Ieri io e Armando siamo andati alla prima data del’Italia Wawe, a Livorno. Il concerto era in uno stadio, in teoria avrebbe dovuto cominciare alle sette di sera, i parcheggi disponibili erano nelle vie residenziali del vicinato (non so perché, ma quando vado a un concerto mi sento più rassicurata se posso lasciare la mia macchina in un enorme parcheggio in cui vagherà il pubblico ubriaco e dove cercheranno di rubarmi l’autoradio piuttosto che nel lindo parcheggio condominiale di una via privata).

Comunque: primo giorno di Italia Wawe, ex Arezzo Wawe.

Solo gruppi italiani, evidentemente una serata “indy” o “quasi-indy”. Anche perché, come dire, Vasco Rossi allo stadio Picchi di Livorno non ci va. E poi la giornata si chiama Love Wawe, perché sono passati 40 anni da Woodstock e ti sembra che non ce la devono menare un po’?

Comunque, verso sera, due tizi scopano più o meno nel centro dello stadio, quindi la love wawe qualcuno l’ha sentita.

In più ogni gruppo farà un pezzo di Woodstock.

Io e Armando arriviamo verso le otto e mezza, iniziamo a vagare tra i banchetti e ci perdiamo i The Niro, con ben poco dispiacere.

Ascoltiamo rassegnati Marina Rei e Paolo Benvegnù, ma in realtà non sono male. La Rei, che io non conosco, non seguo e non mi importa di seguire, fa una sua versione musicata di “Donna che parla in fretta” di Anne Waldman. Mi piace.

Non sento la necessità di parlare di Bugo (la Antolini poteva anche non esserci, per quel che ha fatto).

Con Giuliano Palma & the Bluebeaters scendiamo dalle gradinate e iniziamo ad avvicinarci al palco. Giuliano Palma fa ridere, si muove il culo a tempo di ska, si poga appena appena: gradevole.

Poi, a tradimento, ecco l’orrore.

Voi sapete quanto sia limpido il mio disprezzo per i Marlene Kuntz. Li considero un gruppo profondamente inutile e non ho mai provato il minimo impulso ad andare a un loro concerto. Neanche quando sono venuti a Spezia, sotto casa mia.

Credo di non essere l’unica, forse per questo ora i Marlene Kuntz si sono camuffati.

Dopo i Bluebeaters, infatti, sotto le mentite spoglie di questa formazione fantasma, i Beautiful, Godano e i suoi sodali portano il loro mellifluo attacco alle mie orecchie indifese, aiutati dal supporto elettronico di Howie B.

Signori, grande novità: Godano canta in inglese!

E’ evidente che nei piani di questi emissari del male c’è di provare a vendere la loro muzak anche negli  Stati Uniti, immagino per emulare la sfavillante carriera americana degli Afterhours.

Il pubblico guarda il palco annichilito. Godano l’ha buttato in culo a tutti e ora sta facendo i Marlene Kuntz in inglese un po’ più rokkettoni-elettroniconi (ancora non hanno deciso). Dopo un paio di canzoni più o meno in media con la produzione passata dei Marlene i Beautiful ci propinano uno strazio elettronico di circa un quarto d’ora, strumentale (grazie Dio per i piccoli favori), durante il quale Howie B fa all’amore con la sua consolle e il pubblico invita in coro Godano a tornare al più presto all’eroina.

Per farvi capire che cos’è stata l’esibizione dei Beautiful vi farò un semplice esempio.

Avete presente i Sound Garden? Avete presente i Sonic Youth? Avete presente l’Ulisse di Joyce?

Ecco, la musica dei Beautiful sta a quella dei Sound Garden e dei Sonic Youth come Le magiche avventure del topolino Ulisse sta all’Ulisse di Joyce.

E ovviamente non voglio dare l’impressione che ascoltare Daydream nation e leggere Joyce possa lasciare egualmente confusi.

Comunque, alla fine i Marlene Kuntz in incognito si levano dal palco.

Un paio di ragazzi che si sono tagliati le vene durante il brano precedente vengono rattoppati.

Arriva Caparezza.

Ora, io con Caparezza ho un problema: tanto mi piacciono i suoi testi, tanto mi lasciano indifferente i suoi arrangiamenti musicali.

Vorrei che la sua musica mi piacesse, perché lui mi sta un casino simpatico e mi piace quello che dice e, devo ammettere, i suoi show sono tanta roba.

Comunque, il resto dello stadio non ha i miei stessi problemi. Urlano, saltano, cantano tutti i pezzi a memoria.

Caparezza coinvolge, chiacchiera, fa degli sketch.

Un gruppo di giovini inizia a pogare e io sono costretta a punirli con la sacra mossa del gomito perché, insomma, non sono capaci.

Lo so, non dite niente: il pogo non è uno sport particolarmente complesso, non bisogna avere chissà quali skills di coordinamento motorio, non è indispensabile aver fatto un training approfondito in tutti i centri sociali più lerci d’Italia durante i concerti punkharcore (là è solo dove uno si perfeziona e impara la sacra mossa del gomito).

Eppure c’è gente che riesce a pogare in modo goffo e molesto, se riuscite a crederci.

Pochi minuti più tardi, comunque, ai giovini viene impartita una lezione di stile pogatorio.

Se state immaginando ME a fare una cosa del genere avete sbagliato canale: Armando gliel’ha data.

Sì, è bene che si sappia che Armando ha pogato Caparezza.

