Dopo questa manca solo un piccolo pezzettino, che posterò a breve.

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Sida attraversa le stanze sotterranee a passo svelto. È in città da poche settimane ed ha già dovuto cambiare casa tre volte.

Ora ha acquistato una grossa abitazione in una zona fatiscente a nord del fiume, una delle zone tenute costantemente in ombra dalle mura. L’ha comprato sotto falso nome e il quartiere è abbastanza brutto da tenere alla larga le guardie e l’autorità.

Missi e Rori l’attendono là con la maggior parte della sua roba, guidate da un filo di magia che Sida mantiene vivo con costanza.

“Dove vai?” le chiede una voce, distraendola. Sida si volta. Rentor, fermo in un corridoio, la guarda ed esita, spostando il peso da un piede all’altro. Sembra sulle spine.

“Non credo che ti riguardi,” risponde Sida. Malgrado Rentor chiaramente lo tema, non ha nessuna intenzione di colpirlo con la magia.

“Il Maestro ti vuole parlare.”

Sida inarca un sopracciglio. Qualcosa inizia a salire dalle sue profondità ed è quel qualcosa che la fa sorridere piacevolmente e acconsentire.

Rentor la guida lungo l’abituale dedalo di corridoi sotterranei e male illuminati. La stanza in cui entrano è rischiarata da varie candele ed occupata soltanto da un tavolo. Attorno al tavolo siedono alcuni dei luogotenenti di Mitris e Mitris stesso. Sembrano preoccupati.

Sida si ferma sulla porta ed incrocia le braccia.

“Mi volevi parlare, Mitris?” chiede.

Lui alza la testa da alcune piantine. “Sì, unisciti a noi.”

Sida inarca entrambe le sopracciglia. “Oh, ma non so se posso. Questa non è una camera da letto, ne sono quasi sicura.”

Mitris sospira. “Sida.”

“Vedi, è stata la mancanza di un letto a farmelo capire,” continua lei, in tono gentile e disponibile.

Le facce degli altri occupanti della stanza sono congelate.

“Sida, c’è un momento per ogni cosa,” dice Mitris, piano.

“Lo penso anch’io. Un momento per parlare e uno per tacere, ad esempio.”

Mitris si alza. Sembra stanco. “Possiamo andare da un’altra parte?” chiede, ma nel momento stesso in cui le parole lasciano la sua bocca sa già quale sarà la risposta. Lui non ha acconsentito ad una richiesta simile, quando l’ha chiesto lei.

“In camera da letto, ad esempio? Non penso.”

Mitris gira attorno al tavolo, seguito dallo sguardo dei suoi luogotenenti, e si ferma di fronte a lei. Non c’è magia raccolta attorno a lui. È disarmato ed esposto.

“Mi dispiace,” dice, in tono triste. “Nel momento in cui te ne sei andata ho capito di essermi lasciato guidare dalla paura ancora una volta.” Un lieve sorriso, abbattuto. “Mi sono accorto di averti offesa, di averti persa come compagna e anche che eri tu ad avere ragione. Rendersene conto non aiuta a modificare le cose, però.”

“No,” concorda Sida.

“Ma una volta mi hai detto che non ti eri unita alle Maschere perché credi in me, ma perché vuoi che qualcosa cambi. Non ci credi più? Sono riuscito a cancellare in un istante quello che credevi da una vita?”

“Certo che no.”

Mitris annuisce. Indica il tavolo con la testa.

“Vorrei la tua opinione, allora. Su come… be’, su come neutralizzare qualche migliaia di uomini. Per il momento le due teorie imperanti sono quelle dell’attesa e quelle del massacro.”

Sida sospira e si dirige verso il tavolo.

“Il massacro nostro, presumo,” dice, sedendosi.

Mitris torna al suo posto tra De Romains e Aristides.

“Stavamo giusto… esplorando questa opzione,” dice, facendo scorrere distrattamente un dito sulla cartina. “Astor ipotizza che con un attacco magico in alcuni punti cardine potremmo riuscire ad avere la meglio su di loro. La Prima Cerchia non può proteggerli tutti.”

“La Prima Cerchia non è più un problema,” dice Sida, senza nessuna particolare enfasi, ma senza il minimo dubbio.

Mitris la osserva in silenzio per alcuni secondi, mentre il resto dei presenti assorbe la notizia, la analizza e finalmente ci crede.

“Come hai fatto?” si lascia sfuggire De Romains.

Sida lo congela con uno sguardo. “Lascio la risposta alla tua fervida immaginazione.”

Lui ridacchia, vagamente in imbarazzo, segno che le sue supposizioni non sono molto lontane dalla sua camera da letto. Di nuovo.

