È furioso e non fa niente per nasconderlo.

Si trovano in un vecchio sotterraneo simile a quello della volta precedente e l’altro ha paura anche solo di guardarlo.

“Dimmi chi era,” ordina Niu.

“N-non lo posso sapere con c-certezza, ma…”

“Dimmelo o ti ammazzo,” taglia corto Niu. Non sta scherzando, ha davvero voglia di ammazzare qualcuno, e quel piccolo verme inutile potrebbe essere la sua vittima della serata.

La verità è che Niu è infelice. Infelice e frustrato.

Si dice che Vandooler ammazzerà lui, se non scopre chi l’ha quasi messo ko, ma non è del tutto vero. Gli brucia essere stato battuto, fregato, schernito.

Il suo avversario, chiunque fosse, l’ha attaccato con forza brutale e determinazione quasi percepibile, ma non era sicuro di volerlo uccidere. Forse non era sicuro di voler uccidere in generale.

Questo è l’unico motivo che lo spinge a ritenere che non fosse Mitris, perché era molto controllato, molto bravo.

“F-forse era Sida,” balbetta l’ometto.

“Sida,” ripete Niu. Il nome non gli dice assolutamente niente.

“E chi sarebbe? Ti avverto che se mi menti…” Raduna attorno a sé un po’ di magia, non troppa, ma basta a terrorizzare l’altro.

“No, no! Non ce n’è bisogno, Niu… Lei è una nuova tizia… è arrivata da poco in città… ha subito iniziato a fare le fusa col capo…”

Niu rimane impassibile. “Non mi interessa se fa le fusa. È una maga?”

L’altro annuisce velocemente. “Sì, e anche ricca sfondata. Viene da qualche città sul bordo… Kenda, forse.”

“Da Kenda. Ricca. Da poco in città,” ripete Niu. “Descrivimela.”

“Alta… capelli scuri, lunghi… occhi chiari…” tartaglia l’ometto, chiaramente terrorizzato, ma con l’inizio di una speranza nello sguardo.

“Sforzati un po’ di più, dai. Com’è? Giovane, vecchia, bella, brutta, stupida, intelligente?”

“B-be’, è… ha un modo di camminare… insomma. E sembra abbastanza giovane… circa trent’anni. Non so se è la più furba di tutti o la più scema… ha attirato l’attenzione del Ma- del capo, ma…”

“Certo,” concorda Niu, con un sorriso cinico. “Forse la ucciderà lui e ci risparmierà la fatica.”

 

—-

Un’altra piantina distesa sul tavolo, un altro consiglio di guerra. Mitris indica un punto sul foglio e dice: “Colpiremo qui.”

“Perché? Qui è meglio,” replica Sida, senza pensare.

Non ha bisogno di sollevare gli occhi su di loro per percepire che le Maschere attorno al tavolo sono sconvolte, congelate, shoccate. Ruota quindi gli occhi su Mitris.

“Perché,” sillaba lui, “era un ordine, Sida.”

La sua voce è dura, Sida è consapevole che non c’è spazio per una manovra che la faccia uscire da quella discussione a testa alta pur avendo ceduto. Irrigidisce i muscoli del collo e delle spalle.

“Be’, era un ordine discutibile,” ribatte, netta.

Mitris la fulmina con lo sguardo. “Hai appena passato il limite che stai costeggiando da quando sei arrivata,” le comunica, e alza le mani verso di lei.

Le Maschere attorno al tavolo saltano indietro, si affrettano a togliersi di mezzo. Guardano con orrore Mitris liberare la sua forza contro la nuova arrivata, che si difende innalzando uno scudo.

Uno scudo maledettamente efficiente, pensano le Maschere, stupite.

Artides si allontana ancora di qualche passo, prudente come tutte le spie. La nuova arrivata, bellissima, conturbante, insubordinata e ottima maga – da quello che vede migliore di lui. L’ha subito inquadrata come un elemento potenzialmente pericoloso. Mitris ha iniziato fin da subito a trattarla come se fosse speciale, e forse la è.

Artides osserva con vaga apprensione la donna che cerca di intrappolare Mitris nel ghiaccio. Cristalli lucenti si formano sopra i capelli, la fronte e le spalle dell’altro. Mitris divampa per qualche istante tra fiamme rosse, che poi rivolge contro di lei.

Sida salta indietro, Mitris la insegue a lunghe falcate e le Maschere devono ritirarsi agli angoli estremi della stanza perché il campo di battaglia si è allargato.

Sida costruisce scudi scintillanti che Mitris infrange con facilità. La investe con tornado di dolore, semplice dolore. Sida salta, scivola via, schiva i suoi attacchi. Rende i colpi uno a uno, tanto che Mitris, ad un certo punto, deve abbassarsi di scatto per evitare una folgore improvvisa, che si va a scaricare contro il muro.

