Oggi vi vorrei parlare di un famosissimo esperimento di psicologia sociale. Probabilmente lo conoscete già. Se non è così, mi sono permessa di copiaincollare da Wikipedia:

 

"L’esperimento Milgram fu un esperimento di psicologia sociale condotto nel 1961 dallo psicologo statunitense Stanley Milgram. Lo scopo dell’esperimento era quello di studiare il comportamento di soggetti a cui un’autorità (nel caso specifico uno scienziato) ordina di eseguire delle azioni che confliggono con i valori etici e morali dei soggetti stessi.

L’esperimento cominciò tre mesi dopo l’inizio del processo a Gerusalemme contro il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. Milgram concepiva l’esperimento come un tentativo di risposta alla domanda: "È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?" […]

I partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi ricavati dalla guida telefonica. Il campione risultò composto da persone fra i 20 e i 50 anni, maschi, di varia estrazione sociale. Fu loro comunicato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell’apprendimento.

Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di "allievo" e di "insegnante": il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo. I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l’esperimento. L’insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritto ilvoltaggio, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: (1-4) scossa leggera, (5-8) scossa media, (9-12) scossa forte, (13-16) scossa molto forte, (17-20) scossa intensa, (21-24) scossa molto intensa, (25-28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29-30) XXX.

All’insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:

1.      Leggere all’allievo coppie di parole, per esempio: "scatola azzurra", "giornata serena";

2.      ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: "azzurra – auto, acqua, scatola, lampada";

3.      decidere se la risposta fornita dall’allievo era corretta;

4.      in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa a ogni errore dell’allievo.

Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell’intensità delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento.

Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l’insegnante: "l’esperimento richiede che lei continui", "è assolutamente indispensabile che lei continui", "non ha altra scelta, deve proseguire". Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima di interrompere la prova. Al termine dell’esperimento i soggetti furono informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa, che il loro comportamento era stato del tutto normale, che anche tutti gli altri partecipanti avevano reagito in modo simile. […]

Contrariamente alle aspettative, nonostante i 40 soggetti dell’esperimento mostrassero sintomi di tensione e protestassero verbalmente, una percentuale considerevole di questi, obbedì pedissequamente allo sperimentatore. Questo stupefacente grado di obbedienza, che ha indotto i partecipanti a violare i propri principi morali, è stato spiegato in rapporto ad alcuni elementi, quali l’obbedienza indotta da una figura autoritaria considerata legittima, la cui autorità induce uno stato eteronomico, caratterizzato dal fatto che il soggetto non si considera più libero di intraprendere condotte autonome, ma strumento per eseguire ordini. I soggetti dell’esperimento non si sono perciò sentiti moralmente responsabili delle loro azioni, ma esecutori dei voleri di un potere esterno. Alla creazione del suddetto stato eteronomico concorrono tre fattori:

§                     percezione di legittimità dell’autorità (nel caso in questione lo sperimentatore incarnava l’autorevolezza della scienza)

§                     adesione al sistema di autorità (l’educazione all’obbedienza fa parte dei processi di socializzazione)

§                     le pressioni sociali (disobbedire allo sperimentatore avrebbe significato metterne in discussione le qualità oppure rompere l’accordo fatto con lui).

Il grado di obbedienza all’autorità variava però sensibilmente in relazione a due fattori: la distanza tra insegnante e allievo e la distanza tra soggetto sperimentale e sperimentatore. Furono infatti testati quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo: nel primo l’insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti della vittima; nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima; nel terzo poteva ascoltare e osservare la vittima; nel quarto, per infliggere la punizione, doveva afferrare il braccio della vittima e spingerlo su una piastra. Nel primo livello di distanza, il 65% dei soggetti andò avanti sino alla scossa più forte; nel secondo livello il 62,5%; nel terzo livello il 40%; nel quarto livello il 30%.

Grazie all’esperimento, Milgram arriva a dimostrare che l’obbedienza dipende anche dalla ridefinizione del significato della situazione. Ogni situazione è infatti caratterizzata da una sua ideologia che definisce e spiega il significato degli eventi che vi accadono, e fornisce la prospettiva grazie alla quale i singoli elementi acquistano coerenza. La coesistenza di norme sociali contrastanti (da una parte quelle che inducono a non utilizzare la forza e la violenza e dall’altra quelle che prevedono una reazione aggressiva a certi stimoli) fa sì che la probabilità di attuare comportamenti aggressivi venga di volta in volta influenzata dalla percezione individuale della situazione (che determina quali norme siano pertinenti al contesto e debbano pertanto essere seguite). Dal momento che il soggetto accetta la definizione della situazione proposta dall’autorità, finisce col ridefinire un’azione distruttiva, non solo come ragionevole, ma anche come oggettivamente necessaria.

