Solito stacco per l’informazione di servizio del giorno.

insidecoverTP

Questa che vedete è la copertina del trade paperback di Inside, che uscirà per Cut-up a fine ottobre. Annuncia di essere un librone di quasi 200 pagine, utile anche per colpire a morte sconosciuti in caso di rapina (laddove, ovviamente, mi aspetto che voi siate i rapinatori). Comprende ovviamente i 4 numeri della serie già usciti (e tutti esauriti e non più reperibili in fumetteria), ma non è tutto.

In più, infatti:

1) Contiene un racconto inedito, che va a concludere la saga del criminologo agli arresti. Più sotto ve ne offro un assaggio.

2) E’ stato completamente re-impaginato. La maggior parte degli errori di battitura sono stati eliminati (ma, tranquilli, probabilmente ne sono stati commessi di nuovi), la prima storia non solo è stata del tutto riletterata, ma è anche stata parzialmente riscritta.

3) Ci saranno illustrazioni appositamente realizzate per questa edizione.

Il lavoro è grosso e ci sono impazzita dietro per un bel po’, ma spero possa mettere fine alle varie lamentele di questi anni sulla difficoltà di reperimento, sulla distribuzione inadeguata, sulle edizioni di scarsa qualità di stampa ecc.

L’ultima uccide (estratto)

[…]

Quando aprirono un’indagine interna su di lei, June Ross era stata una detective della Squadra Omicidi per otto mesi.

Aveva arrestato undici persone, una media dannatamente alta per una città dove la media delle catture raggiungeva a malapena il 50% dei crimini.

Era stata l’agente di collegamento del Dipartimento con Andrew Word, il noto criminilogo-criminale, in quattro casi, di cui due avevano portato ad un arresto, uno ad un cadavere e uno era stato archiviato.

Andava a letto con il noto criminologo-criminale da otto mesi, con una pausa di uno.

Quando ti arruoli nelle forze dell’ordine devi dimostrare di non avere rapporti con la criminalità. È una norma del tutto logica, e del tutto formale.

Che un poliziotto non abbia mai avuto rapporti con un criminale ha lo stesso senso di un attore porno che non abbia mai visto una donna nuda.

Adesso qualcuno, in Dipartimento, sosteneva che lei non avrebbe mai dovuto vedere un criminale nudo.

Il criminale, naturalmente, era Andrew Ward.

Il crimine per cui era stato processato più di sette anni prima era di aver ucciso un uomo. Un criminale anche lui. Un killer seriale, nello specifico.

Il crimine per cui lo processavano ora era di essere uno spocchioso figlio di puttana, un perfettino, un sotuttoio e anche un ricco presuntuoso dall’accento di Boston.

Lo stavano facendo a spese di Ross, naturalmente, cosa che faceva incazzare moltissimo tutti e due, e lo stavano facendo su segnalzione del partner di Ross, cosa che faceva incazzare moltissimo lei.

Venerdì 22 giugno aveva trovato due tizi della Affari Interni che volteggiavano davanti alla sua scrivania. Che fossero lì non l’aveva stupita. Erano già un paio di settimane che le giravano intorno. L’unica cosa strana era che si fossero fatti vedere.

 

Venerdì 22 giugno, mentre McKenzie Williams entrava in banca e mentre Ross mandava a fare in culo i due tizi della Affari Interni, Andrew Ward dormiva nel suo letto, nel suo appartamento al penultimo piano di un brutto ma prestigioso edificio di Washington Place, praticamente nel centro di Manhattan e a poca distanza dalla Applework Trust.

Quello che sognava era, come quasi tutte le notti, una variazione sul tema di un corpo femminile martoriato su un tavolo da autopsia. Il corpo era quello di Valerie Conradson, sua ex-partner all’FBI, sua ex-amante, e ultima vittima dell’ex-serial killer che lui stesso aveva provveduto a far finire su un tavolo autoptico simile a quello del sogno, con un tale numero di pallottole dentro da giustificare l’uso del termine “overkill”.

Se il campanello non avesse cominciato a suonare, molto presto Ward si sarebbe svegliato di colpo, oppresso da un cupo senso di disperazione, e si sarebbe accorto che il corpo caldo e specialmente vivo di June Ross non era più accanto a lui nel letto, pronto a consolarlo.

Il campanello emise un trillo fastidioso e Ward aprì gli occhi quasi sollevato.

Valerie Conradson era scomparsa.

“Un attimo!” urlò, mentre il suono fastidioso si ripeteva.

Scivolò giù dal letto, fece scomparire sotto le coperte il pigiama di Ross, mise il suo cuscino sopra al proprio e andò in bagno.

Si lavò velocemente la faccia, pisciò, e tolse lo spazzolino di Ross dal bicchiere sul lavandino.

Il campanello trillò di nuovo.

“Cazzo, un attimo!” ripeté Ward.

Nascose la crema epilatoria di Ross nello stipetto, poi tornò in camera da letto e imboscò sul fondo di un armadio i suoi vestiti.

Aprì la pesante porta blindata del suo appartamento mentre il campanello stava suonando per la terza volta.

“Volete darle un minuto per nascondersi sotto al letto o cosa?” disse, sarcastico, prima di trovarsi davanti agli occhi la faccia paonazza di Saluzzi.

John Saluzzi era un capitano della Omicidi da vent’anni, un amico di Ward da sedici, e nessuna delle due cose gli aveva fatto bene alla salute. Sudava come se si fosse fatto i cinque piani di scale fino alla porta di Ward di corsa, invece che in ascensore.

