Parlavamo di sceneggiature, io e Armando, ieri.
Armando, ovviamente, si lamentava delle sceneggiature troppo stringenti. Io mi lamentavo in generale, perché lamentarsi fa sempre bene, lo sanno tutti.
Quello a cui a volte noi sceneggiatori non facciamo caso, è che la sceneggiatura è un tipo di scrittura tecnica.
Quando scrivi un racconto, se tutto funziona ragionevolmente bene, sei tu ad avere il controllo. Se vuoi che i tuoi lettori ridano, sai che ci sono dei modi per farli ridere. Se tu, mentre scrivi, almeno sorridi sai di essere sulla strada giusta.
Se vuoi che i tuoi lettori si commuovano puoi usare qualche altro sporco trucchetto.  Se sei almeno un po’ commossa anche tu è probabile che funzioni meglio.
Certo, puoi anche dettare il tuo pezzo a un registratore mentre ti fai le unghie dei piedi, probabilmente più sei sgamato, più conosci tutti i trucchi del mestiere, più funziona.
Se non vuoi entrare in quello che scrivi puoi non farlo. Per quanto mi riguarda preferisco entrare. E’ più semplice, è più appassionante, e poi non sono certa di essere abbastanza sgamata da poterlo evitare. Per me il bello di scrivere è quello.
Con le sceneggiature la musica, però, cambia radicalmente.
Quello che scrivi in una sceneggiatura è scrittura tecnica.
Quello che vuoi ottenere è la stessa cosa che vuoi ottenere con un racconto o un romanzo, ma il modo in cui lo puoi ottenere è diverso.
Alcuni di voi, credo, non hanno familiarità con il linguaggio delle sceneggiature.
Vi faccio un esempio.
Immaginiamo di avere un racconto. Nel racconto scriviamo:

"Lorenzo guardò il mare e pensò che era troppo fottutamente struggente per essere vero. Che stava esagerando. Che era una stronzata. Che nemmeno lo conosceva.
Ma non stava esagerando, non era una stronzata, e anche se nemmeno lo conosceva non l’avrebbe rivisto mai più.
E che, sì, era fottutamente struggente."

Adesso immaginiamo di sceneggiare questa scena.
In primo luogo i più astuti di voi avranno già indovinato che c’è un piccolo problema tecnico. Questo problema, intendiamoci, uno lo può risolvere in tanti modi.
Il più veloce:

1. Vediamo Lorenzo, di 3/4 di spalle, appr. in pa, in controluce, che guarda il mare con le ginocchia al petto. E’ triste.

Ma forse non siamo soddisfatti di questa scelta minimale. In questo modo non abbiamo molto controllo su quello che penserà il lettore.
Allora possiamo fare così:

1. Vediamo Lorenzo, di 3/4 di spalle, appr. in pa, in controluce, che guarda il mare con le ginocchia al petto. E’ triste.

dida: Era troppo fottutamente struggente per essere vero. Stavo esagerando. Era una stronzata. Nemmeno lo conoscevo.

2. Controcampo. Vediamo Lorenzo, adesso in mb, di 3/4 di fronte. La luce del tramonto è sul suo viso e lui ha gli occhi socchiusi, le sopracciglia abbassate. E’ ancora triste.

dida: Ma non stavo esagerando, non era una stronzata.
dida: E anche se non lo conoscevo nemmeno, non l’avrei visto mai più.

Adesso il lettore sa tutto quello che deve sapere. Ho deciso di avvicinarmi e di far vedere la faccia di Lorenzo, ma potevo anche scegliere di allontanarmi, così:

2. Ci allontaniamo, ora siamo in cm, vediamo Lorenzo di spalle di 3/4 da dietro e, davanti a lui, il mare. Lorenzo è sempre nella stessa posizione.

dida: Ma non stavo esagerando, non era una stronzata.
dida: E anche se non lo conoscevo nemmeno, non l’avrei visto mai più.

Queste sono minuzie tecniche. Si tratta di scegliere l’effetto con voglio ottenere, ma anche se questa è una vignetta di chiusura o se dopo deve venire dell’altro, nella stessa scena.
Ma potrei anche fare così:

1. Lorenzo e Marco, di 3/4 di spalle, in pa, sono seduti davanti al mare. Lorenzo ha le ginocchia al petto, Marco, anche se qua non si vede, sta facendo dondolare i piedi giù dal muretto.

Lorenzo: E’ troppo fottutamente struggente per essere vero.

2. In ppp, sulla sx della vig, di quinta, vediamo il profilo di Marco, che guarda davanti a sé. In secondo piano, più sulla dx, vediamo Lorenzo di profilo, che guarda davanti a sé, accigliato.

Lorenzo: Forse sto esagerando. Forse è una cazzate.
Lorenzo: Nemmeno lo conoscevo.

3. Pp di Marco, di fronte o di 3/4 di fronte, che guarda verso il basso, verso la dx della vig (verso le gambe di Lorenzo, fc).

4. Cm del muretto e dei due, ancora nelle posizioni di prima. Dietro di loro vediamo le palme del lungo mare e le costruzioni dietro. In alto, il cielo e qualche gabbiano posato sui tetti.

Lorenzo: Ma non sto esagerando, non sono cazzate.

5. In ppp, di quinta, profilo di Lorenzo, sulla dx della vig, che ha affondato il mento tra le proprie ginocchia e ha gli occhi lucidi. In secondo piano, più sulla sx, vediamo Marco di profilo. Ha voltato la testa verso Lorenzo e ora lo guarda, un po’ triste, un po’ preoccupato.

