Nel quale gli addetti ai lavori passano metà del loro tempo a parlare del vil denaro. Una volta lo facevano tra di loro, ora lo fanno su internet, in lungo e in largo.

Dico “del vil denaro” perché poi, alla fine, il discorso inizia e finisce sempre lì, ma è chiaro che gli argomenti sono un po’ più eterogenei.

Non starò a farvi il riassunto o a segnalarvi link. Se vi interessa, conoscete già tutto. Se non vi interessa, vi risparmio. Prego, non c’è di che.

Iniziamo col dire che “il vil denaro”, per quanto mi riguarda, è tutt’altro che vile. Non solo mi piace essere pagata per il mio lavoro, non solo credo che sia giusto che mi paghino per il mio lavoro, ma ho anche bisogno che mi paghino per il mio lavoro, dato che al supermercato non capiscono che mi devono regalare il cibo.

E’ così irragionevole, da parte loro? Ed è così irragionevole, da parte mia?

Ora, pare che ultimamente siano tutti d’accordo con me.

Non vi preoccupate, sono momenti.

Come tutte le idee che pian piano prendono piede, anche questa del diritto alla retribuzione poi passerà. Per il momento è molto in auge.

Prima o poi tornerà di moda la cara, vecchia “la gavetta è importante” e saremo punto e a capo.

Per il momento, però, il trend generale sembra essere diventato “la gavetta non esiste”. Il che, lo dico con una certa tristezza, è una di quelle iperboli tanto care a noi fumettisti.

Se, negli anni passati, abbiamo osservato, con vago sconcerto, un’ondata di veri appassionati consumati dal fuoco dell’arte (da cui l’assioma “il fumetto è per gente ricca di famiglia”), ora sembra emergere una nuova generazione di mercenari prezzolati che, appena usciti dalla scuola dei comics di appartenenza, sono pronti a mettersi sul mercato al prezzo più vantaggioso e strettamente per il soldo.

Ovviamente, nell’attuale congiuntura finanziaria, il nuovo motto “o pagamento o morte” rischia di fare un certo numero di vittime.

Il fatto è che, come al solito, abbiamo poco discernimento e tendiamo ad assolutizzare.

Infatti, nell’editoria italiana (e, in qualche misura, anche estera) la distribuzione dei carichi di lavoro è sempre più binomiale. Da un lato ci sono le major, mitica Shangri-Là per qualsiasi esordiente. Dall’altro c’è la piccola editoria, sempre più in affanno.

Le major, che sentono la crisi come tutti gli altri, sono molto restie a far esordire nuovi fumettisti. Hanno un parco di consolidati professionisti che lavorano per loro – e pare che non stiano andando in pensione abbastanza in fretta. Non sono molto interessate a investire sul nuovo, perché in questa situazione di crisi per loro è troppo rischioso.

Ora, so che ad alcuni piace pensare che questo non sia vero. So che ad alcuni piace l’idea della major che sperimenta cose nuove. E’ qualcosa che in passato hanno fatto con estrema parsimonia e che ora non stanno facendo affatto.

Prima che qualcuno mi porti i prevedibili esempi del contrario, lasciate che io faccia chiarezza: Roberto Recchioni non è un nuovo autore. E’ un autore che lavora da quindici anni (più o meno). Quando Eura ha iniziato a produrre John Doe (circa un decennio fa), stava investendo sul nuovo. Oggi, Bonelli investe sul sicuro.

Potrei fare altri esempi di come l’editoria mainstream, in questo periodo di crisi,  non stia mettendo alla prova pressoché nessun nuovo nome, ma, ancora una volta, vi risparmio. Conto sul fatto che abbiate capito il mio punto.

(Il che non significa che non escano o non possano uscire cose nuove: il cane vecchio è perfettamente in grado di imparare nuovi trucchi, a quanto pare.)

In questo panorama difficile, quindi, l’esordiente, armato del suo nuovo motto “o pagamento o morte” rischia di perire miseramente. Il che non è per forza un male. E’ la selezione naturale, in un certo senso. In condizioni ambientali ostili, la specie si assottiglia o evolve.