Le numerose ricerche che hanno successivamente utilizzato il paradigma di Milgram (come quelle di David Rosenham), hanno tutte pienamente confermato i risultati ottenuti dallo studioso, che sono stati ampiamente discussi anche nell’ambito di quel cospicuo filone di studi interessati a ricostruire i fattori che hanno reso possibile lo sterminio ad opera dei nazisti."

 

Milgram voleva una spiegazione sui crimini nazisti contro gli ebrei, crimini che razionalmente sono inspiegabili.

Razionalmente la ferocia e l’accanimento non hanno alcun senso.

Ma noi esseri umani non siamo davvero razionali. La razionalità per noi è come la pelle del camaleonte: mimetica e sottile.

In realtà noi esseri umani siamo quasi del tutto composti da un pozzo nero profondo come la terra, e non sappiamo mai che cosa potrebbe uscirne.

Viviamo nell’isola del Signore delle Mosche, non in quella di Robinson Crusuè.

Un trenta per cento di noi terrebbe ferma la mano di un uomo sulla piastra che lo sta elettrificando. Pensare “no, io no” non ha molto senso.

Invece, prendetevi qualche secondo per esplorare questa sensazione.

Immaginate di farlo, invece che immaginare di non farlo.

Che cosa stiamo provando? Quale sensazione ci dà? Che tipo di soddisfazione? Quale creatura sta risalendo dal nostro pozzo?

Se poi non dobbiamo vedere quello che facciamo è ancora più facile.

Siamo tutti soldatini obbedienti pronti a sganciare la Bomba.

Siamo tutti dei piccoli Mengele con il bisturi in mano.

Siamo tutti pronti a strappare i denti d’oro ai cadaveri.

A volere un paralume di pelle umana.

A fare del male senza un motivo, solo per il brivido che ci dà.

Pensare che queste sono cose “accadute tanto tempo fa” serve solo a diminuire il nostro bilancio interno riducendo al minimo la voce “sforzo di dirsi la verità”. Non sono cose accadute tanto tempo fa. Sono cose che accadono adesso. È la nostra natura di esseri umani che striscia fuori dal pozzo.

Cerchiamo di ricordarcelo, quando vediamo alla tele le nuove leggi sull’immigrazione, i pestaggi senza motivo ai danni di stranieri e omosessuali, il razzismo, il sessimo e lo schifo.

Prendiamoci cinque minuti per immaginare come dev’essere pestare un altro essere umano fino a fargli molto, molto male. Immaginiamo il rumore delle cartilagini che si rompono, delle ossa che si spezzano, quel rumore un po’ umido che abbiamo sentito nei film. Immaginiamo di essere elettrizzati da quest’esperienza. Di esserne eccitati. Di ricavarne un ineffabile senso di potenza.

Perché la verità è che abbiamo bisogno di sentire. Abbiamo bisogno di ridurre la distanza siderale che abbiamo messo tra noi stessi e le nostre sensazioni.

Perché quando l’essere senza nome risale dal pozzo dobbiamo essere lì per guardarlo, per riconoscerlo, chissà, forse persino per rimandarlo giù, addomesticarlo, farci qualcosa.

Non possiamo più permetterci di far finta che non ci sia né il pozzo né roba che viene su a getto continuo, perché altrimenti molto presto non ci sarà più un mondo abitato da esseri umani, ma un mondo abitato dalle creature del pozzo.

.

 

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

»

  1. sraule scrive:

    oh, frater.
    (gli altri, infatti, mi ignorano)

  2. utente anonimo scrive:

    stavolta mi hai davvero schoccato perché hai dato voce a una mia fissazione.
    però.
    quanta forza ci vuole per guardare nel pozzo e riconoscere, addomesticare e magari non farci prendere se qualcosa, la nostra “roba”, viene su. se quella roba mi guardasse, lei a me, sarei capace di non cedere?

  3. vitasemiseria scrive:

    Ultimamente, chissà perché, mi sono ritrovata a pensare a questo argomento, al “lo farei?”.
    Sto ancora riflettendo sulla risposta, ma immagino che non ce ne sarà neanche mezza finché non mi troverò in una situazione che richieda un mio intervento in tal senso.
    Ho sempre creduto di essere una persona di sani principi e piuttosto decisa in opinioni e azioni, ma… il dubbio rimane – e risorge.

    Poi, di questi tempi…

    (Ex Ethelred – cambio di blog e di nick ambigui)

  4. sraule scrive:

    ah, con “vitasemiseria” sì che si capisce il tuo genere! :)))

    ma ho idea che il mostro bisognerebbe proprio guardarlo – e sapere che c’è, perché c’è sempre. e questa piccola operazione di onestà ci permetterebbe di non lasciarlo libero a scorazzare in giardino.