“In questo caso,” interviene Jensen Aristides, “potremmo tranquillamente fare breccia in questo punto e qua e… qua,” continua indicando sulla carta, “in modo da creare dei buchi che…”

“Ammazzeremmo un sacco di persone,” lo interrompe Mitris.

Aristides alza la testa con sguardo stupito. “Soldati,” dice, in tono accuratamente neutro.

“Voglio che prima proviamo a pensare ad un modo per avere il minor numero di vittime possibile.”

“Sarebbe sufficiente uno scudo,” dice Sida.

“Uno scudo come?” ribatte De Romains. Mitris socchiude gli occhi e la guarda.

Lei si stringe nelle spalle. “Tutto attorno alle mura. L’unica cosa che non vogliamo è che i soldati attacchino, giusto? Se rimangono sulle mura il problema non esiste più.”

De Romains ride: “Tutto attorno alle mura? Perché non tutto attorno al mondo?”

Sida rivolge lo sguardo verso Mitris. “Io potrei farlo,” dichiara.

Mitris si accarezza il mento, lasciando vagare lo sguardo sul soffitto.

“Pensiamo a qualcos’altro,” dice, alla fine.

“Io sono in grado di farlo,” ripete Sida.

Mitris sospira. “Lo so,” dice. “Di uscirne viva?” aggiunge. “Non so.”

“Certo che ne uscirei viva!” esclama lei, infervorata.

Lui si sporge sopra il tavolo, l’espressione tesa. “Esploriamo le soluzioni alternative. Più tardi faremo un sopralluogo lungo le mura.”

Sida respira lentamente. Annuisce.

Mitris sembra sollevato. Rivolge la sua attenzione verso Aristides. “Una diversione?” rilancia.

 

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Camminano fianco a fianco avvolti in pesanti mantelli di lana nera, i cappucci calati sui visi. Le vie che fiancheggiano le mura nella maggioranza dei punti sono poco illuminate. Non sono strette, ma sembrano ugualmente anguste, oppresse dalla mole di pietra delle difese. Il sole, lì, non batte mai e l’umidità rende il lastricato scivoloso, le mura muschiose, i palazzi malsani.

“Anche senza considerare la lunghezza, sono anche altissime,” sussurra Mitris. “E non puoi alzarti da terra.”

Sida sa che ha ragione.

Sarà già difficile tenere sotto controllo tutta la magia necessaria, non si potrà distrarre alzandosi in aria, perché questo richiederebbe l’utilizzo di altra magia, magia che finirebbe per bruciarla.

“Stavo pensando…” dice, ma poi si interrompe.

Mitris, mezzo passo avanti a lei, si volta a guardarla. I suoi occhi d’argento liquido riflettono per un istante la luce di una lanterna. Sida fa un gesto di vaga impotenza con una mano, come a dire: so che è una sciocchezza, eppure…

“Potrei provare a costruire lo scudo dall’alto, ma non sospesa nell’aria. Potrei provare a costruirlo dalla cima di una torre, verso il centro di Sol.”

“Potresti,” concede Mitris, “ma la visualizzazione sarebbe difficile. Essendo a contatto con la pietra, invece…”

“Sono sempre stata brava nella visualizzazione. Più brava che a lavorare sopra il mio orizzonte.”

Mitris sorride appena. “Ti concedo che quest’ultima è una pratica rara. È molto più comodo sollevarsi fino ad avere le cose davanti agli occhi.”

“Dovrei salire in un posto abbastanza alto da consentirmi una buona visuale su tutte le mura. O almeno su una maggioranza.”

Mitris annuisce. Entrambi sanno che il luogo migliore è il tetto della Torre Est, anche se a nessuno dei due piace l’idea di tornare lì.

E tuttavia, lentamente, si innalzano fino a sorvolare i tetti di Sol e si lasciano trasportare dalle correnti fin lì.

La città giace sotto di loro come una enorme macchia scura che si estende in tutte le direzioni, punteggiata dalla luce incerta delle torce e delle lanterne. In lontananza, tutto attorno a loro, si vede la sottile linea rossa dei fuochi accesi sui camminamenti delle mura.

“La visuale è perfetta,” commenta Sida.

“Da qua sarà più facile trovarti,” ribatte Mitris, accanto a lei.

Lei sbuffa. “Credo che i maghi avranno cose ben più urgenti di cui occuparsi che non rintracciare me.”

Mitris sorride leggermente, anche se senza gioia.

Rimangono in silenzio, fianco a fianco, osservando Sol sotto di loro. Il Tarma riflette la luna sulla sua superficie calma, punteggiata dalle luci giallastre delle chiatte. Qualche nube stria il cielo notturno, velando le stelle.