E questo è esattamente il punto a cui volevo arrivare. Evoluzione.

Dato che gli sbocchi ai lavori ben remunerati sono scarsi, il fumettista, esordiente e non, deve trovare altri sbocchi professionali.

Le tendenze sono tre, gerarchicamente organizzate o quasi:

1) autoproduzione.

Una tendenza che, specie nell’ultimo periodo, ha dato ottimi risultati. Penso ai lavori di Makkox, di Davide La Rosa e Vanessa Cardinali, di Ausonia, delle autoproduzioni avanzate Double Shot e del gruppo Crazy Camper.

Per “ottimi risultati”, chiaramente, s’intendono delle vendite stra-buone durante le fiere e molto meno buone per i canali distributivi (qua bisognerebbe aprire un altro capitolo ma, indovinate?, vi risparmio).

L’autoproduzione ha qualche vantaggio: a) fai esattamente quello che vuoi (il che significa anche che sei responsabile di quello che fai), b) se sei un fumettista con un tuo nome, ti consente di restare sul mercato senza perderci dei soldi, c) se sei un esordiente ti consente di realizzare un lavoro “vero” che poi usare come biglietto da visita (se è buono). L’autoproduzione ha anche un’altra caratteristica: se fa schifo, muori affogato dai debiti – ritorniamo a Darwin.

C’è poi la

2) piccola editoria.

Che sta inguaiata, ma di brutto. Per il fumettista non ci sono spese vive, ma sta lavorando praticamente gratis. I compensi sono così irrisori da rendere mediamente più redditizia l’autoproduzione. Visto che non tutti hanno i soldi per autoprodursi, però, i piccoli editori possono aiutarli. Alcuni piccoli editori hanno anche degli uffici-stampa decenti. Quindi danno una certa visibilità. C’è poi la cura editoriale che mettono nelle opere (alcuni). Il lavoro di editing. La soluzione piccola editoria sta diventando, in poche parole, una soluzione più elitaria dell’autoproduzione.

Infine,

3) Non-so-nemmeno-come-chiamarlo.

Il concetto è questo: io disegnatore o sceneggiatore, senza un euro da investire, trovo qualcuno che autoproduce, gli affido il mio lavoro e spero di

a) crescere professionalmente, oppure,

b) farmi notare da qualcuno.

E’ quel che un tempo andava sotto il nome di “gavetta” (ma abbiamo detto che non esiste più).

Questa terza opzione, dicevamo, è, al momento, ampiamente demonizzata. La demonizzazione non è senza motivo, dato che può capitarti davvero facilmente di essere fregato, manipolato e sfruttato, per di più, generalmente, in perfetta buona fede.

L’opzione 3b, inoltre, funziona molto poco. Restano, però, i vantaggi a) e c) del punto 1).

Certo, occorre scegliere con grande oculatezza i propri compagni di letto – norma saggia in quasi tutte le circostanze – ma, se sei un fumettista esordiente e squattrinato, può essere un’opzione. Puoi veramente incontrare qualcuno che ti faccia crescere dal punto di vista professionale. Puoi veramente fare un buon lavoro, soddisfacente per te. Ma, ricorda: se cerchi di salire sulle spalle di qualcuno più grande di te, è molto probabile che a un certo punto quel qualcuno ti scrolli via.

Infine, c’è sempre l’ultima soluzione.

E’ importante ricordarci che esiste, tutti:

NON TE L’HA ORDINATO IL DOTTORE DI FARE FUMETTI.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. The Passenger ha detto:

    Sono in gran parte d’accordo con te ( a proposito non ci conosciamo, sono Christian il responsabile di Passenger Press, noi ci autoproduciamo con molta cura dal 2007) …..mi è piaciuta la tua storia su Erotico Nero . Ciao

  2. sraule ha detto:

    Ciao Christian. Sapevo che avrei lasciato fuori qualcuno, dal mio parzialissimo elenco!

  3. Driller ha detto:

    Direi che hai inquadrato bene la situazione, anche per uno che, come me, non fa parte di questo mondo.
    Io comunque una ricetta del medico cel’ho, che mi dice di fare fumetti… ma preferisco scrivere storie 😉

  4. sraule ha detto:

    il tuo medico dev’essere un personaggio particolare.