Tutti i maghi presenti riescono a sentire che la stanza è satura di magia. Quella evocata da lei, quella evocata da lui, e quasi si equivalgono. Aristides sospettava che lei fosse più forte di quel che sembrava. De Romains è a dir poco sconvolto.

Mitris attacca Sida con un affondo veloce di magia molto più basilare di quella che hanno usato fino a quel momento. Crea semplicemente tre lame affilate, che sibilano verso di lei troppo velocemente perché riesca a scansarsi del tutto. Le aprono tre tagli paralleli sull’esterno di un braccio, strappandole la manica. Tre schizzi di sangue gemelli sanciscono l’avvenimento.

Sida emette un breve grido, più di stupore che di dolore.

Mitris approfitta del suo momentaneo disorientamento e balza verso di lei.

Sida cade all’indietro con Mitris sopra. Scivolano per qualche metro sul pavimento come piattelli. Mitris la tiene ferma per le spalle con le mani, le cosce con le ginocchia, il suo viso è a qualche centimetro dal suo, l’espressione dura. Tutta la magia che ha raccolto incombe sopra di lei non meno del suo corpo.

De Romains chiude gli occhi, aspettandosi di sentire il gorgoglio dell’agonia di lei.

Passa un secondo, poi un altro. La stanza è satura di magia.

Poi, all’improvviso, Sida disperde la magia che ha raccolto. È una resa totale, ora è completamente indifesa.

Mitris socchiude le labbra, come se stesse per pronunciare la sua sentenza, ma poi le richiude. Anche l’enorme massa della magia a sua disposizione si disperde come se non ci fosse mai stata.

“Hai vinto tu,” mormora Sida, con un mezzo sorriso. “Però continuo ad avere ragione io.”

Sono occhi negli occhi. Le Maschere li guardano con vago disagio.

Mitris si alza con un guizzo e tende una mano a Sida.

“Sì,” dice, arricciando il naso.

Lancia un’occhiata circolare alla stanza. Le Maschere sono attaccate alle pareti, con le facce tese. Rentor si nasconde la faccia come un bambino.

“Voglio che il piano sia pronto per domani notte.”

Si dirige al tavolo a lunghi passi, come se non fosse successo niente, e varie Maschere si affrettano a seguirlo. Mitris indica sulla carta il punto che Sida ha definito migliore. “Attaccheremo qui, sulla base di un democratico scambio di vedute.” Il suo sorriso è sardonico.

Quando si allontana dalla stanza sembra ancora molto divertito.

Sulla soglia si volta. “Più tardi, vieni da me,” dice, e nessuno ha dubbi su chi sia il destinatario.

Sida si accosta al tavolo con il viso pallido. Il suo braccio destro continua a sanguinare lentamente, ma il flusso si sta arrestando.

Solleva su Artides uno sguardo da reduce.

“Lo so che stai per dire che quel punto non ti convince del tutto,” dice.

Nella sala ci sono varie risate nervose.

 

—-

Il soffitto di mattoni è sorretto da sei colonne disposte senza apparente ordine. Il pavimento è coperto da un folto tappeto blu oltremare, che nasconde in parte il parquet. Le pareti sono di mattoncini rosso spento, come il soffitto a botte.

Su un lato della grande sala c’è un camino di enormi dimensioni, di ceramica bianca e blu. Su un lato ci sono cassepanche e mobili dipinti, quasi al centro c’è un letto il cui baldacchino di velluto scuro è sorretto da quattro colonnine di legno lavorato.

Vicino alla parete alla sinistra del camino ci sono alcune poltrone, un basso tavolino di legno dipinto, un lungo divano di pelle naturale. Mitris siede su una delle poltrone, sorseggiando qualcosa di caldo da una tazza elegantemente lavorata.

Sida non l’ha mai visto bere, né mangiare, se è per questo.

La sala è calda ed ha un gradevole odore di cuoio e legno. Sida si chiede che ore siano, in superficie. Probabilmente è quasi l’alba.

“Mi dispiace,” dice, andando verso la poltrona. “Non per quello che ho detto, ma per il modo.”

Mitris le fa cenno di avvicinarsi ulteriormente.

“Vediamo quella spalla.”

Sida si siede in equilibrio sul bracciolo della poltrona e Mitris appoggia la tazza sul tavolino. È tè verde.

Le scopre il braccio allargando il collo del suo vestito. Passa una mano sopra alle ferite quasi affettuosamente, richiudendole con la magia.

“Avresti potuto farlo anche tu,” dice.

Sida si stringe nelle spalle. Lui le circonda la vita con un braccio e lei scivola accanto a lui, che le fa posto nella poltrona. Gli appoggia la testa su una spalla e lui la accarezza sulla nuca.