“Sida…” dice, alla fine, Mitris, voltandosi verso di lei.

Lei incrocia le braccia. “Accidenti, Mitris. Io mi fidavo di te,” dice, e la sua voce trema leggermente. “Sapevo che potevi essere… be’, una carogna totale…”

“Tutto il mio cervello era come occupato da questa voce incessante che continuava a ripetere: devi uccidere tuo padre, devi uccidere tuo padre…”

“Lo so.”

“…e io pensavo: non posso uccidere mio padre. Non ora. Non ancora.”

“Lo so.”

Mitris fa una smorfia, ed è strano come la sua pelle di vetro sembri quasi sul punto di spezzarsi. “Poi tu hai detto, praticamente… hey, non hai più tempo. Devi farlo ora, anche se non sei pronto e io…” scuote la testa come a scacciare un cattivo pensiero “…volevo semplicemente farti stare zitta.”

Si pizzica il labbro inferiore, mentre Sida lo guarda. “No,” ammette. “Volevo proprio ferirti a morte. Mi sono controllato, anche.”

“Dovrei complimentarmi?” dice lei, stringendo le labbra. Quella conversazione è insopportabile e vorrebbe fuggire.

Mitris alza lo sguardo su di lei, inclinando la testa da un lato. “Quello che avrei voluto fare era schiaffeggiarti e farti volare per terra, poi strapparti i vestiti, strattonarti, forse darti un calcio… ti volevo dire qualcosa di veramente tremendo e ti volevo lasciare sul pavimento a singhiozzare. Ecco quello che volevo.”

“Non stento a crederti,” dice Sida, in tono stanco.

Mitris si lascia cadere a sedere, abbracciandosi le ginocchia con le braccia.

“Già. Tu mi capisci come nessun altro. Perché mai devo provare l’impulso di farti male, di procurarti ogni tipo di sofferenza, mentre nello stesso tempo vorrei…” Mitris scuote la testa e non continua.

Sida gli si siede accanto, nella sua stessa posizione.

“Vorresti?” lo sprona.

“Lo sai,” risponde lui.

“No, non lo so, Mitris. Non so tutto. Che cosa vorresti fare mentre mi ferisci? Vorresti scoparmi?”

Per un attimo lui sorride divertito, ma subito dopo è di nuovo triste. “Questo va da sé.”

Allunga una mano e la appoggia su quella di lei.

“No, vorrei tenerti con me, sopra al mio petto, fino al sorgere del sole, ecco che cosa vorrei. Vorrei che tu arricciassi la coda in modo che io ci possa giocare, vorrei sentirti ancora fare le fusa.”

“Forse gatti e draghi non sono fatti per stare insieme,” commenta lei, ma non toglie la mano.

Mitris annuisce. “No, forse no. Credo che i draghi siano fatti per starsene da soli in cima al loro picco roccioso, a sventolare le ali ed emettere sbuffi di fumo, tenendo alla larga chiunque provi ad avvicinarsi, sbranando pecore e chissà cos’altro.”

“Accumulando tesori. Così si dice,” scherza lei.

“Forse. E suppongo… che quando un drago sente che è arrivato il momento di generare un erede per la propria stirpe cerchi semplicemente un drago femmina da violentare. Solo che… vedi, a me non importa un fico secco di un erede – non credo nemmeno di poterne avere uno, sono troppo… danneggiato – e non voglio essere un drago… ma che diavolo posso farci?”

“Non lo so, Mitris.”

“E non voglio neanche uccidere mio padre. E anche qua… che diavolo posso farci? Odio Vandooler… lo odio davvero…” Mitris appoggia la testa sulle ginocchia, chiudendo gli occhi “…ma è pur sempre mio padre.”

Sida gli accarezza i capelli, rattristata.

“Mi chiedo come abbia fatto mia madre ad avvicinarsi a lui. Era poco più di una bambina, bada bene. Una bambina suggestionabile, eppure… ma immagino di non essere meno disgustoso di lui, sotto molti aspetti.”

“Tu sei profondamente diverso da lui,” gli sussurra Sida, continuando ad accarezzarlo sulla testa.

“A volte ne dubito.”

“La tua crudeltà proviene dall’istinto dell’animale. La sua è tutta umana. Inoltre, non per essere frivola, ma tu sei molto più snello.”

Mitris sorride di nuovo, e di nuovo il sorriso gli si riassorbe nel viso di porcellana.

“Possiamo provarci ancora, Sida? Questa volta sul serio?”

La mano di lei si ferma. “Non lo so.”

Lui chiude gli occhi. “Per favore…” sussurra.

