Ok, sì. Questo è l'ennesimo post di lamentele. Lamentele in senso lato, per una volta.

La faccenda è questa. Quelli della Disney hanno realizzato un film "tratto" dal John Carter di Marte, la saga di Edgar Rice Burroughs. "Tratto" è tra virgolette perché fin dal trailer è evidente che con il libro (i libri) non c'entra proprio niente.

Intendiamoci: la versione Disney non è uno stupro paragonabile a quello perpetrato in tempi recenti su Io sono leggenda di Matheson o su Io robot di Asimov, ma va comunque in quella direzione.

Non è uno stupro paragonabile perché il John Carter originale è, del tutto obbiettivamente, un'opera di fiction piena di difetti e ingenuità – e proprio per questo degna d'amore.

Il John Carter originale è dispersivo, sì, talvolta incoerente, sì, spesso vagamente noioso, sì, e talvolta così naif da far piangere di commozione. Non contiene chissà quale messaggio sulla vita, l'universo e tutto quanto. O, insomma, non lo contiene se uno ha l'onestà intellettuale necessaria da vederlo per ciò che è: la saga avventurosa di un tizio che finisce fortuitamente su Marte. 

John Carter di Marte si potrebbe riassumere nel catalogo delle specie marziane incontrate dal protgonista e nell'elenco delle sue scorribande sul pianeta.

Non è proprio fantasy, non è proprio fantascienza: è avventura, e basta.

Ora, è chiaro che la Disney avrebbe potuto farne un ottimo film d'avventura alla Indiana Jones, così come un qualunque regista pseudo-impegnato avrebbe potuto farne una parabola sull'integrazione razziale, sul rispetto, sui Sani Valori o su quello che volete voi. 

Quello che – realisticamente – NON si poteva fare, era trasporre fedelmente le avventure di John Carter, pena l'assopimento immediato dello spettatore.

Ma, dico io, c'era PROPRIO bisogno di renderlo una sorta di pseudo-fantasy dai brutti effetti speciali, con un protagonista dall'espressione bovina e dall'appeal di una conserva di cardi?

Non potevano farne un onesto film d'azione alla Indiana Jones?

Intendiamoci: poteva andare peggio.

Poteva esserci Will Smith.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo ha detto:

    Il problema sta proprio nel fatto che i film di azione alla indiana Jones non sono più capaci di farli…

    Luca Erbetta

  2. sraule ha detto:

    in effetti non è che se ne siano visti molti, ultimamente. ammetto anche che non è il mio genere preferito, quindi potrebbero essermi sfuggiti, ma anche così…

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