Visto che è Pasqua, e che a Pasqua siamo tutti più buoni, spero  che apprezzerete il  racconto che ho deciso di condividere con voi. Come sapete sono un orgoglioso membro di Uno studio in Holmes, l’associazione degli sherlockiani italiani. Questo è un mio piccolo omaggio al Grande Detective.

 

Il mio amico Sherlock Holmes ed io abitavamo nel ventunesimo secolo da ormai cinque anni quando sulla mia scrivania fu letteralmente lanciata una busta color crema dall’aspetto insolitamente opulento.
Era stata scagliata, naturalmente, da Holmes stesso, in uno dei suoi momenti temperamentali.
“Prossimamente mi chiederanno di danzare con un tutù, Watson!” sbotto’, irritato, passeggiando avanti e indietro per il nostro appartamento di Spitalfields. Il suo umore, negli ultimi giorni, era andato peggiorando progressivamente, come sempre nei periodi di inattività. “Guardi questa busta e mi dica se non hanno raggiunto il limite massimo del ridicolo!”
Spostando la sceneggiatura che avevo di fronte sopra una pigna pericolante di manoscritti, feci come mi chiedeva.
Si trattava di una busta, come dicevo, di spessa carta color crema, dalla superficie leggermente bugnata. Holmes l’aveva già aperta tagliandola su un lato, così estrassi senza altro indugio la lettera che conteneva. Era stampata su carta coordinata a quella della busta, ma più sottile.
“Come vede, il nostro interlocutore è un pallone gonfiato,” disse Holmes, che ne frattempo si era andato a sedere sulla poltrona "La Z Boy" che era il vanto del mio studio.
“La invitano ad un programma televisivo, Holmes. Credevo che ricevesse proposte simili ogni giorno senza prenderla così sul personale.”
Holmes sbuffò e unì le dita a cuspide davanti al viso nel modo che solitamente precedeva una delle sue salite in cattedra.
“Ma naturalmente avrà notato l’ostentazione della missiva. Redatta su carta D. Steimberg & Sons, di Boston. Non solo di alta qualità, ma anche relativamente insolita. Per non parlare della forma stessa della comunicazione. Un’anacronistica busta di qualità così sopraffina da essere pretenziosa. Non ci legge una provocazione, forse persino una sfida, camuffata da piaggeria?”
“Onestamente no, Holmes,” dissi, ma come avveniva solitamente quando era lanciato in un ragionamento non sembrò nemmeno accorgersi che avevo parlato.
“Come se potessi preferire una lettera cartacea alla comodità e all’efficienza della posta elettronica. Come se volesse darmi un surplus di materiale su cui esercitare le mie doti deduttive. Sì, Watson, lo trovo leggermente offensivo. D’altronde,” aggiunse, in tono più moderato e non privo di una certa civetteria, “ormai mi sono abituato ai tentativi puerili di… come direbbe il suo agente? Cazzeggiare con me?”
Non potei impedirmi di sorridere.
La naturale misantropia di Holmes aveva raggiunto vette inedite da quando il ventunesimo secolo gli aveva fornito i mezzi per evitare qualsiasi contatto di troppo tra sé e i suoi clienti. Era così famoso che la nostra vecchia abitazione in Baker Street era diventata un museo – Holmes aveva fatto finta di brontolare per qualche mese, poi aveva suggerito che la sua poltrona preferita era piazzata dall’altra parte della stanza – e praticamente si poteva permettere ogni eccentricità.
Normalmente non riceveva telefonate, ma comunicava solo attraverso la posta elettronica o, in casi eccezionali, Msn. Lo definiva “il telegrafo del ventunesimo secolo”.
“Ma Holmes, lei sta esagerando. Questo produttore voleva solo attirare la sua attenzione, e direi che ci è riuscito!”
Gli occhi grigi del mio amico si ridussero a due fessure sospettose. “Non sarà uno dei suoi conoscenti, Watson?”
Osservai la firma in calce alla lettera. “Effettivamente, ora che me lo fa notare, devo aver incontrato questo signore in occasione di una qualche premiazione. Non penserà che io l’abbia incoraggiato a scriverle, spero?”
Mi ero smascherato e sarebbe fare un torto alla fondamentale generosità di Holmes non ammettere che a quel punto il suo sguardo si addolcì un poco.
“Bene, si tratta solo del vecchio gioco, vede? Forse ne ho sentito la nostalgia, chi può dirlo?” confessai.
Holmes tirò fuori dalla tasca della vestaglia un pacchetto di tabacco Drum e si arrotolò una sigaretta con l’abituale distratta efficienza. Dopo averla accesa, sbuffò un paio di volte verso il soffitto, con aria assorta, prima di cercare con lo sguardo un posacenere.
“Potrebbe persino essere istruttivo,” ammise.

