Ho letto da poco un articolo nel quale si presentava un nuovo autore, Jeronimo Tristante. Perché ci parli di un autore del quale non hai mai letto nulla, direte voi, del quale non puoi giudicare i meriti intrinseci, l’ingegno o lo stile?

Proprio per questo, è la risposta. Jeronimo Tristante e le sue affermazioni sono quel che mi serve per argomentare sulla figura di eroe ed antieroe, senza correre il rischio di farmi influenzare da antipatie o simpatie personali per l’autore o per il personaggio.

Jeronimo Tristante è un professore di biologia in una scuola superiore, un educatore di professione, quindi, e un giallista. Non pago di insegnare tra i banchi, desidera continuare la sua opera educativa anche sulle pagine dei suoi libri.

Del suo personaggio, Victor Ros, so solo quello che c’è scritto nell’articolo: si muove in una Madrid di fine ottocento, adotta il metodo deduttivo holmesiano (ma nella finzione narrativa è un suo precursore), è un ex delinquentello di strada che ha saputo riscattarsi ed è diventato un brillante funzionario pubblico, e riuscirà anche ad accasarsi con una nobile.

Secondo Tristante Ros può essere un modello pedagogico per i suoi lettori (immagino che il suo target sia adolescenziale). Sostiene: “I giovani hanno bisogno di modelli positivi, per questo io non approvo gli antieroi di tanta letteratura contemporanea.” E aggiunge: “I miei allievi considerano Maradona il più grande dei campioni, perché è quello che ha fatto più soldi, non tengono conto di come si è rovinato la vita. Nel mio libro cerco di indicare una via più lenta e faticosa ma basata su valori solidi, e soprattutto un’esistenza più lunga, per far capire loro che quella troppo facile è spesso anche molto breve.”

Ok, ammettiamo che un piccolo bias nei confronti di un tizio tanto palloso e benintenzionato possa anche averlo.

Ma la discussione è più ampia e si ricollega a una vecchia conversazione con Federico Memola (spulciando potete ritrovarla sul blog di Emo e su Comicus, ma non chiedetemi dove) e all’articolo, molto più recente (e decisamente stimolante) di Francesca Faruolo sul blog di Andrea Plazzi.

Francesca si poneva interessanti domande sulla responsabilità ideologica dell’autore sulle proprie opere, discorso che rientra in quello più ampio affrontato da Will Eisner in Fagin l’ebreo, recentemente pubblicato. In pratica la questione sollevata da Eisner nel libro è: si può considerare un autore responsabile del perpetrarsi di uno stereotipo culturale negativo (nell’esempio specifico, in Dickens, dell’ebreo Fagin di David Copperfield) anche al di là delle sue intenzioni? Per la risposta vi rimando a Eisner in primis e all’articolo di Francesca in seconda battuta.

Quello che il pedagogico Tristante sembra intendere invece è: non solo l’autore è responsabile, ma deve anche in qualche misura sentirsi chiamato a sponsorizzare valori positivi e “solidi”.

La posizione di Memola è di natura più estetica (e l’unica accettabile a mio avviso), ovvero che semplicemente gli eroi negativi non gli piacciono e scrivere di loro non gli dà gioia.

I punti su cui vorrei soffermarmi, comunque, sono altri: davvero i giovani hanno bisogno di modelli positivi? Ed è davvero compito ineludibile degli scrittori, o dei produttori di cultura in genere, fornirli?

Alla prima domanda, benché come psicologa perennemente a contatto con giovani tossicodipendenti la mia risposta non sarà certo credibile quanto quella di un professore di biologia, oppongo un’ipotesi: non potrebbe essere che ci siano alcuni giovani molto pronti a recepire il famoso modello positivo, mentre altri non lo sono? Aldilà dell’individualità, intendo, non è possibile che i giovani poco a rischio siano quelli che sono pronti ad ammirare un ex teppista, mentre quelli a rischio si chiedono semplicemente perché lo sfigato ha mollato il colpo passando dalla parte “dei cattivi”?