Ci sarebbero delle cose che vorrebbe dirgli, ma non vuole rovinare il momento con le parole. Vorrebbe raccontargli di quando l’ha visto ardere sopra il ponte Kir, una bambina spaventata che guardava la fine di un’era. O così le era parso.

Tra la folla correva un sussurro. “È finita. È davvero finita, ora.”

Sida ricorda la mano di sua madre che le stringeva un braccio fino quasi a farle male. “Amore, tu devi andartene da Sol,” le diceva, proprio in quel momento.

Sua madre non era mai stata una sostenitrice di Mitris, aveva problemi molto più banali di cui occuparsi, ma quello che intendeva era che, ora che lui era morto, a Sol non sarebbe mai cambiato niente. E in quella Sol immobile non c’era niente per lei.

Sida si accoccola meglio tra le braccia di Mitris. Chissà cosa penserebbe sua madre. Probabilmente sarebbe preoccupata per lei.

Sida pensa che la gente, là fuori, non sa che persona complicata, difficile, tormentata sia Mitris.

Vedono il grande mago, il Negromante. Lo amano o lo odiano. Credono in lui o lo disprezzano. Un simbolo, come per sua madre, come, in un certo senso, anche per lei.

Mitris la prende sotto alle ginocchia, la solleva delicatamente e la porta verso il letto. La adagia tra le lenzuola fresche, la spoglia lentamente.

Le bacia un seno, poi l’altro, con la sua bocca di porcellana dalla lingua di uomo.

Sida si abbandona alle sue mani, al suo sguardo così insolitamente carezzevole, come se l’odio dentro di lui fosse momentaneamente placato, dopo la lotta che hanno avuto.

Gli accarezza i capelli d’argento, la cui consistenza è così bizzarra, indescrivibile. Osserva il suo profilo lucido scivolare lungo la curva del suo stomaco, baciando, assaggiando.

Mormora parole dolci, che lui forse non sente, o alle quali non può rispondere.

La abbraccia, le è dentro, la bacia lungamente, profondamente, tenendola stretta, movendosi piano. Le depone mille piccoli baci sulla fronte, sulle palpebre, sulle labbra.

“Ti…” dice Sida, ma lui le copre la bocca con la propria. “Shh…” dice, quando la libera.

Stretti l’uno all’altra si muovono lentamente, raggiungono il piacere in silenzio, continuano a baciarsi. Poi Mitris scivola accanto a lei e la accoglie contro il suo petto.

Sida gli circonda mollemente la vita con un braccio.

“Che uomo complicato sei,” mormora. Questo è quello che rimane dei suoi ragionamenti.

“Lo so,” risponde Mitris, con un mezzo sorriso di scuse. Le accarezza una guancia. “A volte vorrei essere come tutti gli altri. Per un giorno, per un mese… deporre il fardello di essere me stesso.”

Sida lo bacia sulle labbra.

“Mi sto innamorando di te,” gli sussurra.

Mitris scuote la testa. “Un gatto suicida, ecco quello che sei.” Le sorride, ironico e affettuoso al tempo stesso. “Accidenti, sei proprio senza paura, eh?”

Sida ride, oppressa da una sensazione dolorosa. “Non lo faccio apposta.”

“No, certo,” conviene lui, tornando ad abbracciarla. “Eppure scegli ciò che è peggio per te, che può farti più male, e persegui il tuo obbiettivo quasi con gioia. Sai quello che intendo. Tu sei forte, intelligente… bella al di là di ogni immaginazione… eppure non hai visto l’ora di gettarti tra le braccia dell’unico stronzo in circolazione che ti desidera a singhiozzo, un quarto del tempo ti adora e il resto ti detesta, che prima bacia il terreno su cui cammini e un secondo dopo ti vuole spezzare, umiliare, fare tutto il male possibile…”

Sida sorride. “È quasi una dichiarazione d’amore.”

Mitris si interrompe, interdetto.

Ride, le gratta la testa. “Ecco. Completamente pazza.”

Appoggia la testa sul cuscino e socchiude gli occhi. Poco dopo, ancora allacciati, dormono entrambi.

 

—-

Il sole produce dei riflessi brillanti sui tetti del Palazzo del Consiglio malgrado il cielo velato. Niu ne è quasi abbagliato, mentre taglia attraverso i giardini per fare prima.

Il cancelliere lo accompagna fino all’ufficio di Vandooler e lo lascia sulla soglia come le altre volte, ma questa volta Vandooler non lo invita ad entrare.

Niu lo fa ugualmente, a lunghi passi rigidi.

Vandooler gli dà le spalle e sta guardando fuori dalla finestra.