 

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Dormirà fino all’imbrunire, questo è quello che ha detto. Sida lo sente rivoltarsi nel letto, sveglio. Domani a quell’ora avrà ucciso suo padre o sarà stato ucciso da lui. Sida non riesce ad abbracciare la vastità dell’idea.

Mitris si rivolta ancora, i suoi occhi d’argento incontrano quelli luminescenti di lei, nel buio. Senza dire niente le prende la mano e la stringe.

Mitris ha paura.

Non è per la concreta possibilità di morire, tanto per l’ineluttabilità di quello che sta per succedere. Sida capisce che vorrebbe scappare via, nascondersi ai confini di Eye e non tornare più.

“Potremmo partire, io e te,” dice, in un sussurro, “trovare una piccola casa sul limitare del bosco, vendere pozioni agli abitanti dei paesi vicini.”

Sida sorride, gli stringe più forte la mano, annuisce.

“Potremmo… sarebbe bello raccogliere la legna per il camino, riparare il tetto… lo sai.”

“Lo so.”

Mitris si allunga verso di lei e le appoggia la testa su una spalla, circondandole la vita con un braccio. “Mi piacerebbe vedere la tua pancia che si gonfia, con nostro figlio che vi cresce dentro. Gli potrei costruire una culla di legno.”

Sida sorride, sfiorandogli la fronte con un bacio.

“Poi lui, o lei, crescerebbe… si sposerebbe con il figlio di un fattore, con una contadina… o con il fabbro, o con una sarta… con uno straniero di passaggio – ci spezzerebbe il cuore – o con una commediante… e noi diventeremmo vecchi, chissà, saggi… fino a che un giorno non ci sveglieremmo più, e tutto quello che avremmo lasciato nel mondo sarebbe una casetta sul limitare del bosco, dei figli e qualche erba essiccata.”

Mitris, la testa sopra la spalla di lei, le bacia leggermente la pelle.

Non c’è nient’altro da dire. Una storia alternativa è stata raccontata e forse, da qualche parte nell’universo, è accaduta.

Nell’universo di Mitris e Sida, tuttavia, tra poche ore lui si alzerà dal letto e andrà a sfidare suo padre, mentre Sida, dalla torre più alta di Sol, proverà a fermare un esercito. Le Maschere dilagheranno nelle strade e arriverà il caos.

Ci saranno morti e feriti.

“Promettimi solo una cosa,” dice Mitris, le dita intrecciate a quelle di lei. “Se ti accorgerai di non riuscire a tenere sollevato lo scudo… lascialo cadere. Lo prometti?”

“Potrei risponderti facendoti promettere di abbandonare il campo se Vandooler dovesse essere troppo forte,” dice lei.

Mitris sospira.

“Allora credo di dovertelo dire adesso. Sai, per precauzione…” inizia.

Sida lo bacia, zittendolo.

“No. Ci sarà tempo domani,” risponde.

 

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Sida è seduta a gambe incrociate sul tetto della Torre Est. Il cielo inizia a tingersi di rosa e la città, sotto di lei è già in ombra. Le prime lanterne si sono accese e nell’aria sale l’odore sottile di centinaia di pasti speziati che in quel momento vengono serviti ad una maggioranza di poveri deschi.

I fuochi, sulle mura, si accendono uno dopo l’altro.

Sida diminuisce la frequenza della sua respirazione e si concentra. Raccoglie la magia attorno a sé, la concentra ed inizia a modellarla. Crea un flusso simile ad una corrente marina e lo dirige verso le mura. La magia sfiora le pietre secolari, il flusso si divide in due rami, ognuno dei quali costeggia un lato delle fortificazioni.

Sida alimenta il flusso raccogliendo magia ed immettendovela di continuo. È come dar vita ad un fiume, ma nello stesso tempo dover anche tenerne sotto controllo anche l’elemento in cui scorre. È come guidare una corrente marina.

Le mura sono lunghissime. Sembrano non avere più fine.

Prima che i due rami della corrente si riuniscano, dall’altra parte della circonferenza, è passata mezz’ora. Poi Sida inizia a modellare un muro di magia: rigida, spessa, dura prima come creta, poi come scisto, infine come marmo.

Quel flusso che in precedenza le persone potevano attraversare solo con un lieve formicolio, ora è una barriera invalicabile.

Sida la innalza fin sopra l’altezza delle mura. La rinforza. La nutre.

È stanca e sudata, ma ormai il più è fatto.

Ora deve solo attendere, stare di guardia e badare che nessuno abbatta quello che ha faticosamente costruito.

A questo è abituata.

 

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Mentre il flusso che ha circondato le mura si trasforma in barriera, un altro esercito inonda la città. Uomini e donne dalle lunghe vesti, con i volti ricoperti dalle maschere, scivolano attraverso le strette vie, radunandosi e disperdendosi come una marea.