“Chi deve fare cosa?” balbettò, spiazzato, entrando.

“Niente. Pensavo fosse qualcuno della Affari Interni,” spiegò Ward, precedendolo in salotto. Così com’era, in mutande, si lasciò cadere su una delle sue poltrone azzurre.

“Sì, be’. Dovreste cercare di risolvere la cosa. Ma non era per questo che…”

“Risolvere? Hai presente che razza di soluzione mi ha proposto il mio avvocato?” ribatté Ward, senza lasciarlo finire. Saluzzi sospirò e si sedette pesantemente al tavolo davanti a lui.

“Posso immaginarlo,” rispose, con un mezzo sorriso.

Ward si spostò un ciuffo di capelli dagli occhi. Non sembrava in forma. Solitamente era impeccabile. Completi sobri e presumibilmente costosi, camicie ben stirate, viso perfettamente sbarbato e un’aria di evidente superiorità.

Ora era in mutande, sudaticcio, con la barba di un giorno e l’espressione di un pugile alle corde.

“Già, il problema è che lo sa anche lei. E indovina chi sta facendo la figura dello stronzo?”

“Andrew, hanno inventato il divorzio apposta per questo genere di cose,” gli ricordò Saluzzi, bonario. Poi guardò l’orologio e si accigliò di nuovo. “Non ero venuto qua esattamente per parlarti di questo, comunque.”

“Sì, anche a me sembra prematuro. Ancora non mi sono sposato.”

“Questa mattina dei rapinatori sono entrati alla Applework Trust:”

Ward sbuffò. “Bene, spero che gli abbiano portato via tutto, a quei bastardi.”

Non era interessato, questo era palese. Saluzzi scosse la testa.

“Il problema è che sono ancora dentro.”

“Degli incompetenti, e allora?” disse, per niente eccitato. “Hanno preso degli ostaggi?” Sembrava che degli eventuali ostaggi gliene fregasse anche meno che dei rapinatori.

“Ovvio,” replicò Saluzzi.

Se Ward non fosse stato preoccupato per l’indagine degli Affari Interni che stava per costringerlo sull’altare, si sarebbe accorto che c’era qualcosa di strano nell’espressione sorniona dell’altro.

“Bene. Così impareranno ad affidarsi all’internet banking.” Ci pensò un attimo. “Quelli che sopravvivono alla rapina e all’FBI, intendo. Perché hanno chiamato i feebee, suppongo. Reato federale e tutto il resto. Sai, mi ha sempre fatto ridere che rapinare una banca sia un reato federale e uccidere un uomo…”

“Uno degli ostaggi è McKenzie Williams,” lo interruppe di nuovo, Saluzzi.

Sul viso dell’altro si formò un’espressione perplessa.

“Come la figlia del governatore?” domandò.

Saluzzi annuì.

“Be’, era anche l’ora che le capitasse qualcosa,” concluse Ward, con una scrollata di spalle. “Vedi, il fatto è che io non voglio sposare June Ross,” aggiunse, considerando l’argomento esaurito o, più probabilmente, fingendo che lo fosse.

“Pensavo che fossi innamorato di lei.”

Ward sbuffò di nuovo.

“Pensavo che almeno ci tenessi,” aggiunse Saluzzi.

“Fammi indovinare, Williams ha telefonato al capo della polizia tutto preoccupato, e il capo della polizia ha telefonato a te ordinandoti di convincere me a tirare fuori McViziata Williams da quella banca piena di rapinatori sporchi e puzzolenti.”

“Non esattamente. Williams sta venendo qua, per convincerti a farlo,” precisò il capitano. “Ma forse ha sbagliato indirizzo, visto che non riesci neanche a tirare fuori la tua donna da un’indagine della Affari Interni senza andare nel panico.”

Ward si alzò in piedi di scatto.

“Cristo, Williams sta venendo qua?”

Saluzzi annuì. “In elicottero, da Albany.”

“Grande,” disse Ward, poi si diresse verso il bagno a passo di carica.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Ethelred scrive:

    Mi inchino ammirata all’assaggio.
    ‘-‘

  2. sraule scrive:

    Bah, spero che questo punisca per sempre gli ossessivi della continuity! 🙂

  3. brullonulla scrive:

    ommioddio. e io che pensavo che di inside ne fossero usciti solo due e poi fosse morto.
    com’è che io ne ho sempre visti solo due numeri in giro?
    boh.

  4. sraule scrive:

    praticamente ti ha risposto brullo, ethelred.

    gli ultimi due numeri sono stati mal distribuiti e sono esauriti anche loro.

    alla fine del num 4 ward non era ancora morto, temo. ma a tutto c’è un rimedio :asd:

  5. lulabelle scrive:

    fichissimo, su. ecco da dove veniva il sottotitolo del blog, non ne avevo idea.

  6. sraule scrive:

    è più il titolo della storia che viene dal titolo del blog.
    ed entrambi vengono da peres reverte: tutte feriscono l’ultima uccide, ma non mi ricordo il romanzo. probabilmente il club dumas.

  7. mrharrison scrive:

    bene, sai che l’attendevo

  8. utente anonimo scrive:

    A parte il fatto che sushi-ward mi sta pesantemente sulle palle il modo in cui hai scritto il racconto è bellissimo.

    Arm

  9. sraule scrive:

    ma sushi-ward sta pesantemente sulle palle anche a me, Arm.

    non è un personaggio simpatico, questo poco ma sicuro.

    mrharrison: esatto, questo era il motivo per cui sconsigliavo di provare a rintracciare gli albetti singoli!

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