Gli studi della BBC1 erano caotici come tutte le volte che li avevo visitati. Sia a causa del mio lavoro, sia perché ero conosciuto come il Boswell di Holmes, a volte ero stato invitato in uno di quelli che chiamano “salotti televisivi”.
Il mio amico, dal canto suo, riceveva pressanti inviti da trasmissioni di ogni tipo, da quelle di musica classica a quelle scandalistiche, per non parlare dei programmi di cronaca nera.
Sebbene non gli dispiacesse affatto che il suo genio venisse riconosciuto, considerava la televisione un mezzo volgare e sguaiato, decisamente troppo appariscente per il suo carattere.
Solo il fatto che i proventi della puntata sarebbero stati dati in beneficienza era riuscito, alla fine, a convincerlo a partecipare come ospite speciale.
Io avevo, come dicevo, una certa familiarità con gli studi televisivi.
Non avevo, però, mai visto lo studio di un quiz a premi. Quello di “The unusual suspcts” era più grande di quello che mi aspettavo, circondato dalle tribune del pubblico su tre lati, mentre sul quarto c’era la pedana su cui prendevano posto i “sospetti”. Al centro, in una zona leggermente sopraelevata, c’era la postazione del conduttore e quella del concorrente, proprio di fronte al podio su cui veniva fatta salire l’”identità” di turno.
Dovrei forse accennare a quelle che erano le regole del gioco.
In ogni puntata ad un concorrente venivano mostrate sei persone. Gli venivano poi mostrate sei definizioni, come ad esempio “meccanico” o “bisnonna” oppure “ha vinto alla lotteria”. Una per una, il concorrente doveva indovinare tutte le “identità”, ognuna delle quali aveva un valore che gli veniva rivelato solo dopo che aveva preso una decisione. Ogni volta che indovinava l’identità dell’ospite il concorrente incassava il premio corrispondente, ma bastava sbagliarne una per perdere quanto accumulato fino a quel momento.
Per Holmes, naturalmente, avevano cambiato le regole.
Il mio amico era famoso per saper ricnoscere a colpo d’occhio la professione o altre caratteristiche personali apparentemente impossibili da intuire dei propri clienti, e di sovente usava questo trucco – in realtà il risultato di fulminee catene di deduzioni – per impressionarli e fornire un piccolo saggio delle proprie abilità.
Per questo motivo a Holmes non sarebbe stata mostrata alcuna definizione. Il suo compito era semplicemente quello di elencare la professione e le caratteristiche fondamentali di ogni ospite, mentre il notaio avrebbe deciso quando era sufficiente per considerare superata la prova basandosi su un elenco di informazioni in suo possesso.
Durante la trasmissione Sherlock Holmes avrebbe potuto usufruire di due “aiuti”, ovvero ricevere qualche informazione supplettiva sulle “identità”, delle quali, altrimenti, conosceva solo nome, cognome e luogo di provenienza. Poteva anche avvicinarsi a loro per osservare qualche dettaglio troppo piccolo per essere visto dalla sua posizione.
Quando arrivammo allo studio gli autori della trasmissione ci accolsero con calore e Holmes venne indirizzato verso un camerino. Io presi posto tra il pubblico, in prima fila.
Faceva molto caldo e l’attesa non fu meno sgradevole di quella che avevo sperimentato durante alcuni dei nostri appostamenti più lunghi e faticosi. Il calore comunque almeno giovò alla mia gamba malconcia.
Un minuto dopo le otto e mezza il conduttore, Luke Jest entrò nello studio. Pochi secondi più tardi, salutato dal fragoroso applauso del pubblico, anche Holmes fece la sua comparsa.
Ho già parlato della sua singolare altezza, ed accanto a Jest sembrava ancora più alto, tanto da apparire ancora più magro. Indossava un completo informale leggermente trasandato ed aveva un’espressione divertita, quasi accondiscendente.
Jest gli strinse calorosamente la mano e lo presentò al pubblico come il più grande investigatore vivente, il celeberrimo Sherlock Holmes.
Holmes gli fece modestamente notare che era un consulente investigativo.
Dopo entrarono gli ospiti.