  5. cornersoul scrive:

    Quando sono arrivato a Immaginiamo il rumore delle cartilagini che si rompono, delle ossa che si spezzano, quel rumore un po’ umido che abbiamo sentito nei film ho avuto un mezzo conato.
    Forse io non ci riuscirei…

    Antar

  6. utente anonimo scrive:

    Non ho mai pestato nessun essere umano in modo da fargli molto molto male, però in 20 anni di arti marziali qualche volta mi è capitato accidentalmente di infortunare un compagno di allenamento (così come ad alcuni miei compagni è capitato accidentalmente di infortunare me). Sebbene danneggiare un’altra persona sia una bruttissima esperienza (almeno a me personalmente dispiace tantissimo quando succede), fino ad ora almeno non ho mai sentito i raccapriccianti rumori descritti da Susanna. E’ tutto molto più “secco”. Avverti un impatto, vedi il compagno che finisce col sedere per terra oppure si porta le mani alla parte colpita, e allora capisci che il colpo era un tantinello troppo “duro” e forse avresti dovuto controllarlo meglio.

    A parte questo dettaglio “tecnico”, comunque, l’articolo è molto interessante, complimenti Susanna! Avevo anche letto qualcosa sull’argomento un po’ di tempo fa nel libro “piccolo manuale di manipolazione ad uso degli onesti” scritto da due sociologi francesi di cui non ricordo il nome.

    Vediamo se ricordo correttamente:
    gli autori del libro mettevano in evidenza che per una sorta di “coerenza interna” si tende a perseverare in una decisione presa (es. quella di fare ciò che l’esperimento richiede) anche se questa si rivela pessima (es. confligge con i propri principi morali). Inoltre l’intensità con cui ci si sente “vincolati” alla decisione presa dipende da quanto ci si è sentiti “condizionati” al momento di prendere la decisione stessa (es. le persone hanno scelto liberamente di partecipare all’esperimento e quindi non l’hanno abbandonato, mentre per somministrare le scosse elettriche più forti è risultato necessario l’incoraggiamento esterno degli scienziati, quindi alla fine i “carnefici” non si sentivano responsabili delle loro azioni).
    …ho capito bene?

    Mi sono sempre interessati questi argomenti, anche per le loro applicazioni pratiche nella vita di tutti i giorni (quante volte perseveriamo in decisioni sbagliate, anche senza arrivare agli estremi del “pozzo nero” menzionato del post?).

    Luca.

  7. sraule scrive:

    trovassi un leghista, anche piccolo e sminchio, che me le vuole dare, probabilmente riuscirebbe a gonfiarmi come una zampogna senza problemi.
    d’altro canto, se mi venisse in mente di darle a un leghista, anche piccolo e sminchio, probabilmente il leghista finirebbe sempre per gonfiarmi come una zampogna.
    questo è il mio livello di esperienza, forza erculea e cattiveria.

    dico solo che non sapere che abbiamo anche delle pulsioni decisamente inquietanti è ancora più inquietante di quelle pulsioni.
    Di solito sono cose schifosette, certo che guardarle non ci piace.

    Come Golding, però, anch’io penso che l’uomo fabbrica il male come le api fabbricano il miele.
    che sia naturale, come sono naturali le scoregge.
    certo, magari poi uno cerca di non scoreggiare a tavola.

  8. utente anonimo scrive:

    io so che ho delle pulsioni inquietanti.
    ne ho parecchie, anche se sono molto blande e quindi facili da tenere sotto controllo. però quando hai descritto la sensazione delle ossa che si rompono, etc., io sento effettivamente la sensazione di potenza che ne deriva.

    sono una persona malvagia, lo so.

  9. sraule scrive:

    oh, noooo…. non malvagia: parlane con un buon professionista e ti sentirai immadiatamente più buono.
    o, quanto meno, il professionista ti convincerà che è così.

    (poi mi chiedono a che cazzo serve la psicoterapia)

  10. utente anonimo scrive:

    “Non conosci te stesso fino in fondo se non ti sei mai battuto.” Fight Club.
    geezmo

  11. sraule scrive:

    grande film, ma FALSO e TENDENZIOSO.
    io modificherei la frase con un “Non conosci te stesso fino in fondo se non sei mai stato in terapia con un ottimo professionista ben retribuito”.

  12. utente anonimo scrive:

    Sorry, non credo nell’analisi e nelle sue degenerazioni (il counselling massiccio nella vita quotidiana).
    Un pugno in faccia è un pugno in faccia, non un trauma.
    L’analisi è un modo per sentirsi coccolati e protetti dalle insidie della vita, che vengono presentate come accadimenti eccezionali su soggetti eccezionali ed unici.
    Ma forse eri ironica ed io non capito niente.
    geezmo

  13. sraule scrive:

    L’analisi è un modo per sentirsi coccolati e protetti dalle insidie della vita, che vengono presentate come accadimenti eccezionali su soggetti eccezionali ed unici.

    hai detto niente.

    e ero ironica a metà: sono una neuropsicologa E una psicoterapauta.

