C’è stato un periodo in cui avevo tantissimo tempo per leggere, anche se la qualità di quel tempo non era delle migliori. Ogni settimana mi facevo tre ore di treno all’andata e tre ore al ritorno da Milano a Spezia. Visto che i treni erano quelli delle care-vecchie FFSS a volte le ore diventavano quattro, o cinque, o…

Poi, da dove abitavo, in Porta Romana, alla mia facoltà, alla Bicocca, c’erano quaranta minuti di mezzi, tra metro e tram (quando me ne sono andata, ovviamente, hanno creato una linea più veloce). Insomma, avevo tempo per leggere, anche se dovevo farlo tra persone che parlavano, bambini che strillavano, controllori che controllavano e coincidenze da prendere (o, più di frequente, da perdere).

In quel periodo mi sono fatta una spanciata inedita di romanzi di genere. I libri che mi arrivavano da recensire non mi bastavano e così ero diventata un’acquirente fissa delle collane Best Pocket e Piemme Non-So-Che.

Leggevo in media tre-quattro libri a settimana, e non erano "Materia e Memoria" di Bergson (che, in ogni caso, sconsiglio vivamente a tutti).

In quel periodo ho letto praticamente tutto Connelly, buona parte di Connolly, tutta la Cornwell, compreso il delirio sull’identità di Jack lo Squartatore, tutto Robert Crais, tutto Deaver, tutto Dennis Lehane, tutto Ian Rankin (compresi i romanzi inediti in Italia), Peter Robinson, Mo Hyder, Mark Billingham… ovviamente senza considerare quegli autori di cui ho letto solo un libro e che ho poi subito rimosso.

Poi leggevo horror, poi leggevo Pratchett, poi leggevo tomi di psicopatologia e psicologia dinamica, ma un spanciata simile di thriller non l’avevo mai fatta in vita mia e, ora che ne sono fuori e non ho più tempo per leggere niente, non ho voglia di ripetere l’esperienza.

Non mi interessa comprare e leggere l’ultimo libro di Deaver (tra l’altro sono anni che ha abbandonati gli efferati fasti delle sue prime opere, quidi non ce n’è proprio motivo), o degli altri. Ho sviluppato degli anticorpi grossi e grassi per i thriller, con una sola possibile eccezione: Stephen Leather.

Stepher Leather non è il più famoso degli scrittori di thriller. E’ notevolmente meno famoso di una Cornwell, di un Lehane o anche di un Rankin. Questo per dire, che vende i suoi libri nel mondo, ma non TUTTI i suoi libri in TUTTO il mondo. In Italia ne sono usciti cinque o sei, mentre lui ne ha scritti una ventina.

Il genere di scrittore di pretty-good-sellers, insomma.

Leather è inglese, di Machester, e nella sua vita personale è un pazzo. Ha scritto una serie di romanzi con un protagonista che si infiltra nelle organizzazioni criminali per poi arrestare tutti i membri. Ha scritto una serie di altri libri, senza il protagonista di cui dicevamo, che secondo me sono anche migliori.

Intendiamoci, i suoi libri non sono scritti eccezionalmente bene, non hanno trame incredibilmente brillanti e, quando ne hai letto uno, non hai bisogno di leggere tutti gli altri.

Il fatto è che a me piace moltissimo come Leather costruisce i suoi personaggi, condivido la sua visione del mondo.

Non so se avete presente il classico moralismo tetragono dei thriller americani, dove la domanda più profonda che si può porre il protagonista è: "mio Dio, avrò fatto bene a lasciar andare quella donna che rubava per nutrire suo figlio? Il furto è un reato, però…"

Certo, direte voi, quelli sono autori americani. Leather è inglese.

Non sarò io a negare che la differenza è sostanziale. E’ anche vero che molti autori inglesi, pur creando paesaggi caratteriali più eterogenei, finiscono per non distaccarsi mai da un altro standard, quello inglese, in cui il proganista si chiede: "Merda, avrò fatto bene a versare nella birra del sovrintendente cinque pastiglie di guttalax? Non avrei dovuto metterne almeno sei?".

Leather, che per quanto riguarda lo stile è molto americano, sposta la baseline della domanda "difficile" che si può porre uno dei suoi personaggi decisamente su un altro livello. Possibili esempi: "Sarà proprio così sbagliato vendere tonnellate di cocaina?" e "Che cosa c’è di male a fare un colpo in banca?"

Domande di questo genere non se le pongono dei criminali, è ovvio, piuttosto se le fanno quelli che devono catturarli.

Nei libri di Leather i poliziotti sono brave persone corrotte, i boss della droga hanno famiglia, i rapinatori sono simpatici, la violenza è inevitabile, non importa da che lato della barricata sei. Ma, specialmente, le regole sono confuse e la gente è gente.

Quello che Guy Ritchie lo fa da sopra le righe, Leather lo fa in modo tranquillo, con tutto il realismo che serve.

Il realismo lo prende sul serio, questo poco ma sicuro. Se volete vedere un esempio di metodo Stanislavskij applicato alla scrittura, Leather è l’autore per voi. Ex corrispondente dall’est, per lui la documentazione è fondamentale. Se in un suo libro compare una bomba al fertilizzante, è probabile che Stephen ne abbia preparata prima una nel giardino della sua casa in Thailandia. Se in un suo libro compare una prostituta delle case di Soho Square, state certi che Stephen è già stato là e ne ha provate un paio. Se in un suo romanzo si parla delle energie rinnovabili, di sicuro Stephen ha già installato pannelli solari anche sopra il tetto della sua macchina.

Se così si diverta o se creda davvero che sia indispensabile non lo so, di certo quando Leather ti descrive le misure di sicurezza di una banca, ti sembra che tutto sia a dir poco reale, se ti spiega come costruire una bomba sei consapevole che non puoi usare il suo libro come un manuale solo perché non ha scritto le dosi per far funzionare la miscela.

Tutto questo senza perdere tempo in lunghe descrizioni.

Ed ecco perché Stephen Leather è l’unico autore di thriller che continuo a comprare. Quando capita e se capita. Per il momento non mi ancora delusa.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo scrive:

    william lashner lo conosci?
    sto leggendo il suo terzo romanzo tradotto in Italia e devo dire che mi soddisfa.
    Simo

  2. sraule scrive:

    credo di aver letto l’ultimo cliente. mi è rimasto così impresso che l’ho subito dimenticato 🙂

  3. utente anonimo scrive:

    meglio, così puoi rileggerlo 😛
    Simo

  4. utente anonimo scrive:

    Fuori tema… ho letto il tuo intervento sul blog di Faraci…
    Non so se si riesca a fare un buon fumetto senza un buon editor… ad ogni modo l’idea di fare fumetti senza una casa editrice alle spalle per uno come me che è nato dall’autoproduzione è sempre una cosa coinvolgente…
    tu come la pensi? Dai un’occhiata al mio ultimo post…:)
    Michele

    http://michelepetrucci.blogspot.com/

  5. utente anonimo scrive:

    "Leggevo in media tre-quattro libri a settimana, e non erano "Materia e Memoria" di Bergson (che, in ogni caso, sconsiglio vivamente a tutti)."

    E ti preoccupi se non hai seguito corsi? L’importante è la storia, non la tecnica, no?

    "Tutto questo senza perdere tempo in lunghe descrizioni."

    Mi piace già 🙂

    Filippo

  6. sraule scrive:

     michele: ti ho risposto sul tuo blog.

    filippo: E ti preoccupi se non hai seguito corsi? L’importante è la storia, non la tecnica, no?

    ma la storia era sempre la stessa. 🙂

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