Tempo fa mi era stato chiesto un racconto per un’antologia noir. Io odio questo termine, che ormai indica un po’ tutto. Prima o poi, al supermercato, vedrò un cartello che indica un favoloso 3×2: pomodori pulp, zucchine noir e, chi lo sa, carote thriller.
Comunque, mi chiedono questo racconto. Il tema ha a che vedere col noir, ma adesso non ricordo.
Inizio a scrivere una cosa pesissima, tipo profondo sud degli Stati uniti. Dei ragazzi che bevono cedrata all’imbrunire, in un giardino dalla vegetazione opprimente, negli anni ’50. Si scambiano storie turpi, violente, mentre le zanzare ronzano e i fiori spandono il loro odore dolciastro, una cosa così.
Molti dialoghi, ma dialoghi pesanti, letterari.
Ovviamente a pagina due mi sono rotta le palle, e se mi sono rotta le palle io figuriamoci i lettori.
Allora ho iniziato a scrivere un’altra storia. Era una storia turpe, come quelle che si scambiavano i ragazzini, ma era raccontata dal protagonista, che era un assassino, un maniaco.
Non volevo un assassino simpatico, alla Dexter, ma un assassino che piano piano ti portasse dalla sua parte, ti facesse vedere il mondo dal suo stesso punto di vista deviato.
Era un vero maniaco. Tagliuzzava, e stuprava, ed era un sadico svitato. Si era creato una distorta teologia che lo giustificava, ma solo fino a un certo punto. Per il resto, era consapevole di non essere una persona normale, ma non riusciva a provare rimorso, e non voleva essere come gli altri.
Ho scritto questo racconto, l’ho finito, ma non ero soddisfatta.
Ok, era delirante. Ok, in alcuni punti faceva quasi ridere. Ok, il mio protagonista mi piaceva, ma non mi ero affezionata a lui. A volte succede.
Avevo ambientato la storia dalle mie parti, principalmente perché l’idea di uno spezzino agonizzante mi mette sempre di buon umore.
Ma la storia non era finita, e me ne rendevo conto. Anche questo, a volte succede. A volte uno ha degli inaspettati momenti di insight.
A un certo punto mi sono resa conto che il mio assassino non mi bastava. Volevo del contraddittorio. Ho deciso di dargli un antagonista.
Ovviamente doveva essere un poliziotto. Non mi piacciono le storie in cui le cassiere dell’Esselunga si mettono a indagare e trovano il colpevole (non mi piacciono neanche le storie in cui le cassiere dell’Esselunga si mettono a cantare e intasano le radio, ma questo è un altro discorso).
I giornalisti-detective mi hanno da tempo rotto le palle.
Insomma, volevo un poliziotto.
Che non dovesse essere il solito poliziotto era scontato. Io non scrivo di soliti-personaggi. Sono fatta così.
Ho iniziato a pensare a un dipendente statale come ne incontriamo tutti i giorni. Non ha voglia di lavorare, non sa fare quello che dovrebbe fare e quel poco che fa lo fa senza fretta.
L’ho reso insolitamente onesto, con se stesso e con gli altri, perché mentire è troppo faticoso per lui.
Volevo che fosse eccentrico, che avesse qualcosa che lo riscattasse per il fatto di essere un sbirro così deludente agli occhi dei lettori.
Il mio poliziotto non era un ribelle. Non era in lotta contro la società. Era un disadattato, che poi sono il mio forte, forse perché sono un po’ disadattata anch’io.
Era un cialtrone, sì, ma un cialtrone triste, uno smidollato infelice, che se ne andava in giro apparentemente lieve, senza sapere bene che cosa voleva. Gli piaceva la figa, non gli piaceva lavorare, e in questo non c’è niente di strano, ma, insomma, non era riuscito a diventare adulto.
All’inizio non sapevo perché fosse così disadattato, ora lo so. I suoi motivi non sono inattaccabili, ma, insomma, ci sono.
Mi serviva un personaggio che si comportasse come un adolescente, ma un adolescente tranquillo, poco intollerante. Un adolescente che si taglia con le lamette piuttosto che un adolescente che si sballa con la coca.
Ho pensato che, se era un adolescente, sicuramente ascoltava un sacco di musica.
Abbiamo detective fissati con il jazz, con la classica, con il rock delle origini, con l’opera.
Ma il mio detective non era un vero detective. Non aveva spirito deduttivo, anche se non era scemo. Andava un po’ dove lo portava il vento, ma aveva anche qualche punto fermo.
Avrei potuto creare un personaggio che ascoltava musica punk tutto il tempo. O industrial. O noise.
Be’, mi sarebbe venuto molto più facile.
Ma il mio personaggio era uno smidollato. Alla fine ho deciso che doveva ascoltare musica goth. E non con del discernimento, ma solo musica goth cupa, deprimente, pesante, ridicolmente goth, insomma.
Ed ecco qua. Avevo creato il caro commissario Sensi.
Mi sono lasciata prendere un po’ la mano. Non so perché, ma Sensi ha iniziato a starmi sempre più simpatico. Mentre scrivevo le sue storie mi divertivo un sacco.
Dopo il primo racconto, ho scritto un libro. Intero. Con lui. Dove raccontavo, spiegavo, esaminavo. E gli facevo prendere un sacco di legnate. L’ho scritto in 15 giorni, forse meno.
Mi sono divertita da pazzi, e uno deve sempre fare quello che lo fa divertire da pazzi.
O, almeno, così la vedo io.
Che cosa ne sarà di lui con esattezza non so. A me piace, ma agli altri non so.
Per il momento scrivere di Sensi e della sua squadra scalcinata continua a farmi divertire, a rendermi allegra, a farmi riflettere, a volte. Quindi, io dico, va bene così, no?
Mica uno può sempre scrivere per portare a casa la pagnotta.
A volte uno deve solo spaccare un po’ di culi, come si diceva tempo fa. Immagino che la modestia non sia il mio forte, ma quando scrivo Sensi mi sento così, mi pare che sto spaccando un po’ di culi, mi pare che sto facendo qualcosa per il gusto di divertirmi.
E una ragazza si deve divertire, o no?

