Vi ho parlato del fatto che sono andata a Mantova con Andrea Piccardo, credo. Quello che non sapete è che sono stata indottrinata da lui. Andrea è una brava persona e, obiettivamente, non è colpa sua se è il fratello di uno dei Numero 6. Poi c’è stata quella faccenda della nebbia, durante il viaggio di ritorno. Un’ora nella nebbia fitta, a parlare di musica Indie con lui, con fuori un nulla bianco e privo di suoni.

In poche parole Andrea mi ha mesmerizzata, spero involontariamente.

Preso atto della mia sconfinata ignoranza ho pensato bene di ascoltare qualcosa. Per il momento non sono molto avanti, ma che cosa ci vuoi fare, Andrea, la vita vera rema contro il mesmerismo tutto il tempo.

Comunque, in questo mio processo di sgrezzamento dall’ignoranza, mi sono ritrovata a comprare un cd che è stato alquanto pubblicizzato, per il quale gli Afterhours hanno fatto l’estremo passo di andare a cantare al Festival di Sanremo, incuranti del raccapricciante incremento di vendite al quale andavano incontro, incuranti persino del rischio di diventare un gruppo commerciale sputtanatissimo, con branchi di groupie al seguito (quelle penso che ce l’abbiano, già – le groupie hanno i loro criteri) e milioni di dischi venduti (cioè scaricati illegalmente da eMule).

Insomma l’estremo sacrificio di questo gruppo di valorosi ha prodotto qualcosa.

Un disco.

Un disco che costa 9.90 euro e ha una graziosa copertina con una penisola italiana di piume nere. Un disco con un sottotitolo che non capisco, ma amen, come direbbero i Baustelle (no, lì non riuscirai a spingermi, Andrea, nemmeno morta).

Il sottotitolo è: “19 artisti italiani per un paese migliore?” Il punto interrogativo significa che non sono sicuri neanche loro, suppongo. Immagino l’equivalente di una lunghissima riunione di redazione per deliberare sul punto interrogativo. Ok, ragazzi, probabilmente fa modesto e relativista, ma Veltroni ci ha rotto le palle per questo, sapete?

In ogni caso. Voglio dire, non vorremo attaccarci ad un punto interrogativo. Anche noi che lavoriamo con le parole, su.

Parliamo del disco che, ehy, non è male.

Di mio non sono molto favorevole alle compilazioni (ma sono favorevole alle italianizzazioni buffe). Di solito non compro compilation, non scarico compilation e non produco compilation, tranne che per rompere le palle al Moroso in macchina. Inutile da quando ho scoperto l’attacco aux.

Iniziamo col dire che l’impegno sociale sottostante “Il paese è reale” è condivisibile. L’idea è più o meno questa: popolo che di musica Indie nulla sa, beccatevi questa compilation ed eruditevi.

Io sono favorevole all’erudizione, ma credo che i musicisti Indie lo siano ancora di più. Sai com’è.

Sarebbe come a dire: io sono molto favorevole alla diffusione del fumetto d’autore.

Sospetto sempre di chi fa le cose per puro altruismo, e ho sempre la massima stima di chi deve pagare la bolletta alla fine del mese.

Quindi l’impegno è condivisibile e per fortuna il disco non si è trasformato in “quanto siamo sfigati noi musicisti indipendenti, Governo ladro e anche fascista!” (non che questa frase sia intrinsecamente falsa, ma noi ascoltatori preferiamo farcelo dire in modo più allegorico).

E quindi parliamo di questa compilation che, come dicevo, non è male. Certo, c’è qualche pezzo lagnoso, inutile o semplicemente brutto. Ma c’è anche una maggioranza di roba buona.