  14. utente anonimo scrive:

    più semplicemente, fight club è un noiosissimo film di merda (non per motivi ideologici o che, è proprio un brutto film).

  15. sraule scrive:

    a me è piaciuto un casino.
    e in effeti non direi che il senso del film sia quello. ma c’è tanta gente che l’ha voluto capire così, chissà perché 🙂

  16. utente anonimo scrive:

    L’analisi ha un impatto sociale deleterio perchè ci allontana dalle sensazioni per costruire una struttura di categorie razionali.
    Quelle che al 90% sono accadimenti normali che producono sensazioni normali vengono sublimati dall’analisi come eccezionali, con il risultato di renderci in realtà più vulnerabili alle difficoltà minime e quotidiane.
    L’analisi è uno degli strumenti con cui cerchiamo di cauterizzare la sofferenza, mentre invece “abbiamo bisogno di ridurre la distanza siderale che abbiamo messo tra noi stessi e le nostre sensazioni.”
    La citazione di Fight Club era utilizzata solo per rendere una mia idea, il libro c’entra poco.
    geezmo

  17. sraule scrive:

    geezmo, senza voler entrare in polemica, a me sembra che tu abbia un’idea piuttosto superficiale di che cos’è una terapia.
    per prima cosa uso la parola terapia e non analisi, perché il modello freudiano non mi rappresenta. ma anche il modello freudiano non si concretizza nell’analista silenzioso e inutilmente intrpretativo che abbiamo visto in tanti film e di cui abbiamo letto in tanti libri.
    non che personaggi del genere non esistano, ma nel complesso sono davvero rari.

    non voglio essere pedante e, specialmente, non voglio convincerti. ma mediamente quello che un terapeuta FA è proprio quel cercare di mettere in contatto con le proprie emozioni di cui parlavo nel post.
    quello di cui parli tu, piuttosto, assomiglia a una cosiddetta intellettualizzazione, che è considerata una difesa, non di certo lo scopo di una terapia.
    gli scopi di una terapia possono essere vari, e di norma sono stabiliti dal cliente, non dal terapeuta.
    possono essere lavorare su problemi contingenti e concreti (un disturbo) oppure su un disagio più vago.
    in generale lo scopo della terapia è proprio quello di rendere più umani gli esseri umani, renderli più armonici e soddisfatti e autoconsapevoli.
    in modo da essere in grado di riconoscere le proprie nevrosi e le proprie sistematiche distorsioni.
    in modo da riuscire a guardare il famoso pozzo senza troppa paura.

  18. utente anonimo scrive:

    Disclaimer: non volevo fare polemica definendo l’analisi in generale deleteria. Massimo rispetto per il tuo lavoro. E sì, ho un’idea piuttosto generica di cosa sia l’analisi, basata su letture di freud (che spero sia ormai superatissimo) e sulla percezione che l’analisi sia percepita dalla maggior parte dei suoi fruitori come un rimedio usa e getta per sublimare e mediare gli avvenimenti circostanti.
    Mi dici, da professionista, che questo non è lo scopo di una normale terapia: non ho argomenti per contraddirti.
    Se però si esclude l’eventualità di una terapia, sono ancora convinto che il modo migliore di fronteggiare quello che sale dal pozzo sia appunto quello di viverlo in fondo, senza risparmiarsi.
    Complimenti per il post e in bocca al lupo per la professione. 😉
    geezmo

  19. sraule scrive:

    vai tranquillo, il tuo pensiero (o altre idee simili) è incredibilmente diffuso.

    questo è uno dei motivi per cui il famoso cliente sano (che ti piacerebbe taaaanto), non ti capita mai. la gente prima di andare in terapia deve aver provato come minimo con l’agriturismo, i massaggi, i fiori di bach, la marijuana, la shopping-dipendenza…

  20. utente anonimo scrive:

    Quando si grida “al mostro” io non posso fare a meno di pensare che il mostro è un uomo, che è assai simile a me, se non uguale, e che tentiamo disperatamente di espellerlo da noi per non guardare che potremmo essere al suo posto.
    Ho ben presente quello che hai scritto. Magari non ci penso spesso, però mi torna in mente quando accoltellerei senza rimorso il coglione che mi sterza davanti senza mettere la freccia.
    Un po’ di anni fa, giocando a football americano, ho tirato un placcaggio terribile, e ho sentito quei bei rumorini di cui parlavi, e il mio avversario è uscito in barella. Io ero abbastanza soddisfatto, era un regolare scontro di gioco, ero nelle regole. Solo più tardi ho pensato che dietro al casco e alle protezioni c’era uno come me.

    Paolo

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