E a questo aggiungo: perché nelle campagne contro le droghe usano sempre come testimonial Dylan Dog e non Tex? Forse sono idioti gli ideatori delle campagne.

O forse, l’idiota è quello che crede di poter fabbricare un eroe positivo, un bravo e buono arrampicatore sociale che sta alle regole, in cui si possano magicamente rispecchiare i giovani “difficili” e senza speranze (o forse senza “ideali”? – sarebbe interessante appurare l’opinione di Tristante al riguardo)?

In ogni caso sicuramente Tristante non ha mai visto giocare Maradona, altrimenti avrebbe notato quello che non sfugge neanche a una come me, che non sa neanche quanti giocatori ci sono in campo: che quando Maradona gioca lo guardi con il fiato sospeso, anche se è una partita registrata male di vent’anni fa.

Ma tornando al discorso e forse banalizzando: non sarà che far piacere Santa Maria Goretti ad una ciellina sarà leggermente più semplice che farla piacere a Amy Winehouse?

Obbiettivamente non è questa la domanda che mi preoccupa davvero.

Quello che mi preoccupa è: è davvero compito degli scrittori o dei produttori di cultura in genere fornire modelli?

Io ritengo di no.

Vorrei essere chiara: non si tratta di pararsi tardivamente il culo perché un mio personaggio è un depresso che spinge gli altri al suicidio. L’ultima cosa che ho scritto ha un protagonista molto più negativo, se vi può essere di conforto, segno che non mi sto convertendo alla pedagogia.

Ma vedete, è più forte di me. Come fare se:

          non credi che i modelli servano a qualcosa

          non credi che i tuoi lettori siano dei mentecatti suggestionabili e che quelli che lo sono siano, appunto, mentecatti suggestionabili

          pensi che per un autore porsi dei limiti morali sia come per una pornostar cucirsi la figa

          credi nella libertà espressiva, indipendentemente dal contenuto e

          credi nell’estetica come unica forma di morale letteraria accettabile?

Ora forse me la sono presa troppo con Tristante. Magari si è solo lasciato sfuggire quella frase infelice sui “solidi valori” in un momento di confusione (ma allora perché ho già la sensazione che il suo personaggio sia anche un liberal?), forse si era appena svegliato, aveva bevuto, il giornalista ha frainteso.

Forse mi disturba solo l’idea che, ok, abbiamo capito che quelli che vedono Nightmare non andranno in giro ad affettare la gente, quelli che vedono Will&Grace non diventeranno gay e quelli che vedono 300 non diventeranno spartani, ma che in giro c’è qualcuno che pensa che se uno è diventato un medico di Emergency è perché ha visto ER e se non sfotte i ritardati è perché ha interiorizzato il messaggio di Forrest Gump e che tutte le brave persone da piccole hanno letto Superman (e mai Batman).

Che se solo mettessero più satellitari nelle favelas e passassero Amelie (non Notomb, è chiaro, ma Paulene) giorno e notte quei disgraziati non vorrebbero più fare solo i calciatori miliardari o i narcos.

Che là fuori c’è un esercito di persone pronte ad abbracciare la vocazione, dategli solo un po’ di Don Matteo.

Come se là fuori ci fosse qualcosa di diverso dalle persone che compongono il mondo in cui viviamo.

E infiniti campi di fragole.

 

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo ha detto:

    Ho come la vaga impressione che questo tipo, se conosciuto di persona potrebbe far detonare le palle anche a Giobbe da quanto promette di essere robboso nel punto di vista che presenta…

    Comunque il discorso sull’influenzabilità del giovane è piuttosto grottesco, cioè ammesso che i modelli che vengono proposti ad un individuo nelle fasi critiche dello sviluppo della personalità possano avere una reale funzione ispiratrice, cosa che per me è anche abbastanza plausibile, il vero problema è che non è assolutmente prevedibile se “sceglieranno” di essere influenzati da quelli positivi o negativi, quello è assolutamente dettato dal caso…e per assurdo anche qualcuno che non ha esempi positivi potrebbe per reazione adottare un comportamento assolutamente normale.
    Poi, discorso questo assolutamente personale, a me piace di più Goldmund di Narziss, e da piccolo mi chiedevo sempre perchè i “buoni” non eliminassero i cattivi una volta per tutte (ero ingenuo e non conoscevo ancora il concetto di “commerciale”)…ma qualsiasi antieroe è ai miei occhi molto più interessante di un pallosissimo inquadrato nella società. E si che non sono di certo un disadattato…