I Marta sui tubi con Mercoledì ci regalano l’arrangiamento meglio riuscito, e più raffinato, del disco, i Dente confezionano un pezzo divertente, decisamente canticchiabile, Beato me. Giovanni Ferrario (o “Reverendo”) con la sua California costruisce un brano di rock classico, con un bell’arrangiamento, che starebbe benissimo anche sulle radio commerciali se avesse dalla sua la forza dell’advertising. L’uomo dagli occhi di ghiaccio, il pezzo strumentale dei Calibro 35, è un bel mix di Morricone e gli Alan Parsons Project. Perde un po’ nel finale, che forse doveva dare il tocco più spiccatamente autoriale. Bravi Il teatro degli orrori con Refusenik, mentre Roberto Angelini, con la sua Tempo e pace, si salva sul finale dopo un inizio non particolarmente brllante. Beatrice Antolini, la one-woman-band romana, ha un sound bello davvero e la sua Venetian Hautoboy mi ha convinta.

Bravi i Mariposa con Le cose come stanno, dalla bella sezione ritmica, e i Settlefish, diretti e privi di fronzoli con Catastrophy liars, che ha una bella botta di movimento sul finale.

Finalmente ho ascoltato Il paese è reale con la voce a posto, e non è male.

Ho lasciato per ultima What you said della A toys orchestra, il brano che ho preferito. Minimale, lieve, sentito.

Quindi, nel complesso, un buon acquisto.

Mi resta solo una perplessità: se si voleva togliere dal ghetto la musica indipendente italiana la scelta di vendere l’album SOLO nelle Fnac… che senso ha?

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. mrharrison ha detto:

    non ce l’ha, pochi giri di parole. è meglio se non mi sbilancio stanotte perchè sono piuttosto incazzato con il mondo e con l’italia. anzi, è meglio se mi trovo qualcosa per calmarmi, altrimenti mi sa che la nottata sarà lunga.

  2. sraule ha detto:

    mah, io non sono esperta di robe indie, l’ho già detto.
    insomma, mi piacciono gli zeppelin.
    ma temo che il fatto sia sempre lo stesso, questi non si vogliono sputtanare e finiscono per non esporsi nemmeno.
    più o meno è il criterio con cui giudicavamo se uno era “abbastanza punk” quando io e i miei amici avevamo 16 anni.
    “Ah, tu mangi i cioccolatini della kinder, allora non sei abbastanza punk”.
    hai ragione.
    che palle.

    ma c’è una cosa che mi trattiene dall’esprimere compiutamente questa opinione ed è: forse questo è proprio l’unico modo che hanno trovato. forse la ricordi non gli ha preso in distribuzione il disco (ma perché?)
    e perché non venderlo on-line anche attraverso un sito ufficiale ilpaeseèreale.it invece che solo attraverso l’online store della fnac?
    voglio dire: rainbow non è stato venduto sul solo su, poni, amazon.

    grande bho.

  3. mrharrison ha detto:

    non credo che ci siano stati problemi di distribuzione del tipo che dici tu, perchè ritengo che un disco così mediamente venda come un qualsiasi disco di un artista che ha appena fatto sanremo, nè più nè meno. forse, nel cercare nuove vie di distribuzione, hanno pensato a questa formula, che fra l’altro è ridicola, come hai evidenziato.
    innegabilmente l’essere indie riguarda più i metodi di distribuzione che non la musica stessa; se proprio andiamo a vedere, molti artisti “maggiori” non sono poi così lontani dalle soluzioni dell’indie e viceversa, come è giusto e logico che sia (è più che ovvio che ci sia osmosi tra ambienti). vale per la musica come per tutto il resto.
    ciò che mi fa storcere il naso di fronte alla scena indie in generale è il fatto che sia esclusivista tanto quanto quella delle major, e il suo pubblico probabilmente lo è ancora di più, tanto da essere diventata peggio – in questo senso – da un punto di vista meramente concettuale di ciò che vorrebbe combattere. ecco perchè non mi interesso minimamente di indie