  5. Fabrizio Spinelli ha detto:

    “…da cui l’assioma “il fumetto è per gente ricca di famiglia”…”

    E’ quanto di più realistico abbia mai letto negli ultimi anni… E aggiungerei, soprattuttto nel bel Paese.

    Non è sempre vero, sia ben chiaro, e ne conosco di gente che ha mangiato pane e pane per arrivare dov’è ora, ma la percentuale è fottutamente bassa…

    Poi magari tu eri ironica, e io ho travisato… oppure sei ricca di famiglia! 😀

    • sraule ha detto:

      ah-ah, decisamente no! ma di certo, quelli ricchi di famiglia partono avvantaggiati. come in tutti gli altri campi, ovvio.
      nel fumetto, c’era un periodo in cui sembrava che fosse l’unica possibilità.
      poi, in realtà, sono emersi quelli affamati, come al solito.

      • Fabrizio Spinelli ha detto:

        Il fatto è che il fumetto, come tutte le forme d’arte, richiede studio e applicazione…e giacchè non viviamo nel medio evo dei mecenati, spesso solo chi può permettersi 5/10 anni di “apprendimento” riesce ad avere o acchiappare al volo certe opportunità.

        Un po’ la stessa cosa che succedeva 40 anni fa per chi voleva frequentare l’università…

  6. Fabrizio Spinelli ha detto:

    …Aggiungerei, poi, che molti di quelli (e ne ho frequentati parecchi) che demonizzano le pratiche attuali (in alcuni casi sono oggettivamente ignobili) 20 anni fa avrebbero fatto esattamente quello che fanno gli esordienti di oggi…

  7. Turel Caccese ha detto:

    D’accordo al 99%, ci sarebbe da aprire una parentesi (parlando di evoluzione) sulle nuove app e le loro funzionalità sfruttate 😉

  8. pic ha detto:

    Susi questo nuovo Blog mi fa stranissimo.
    Comunque secondo me il punto di vista è sensato e io aggiungerei che si è perso di vista l’obbiettivo ultimo: “RACCONTARE STORIE”. Io continuo a leggere sempre la stessa da anni, o sono gli editori che non sanno leggere o sono gli scrittori che non sanno scrivere o sono i lettori che si sono appiattiti. Io credo che i “professionisti” pagati per raccontare dovrebbero fare uno sforzo in più perché se uno vuole leggere qualcosa e non solo sfogliare pensando alla bolletta del gas o a non inciampare mentre cammina oppure al fatto che non c’è più cartaigienica, deve andarsi a spulciare i fumetti autoprodotti oppure pescare nei fumetti del nonno. Se nel processo evolutivo del MERCATO DEL LAVORO un editore ricominciasse pure a investire su chi ha pure della roba da raccontare, non sarebbe male. Possibile leggere sempre la stessa storia? Non si può proprio.

  9. sraule ha detto:

    questo è un altro discorso. su cui sono d’accordo, e lo sai.
    in parte è collegato, ovvio. fa parte della scarsa disponibilità degli editori mainstream a proporre cose nuove. era già un fatto raro prima della crisi. ora sta diventando rarissimo.
    anche realtà molto novelty-oriented, come la DC, si sono un po’ arroccate sulle loro posizioni.
    c’è poi anche quella famosa generazione di autori mercenari che è molto (forse troppo) pronta a trasformarsi in un esercito di yes-man. ad appiattirsi per mangiare, insomma.

    • Fabrizio Spinelli ha detto:

      Personalmente non ci trovo nulla di male negli Yes-Man che si appiattiscono per mangiare.

      Il problema è che negli ultimi anni (non solo nel fumetto) gli Yes-man si sono convinti di essere anche latori di conoscenza e di valori…

      Io ho una famiglia, lavoro solo io e siamo 4. Non avrei nessun problema ad appiattirmi per sfamare la mia famiglia. Ma non farei la morale a nessuno 🙂

    • pic ha detto:

      Secondo me i discorsi sono profondamente legati. Nel senso che se non mi leggi vuol dire che non mi compri, il che vuol dire che se non mi compri non mi paghi, il che vuol dire che io editore non posso pagare te che hai scritto sempre la stessa storia che ha stufato i lettori che non hanno più voglia di leggere fumetti noiosi e che quindi non comprano e quindi non pagano e di conseguenza gli editori non hanno vabbò hai capito, insomma ce n’è sempre di meno per tutti.