Lorenzo: E anche se nemmeno lo conoscevo, non lo vedrò mai più.
Lorenzo: Ed è fottutamente struggente.

Ora, questi sono solo tre metodi. Credetemi se vi dico che ce ne sono molti di più. Il problema di cui vi parlavo non è scegliere l’inquadratura o il ritmo, o altre banalità simili (be’, ovviamente il problema è anche quello, ma non è quello di cui voglio parlare).
Il problema è che la sceneggiatura è un tipo di scrittura tecnica.
Forse, alla fine, il lettore proverà quello che voglio io, ma forse no.
In mezzo c’è il disegnatore.
Il disegnatore legge la sceneggiatura e che cosa prova?
Quello che ha lui/lei è un copione. Forse non leggerà neanche i dialoghi. Quello che gli interessa è che cosa deve disegnare.
Abbiamo detto che se lo scrittore si commuove almeno un po’ mentre scrive (e ha delle adeguate competenze tecniche) è più facile che lo provi anche il lettore.
E’ necessario che si commuova almeno un po’ anche il disegnatore?
Probabilmente sì, ma, poveraccio, come fa a commuoversi leggendo di campi e controcampi?
Tutto questo discorso ci porta a due inevitabili conclusioni.
La prima: scegliere un disegnatore della madonna. Lui sa fare tutto, capisce tutto e ci mette del suo. Perché capisce che quella è una scena commuovente, capisce che il lettore deve sentirsi triste, sa come fare, vede tutto quello che c’è da vedere e sa come trasmetterlo. Con un disegnatore così siete in una botte di ferro.
La seconda: cambiate voi il vostro modo di sceneggiare. Il vostro dev’essere lo stesso un disegnatore della madonna, da questo non si scappa, ma VOI dovete anche fidarvi di lui/lei come di voi stessi, forse anche un po’ di più.
E scrivete:

– In questa tavola Lorenzo e Marco sono seduti davanti al mare (descrivete i fatti fisici della scena). Lorenzo è amareggiato, triste, un po’ arrabbiato con se stesso. Ha perso qualcuno a cui teneva, anche se non lo conosceva quasi, ma soprattutto è il fatto che non lo vedrà mai più a fargli davvero male. Ha perso una possibilità, e sa che non ne avrà alte. Questo è quello che dice:

Lorenzo:  E’ troppo fottutamente struggente per essere vero.

Lorenzo: Forse sto esagerando. Forse è una cazzate.
Lorenzo: Nemmeno lo conoscevo.

Lorenzo: Ma non sto esagerando, non sono cazzate.

Lorenzo: E anche se nemmeno lo conoscevo, non lo vedrò mai più.
Lorenzo: Ed è fottutamente struggente.

Ecco, io sono una ragazza molto fortunata, perché sto lavorando solo con disegnatori della madonna.
A volte sono costretta a scrivere una sceneggiatura con campi e controcampi, perché l’editore vuole leggere quello che verrà disegnato. A volte no e per me è più semplice, perché posso parlare direttamente con il disegnatore, e per me è più difficile, perché devo fidarmi di lui/lei in tutto e per tutto.
E’ come lanciarsi senza paracadute.
E, dio, come è bello.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo ha detto:

    A un certo punto mentre leggevo ho pensato: ma Marco non si chiamava Hector? 😉

  2. sraule ha detto:

    non ci avevo pensato!
    (e: ma allora l’hai letta davvero!)

  3. utente anonimo ha detto:

    L’ho anche immaginata, pensa tu…

  4. sraule ha detto:

    ora che mi hai detto così ci penserò tutta la notte.
    ma forse anche no.

  5. utente anonimo ha detto:

    mi incuriosisce il commento finale sul “lanciarsi senza paracadute”. personalmente ero convinto che il lavoro dello sceneggiatore non fosse uno di “commissione” bensì una specie di cadavre exquis: io ti lancio la mia sceneggiatura, ma ora tocca a te, e il bello del gioco è proprio vedere cosa salta fuori.

    mi rendo conto che in certi scenari editoriali non può essere così, ma mi pare il modo naturale di porsi.

    mi par di capire che invece tu la vedi in modo “io voglio rendere l’effetto/il concetto/X e incrocio le dita sperando che il disegnatore abbia capito”.

    mi sbaglio? mi puoi chiarire? chi siamo? siamo mai stati sulla luna? ecc.

  6. sraule ha detto:

    con la luna in questo periodo me l’hanno un po’ menata, non so a te.

    mah, in realtà non è proprio come dici. da un lato, certo che devi sapere, almeno per sommi capi, quali sarà l’effetto finale sul lettore: è tuo compito saperlo. dall’altro il disegnatore fa il 50% del lavoro, forse (probabilmente) anche di più. NORMALMENTE gli sceneggiatori scrivono roba estremamente precisa proprio per evitare che il disegnatore, facendo il suo 50% (o più) di lavoro non distrugga quello dello sceneggiatore, magari inavvertitamente, magari senza nemmeno accorgersene.
    è inutile star qua a sottolineare che ci sono un numero di disegnatori dotati di eccelso gusto estetico, del ritmo e della composizione, che poi hanno l’interiorità di un moscerino della frutta e non CAPISCONO che cosa gli stai facendo disegnare.
    per fortuna a me è capitato di NON lavorare con disegnatori del genere, ma sono lì, in agguato. 🙂

  7. utente anonimo ha detto:

    come laureato in biotecnologie mi sento in dovere di difendere l’interiorità dei moscerini della frutta.

  8. sraule ha detto:

    hai ragione, poverini. diciamo allora come cavie da laboratorio, rincretinite da anni di endogamia.

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