Le reazioni sono molteplici.

Molte persone fuggono a barricarsi in casa: la rivoluzione è giunta, la loro vita è in pericolo. Altri applaudono, esultano, si uniscono all’esercito silenzioso delle Maschere. Altri ancora si organizzano: sono pronti a depredare e saccheggiare, approfittando del caos.

Alcuni posti di guardia vengono abbattuti, altri, stranamente, risparmiati. Da questi ultimi non un soldato esce.

Le Maschere dilagano nella città.

Sul fiume le chiatte vengono fermate, le lance delle guardie fluviali abbattute.

Sono De Romains e Artides a calare sulle Guglie, seguiti da una quarantina di seguaci.

De Romains annuncia che la rivoluzione sta prendendo possesso del luogo. La Prima Cerchia è invitata ad arrendersi.

Mentre la sera cala su Sol i maghi della polizia privata del Consiglio si schierano fuori dalle Guglie, pronti a battersi. Le Maschere sono più numerose, ma i maghi della Prima Cerchia sono più abili.

“Arrendetevi a Mitris e alla rivoluzione,” ingiunge De Romains.

Dall’interno del palazzo emerge il giovane comandante della Prima Cerchia. Niu Ardati indossa un voluminoso mantello nero, fermato sul petto da un fermaglio di bronzo. Gli alti stivali fasciano le gambe fino alla coscia, e le mani sono coperte da spessi guanti di pelle.

“Noi non ci arrendiamo mai,” dice, in tono trattenuto. Dalle sue fila esplode un grido di incoraggiamento.

Niu inizia a passeggiare di fronte ai suoi uomini, nello stretto corridoio che si è creato tra loro e le Maschere.

“Abbiamo promesso di difendere la città, per il bene di tutti i cittadini,” continua. I suoi uomini lo guardano con le facce serie. Qualcosa sta per accadere.

“Tutti i cittadini, non pochi egemoni. Questo la Prima Cerchia non lo può accettare. Io non lo posso accettare.”

Niu si ferma davanti a De Romains ed estrae una maschera dalle profondità del suo mantello. È una maschera sottile, di legno dipinto di nero, priva di fronzoli.

Niu se la appoggia sul viso e guarda le Maschere che gli stanno di fronte per qualche istante, mentre iniziano le grida di giubilo.

Poi si volta verso i suoi uomini.

“Io ho fatto la mia scelta. Non solo come uomo, ma anche come comandante. Chi non è con me si prepari a combattere.”

 

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Il palazzo del Consiglio si innalza, ricco di pinnacoli, al centro dell’isola Maggiore, sul Tarma. Davanti all’imponente ingresso c’è un corto viale di marmo, circondato dai giardini ben curati del palazzo.

È qui che Mitris compare, mentre le ombre della sera si addensano.

Dall’acqua arrivano le lunghe barche che ospitano i suoi seguaci. Attraccano all’isola senza che nessuno abbia il coraggio di fermarli e scendono a terra.

Il personale del palazzo scappa da tutte le parti.

Mitris, in piedi davanti al portale, non deve attendere molto.

I Consiglieri escono così come gli uomini della Prima Cerchia sono usciti dalle Guglie. Mentre i primi erano giovani e fieri, i secondi sono canuti, bolsi e impauriti.

Tra loro solo uno avanza con passo fermo. Un uomo anziano, enormemente grasso, dai radi ciuffi bianchi e l’aria benevola.

Mitris lo osserva farsi largo tra i suoi colleghi spaventati come un preside che arriva per dirimere un litigio tra i bambini della sua scuola. È fasciato da un’ampia veste azzurra, luminosa, costosa.

“Mantieni tutti i tessitori della città con un solo vestito, padre,” dice Mitris. Accompagna le parole con un sorriso carico di disprezzo.

“Tu non sei più mio figlio da un pezzo,” ribatte Vandooler, con la stessa, innaturale, calma.

“Perché, c’è stato un momento in cui lo sono stato? Quando hai lasciato Marina Felix a morire di parto da sola, forse? O quando hai abbandonato il frutto della tua lussuria in un pulcioso orfanotrofio?”

I Consiglieri si allontanano impercettibilmente da Vandooler. Non lo fanno perché credono a Mitris, ma perché hanno paura della lotta che sta per scoppiare.

A nessuno di loro interessano madri disgraziate o figli abbandonati.

Tuttavia Vandooler ribatte, stanco, quasi triste: “Non sapevo della tua esistenza, te l’ho già detto. Non ti ho forse aiutato, alla scuola di magia?”

Mitris ride. “Aiutato? Mi hai impedito di accedere a qualsiasi carica pubblica.”