 Erano un’accozzaglia eterogenea. Il primo a salire sul podio, l’Identità Numero Cinque, era un signore sulla cinquantina, in un elegante ma assolutamente comune completo in giacca grigio. Aveva i capelli sale e pepe, tagliati in modo tradizionale, un orologio di acciaio con il quadrante azzurro, una cravatta a righe rosse e grige e, infilati nel taschino della giacca, un paio di occhiali con le lenti bifocali e una penna di metallo.
Prima ancora che l’uomo potesse dire il suo nome Holmes commentò, in tono bonario: “Forse preferirebbe prendere gli altri occhiali, avvocato?”
L’uomo portò automaticamente una mano alla tasca destra dell’abito, ma la ritrasse subito, ricordandosi che era vuota.
Jest rise. “Forse potremmo lasciargli dire chi è, signor Holmes!”
“Mi chiamo David Sperlman,” disse l’uomo, piuttosto mogio. “Vengo da Londra.”
“Infatti. Esercita presso il tribunale di Southwark, se non sbaglio. Un avvocato ecclesiastico, naturalmente.”
L’uomo, che non poteva parlare finché non avrebbe confermato la sua identità, si mosse a disagio sulla pedana.
“Vediamo un po’,” aggiunse Holmes, sporgendosi leggermente in avanti e appoggiando un gomito al leggio che aveva di fronte.
“Dalla regia mi fanno sapere che è già sufficiente, signor Holmes,” lo interruppe il conduttore, ridendo. “E’ stato a dir poco eccezionale, ora resta da vedere se ci ha azzeccato davvero!”
Holmes sorrise dolcemente. “Speriamo,” disse, incrociando le dita al suo indirizzo. Jest non colse il sarcasmo.
“Allora, signor Sperlman, ci potrebbe dire se lei è un avvocato ecclesiastico e se esercita presso il tribunale di…” guardò verso Holmes per ricevere un’imbeccata, dato che non ricordava il nome.
“Southward. E non si dimentichi degli occhiali.”
“… Southward, per quindicimila sterline, che è quanto vale la sua identità?”
Partì una musichetta che aveva lo scopo di far salire la tensione, ma non ce ne sarebbe stato bisogno. Il pubblico era molto attento, persino eccitato, e un paio di signore si mordicchiavano furiosamente le unghie.
Risuonò una specie di gong e Sperlman disse, con aria abbastanza mogia: “Sì, sono tutto ciò che ha detto il signor Holmes.”
Partì un clamoroso applauso. Sperlman sorrise e fece per andarsene come richiedeva il suo ruolo, ma prima di scendere dal podio cambiò idea e tornò a rivolgersi a Jest. “Se non le dispiace vorrei rimanere finché il signor Holmes non avrà spiegato al pubblico come ha fatto a capirlo.”
“Oh, ma era una cosa davvero semplicissima,” si schernì Holmes, come faceva sempre. “Naturalmente avrà capito che è stata la sua cravatta – o meglio, il nodo non proprio perfetto della sua cravatta – a farmi capire che lei normalmente porta un collare da sacerdote. La sua camicia è molto nuova, non è vero, direi che oggi la indossa per la prima volta, mentre il vestito ha un paio d’anni, anche se è molto ben tenuto. Direi che avrebbe usato una camicia delle solite, se non fossero state tutte grigio scuro o nere, fatte per il collare. La cravatta, inoltre, è piuttosto vecchiotta, non proprio alla moda, eppure è incredibilmente nuova, segno che non è stata usata quasi mai. Nel taschino ha degli occhiali da lettura, ma strizza gli occhi come se avesse bisogno anche di un paio di occhiali da vista, che naturalmente di solito porta nella tasca destra del vestito. È leggermente sformata, immagino che anche le altre sue giacche abbiano caratteristiche simili. In quanto alla faccenda dell’avvocato, temo che il suo modo di muovere la testa e di camminare sia caratteristico delle persone abituate a portare la parrucca in equililibrio instabile, e che i suoi capelli si siano un poco modellati di conseguenza. Sono piccole caratteristiche, ma molto tipiche.”
Holmes sorrise quasi come a scusarsi. “Vede bene che un sacerdote che è anche un avvocato e che viene da Londra non può che esercitare al tribunale canonico di Southward, specie se si occupa di annullamenti matrimoniali, come lei.”
“E’ proprio vero!” esclamò Sperlman, che aveva scoltato tutto con grande attenzione.
“La sua penna è il tipo di regalo che farebbe una donna all’avvocato che l’ha assistita in qualcosa di personale. Ne potrà vedere di simili nei taschini degli avvocati divorzisti, ma lei naturalmente non si occupa di divorzi convenzionali. Direi che la signora chiedeva un annullamento.”
“E, a proposito di signore, farei entrare l’Identità Numero Tre!” strillo’ Jest, interrompendo Sperlman prima che chiedesse ulteriori delucidazioni.