PS. Ah, ovviamente dell’antologia non se n’è fatto niente. Vi stupisce?

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo scrive:

    Ma se ci si diverte e si porta a casa la pagnotta?

    Ti posso parlare in altra sede?
    Ho provato sul cell. di Armando, ma deve essere perso nel suo Inferno.

    Lui, comunque, il mio ce l’ha.
    Potresti chiamarmi?

    AleDiVirgilio

  2. sraule scrive:

    ale: ti chiamo io oggi pomeriggio dopo le 4 e mezza.
    il cellulare di armando non è mai facile da trovare acceso. è un antisociale di merda, non so cosa farci. 🙂

    brullo: mah, io spererei di venderlo a qualcuno, poi si vedrà.

  3. utente anonimo scrive:

    te lo compro per 5 euro.
    (una copia).

  4. sraule scrive:

    grazie, tesoro. puoi averlo gratis, in formato .doc, ma solo perché sei mio fratello 🙂

  5. sraule scrive:

    ti è arrivato, almeno?

  6. CREPASCOLO scrive:

    Il commissario Sensi ci piace già. Ci piacciono quei nomi ( Alberto Sordi, Ornella Muti ) che richiamano ad una sinestesia per omissione un po’ come la siepe leopardiana: Alberto non ci sente, ma avrà la vista di un falco ed il fiuto di un bracco.
    In un soprassalto di manierismo, ci permettiamo di sviluppare il concetto srauleico in modalità crepusculare. Noi proporremmo qualcosa di questo tenore: un criminale seriale rende afone tutte le cassiere esselunghe che abbiamo velleità canore. Le transazioni – grazie al lettore di codice a barre – proseguono senza scosse, ma un sondaggio interno all’azienda di Caproni stigmatizza un aumento della percentuale di spleen dei clienti che scelgono sempre meno soluzioni tre per due, consapevoli della caducità delle umane intraprese.
    Mister Caproni decide di devolvere il ricavato del libello che ha scritto per dimostrare di essere vittima delle politiche invasive della Coop nella ricompensa per un investigatore privato. Dieci euri non sono molti. Accetta il caso solo Peso Goth, uno statale interinale, disadattato part time, campione di tetris tridimensionale e di pinnacolo a squadre – i suoi soli vizi ” per ricordarsi di essere un uomo ” come direbbe il Capo Fear di DeNiro.
    Peso – forse per il nome – ritiene, come prima di lui Nero Wolfe, che l’inerzia ( la tendenza di un corpo di persitere, in assenza di forze esterne, nello stato in cui si trova ) sia il principio primo ed ultimo dell’universo. Investito dell’indagine, spende i 10 euri in una cassa di birra ambrata nel discount sotto l’ufficio. Piedi sulla scrivania, dalla meditazione zen al sonno del giusto il passo è breve. Molto dopo il crepuscolo, Peso si ridesta nel buio. Una luce filtra da sotto la porta del suo Capo, Dexter ” Destro ” Noir, assessore nostalgico condannato dalla sua mediocrità ad uno di quei ruoli che, nelle commedie, è indicato come ” un tizio tra tanti nella folla ”.
    Dexter sta tenendo una conferenza sul fascino dell’orbace nella locale bocciofila, ma ha lasciato il suo pc acceso. Peso, credendo di accedere ai dati sugli scatti di anzianità, scopre che il signor Noir sta scrivendo un memoriale in cui confessa di aver rubato la voce di tante cassiere wannabes perchè ritiene che le raccolte a punti delle fidaty cards – gli stessi premi a parità di bollini per tutti – siano l’ennesimo tentativo di proselitismo di veterocomunisti sconfitti dalla storia, ma mai domi.
    Caso chiuso. La deontologia di Peso lo porterebbe a fare rapporto al signor Esselunga, ma non ha ancora digerito lo scolapasta in truciolato fosforescente( 15.000 bollini + 250 euri ) per gli spaghetti di mezzanotte che ha fatto il suo sporco lavoro solo per due settimane al termine delle quali si è trasformato in una zuppa di legno dal vago aspetto radioattivo, quindi decide di non rivelare la sua scoperta.
    Le dipendenti del supermercato più intonate continuano a perdere la voce, Simona Ventura lascia
    X Factor, Peso accarezza l’idea di aprire una sala giochi per pre pensionati ( burraco, bridge for beginners ), ma l’inerzia lo inchioda al suo ruolo di comparsa.So goes life.

  7. sraule scrive:

    Crepascolo, ti ho già detto che ti adoro?
    Il tuo Peso Goth diventerà il gemello buono di Sensi, è quasi inevitabile 🙂

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