“La legge è uguale per tutti, Mitris. Tu questo non l’hai mai capito.”

“Proprio così. Non ho mai capito perché una legge uguale per tutti debba essere diversa a seconda di chi è – o non è – tuo padre.”

I Consiglieri si allontanano di un altro passo, sentendo la magia che si addensa su di loro.

Vandooler scuote la testa. Riesce a sembrare amareggiato, ma deciso ad essere severo.

“Posso capire la tua frustrazione. Nelle tue vene scorre sangue reale. Ma questa non è una ragione sufficiente per sottrarsi alla legge, né per andare contro la natura delle cose. Dici di me, ma ti sei guardato in uno specchio, ultimamente? Non vedi che sei andato oltre nella tua spasmodica ricerca del potere?”

L’ultima frase aleggia sopra di loro come una minaccia, la promessa del sangue che verrà versato.

Mitris alza il mento e ride.

Le Maschere, immobili, li hanno ormai circondati, mentre i Consiglieri sono arretrati fin dove gli assedianti l’hanno consentito.

Mitris allarga i palmi delle mani – il gesto è quasi noncurante – e raduna attorno a sé un’enorme quantità di magia. Anche questa, come le ultime parole di Vandooler, incombe sulle loro teste come una promessa di sventura.

“Perché continuare a discutere, dunque? Oggi sono venuto ad ucciderti, padre, e questo è tutto.”

Vandooler piega il suo corpo smisurato come se stesse raccogliendo il vento che soffia dal Tarma. Le sue mani pingui scattano in avanti, liberando un getto di pura magia.

Mitris innalza uno scudo scintillante, e l’attacco si infrange sulla sua superficie lustra.

“E io ti ripeto che non sei più mio figlio. Oggi tutto quello che farò sarà uccidere un traditore!”

Una delle lunghe mani argentee di Mitris compie un cerchio nell’aria. Gli ultimi raggi del sole, rossi, si riflettono sulle sue nocche prima che dal cielo inizino a cadere lapilli di magia, non meno brucianti di quelli vulcanici, ma di un bianco splendente.

Vandooler spicca un salto, la sua mole si solleva al di sopra della pioggia di lapilli, mentre l’acqua del Tarma si innalza attorno all’isola Maggiore come un muro.

I palmi di Mitris scattano verso l’esterno, come se si stesse facendo largo attraverso una siepe. Il fuoco dilaga, facendo scappare Maschere e Consiglieri da tutte le parti. Poi anche Mitris si innalza. Dritto e fermo sale verso il cielo come un fuso di porcellana.

Solleva le braccia e sopra di loro, nel viola della sera ormai avanzata, si addensano nubi nere e gorgoglianti.

“Mi servi la vittoria su un piatto d’argento!” grida Vandooler, per sovrastare il rumore dei tuoni raccolti dal figlio. Un movimento guizzante del polso ed ecco che una saetta scende dal cielo e si schianta sopra Mitris.

Lui solleva la testa ad accoglierla. Il suo corpo di porcellana ne viene attraversato senza riportarne alcun danno. Solo i suoi vestiti si inceneriscono e Mitris li fa ricrescere istantaneamente.

Una seconda folgore segue immediatamente la prima, e questa volta è Vandooler ad esserne colpito.

L’anziano mago grida, si fa di bronzo per contenere i danni, riesce parzialmente a deviare la spaventosa scarica elettrica, ma resta comunque indebolito e bruciacchiato.

Mitris non lo lascia riprendere, ma attacca con un grande flusso di magia pura.

Lo scudo di Vandooler è piccolo, quasi un guscio, e la magia gli sibila attorno erodendolo pericolosamente.

Il Tarma, sotto di loro, si alza in una nuova onda la cui cima è formata da mani d’acqua, pronte a ghermire Mitris.

Dalle sponde del fiume, come trenta anni prima, la cittadinanza osserva, impaurita e affascinata nello stesso tempo.

Mitris viene risucchiato dalle acque e, per un momento, Vandooler rimane il padrone del cielo.

Poi qualcosa emerge dal fiume.

Guizza fuori in verticale, mastodontico. L’acqua cola dalle sue ali aperte, dalle scaglie, dalla cresta. L’enorme drago bianco salta su nell’ultima luce del giorno, eruttando fiammate di magia.

Quando sbatte le ali per la prima volta è già quaranta metri sopra il fiume. Si rivolta in aria con agilità impossibile, allarga le fauci, riscendendo verso Vandooler.

La magia romba fuori dalla sua bocca. Un unico fiotto rovente, candido, mortale.

Vandooler viene investito in pieno. Brucia.

Sol, dalle rive del fiume, osserva.