Si trattava di una donna poco meno che quarantenne, di corporatura solida, dai capelli biondi raccolti dietro la testa e dagli occhi azzurri grandi e freddi. Aveva un paio di scarpe piatte e un paio di pantaloni di lanina beige, un maglioncino color crema sopra una camicetta col collo tondo, azzurra.
Rimase in piedi sul podio con l’espressione più accuratamente neutra che avessi mai visto e nemmeno la mia fiducia in Holmes mi impedì di provare una fitta d’apprensione.
“Ci può dire il suo nome?” chiese il conduttore.
“Elisabeth John, da Liverpool.”
Jest si voltò verso Holmes, aspettandosi uno dei suoi commenti veloci e incisivi, ma il mio amico stava soppesando l’ospite con grande freddezza. Ho visto raramente Holmes esprire antipatia per qualcuno al primo sguardo, ma quella donna aveva senza dubbio avuto questo effetto.
“Non posso proprio dire di approvare quello che ha fatto,” disse, infatti, scuotendo leggermente la testa. “Considerando che ogni mia eventuale vittoria andrebbe a vantaggio di un’associazione benefica. Comunque,” continuò, rivolto a Jest, “la signora John si è fatta prestare tutti i vestiti da una sua amica, quindi in un certo senso è come se davanti a noi ci fossero due persone. Una, che pssiamo vedere, è un’impiegata, divorziata, appassionata di nuoto. L’altra, che senza dubbio potremmo individuare tra il pubblico, è leggermente più snella, più alta e ha i piedi di un’altra taglia – probabilmente più piccoli, altrimenti la signora avrebbe preso anche le sue scarpe – e lavora in una pasticcieria.”
“Credo che basti, signor Holmes. Ora, naturalmente, controlleremo la veridicità delle sue affermazioni, ma mi sento in dovere di chiarire che il nostro programma chiede ai concorrenti di indossare i propri abiti, venendo in trasmissione.”
“Ne sono certo,” disse Holmes, educatamente.
Bisogna dire che, a questo punto, la signora dimostrava un certo imbarazzo.
“E d’altronde, signor Holmes,” disse Jest, con un’aria ccondiscendente che non mascherava del tutto il suo disappunto, “l’identità di Elisabeth vale ben quarantamila sterline!”
Sul cartellone elettronico sopra le nostre teste si accese una scritta luminosa e il pubblico obbedientemete iniziò ad applaudire.
Partì lo stacco musicale e, quando verosimilmente gli spettatori furono giunti al massimo dell’aspettativa, Jest fece un gesto enfatico con la testa ed annunciò: “Esatto! Il signor Holmes ha fatto di nuovo centro!”
L’applauso del pubblico, a quel punto, ebbe poco a vedere con la scritta luminosa che apparve sui cartelloni.