  10. Luca Erbetta ha detto:

    In realtà, quello che una volta era chiamato “fare la gavetta” voleva dire, principalmente, andare a lavorare a bottega, cosa che adesso per vari motivi non si fa più.

  11. sraule ha detto:

    @fabrizio: be’, diciamo che mi puoi insegnare come si fa quella cosa lì. neanch’io ho niente contro i lavori alimentari. basta intendersi. e farli con onestà.
    @pic: infatti.
    @luca: il punto è che, in un certo senso, si fa. uno che lavora gratis in un progetto ideato da un professionista lo sta facendo. bisogna capire se la sua fiducia è ben riposta e se veramente sta imparando qualcosa o se sta solo cercando di diventare un clientes, come nell’antica roma, di quel professionista. quest’ultimo tentativo, al di là di qualsiasi valutazione moraleggiante, in genere è semplicemente inefficace.

  12. nomad ha detto:

    Ottima analisi, come sempre 🙂

  13. enzofurfaro ha detto:

    Brillante intervento, di cui condivido praticamente tutto.
    Bellissima l’analogia con la selezione naturale 🙂
    [Piccolo appunto tecnico: al posto del link a Crazy Camper hai inserito un altro link a Double Shot…]
    C’è un’altra questione di cui si parla poco: negli ultimi anni la facilità di contatto(dovuta principalmente al web) ha creato uno strano paradosso, mi sembra.
    Distinguiamo due categorie fittizie altrimenti non riesco a spiegarmi: ci sono i ‘principianti’ (cioè persone troppo immature nel disegno per poter essere pubblicabili) e gli ‘esordienti’.
    i principianti sono tantissimi, forse dieci volte più degli esordienti. E’ una categoria che comprende tutti gli iscritti alle scuole di fumetto/accademie/chiunque altro voglia fareforseungiorno fumetti. Gli esordienti sono quelli che già da un po’ di anni si sbattono ecc…diciamo che sono quelli che stanno facendo la gavetta e che potrebbero essere pubblicati a breve o lo sono già stati in passato.
    La facilità di comunicazione(mail/facebook e quant’altro+contatto diretto alle fiere) con gli editori fa in modo che negli ultimi anni MOLTI principianti continuino a proporre i loro lavori a editori et simili, non rendendosi conto a volte della loro imbarazzante immaturità nel disegno.
    Questo crea un continuo afflusso di mail agli editori…che quindi hanno difficoltà a rispondere SIA ai principianti SIA agli esordienti.
    E addirittura problemi a VISIONARE i lavori!
    Questa secondo me potrebbe essere una delle cause-oltre a quelle già citate nel tuo post- per cui molti editori non investono sui giovani…sono troppo assillati! E hanno finito per sviluppare-giustamente-una sorta di fastidio verso l’esordiente, il quale potrebbe essere l’ennesimo scocciatore.
    Non pensate?

    • sraule ha detto:

      Capisco perfettamente il tuo punto – e condivido la tua analisi – ma non sono d’accordo. Se sei un editore il tuo compito è rispondere a tutti, maturi e immaturi, gentilmente, professionalmente e nel minor tempo possibile.
      Se lo facciamo (si spera) noi che editori non siamo, perché non dovrebbero farlo loro, che hanno tutto l’interesse a trovare nuovi autori?

  14. Brakkababum ha detto:

    Ma sempre Recchioni bisogna tirare in ballo? ma chi è? Dio?
    Tu e Roberto siete due autori capaci solo di fare i dandy a parole, ma in realtà scrivete solo delle storie ridicole e stereotipate. Siete uguali agli altri, anche voi scrivete per mangiare, quindi la tua critica decade a prescindere. Scrivete per passione? bene, trovatevi un altro lavoro e dedicatevi alla scrittura nel tempo libero. Invece parli come se solo te, Recchioni ed altri “eletti” aveste il diritto di scrivere per mestiere.
    Se l’evoluzione siete voi, per me il mondo del fumetto può anche morire domani.

