Ieri sono stata a Mantova Comics. Per me è sempre bello andare alle fiere, perché è un momento per rivedere amici che, altrimenti, vedo molto poco.

Certo, quest'anno l'organizzazione era irritante. Non credo di essere una persona particolarmente suscettibile ai discomfort, ma i miei limiti di sopportazione, ieri, sono stati abbondantemente superati e l'unico motivo per cui non me ne sono andata subito è stato, appunto, che c'erano tanti amici con cui mi faceva piacere passare un po' di tempo.

La sala degli editori, per cominciare, era ghiacciata. Non si trattava di un problema tecnico vero e proprio, quanto del fatto che la porta principale era spalancata ed entrava un vento gelido che neanche in alta montagna. Voi direte: e che problema c'è? Vai a prendere il cappotto che hai lasciato in macchina e te lo tieni addosso. Quando poi passi nell'altra sala, che è rovente, te lo togli e te lo porti appresso comodamente ripiegato su un braccio.

Be', sì. Come dicevo, il mio livello di sopportazione della scomodità è abbastanza alto. Solo che, quest'anno, una volta entrati nel palazzetto, i visitatori non potevano più uscire.

Il motivo di questa decisione non è immediatamente comprensibile. Tutti gli altri anni – e in tutte le altre manifestazioni simili – se vuoi uscire e rientrare devi farti fare un timbro su una mano. Un timbro non è sicuramente un grande sforzo organizzativo, penseresti. Ma quest'anno, no, niente: una volta entrato eri prigioniero (del gelo, tra l'altro) a meno di non decidere di comprare un altro biglietto per rientrare.

E, chiaramente, i visitatori potevano pranzare solo al bar interno del Palabam. Sarà forse questo il motivo della decisione di rinchiuderli? Obbligarli a nutrirsi in un bar sovraffollato e dall'offerta gastronomica di qualità discutibile?

(Sulla qualità discutibile testimonio personalmente: credo di aver mangiato il peggior panino allo spek di tutta la mia vita.)

Ora, so di non essere una visitatrice standard, ma non ero di certo l'unica. Ovviamente, mi sono fatta prestare il braccialetto da un'amica che era lì con lo stand per andare a recuperare il cappotto in macchina. Altrettanto ovviamente, avrei potuto avere un pass. Avrei potuto uscire quando volevo e non pagare il biglietto. Mi sarebbe bastato fare una telefonata, il giorno prima. Probabilmente, mi sarebbe bastato fare una telefonata il giorno stesso.

Ma – forse è un problema mio – non mi piace chiedere cose di cui penso di non avere bisogno. Non mi piace farmi accreditare come ospite se vado in un posto solo per fare quattro chiacchiere in giro, assistere alla presentazione del libro di un'amica e cazzeggiare intorno senza costrutto. Non mi sembra onesto nei confronti di chi, il biglietto, lo paga.

Molto bene, l'anno prossimo mi ricorderò di far valere i miei – ahem – "privilegi di casta" e di farmi pagare l'ingresso, il pranzo e magari anche il caffè. O forse no. Forse l'anno prossimo salterò il giro, visto l'andazzo.

Anche perché, se qualcuno mi avesse offerto quel famoso panino allo spek, avrei pensato che voleva avvelenarmi.

Anyway, Mantova non è stata solo freddo e scomodità.

Come dicevo, è stata anche rivedere amici che incontro di rado, chiacchiere e cazzeggiamenti vari.

(Ho avuto anche la ventura di passare per la stanza dedicata all'incontro con gli editor stranieri: un corridoio affollato di professionisti scazzati, sottoposti a lunghe attese e trattati come i partecipanti a un casting televisivo – un altro momento piuttosto basso, anche questo va detto.)

Una gradita scoperta: è uscito il secondo numero di Retrievers, di Matteo Scalera

Matteo è una persona rara, e non lo dico perché siamo amici. Voglio esere più esplicita: lo considero un amico, nonostante il fatto che ci vediamo sì e no due volte all'anno, normalmente non ci scambiamo e-mail e non abbiamo mai lavorato insieme. Il fatto è che Matteo è quel tipo di persona che ti fa desiderare di essergli amica.

E' mostruosamente bravo, ma questo non è il punto essenziale. Conosco molte persone mostruosamente brave di cui non ho alcun desiderio di essere amica.