Le tre identità seguenti non riservarono grandi soprese. Per Holmes non si trattava che di esercitare le qualità che, già estremamente sviluppate per natura, non aveva fatto che affinare in anni ed anni di professione.
Come sempre anch’io tentai di seguire le sue deduzioni e, come sempre, ci riuscii solo in minima parte.
Holmes, non mi stancherò mai di dirlo, aveva un modo quasi soprannaturale di concentrarsi sulle persone, cogliendo quei piccoli dettagli che agli altri passavano del tutto inosservati. La sua apparente disattenzione era solo un elaborato – ed un po’ civettuolo – modo di sviare l’attenzione.
Quando l’Identità Numero Due, l’ultima, fu fatta salire sul podio, quindi, non avevo alcun dubbio che alla fine della trasmissione il bottino dell’Associazione per i Bambini di Strada di Calcutta non sarabbe stato inferiore al montepremi di un milione di sterline messo in palio da “The unusual suspcts”.
Si trattava della seconda donna, dopo la signora Elisabeth che aveva tentato così ingenuamente di ingannare il mio amico.
Dal mio punto di osservazione tra il pubblico ebbi l’impressione che fosse molto attraente, per quanto estrememente sobria, ma sono certo che questo fu l’unico dettaglio del quale Holmes non si accorse affatto. Le donne, come ho già avuto modo di dire, lo interessavano né più né meno del pneumatico sgonfio e sporco che avrebbe potuto trovare su una scena del crimine. In alcuni casi, anzi, il pneumatico avrebbe avuto per lui un fascino decisamente maggiore.
La signorina in questione non poteva avere più di venticinque anni. Il suo viso era regolare, con labbra ben disegnate ed occhi grandi. I capelli biondo scuro erano raccolti dietro la testa in un semplice nodo e tutto il suo aspetto rivelava una curiosa mancanza di vanità.
Indossava dei pantaloni di stweed grigio che non nascondevano la lunghezza delle sue gambe e un maglione a trecce bianco panna, dal collo alto.
“Ed ecco l’identità numero due!” ci annunciò Jest, con un percettibile tono di aspettativa. “Come si chiama, signorina?”
“Andy Williams,” disse lei, con una voce che potrei solo definire dolcissima.
“E da dove viene?” si informò il conduttore.
“Da Manchester,” rispose lei, inclinando appena il capo, in modo quasi timido.
Mi aspettavo, come si aspettava il resto del pubblico, che Holmes iniziasse subito ad elencare ogni possibile elemento della vita della donna. Il valore di quest’ultima risposta non era eccezionale: per il momento Holmes aveva accumulato 975.000 sterline, quindi ovviamente l’identità numero due non poteva valerne che 25.000.
Contriaramente alle aspettative generali, tuttavia, Holems rimase in silenzio.
Sul suo viso si dipinse l’espressione pensosa, quasi distratta, che mi ero abituato ad associare ai suoi momenti di più intensa attività cerebrale.
“Ora,” mormorò, dopo un po’, nel completo silenzio che si era andato creando, “questo sì che è strano.”
I suoi occhi grigi e penetranti si spostarono sul conduttore, il quale, però, rimase attentamente inespressivo.
“Questa signorina le crea dei problemi?” chiese, innocentemente. Sembrava non meno stupito di noi.
Nel mio cervello iniziarono istantaneamente a suonare vari campanelli d’allarme.
Era possibile che tra i concorrenti si fosse infilata un’identità posticcia? E se era così, di chi poteva trattarsi?
Nemmeno per un’istante pensai ad un’imbrogliona di bassa lega come la signora Elisabeth.
Holmes, è inutile dirlo, in quegli anni era più famoso che mai, ed iniziai a temere che quella splendida fanciulla celasse in realtà un’identità molto più inquietante di quello che le apparenze lasciavano supporre.
“Le regole prevedono che mi possa avvicinare, se non sbaglio,” disse Holmes, senza distogliere gli occhi da lei.
Nella mia mente iniziò a prendere forma una sequenza di eventi agghiacciante.
In un istante, come in un film, vidi Holmes che si avvicinava alla sconosciuta con aria indifferente e poi, all’improvviso, la gettava a terra, coprendola con il suo corpo. L’esplosione deflagrava violentissima, strappando per sempre il mio amico alla vita, e rigettandolo in quell’abisso dal quale era scampato miracolosamente quasi due secoli prima.
Confesso che la visione fu talmente chiara, nella mia mente, e talmente vivida, che mi alzai a metà dal mio posto e non riuscii a trattenere un’esclamazione.
“Holmes!” dissi, con voce strozzata.