    • sraule ha detto:

      Ti risponderò per punti, ma non apprezzo il tuo tono.
      1) “Ma sempre Recchioni bisogna tirare in ballo? ma chi è? Dio?”
      Ho citato lui perché è lui che sta facendo la prima serie a colori Bonelli (se escludiamo alcune eccezioni) e già mi aspettavo che qualcuno lo citasse per dimostrare che le major investono sul “nuovo”. Facevo giustappunto notare che non è un “giovane autore”.
      2) “Tu e Roberto siete due autori capaci solo di fare i dandy a parole, ma in realtà scrivete solo delle storie ridicole e stereotipate. Siete uguali agli altri, anche voi scrivete per mangiare, quindi la tua critica decade a prescindere.”
      Prescindendo dal fatto che io e Roberto siamo due persone distinte e separate – e neanche molto simili per weltanschaaung, stile di scrittura e, specialmente, vita professionale – non capisco quale sia la mia critica che decade a prescindere. No joke, non ho proprio capito qual è la critica di cui parli e che io avrei fatto. Certo che scrivo per mangiare, e quindi? Questo è un post su quelli che scrivono per mangiare o che vogliono farlo.
      Poi, sai, non è elegante chiedere di entrare nel merito, ma te lo chiedo lo stesso. Potresti dirmi quali sono le mie storie “ridicole e stereotipate”? Giusto per capire, ognuno ha le sue opinioni.
      3) “bene, trovatevi un altro lavoro e dedicatevi alla scrittura nel tempo libero. ”
      Ecco, questa non l’ho capita. Parliamo di me, visto che abbiamo detto che io e Roberto siamo due entità separate: perché dovrei trovarmi un altro lavoro e scrivere gratis? Aldilà del fatto che ho già un altro paio di lavori, perché non dovrei venir pagata per quello che faccio?
      4) “Se l’evoluzione siete voi, per me il mondo del fumetto può anche morire domani.”
      L’ho scritto da qualche parte? In realtà ho scritto il contrario: che Roberto NON E’ un nuovo autore. E neanche io sono tanto nuova, fidati.

  15. RRobe ha detto:

    Io scrivo per mangiare.
    E disegno per digerire.
    E me ne vanto.

  16. madpack ha detto:

    Complimenti, io li leggo i fumetti, a quintali e mi è piaciuta la trattazione dell’argomento che hai fatto nel post.

  17. Nadia Vandelli ha detto:

    L’unico modo per uscirne vivi (e nel frattempo crescere professionalmente) è non dipendere economicamente o psicologicamente dal riconoscimento del nostro talento. Dalle nostre parti mangiare di scrittura o di disegno è una roba che sfiora il miraggio estivo, ma NON E’ IMPOSSIBILE. Se si è disposti a scendere a compromessi sul lavoro che ci può dare il minimo destinato a sostentare corpo e mente, mentre curiamo il bonsai della nostra creatività, SI-PUO’-FARE!!!! E comunque meglio rompersi il culo cercando di non darlo via per poco, o per quel nulla che equivale a una promessa di “visibilità”: meglio rischiare con le autoproduzioni, piuttosto che con editori che non distribuiscono (i motivi non voglio discuterli, perché a me -ipotetico autore- non interessano, visto che non ho voce in capitolo), non riescono a vendere e di conseguenza NON PAGANO. Hai ragione quando dici che adesso l’ossessione argomentativa “lavoro quindi devo ricevere mercede” (per qualcuno anche Mercedes) ha preso il sopravvento su tutto…

    • sraule ha detto:

      Credo che ognuno debba trovare il suo equilibrio, no?
      Ci sono cose che, per soldi, non farei. Cose che, per soldi, non ho fatto. E anche cose che ho fatto, per soldi, e che rifarei volentieri.

  18. Armando Rossi ha detto:

    Sottoscrivo ogni singola parola di Nadia.

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