  4. sraule ha detto:

    visto che non conoscevo affatto questo mondo – mentre magari conoscevo tempo fa il mondo super-indie del punk hc italiano – ho iniziato ad ascoltare qualcosa qua e là.
    non sono particolarmente convinta, ma è anche vero che i miei gusti musicali sono molto vari, ma molto, molto precisi.
    so sempre con grande nettezza che cosa mi interessa e che cosa non mi interessa.
    per dire: né il teatro degli orrori né le luci della centrale elettrica mi interessano, e questo non significa che non sono bravi.
    gli afterhours a volte mi interessano e a volte no.
    ho idea che beatrice antolini potrebbe interessarmi. e forse anche gli a toy orchestra. ma non ho tempo di di approfondire, in effetti.

    il pubblico indie, questo l’ho già capito, è orrore allo stato puro.
    questo è un grande problema in tutti i campi, d’altronde.
    noi fumettari abbiamo i lettori nerd possibilmente trekkers, i musicisti indie hanno gli integralisti indie, e così via.
    sempre meglio che avere gli ascoltatori di marilyn manson, suppongo.

  5. mrharrison ha detto:

    il problema è che veramente si sta cercando sempre di più il meno peggio. vale per tutto, e non è una cosa che mi fa ben sperare

  6. utente anonimo ha detto:

    Grande Susanna.
    Intanto sono molto felice del tuo interessamento (o del mio successo nel processo di mesmerizzazione) e lo sono ancora di più perché il tuo senso critico resta di una coerenza spiazzante (nonostante il mesmerismo).
    Direi senza rischio di offendere nessuno che sostenere che “l’essere indie riguarda più i metodi di distribuzione che non la musica stessa” è un’ovvietà elementare, ecco lì il senso di questa operazione che si palesa nel momento in cui gli After mettono piede sul palco di SanRemo. Non è necessario spiegarlo.
    I luoghi, i canali e le intenzioni dell’indie rimangono, nonostante le episodiche iniziative di un’etichetta (casasonica=subsonica) di promuovere dei gruppi.
    L’indie non è un genere musicale, ed è questo il bello, perché a te possono non piacere i Dente (faccio per dire) ma magari scopri negli Amari o TarickOne o i Marti, negli Enroco o negli Ex-Otago soluzioni e contenuti che funzionano.
    Invece credo sia un po’ sciocco sostenere o credere che il pubblico e i gruppi Indie siano esclusivisti e che combattano contro il sistema delle Major. Ci manca solo che si snobbi il pubblico e si combatta contro questo o quel altro e abbiamo bello che finito di ridere. Lo spirito Indie è più concentrato a trovare il sistema di fare musica senza legacci di MERCATO, è più una ricerca di autonomia che un bisogno di libertà. Poi i giochi che ci si fanno intorno possono essere mille, vedi i NOME o Bonnie “Prince” Billy, i tre allegri ragazzi morti o la stessa Casasonica.

  7. sraule ha detto:

    andrea, iniziamo col dire che E’ TUTTA COLPA TUA.
    sì, il concetto del “trovare il sistema di fare musica senza legacci di MERCATO” credo che lo si desse un po’ per scontato.
    ma siccome io e mrharrison (che è un musicista pure lui) siamo due lavascale, sempre pronti a criticare, siamo passati direttamente alla querimonia.

    io, senza saper né leggere né scrivere come si suol dire, sono rimasta un po’ impressionata dai commenti dei cosiddetti “fan” degli afterhours quando loro hanno detto che sarebbero andati a sanremo.
    minchia, e menomale che erano fan, se erano nemici giurati che cosa succedeva, che li prendevano e li regalavano al tizio di saw?
    ma come sai è un problema generale anche quello.
    voglio dire: c’è gente che mi scrive dicendo di aver apprezzato ravenstock, ma che preferiva inside perché era più [inserisci parola che sta per “indie”]. ma forse farò un post su questo.

    ovviamente io non credo che i fan della musica indipendente siano tutti così. anzi, spero che quelli che si vedono online siano la famosa “minoranza rumorosa”.

    detto questo, tu che sei esperto, spiegami perché farsi distribuire solo nella fnac. la prossima volta daranno un numerino e inviteranno tutti ad andare a ritirare il disco nella cucina di agnelli o cosa? chissà, magari la signora agnelli farà anche la peperonata.

    ultima cosa: mi piacciono i numero 6. il mio account myspace è morto, quindi te lo dico a te.