Susanna ha ghignato come una pazza.

Dopo Caparezza, gli Afterhours.

Che, diciamocelo, io a ‘sto concerto ci sono venuta principalmente per gli Afterhours. Oltre che per sollazzarmi e intrattenermi, è ovvio.

Dunque, che gli After, dal vivo, non fossero niente-de-che un po’ l’avevo già capito.

Musicalmente bravi, niente da dire, ma non si può dire che l’Agnelli sia un comunicatore nato.

Più che altro si piazza sul palco e cerca di non farsi volere troppo male da quelli che ha di fronte. Perché lo faccia è un grande mistero, perché nelle prime file ci sono un bel po’ di ragazze che invece gli vogliono palesemente benissimo.

(Più tardi è seguito uno scambio di vedute con Armando.

Susanna: La ragazza dietro di me mi ha rotto i timpani, sembrava pronta per un esorcismo.

Armando: Già, anche quella di fronte a me. Non capisco. Agnelli è pure brutto.

Susanna: Ma no, dai, non è brutto-brutto, è tipo… medio.

Armando: No, è proprio brutto. Io cercavo di non guardarlo, sul monitor.

Susanna: Come sei esagerato. E’ normale.

Armando: E’ più brutto del cantante dei Marlene Kuntz.

Susanna: Una cosa del genere non si dice nemmeno al tuo peggior nemico. Piuttosto auguragli la malaria.)

Comunque, l’Agnelli dovrebbe fare uno stage da Caparezza.

A parte il solito aneddoto su Male di Miele e la Diaz (continuando così presto si darà alla classica e scriverà un libro sulla musica che ha in testa), i momenti più imbarazzanti sono stati tutti quelli, diciamo, di comunicazione. Tipico svolgimento: Agnelli fa una battuta, a bassa voce, mangiandosi le parole, come se si vergognasse lui per primo e, molto prima che il pubblico abbia capito, si dice da solo di aver detto una bella cazzata e che non faceva ridere. Poi emette confusi aneddoti del tempo delle scuole medie (che nessuno capisce a parte il secondo chitarrista che era alle scuole medie con lui) e si dà da solo del vecchio. Immagino che a un bel cilicio come regalo di compleanno ci abbiano già pensato tutti i suoi amici.

Comunque, a questo punto della serata Susanna è molto stanca e non più misericordiosa.

Gli Afterhours, poi, non aiutano, scegliendo di mettere in scaletta la summa delle loro canzoni più inutili, a parte Ballata per la mia piccola iena e, con molta magnanimità, I milanesi ammazzano il sabato.

Susanna se ne va, piantando gli Afterhours sul palco, come peraltro stanno facendo in molti, stanca e un po’ scazzata per i ritardi nelle esibizioni, per il pubblico molto meno caloroso di quello dei concerti metal (e anche meno tecnicamente abile) e per l’organizzazione un po’ scarsona.

Perché, il paragone è ovvio e senza pietà, all’idroscalo gli show erano puntuali come orologi a cucù, le luci erano molto fighe, i roadie sapevano come fare il loro porco lavoro.

Qua c’erano delle luci così, il suono talvolta imperfetto, le riprese che finivano sugli schermi facevano venire il mal di mare.

E era tutto in ritardo.

I piedi di uno che va a un concerto ci tengono alla puntualità e che per i Nine Inch Nails avrei portato i miei piedi anche suoi carboni ardenti ora non c’entra niente.

Poi, certo, i milanesi non sono i mmericani, che quando salgono su un palco sono così professionali da far paura.

Perché, ecco, il cantante dei Korn (un gruppo che fa musica che non mi dice assolutamente niente) avrà messo su la buzza (ma anche Agnelli non scherza, comunque), avrà la stempiatura alta, avrà la schiena che non è più quella di una volta (e credo che non abbia ancora quarant’anni), ma quando sale su un palco, guardi lui punto e chiuso.

E non importa se non dice una parola (e se la dice la dice in mmerigano), perché tanto lui è dove deve essere, a fare quel che deve fare.

Comunque.

Mi fermo.

Persino io mi rendo conto che fare paragoni con Reznor non sarebbe pietoso.

 

AGGIORNAMENTO: rileggendo mi rendo conto che sembra che il concerto non mi sia piaciuto. Be’, NON mi è dispiaciuto. E gli After NON erano male. E’ solo che sono critica di natura, ok?

E poi il mio concerto della stagione l’ho già avuto.

 

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo ha detto:

    vi ci vuole Burzum, vi ci vuole.

  2. sraule ha detto:

    eh già.
    pensa che bello, adesso è libero. il mondo è già un posto migliore.

    PS. ma lo sai che a elettro wawe c’erano i uochi toki e gli aphex twin?

  3. utente anonimo ha detto:

    posso esprimere la mia perplissità in particolare sui roadies dei Korn?

    Angelo

  4. sraule ha detto:

    sinceramente non ci ho fatto caso, ma in generale all’idroscalo i rodies erano rodies tranquilli e professionali.

    poi, certo, immagino che se sei un rodie dei korn la vita non ti sorrida particolarmente. 🙂

  5. utente anonimo ha detto:

    ma davvero non te ne sei accorta, che dopo il soundcheck più lungo della giornata, la chitarra non si sentiva un cacchio e hanno dovuto risistemare tutto e rifare l’intro…

  6. sraule ha detto:

    no. ero al bagno. sono arrivata che avevano già iniziato.
    mi sono persa una perla, eh?

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