 

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Sida, dalla sommità della Torre Est, ha visto il cielo chiudersi sopra la città, il grande drago bianco innalzarsi sopra le nubi nere e la magia scaturire dalla sua bocca.

Si alza in piedi, tesa, mentre la massa magica che sta tenendo coesa vacilla come se fosse un recinto di paglia scosso dal vento.

“Mitris, Mitris…” sussurra, mentre cerca di non far disperdere quanto ha costruito. I suoi muscoli si tendono nello sforzo fisico di contenere la tempesta.

Vacilla, sta per cedere, vede la fine avvicinarsi, ma poi riprende il controllo. La struttura regge, le guarnigioni restano intrappolate, il muro resiste.

Sida, ansimante, si lascia cadere a terra.

Il tetto della Torre Est è caldo, sotto di lei, e deve resistere alla tentazione di addormentarsi come un gatto al sole.

 

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Niu, dalla sommità delle Guglie, ha visto Vandooler investito dal calor bianco della magia del grande drago.

Ora, mentre la notte finisce di calare, lo vede ardere come una fiaccola.

Il grande drago gli vola attorno, frenetico, orgoglioso e disperato allo stesso tempo, agitando la lunga coda irta di pungiglioni, emettendo un grido quasi umano.

Vandooler arde ed arde.

“Non dovrebbe essere già morto?” commenta De Romains, un passo indietro.

Niu distoglie lentamente lo sguardo dallo spettacolo.

“Lo chiedi proprio tu che sei un Metamorfo?” risponde. “La Principessa Felix non aveva neanche una goccia di sangue animale, non lo sapevi? Da dove proviene, dunque, la bestia bianca che sta incendiando il cielo?”

De Romains non parla, ma capisce le implicazioni di quanto ha appena udito.

Poi, dalla torcia che è diventato Vandooler, proviene un crepitio sinistro.

Due lunghe ali rosse si estendono dal suo interno. Una coda schiocca nell’aria come una frusta. La pelle di serpente fruscia, le scaglie cozzano tra loro come i pezzi di un’armatura.

Ancora più mostruosamente grande del drago bianco, un drago color del sangue si leva nell’aria emettendo il suo verso stridulo.

Sbatte le ali una, due, tre volte, prendendo velocità, e si scaglia contro il suo nemico eruttando fuoco.

Il drago bianco si alza, agile, schiva la fiammata, sale e poi scende in picchiata. Quando le due creature si scontrano il rumore delle loro pelli a contatto è agghiacciante.

Il drago bianco allarga le fauci, morde quello rosso su una spalla, facendolo sanguinare. Il drago rosso sbatte disperatamente le ali, erutta fiamme, riesce a liberarsi. Affonda le zanne sul collo candido del suo avversario, dilaniandolo.

Gli artigli del drago bianco scavano profondi solchi nella pancia del drago rosso. Le sue ali sbattono con rumore di pelle. L’avversario lo morde nuovamente sul collo, facendolo sanguinare.

Il drago bianco si divincola, sbatte ancora le ali, rovescia in aria l’altro drago.

Entrambi cadono rovinosamente a terra.

Il sangue dei draghi schizza sul marmo dell’isola Maggiore. Le loro code spazzano il terreno divellendo qualsiasi ostacolo, i loro artigli ghermiscono il suolo.

Il drago rosso incombe su quello bianco, le fauci aperte stanno per chiudersi una volta ancora sul suo collo, ma il drago bianco, con un disperato colpo di coda, riesce a liberarsi.

Rovescia l’avversario sulla schiena e gli è sopra.

Le zampe anteriori lo tengono bloccato a terra, le ali estese sono pronte a farlo sollevare.

Il suo muso si abbassa e le sue fauci si stringono proprio sopra la gola del drago rosso. L’altro si dibatte, scuote le ali, la sua coda spazza il suolo con furia, ma il drago bianco non lascia la presa.

Niu, dall’alto delle Guglie, vede le due bestie lottare e rotolarsi, la prima per liberare la propria gola, la seconda decisa a non lasciarla.

I giardini ben curati dell’isola Maggiore sono distrutti dalla lotta.

Alla fine il drago bianco si solleva nuovamente in volo, trascinando con sé il drago rosso. Tiene il suo collo tra le fauci.

Uno, due colpi di ali, fiacchi, poi il drago rosso gli scivola dalla bocca. Cade nel fiume come un peso morto.

Il drago bianco sbatte ancora le ali.

Sollevando la testa si guarda attorno come stupito. Il suo collo è squarciato in più punti e perde sangue a fiotti.

Ancora un colpo d’ali, come un’ultima dimostrazione, e anche il drago bianco viene inghiottito dall’acqua.

 

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Sida vede Mitris che cade.