  8. utente anonimo ha detto:

    l’idea del numerino è divertente 🙂 bisognerà proporgliela.

    Io credo che si debba chiedere a loro la ragione vera di questa doppia operazione SanRemo/FNAC. Io l’operazione FNAC, l’ho registrata poco corretta più che insensata e credo che riceveranno lamentele da parte dei piccoli. Il fatto comunque di salire sul palco di San Remo o farti vendere solo da una Multinazionale un po’ ti sporca la fedina artistica (ma se l’erano già sporcata facendosi produrre dalla Universal). Non lo so, non riesco a capire se hanno fatto bene oppure no, certo il settore del Indipendente italiano ha in parte beneficiato e questo per me resta un dato positivo anche se ci hanno rimesso la credibilità. Effettivamente è un comportamento shtrano, molto shtrano.

    Riferirò al fratello senzaltro, merci.
    Pic

  9. sraule ha detto:

    ma vedi che allora sei integralista anche tu? 🙂
    che cavolo te ne frega di dove vanno a suonare questi? e che cavolo ti cambia se sono poveri o ricchi?
    voglio dire, se si arricchiscono meglio per loro. se firmano con la universal, con la virgin o con so-una-sega-io meglio per loro.
    meglio anche per me, che trovo i loro dischi in modo più facile.
    da un altro punto di vista, peggio per loro perché a me di dare soldi alla universal non me ne frega niente e, insomma, anch’io ho dei programmi di peer to peer come tutti gli altri.
    qua, poi, bisognerebbe fare un discorso sulla consapevolezza degli acquirenti.
    io, che ho comprato un ottimo album strumentale dei nin a 3.50 euro in internet e poi ho appreso che i nin ci avevano ricavato non so quanti milioni, senza che nessuna etichetta ci guadagnasse un soldo, il prossimo disco dei nin lo comprerò di sicuro.
    un disco come il paese è reale, dove con 9.90 ci devono beccare qualcosa in 18, e in più devono pagare la stampa (e anche i subsonica, è chiaro), lo compro anche quello, ma niente mi toglie dalla testa che questi siano degli idioti (o in cattiva fede).
    perché la distribuzione su internet gli sarebbe costata di meno, sarebbe stata più capillare (la fnac non è ovunque – anzi, proprio in poche città, tutto considerato), e comunque non gli avrebbe impedito di stamparne delle copie per i fan amanti del feticcio fisico.
    di ghosts ne sono state stampate delle copie. io, che in effetti per i nin sono un po’ feticista, ne avrei comprata una (un’altra), ma a spezia non è mai arrivato. in effetti non importa perché tanto il disco l’avevo già comprato e dentro c’erano anche i file ad alta risoluzione della cover, se proprio volevo farlo diy.

    allora sembra quasi che il paese è reale sia un album fatto per far vedere a tutti che gli indie, comunque, non abbandoneranno la loro nicchia.

  10. mrharrison ha detto:

    sul fatto che l’indie non è un genere musicale ci si potrebbero perdere delle ore, perchè non è mica così vero; esso infatti rispetta delle norme tecnico-formali, semiotiche, comportamentali, sociali ed ideologiche tali da essere definito tale.

    generalmente chi è nel mondo indie ama pensare che non ci siano norme tecnico-formali che lo regolamentano, ma la realtà è ben diversa: se un gruppo incide un disco vicino alle produzioni delle major per sonorità e scrittura (canzoni strofa-ritornello, assenza di noise, testi spensierati, progressioni armoniche e melodiche “da canone” et similia) ma decide di distribuirlo nei circuiti indie, verrà tranquillamente snobbato e ostracizzato. è normale che sia così, dopotutto.

    noi fumettari abbiamo i lettori nerd possibilmente trekkers
    ne ho conosciuti, su internet. gente che non vede l’ora di leggere l’ultimo lanterna verde e che smania all’idea che esca il film “shazam!”. LOL

