliccarsi una raccolta di anedotti famigliari….e vabbè…cosa sarà mai?

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