    Poi un discorso a parte meriterebbe la “genialata” di voler proporre il modello di un protagonista perfettamente integrato nella società e della stessa arrampicatore, come esempio per chi magari dalla società è messo ai bordi e di certo di integrazione ne ha solo sentito parlare…bah…

  2. utente anonimo ha detto:

    Ciao, Susanna.
    Post interessante, questo.

    Non ho competenza specifica nel campo della pedagogia, però sono dell’idea che i modelli servano e siano fondamentali soprattutto nei primi anni (o meglio, lustri) di vita, quando i bambini/ragazzi/adolescenti non sono ancora in grado di decidere criticamente se per loro un determinato esempio è positivo (quindi degno di essere seguito) oppure no.
    In questo senso la letteratura e più in generale i media secondo me possono avere anche una valenza pedagogica, e con finalità diverse a seconda dell’età: ai bambini piccoli si deve indicare con chiarezza “questo è bene” / “questo è male”, poi aumentando l’età si deve insegnare che non è tutto o bianco o nero, e come si ragiona con la propria testa (così da grandi gli adolescenti non diventano mentecatti suggestionabili).

    Detto questo, esistono libri/fumetti/cartoni animati/ecc… per bambini, altri per ragazzi e altri ancora per adulti. Il fatto che tu creda nella libertà espressiva indipendentemente dal contenuto e nell’estetica come unica forma di morale letteraria accettabile è condivisibile, ma solo se i tuoi interlocutori sono adulti e sono in grado (o almeno dovrebbero esserlo) di riconoscere un eventuale modello negativo e decidere consapevolmente di non seguirne l’esempio (vedi Ravenstock che incita le persone al suicidio).

    La questione si complica invece nel momento in cui un’opera pensata e indirizzata agli adulti trova un’ampia diffusione e quindi può raggiungere facilmente anche i giovanissimi, che non hanno gli strumenti concettuali per poterla valutare criticamente, soprattutto se non sono nemmeno seguiti dai genitori che possono fornirglieli. Per questo motivo tutto sommato non mi dispiace il fatto che ci siano autori che si pongono il problema dell’impatto pedagogico delle loro opere, e per lo stesso motivo non sarei certo felice se avessi un figlio piccolo e lo scoprissi a guardare da solo su Youtube gli episodi degli Happy Tree Friends.
    Secondo me non è giusto “iper-proteggere” i giovani e i giovanissimi evitandogli a tutti i costi di leggere cose brutte, cattive e sbagliate (tanto prima o poi lo scopriranno che il mondo non è tutto rose e fiori, quindi è bene fargli fare un po’ di “anticorpi” per tempo). Al contrario penso che sia importante che i giovani e i giovanissimi siano “accompagnati” nella lettura e nella visione di certi argomenti a seconda dell’età, e gli si insegni a distinguere, valutare e ragionare criticamente con la loro testa. Questo però richiede impegno e soprattutto richiede di essere in due (il ragazzino e un genitore o un insegnante, ad esempio), cosa che al giorno d’oggi tende ad essere rara.

    Concludo con una breve riflessione riguardo al decidere la propria strada per imitazione. Magari è anche possibile che qualcuno abbia deciso di fare il medico perché gli piaceva ER, e non è detto che la cosa sia in assoluto triste o negativa: chi lo sa, magari a quella persona piaceva ER proprio perché già di per sé aveva una naturale inclinazione verso la medicina…

    Ciao.
    Luca.

  3. sraule ha detto:

    In realtà penso che poi un po’ tutti si facciano influenzare, chi più chi meno, dalle cose lette, dai film visti e a maggior ragione dalle persone frequentate (l’influenza dei pari, la socializzazione orizzontale ecc ecc).