  11. sraule ha detto:

    sì, be’, i musicisti indie che si lamentano del loro pubblico dovrebbero fare per un po’ una dieta di cosplayers, in effetti.

    sulle specifiche del genere: io ho notato entrambe le cose. sia che determinati elementi ritornano, sia che c’è grande diversità.

    ma io sono ignorante, continuo a dirlo.
    su lanterna verde potrei saperne un po’ di più 🙂

  12. utente anonimo ha detto:

    😉 eh eh eh ooooh integralista a chi???

    chiariamo a me non interessa se questi diventano tutti dei Vasco Rossi o delle Laura Pausini, buon per loro l’importante è che continuino a fare bene. A me Vasco non dispiace affatto, la Pausini in compenso mi fa sorridere (o piangere, boh?).
    Naturalmente anche io ho comprato “Il paese è reale” e me ne vanto, ne faccio però un discorso di principio (più dialettico che di partito preso) e forse è questo che non mi permette di capire. L’operazione, credo (ma non ci metto la mano sul fuoco), ha fatto bene al settore dell’indie quindi secondo me il senso di aver usato due canali così importanti dal punto di vista mediatico credo stia lì. Però se penso anche ai piccoli negozi di musica che si sostengono vendendo in particolare il prodotto indipendente, vedersi snobbare per la Fnac, credo possa dargli fastidio, no?

    Per quanto riguarda la definizione di Indie invece mi permetto di dissentire e mi faccio dare una mano da Wikipedia (santa subito). Il problema è che stiamo superando la fase dell’indie e quindi si fa una gran confusione con quello che per “CONVENZIONE GERGALE POPOLARE” si definisce indie e quello che è realmente Indie.
    Perdonami mrharrison ma non riesco ad essere daccordo nemmeno su questa definizione che dai dell’indie che non rispetta determinate caratteristiche formali che piacciono al mercato mainstream. Nel bacino del indie ci finiscono talmente tanti modi di fare musica, (anche virtuosistico, ebbene sì) che ti assicuro che è piuttosto complicato dire che le major osteggiano o snobbano quel settore. Potremmo parlare dei Meganoidi, di TarickOne, dei Perturbazione, di Ellioth Smith, degli Spank Rock, dei Virginiana Miller, dei Punkreas carrettate di gruppi di generi differenti per differenti etichette indie che hanno, per un verso o per l’altro, sfiorato l’occasione di firmare con grandi etichette (e alcuni l’hanno pure fatto, mannaggia :-)) ma che alla fine sono tornati all’indie non per essere stati snobbati ma per scelta.
    Gli stessi Numero6 nel 98 erano prodotti Sony e nel 2003 WEA. Oggi credo che un’etichetta come la GreenFog riesca a curargli mooolto meglio il prodotto di quanto possa fare una Major. Prova ne è l’ultimo disco dei Tre allegri ragazzi morti, ricordo che nel 99 erano prodotti da “Ricordi”, il disco “Mostri e normali” era divertente all’epoca ma sentire il lavoro che hanno fatto nel ultimo disco fa capire perché scegliere un’etichetta indie.
    Poi uno può disquisire sui modi e le intenzioni e sull’aspettativa di ognuno di questi gruppi. Però intendiamoci sui termini, Indie è indipendente non snob. Indie è indipendente non improvvisato. Indie è indipendente non un genere.
    Si dice Indie-Rock, indie-pop, Noise rock, Post rock, Dance punk, Garage rock revival, Post-punk revival di alcuni dei generi più famosi del INDIE ROCK.
    Mi sono dilungato?
    🙂 scusate

    Pic

  13. sraule ha detto:

    dilungati pure. io sono sempre mesmerizzata.

  14. utente anonimo ha detto:

    ah un’ultima cosa che ho notato, mio fratello è voce chitarra tastiera triccheballacche e putipù. Però non è il Cantante.

    Pic

  15. sraule ha detto:

    O.P.S.
    cambierò al più presto.

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