Lo vede attraverso il proprio sguardo appannato dallo sforzo, così come lo vede tutta Sol.

Allora, lentamente, lascia che la barriera che ha costruito si dissolva. Sale nell’aria come un uccello dal piumaggio nero. Sale verso il cielo, verso le nubi, sempre più veloce, e poi ridiscende, in picchiata.

Entra nel Tarma come un coltello nel burro.

L’acqua è scura, limacciosa.

Sida, con le sue ultime energie, richiama a sé la magia di cui ha bisogno. Mitris le ha insegnato a farlo attraverso l’acqua. Può farcela.

Estende milioni di minuscoli tentacoli magici, cercando Mitris nel fiume.

Lo trova sul fondale. È vivo, sta respirando attraverso l’acqua, steso su un fianco. Sida nuota fino ad essere accanto a lui. È nella sua forma umana e il suo sangue si sta disperdendo nel Tarma.

Sida gli si avvicina. Il suo corpo umano è molto più leggero di quello di lui, e la richiama verso l’alto. Cerca di raccogliere abbastanza magia da guarirlo.

Non è mai stata brava come guaritrice, le è sempre riuscito meglio il contrario. E non è brava ad usare la magia nell’acqua. Ma Mitris le ha insegnato, si tratta solo di mantenere la calma.

Inizia a richiamare la magia, a renderla più densa attorno a sé, facendola filtrare dall’acqua piuttosto che cercando di raccoglierla di colpo.

Lentamente la dirige verso il corpo di Mitris, usandola per ricreare i tessuti lacerati, per fermare il sangue che lo sta abbandonando.

I suoi occhi argentei sono semi-aperti ora, e la fissano velati. L’espressione di Mitris è quasi stupita, come se non capisse che cosa gli è successo.

Hai ucciso tuo padre, vorrebbe dirgli Sida. E lui ha quasi ucciso te.

Finisce di chiudere le sue ferite e lascia andare una parte della magia che ha raccolto. Tutto quello che desidera è uscire dall’acqua e disperderla completamente. È stanca, ha freddo, ma specialmente è l’uso della magia e la concentrazione che ne deriva ad averla sfinita.

Se fosse più riposata potrebbe far fluttuare lei e Mitris fino alla riva, ma ora l’unica cosa che può fare è cercare di prenderlo sotto un braccio e di tirarlo dietro di sé.

Non sembra affatto che il suo corpo abbia la tendenza naturale a galleggiare di tutte le altre persone. Sida per metà risale verso la superficie del fiume e per metà cammina sul fondo.

L’acqua è buia, limacciosa, e il fondale è invaso di piante subacquee e rottami non del tutto marciti.

Mitris è molto più debole di lei. È debole fisicamente, per la lotta e per la perdita di sangue, ed è debole mentalmente, per le enormi quantità di magia che ha maneggiato. Ora riesce a raccoglierne appena la quantità necessaria a respirare attraverso l’acqua, un trucchetto che anche un allievo di cinque anni saprebbe eseguire.

Finalmente Sida scorge sopra di lei lo specchio cangiante della superficie del fiume.

Mentre esce dall’acqua, i polmoni doloranti e le braccia stanche, vede la folla silenziosa della gente di Sol che li guarda.

Mitris alza la testa e li fissa a sua volta, troppo stanco per qualunque altra cosa.

Sida non riesce a capire che cosa esprime il suo sguardo.

———-

Personaggi: Sida, Niu Ardati, Mitris, Vandooler, Astor De Romains (lupo), Jensen Artides (furetto), Rentor.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. kush13 ha detto:

    hey ma Vandooler mi sembra un nome noto (se ci aggiungo una S)…

  2. sraule ha detto:

    cazzo, hai ragione.
    sarà un lapsus freudiano? io AMO la vargas.

  3. mrharrison ha detto:

    chiedo scusa per il ritardo, ci ho messo un po’ a trovare il tempo per leggerlo…

    sida: appassionata, determinata – sovversiva;
    niu ardati: paraculo (lo so, non è un aggettivo), combattuto, imprevedibile – sovversivo;
    mitris: forte, arrabbiato, impaurito, incerto – autoritario;
    vandooler: controllato, autorevole, vecchio – democratico;
    astor de romains: fermo, deciso – autoritario;
    jensen artides (che nella prima parte si chiama aristides): deciso, fermo (il chiasmo…), freddo, cinico – autoritario;
    rentor: spaventato, incerto – autoritario (nel senso di schiacciato dall’autorità).

  4. sraule ha detto:

    Grazie Mr. Il problema è che questi nomi del cazzo fantasy non mi rimangono in mente più di un secondo.
    Nemmeno se li ho inventati io. 😦

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