    Ma dire che un autore non covrebbe scrivere certe cose per paura delle conseguenze sui suoi lettori o ne dovrebbe scrivere altre per dare il buon esempio è di una tristezza infinita.

    Tra l’altro, come diceva Dahl molto giustamente, i bambini hanno completamente un altro sistema per valutare le cose. Possono leggere cose davvero forti senza che questo li influenzi minimamente e sono molto sensibili allo humor.
    Chiaramente sono d’accordo sul fatto che i genitori dovrebbero controllare quello che gli capita tra le mani, ma così come dovrebbero controllare anche quello che mangiano o che indossano: fa parte del prendersi cura, no?

    Poi, riguardo a questa cosa della responsabilità, ti riporto un episodio buffo.
    Io e Armando eravamo allo stand della Panini a firmare gli albetti di Ravenstock e si è avvicinata una mamma con un bambino abbastanza piccolo, sugli otto-nove anni. Ha guardato i disegni e, decidendo che era “per bambini” ha preso l’albo e si è messa in fila.
    Per un po’, mentre la fila proseguiva, ho pensato: “forse dovrei dirle che Ravenstock non è un fumetto adatto ai bambini”.
    Poi, guardando l’espressione furba del marmocchio, che al contrario della madre aveva capito benissimo e non vedeva l’ora di leggere una cosa “proibita” facendogliela sotto il naso, ho lasciato perdere.
    Non credo che il bambino si sia impiccato al primo lampione 🙂

  4. brullonulla ha detto:

    questo tuo post riassume in modo perfetto una sequela di cose che ho sempre pensato in modo più confuso, e sono seriamente commosso nel leggerlo.

    io e te dobbiamo fondare un cazzo di movimento, o qualcosa del genere. o meglio, dovremmo: ma siamo troppo pigri.

  5. utente anonimo ha detto:

    Francois Truffaut diceva di diffidare di coloro che vogliono esprimere un messaggio. Sono completamente d’accordo, penso che qualsiasi opera narrativa, cinematografica, a fumetti, soprattutto racconti delle storie. E i personaggi di queste storie non devono comunicare un messaggio, devono vivere sulla carte e sulla pellicola.
    Mentre leggevo il post, poi, mi veniva in mente Achille. Si, il figlio di Peleo, quello che Ulisse ritrova travestito da donna per non andare in guerra, quello che si incazza tanto perché gli tolgono una schiava da mandare tutto in malora e non combattere più, quello che quando gli ammazzano il suo amante, Patroclo, ci ripensa e stermina mezza Troia. Si, insomma, l’eroe fulgido e buono di tutta l’epica greca!
    Ah, ah, ah

    paolo

  6. utente anonimo ha detto:

    … e comunque spero vivamente per lui che Jeronimo Tristante sia solo un brutto pseudonimo…

  7. sraule ha detto:

    io e te dobbiamo fondare un cazzo di movimento, o qualcosa del genere. o meglio, dovremmo: ma siamo troppo pigri.

    “Se tre sociopatici fondano un’associazione o non sono sociopatici o è una rapina in banca”. Visto che questa è mia sono d’accordo con me stessa, in un raro momento di coerenza.
    Per me e per te è quasi uguale, anche se non avremmo mai l’energia per organizzare una rapina in banca.

    Mentre leggevo il post, poi, mi veniva in mente Achille. Si, il figlio di Peleo, quello che Ulisse ritrova travestito da donna per non andare in guerra, quello che si incazza tanto perché gli tolgono una schiava da mandare tutto in malora e non combattere più, quello che quando gli ammazzano il suo amante, Patroclo, ci ripensa e stermina mezza Troia. Si, insomma, l’eroe fulgido e buono di tutta l’epica greca!

    Paolo io e te dovremmo fondare un movimento. E lo faremo, appena ho il tempo di scrivere ciò che sai.

    A proposito di Achille: è la mia guest-star nella storia per Madadh. Invidia, eh?