E' affidabile al 100%. E' uno che si impegna in quello che fa – in tutto quello che fa – allo stremo. E' una persona integra. Ha una visione. E questo, concedetemelo, è una vera rarità. Crede profondamente nel suo mestiere, ma senza un grammo di spocchia (e potrebbe permettersene ben più di un grammo).

Retrievers è un bel fumetto, ben scritto, ben disegnato e perfettamente in linea con la qualità del volumetto precedente.

Retrievers è anche un fumetto di quelli che non sembrano. Cioè: non sembra che Matteo ci si sia impegnato più di tanto. E' tutto così fluido, così naturale, così spensierato.

Una sega.

Retrievers è un lavoro perfettamente calibrato, intensamente studiato, attentamente eseguito. Solo che, magia, non sembra.

La prossima volta che leggerete un fumetto così, con la gente in calzamaglia che fa a pugni e si dimostra un po' cazzona, con le splash e con le dida sardoniche dell'autore, non fatevi fregare. Non è un caso. Non è spontaneo. Non è "capitato". C'è dietro una visione, una progettazione, una tecnica, una professionalità solida come un muro di mattoni. 

Una volontà e un disegno.

Credetemi, ne ho parlato con Matteo. C'è. Non importa quanto si stringa nelle spalle e minimizzi.

E, a questo punto, vorrei allargare un po' il discorso (ormai faccio post talmente di rado, concedetemi di dilungarmi un po').

Conosco tante persone nel mondo del fumetto. Non le conosco tutte, ma sicuramente ne conosco la maggior parte.

Alcune mi piacciono, altre no. E' inevitabile. 

Con alcune andrei a cena fuori, con altre no.

Ecco, a Mantova ho avuto il piacere di passare un po' di tempo con alcune delle persone che sì. E' un grande piacere, davvero. Nonostante il freddo. Nonostante il panino allo spek avvelenato (alcune di loro, poi, l'hanno condiviso con me, il panino avvelentato).

Non ho bisogno di fare i nomi.

Loro lo sanno, chi sono.

Sanno della stima che nutro nei loro confronti e sanno che, per loro, io sarò sempre disposta a ingurgitare un panino allo spek probabilmente tossico.

Perché il tuo lavoro non è solo ciò che fai, ma anche ciò che sei e con chi sei.

Compresi quelli che ti offrono birra, salame e formaggio, nonostante tu non sia una disegnatrice di Tales of Avalon.

O forse, chissà, era una sorta di ringraziamento proprio per il fatto che non la sono. Obbiettivamente, disegno davvero male.

Ma, più probabilmente, no.

Più probabilmente era quella cosa di cui parlavo prima.

Quella importante, cioè.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo scrive:

    Sono di Mantova (provincia) e non posso che confermare quanto hai scritto… una mezza delusione. E come mantovano non posso che sentirmi spiaciuto per la pessima situazione in cui tu e altri colleghi fumettisti vi siete trovati. Veramente un'occasione persa, per Mantova, s'intende…

  2. utente anonimo scrive:

    Però..uhm, non volevo comparire come utente anonimo nel post sopra. Ho digitato il nome del mio blog nella stringa ma non compaio cmq. In ogni caso, sono Alfredo Boschini. Ciao.

  3. sraule scrive:

    Ciao Alfredo, il link al tuo blog nell'altro commento compare nella "casetta". 
    Giusto per rassicurarti, poi è splinder che fa schifo e vabbe'.
    Comunque, vedo che non sono stata l'unica a lamentarmi dei disservizi. Speriamo che l'anno prossimo la situazione cambi!

  4. utente anonimo scrive:

    Concordo…. alla mia richiesta di ricevere un braccialetto mi è stato risposto da una gentile signorina in bigliettereia "gli ospiti fanno quello per cui sono venuti poi se ne vanno…" naturalmente ho abbozzato li, non ero neanche un vero ospite alla fine…. però lei non lo sapeva, potevo anche essere Manara o Toppi o Bruce Lee che sarebbe stato lo stesso.

    Ciao RaulE' alla prossima…

    Mick.

  5. sraule scrive:

    mick, lo sai che quando ti maltrattano io sono d'accordo a prescindere… :asd:

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