Lui si voltà dal mio lato con aria un po’ seccata, ma vedendo la mia espressione d’angoscia il suo viso si addolcì.
“Avanti, Watson,” disse, in tono scherzoso, “la signorina non è di certo una kamikaze!”
Ricaddi a sedere sentendomi uno stupido totale.
Naturalmente Holmes aveva capito all’istante quali erano le conclusioni a cui ero giunto e con il suo abituale tatto aveva ritenuto opportuno buttarla sul ridere.
Senza più badarmi, si avvicinò alla donna e le prese una mano. Esaminò con attenzione il palmo e il dorso, poi, inaspettatamente, la fece ruotare e la mosse verso l’alto e verso il basso, come se ne stesse verificando la mobilità dopo un incidente.
“Davvero eccezionale,” commentò, lasciandole libero il polso.
Andy Williams si strinse impercettibilmente nelle spalle, come a dire che non aveva idea del motivo di una simile esternazione.
“Mi scusi, signor Jest,” disse a quel punto Holmes. “Vorrei guardarla negli occhi, crede che sarebbe possibile?”
Jest si mosse a disagio da un piede all’altro. Il pubblico seguiva la scena con il fiato sospeso, letteralmente.
“Be’, ecco…” tergiversò il conduttore. La regia gli disse qualcosa nell’auricolare e lui annuì. “Immagino che non ci siano problemi. Potrebbe abbassarsi un pochino, Andy?”
Andy annuì, compunta, e si piegò leggermente sulle ginocchia, sempre in silenzio.
Per essere una donna era piuttosto alta, forse un metro e settanta, e il palco su cui era doveva misurare non meno di quaranta centimetri. La buffa posizione che assunse strappò qualche risatina al pubblico, ma Holmes rimase serissimo.
Avvicinò il proprio profilo aquilino al suo, scrutandola attentamente negli occhi, con le palpebre socchiuse.
Come c’era da attendersi, la signorina Williams dopo pochi secondi arrossì.
Di solito Holmes, se pure non si accorgeva immediatamente che con i suoi metodi provocava imbarazzo, era sempre molto civile non appena era evidente che qualcuno era a disagio.
In questo caso, tuttavia, si limitò ad inclinare la testa da un lato e a mormorare: “Meraviglioso.”
Poi, come risvegliandosi all’improvviso, sbattè le palbebre e si allontanò di un passo.
“Grazie,” disse, rivolto alla signorina Williams.
Se non lo avessi conosciuto così bene, avrei detto che Holmes era totalmente affascinato dalla giovane bellezza che aveva di fronte.
Il mio amico, che avevo visto nicchiare davanti alle offerte più scandalose delle donne più belle e che avevo visto indifferente fin quasi alla crudeltà nei confronti dei sentimenti feriti di donne non meno avvenenti, ora sembrava sinceramente colpito, quasi sopraffatto.
Tornò al proprio posto con espressione incredula, il che contribuì a farmi sperare che finalmente qualcosa al suo interno si fosse mosso, sebbene di fronte ad una giovane non proprio eccezionale.
“Signor Holmes?” lo richiamò alla realtà, il conduttore.
Holmes era ancora svagato, ma alle sue parole si riscosse un poco.
“Signor Holmes, mi sembra molto colpito,” disse Jest, ridacchiando soddisfatto.
“Oh, colpito è dir poco. Sono completamente affascinato,” ammise il mio amico, ritrovando la sua imperscrutabilità.
Aveva quella strana luce nello sguardo che avevo visto comparire, fino a quel momento, solo durante i casi più intricati e apparentemente insolubili.
Jest rise di nuovo. “Finirà per chiedermi l’idirizzo della signorina Andy!”
Holmes rispose molto seriamente. “Di certo mi farebbe piacere vederla ancora.”
Poi fece una piccola pausa, mentre la sua espressione austera si rilassava in un sorriso quasi sognante. “Non capita tutti i giorni di conoscere il primo cyborg mai creato.”
Temo che, a quel punto, non trattenni un’escalamzione di sopresa.
Anche il pubblico iniziò a rumoreggiare.
“Scusi?” fece Jest, completamente preso alla sprovvista. “Credo di non aver capito.”
Holmes gli rivolse un sorriso sornione. “Non lo sapeva? Oh, naturalmente. Vedo. Be’, temo che la signorina non sia umana nel senso più comune del termine.”
A quel punto nello studio non c’era una singola persona che fosse rimasta in silenzio.
Jest ascoltava con aria via via più incredula quello che la regia gli trasmetteva nella cuffia, scuotendo la testa.
“Ma è impossibile!” esclamò, dimentico del suo ruolo, del pubblico e di tutto.
“Oh, no,” disse Holmes, soddisfatto. “Non è impossibile. Dovrebbe sapere che è proprio una volta eliminato l’impossibile, che quello che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità.”