    .. e comunque spero vivamente per lui che Jeronimo Tristante sia solo un brutto pseudonimo…

    Lo spero anch’io, ma dubito che un pedagogista come lui si abbasserebbe a tanto.

  8. brullonulla ha detto:


    Paolo io e te dovremmo fondare un movimento. E lo faremo, appena ho il tempo di scrivere ciò che sai.

    😦

  9. sraule ha detto:

    Perché Brullo?
    Hai imparto a disegnare fumetti, ultimamente? 🙂

  10. sraule ha detto:

    Wha-ha, me li ero dimenticati, ora ti linko!

  11. utente anonimo ha detto:

    Ci tengo a dire che ho sempre apprezzato brullonulla, e un ménage à trois non lo disprezzerei (guido molto bene e potrei fare il palo…)
    😄

  12. utente anonimo ha detto:

    io ci metto gli uzi…

    Arm

  13. sraule ha detto:

    Ah, è bello riunire intorno a sé tanti cittadini integerrimi…

  14. Aramcheck ha detto:

    La mia impressione è che l’arte possa tollerare una morale “buona” e certe volte se ne può addirittura giovare (soprattutto quando non finisce in ottusa propaganda), ma in realtà non ne avrebbe alcun bisogno. E’ bellissima anche senza e la bellezza è tutto ciò che le compete strettamente. E’ la banalità, anche se veicola concetti “giusti”, che la devasta, la rade letteralmente al suolo.
    Poi, in generale, il male è troppo affascinante perché non se ne scriva, esteticamente non c’è partita.

    Ho letto Ford Ravenstock, è una ficata. Complimenti.

  15. sraule ha detto:

    Grazie, Aramcheck.

    Come dice Giampelmo Schiaragola nel suo fondamentale “Salvare il mondo non è mai stato così facile”, purtroppo il male è per sua natura figo e affascinante, mentre il bene tende alla piattezza e alla banalità. Battere i malvagi sul piano dell’appeal è sempre la sfida più difficile.

  16. utente anonimo ha detto:

    Oddio…basare un racconto su di un grigio burocrate, seppur malvagio, non sarebbe la stessa cosa…il male deve per forza essere più persuasivo della fazione opposta, altrimenti la scelta sarebbe troppo facile.

    Ahriman. (Ho sempre il terrore di firmarmi con un altro pseudonimo che uso altrove…principio di schizofrenia?)

  17. sraule ha detto:

    no, è comprensibile.
    per questo ci ho rinunciato e mi firmo (quasi) dappertutto sraule.

  18. utente anonimo ha detto:

    hello friens i´m jerónimo tristante, i write in english because i don´t speak italian (sorry)
    i have read your post and i can´t understand everything (i don´t konw italian) but i want to say something. in my book, V.Ros is a very young delinquent and he involves a policeman, but a very inusual policeman because he uses his mind and he hate the violence, he is a liberal (not liberal like today), in XIX spain a liberal was something that a people of the left today, people who want to change things in a very horrible spain
    when i speak of solid values, (i have seen some fotos in your post of boys with guns) i don´t speak about this class, idont speak about religion, family,, no, no
    i speak about a good formation, studies, critic capacity, etc
    V.Ros is a man who want to change the world
    about maradona i have seen him playing, and i think that he was the best football player in the history, but he has another live that likes to some young people. live fast a die young (drugs..easy money, etc…) i speak about this
    in spain young people want to go to tv to Big brother and win money easily i think that tey must study and hace a critical concience for not be used for the politician
    this is all
    thanks and regards
    Pd.- read the book and then you can make an better opinion about this.- interesting post

  19. sraule ha detto:

    If it’s a fake u’re a genius.
    on the other hand, if you really are jeronimo tristante, i’m sorry i use your book to illustrate my point. i chose your book because i saw an article about it, simply. i use your book, i have to add, BECAUSE i didn’t read it. because i didn’t intend to speak about your book but about a phenomenon: the use of literature for education/pedagogics purpose.
    and that’s, in my opinion, a silly purpose for literature. literature, always in my opinion, has to respond only to aesthetic values.
    that was my point, no offense intended.

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