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. brullonulla ha detto:

    cristo è bellissimo.

  2. sraule ha detto:

    cristo, brullo, tu ultimamente mi preoccupi.
    e dire che ieri sera non hai neanche bevuto.

  3. sraule ha detto:

    ah, e ovviamente tu SAI che questo è il momento giusto per prendere una pausa dalle fascisterie e dedicarti a conan doyle…

  4. utente anonimo ha detto:

    Davvero molto carino, complimenti! ^__^

  5. Moran ha detto:

    Fantastico! L’idea è geniale e lo spirito holmesiano è reso alla perfezione! Grande.

  6. sraule ha detto:

    Wow, devo postare più spesso racconti. E’ meglio del prozac.
    (Era un grazie, chiaramente:) )

  7. utente anonimo ha detto:

    Bellissimo!!!

    Un giorno, avvicinandomi allegramente alla mia Feltrinelli di fiducia, smadonnerò in turcomanno guardando attonito una fila kilometrica di entusiasti lettori e ricordandomi, una frazione di secondo dopo, che quel giorno esce il nuovo romanzo della Raule (che avevo già in anteprima, essendo stato prodigo di complimenti in tempi non sospetti!).
    🙂

    AleDiVirgilio

  8. sraule ha detto:

    E’ chiaro, Metteranno anche le transenne e avrò quattro nerborute guardie del corpo e i fan si faranno autografare il mio nome su c…

    Ops. Sorry credevo di nuovo di essere Marilyn Manson 🙂

    Grazie Ale.
    Io, invece, la TUA copia della Grande guerra devo ancora riceverla dal mio fumettaro di (s)fiducia.
    Spero che ciò avvenga al più presto, in modo da mettermi nella TUA cosa di fa per l’autografo!

  9. sraule ha detto:

    era coDa, of course, e faN. Sto diventando disgrafica, secondo te è grave per un’aspirante scrittrice?

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