“C’era un tempo in cui Sol era semplicemente una città bella e operosa, ci puoi credere?” dice, senza voltarsi. “In cui la gente non era oppressa dal costante timore di vedere la propria vita rovesciata da un momento all;altro, le proprie cose distrutte, le proprie famiglie spezzate.”

“Sì, signore,” mormora Niu.

Sembra che Vandooler prenda coscienza del fatto che lui è lì, in piedi, che attende il permesso di accomodarsi, solo in quel momento. Si volta, quasi fosse sorpreso di vederlo, e gli fa segno di sedersi.

“Ma vieni, ragazzo mio. I cattivi pensieri mi rendono un pessimo ospite. Hai già fatto colazione?”

“Sì, signore, grazie,” risponde Niu, anche se non è vero.

Vandooler si siede pesantemente su una poltroncina che sembra troppo piccola per contenerlo. “Ho saputo dell’attacco alle Guglie,” dice. Non sembra arrabbiato, né stupito, solo un po’ triste.

Niu si limita ad annuire. Si sente ancora umiliato.

“Avete capito come ha fatto ad entrare?”

“A dire il vero no, signore,” ammette. “Pensiamo che potrebbe aver usato, lo sa… qualche arte occulta.”

La bocca sottile di Vandooler si increspa in un sorriso. “Come la negromanzia? È questo che pensi?”

“Non so che cosa pensare.” Niu scuote la testa, impotente.

“Può darsi, chi lo sa. Non c’è un limite alla depravazione di quell’uomo, temo.” La voce di Vandooler si è fatta cupa, ancora più cupa di poco prima. “Purtroppo non posso aiutarti su questo, ho una conoscenza molto superficiale della materia.”

“Naturalmente,” mormora Niu.

“Se le difese non fossero state cambiate più volte potrei ipotizzare che abbia richiamato dalla morte lo spirito di qualcuno dei passati comandanti, ma è chiaro che la cosa non ha senso.”

“Non lo so signore,” rimane sul vago Niu. Si rende conto che Vandooler sa molto di più di quanto è disposto ad ammettere in tema di negromanzia e spera che se lui tace l’altro continui a parlare.

“Ha sempre amato parlare con i morti, fin da piccolo,” dice, infatti, Vandooler. “Così mi hanno detto,” aggiunge, e sospira. “A volte penso che sia stato il contatto con loro a farlo diventare quello che è. A volte lo spero,” aggiunge.

“Ma questo adesso non c’entra. Che cosa hai intenzione di fare, Niu?” domanda e Ardati capisce che non saprà nient’altro, per quella volta.

Personaggi: Sida, Niu Ardati, Mitris, Vandooler, Jensen Artides (furetto), Astor De Romains (lupo), Rentor.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. mrharrison scrive:

    sida: indisciplinata, ribelle, combattiva – sovversiva;

    niu ardati: arrabbiato, manovratore – autoritario;

    mitris: forte, orgoglioso, irascibile – autoritario;

    vandooler: sornione, autorevole, sicuro – democratico;

    jensen artides: arrogante, attratto dalla violenza (è una perifrasi, violento non mi sembrava completo) – autoritario;

    astor de romains: intimorito, sottomesso – autoritario; (ma che cazzo si può dire su ‘sti due?)

    rentor: assogettato, succube – autoritario.

    ci tengo a precisare che metto “autoritario” accanto a caratteristiche apparentemente opposte perchè ho l’impressione che, se ne avessero l’occasione, quei personaggi si comporterebbero esattamente come mitris. è la presenza di qualcuno più forte di loro che li tiene in quella posizione di sottomissione/alleanza.

  2. sraule scrive:

    Grazie MrHarrison per il meditato contributo e grazie anche ad Armaduk, va’, che alla fine è giunto!

    Come al solito sono alquanto concorde con i pareri di MrHarrison, ma non aggiungo altro per non influenzare indebitamente l’experimento.

  3. utente anonimo scrive:

    NIU – Infelice, frustrato… 😀 no, ok. orgoglioso, vendicativo, ligio – Autoritario
    MITRIS – Potente, istintivo – mi sta diventando un democratico… ma dico ancora autoritario
    SIDA – Sfrontata, temeraria, intelligente – Sovversiva
    VANDOOLER – esperto, stimato, stanco – democratico
    ARTIDES – subdolo, calcolatore, ambizioso – boh, sovversivo
    DE ROMAINS – non so/non rispondo
    RENTOR – vigliacco, succube – Schifani

    madmac

  4. sraule scrive:

    senti, lo so che è riduttivo, ma io “schifani” lo catalogo sotto “autoritario”.
    cioè… forse, se non fosse una medusa d’uomo, vorrebbe esserlo, no?

    poi dimmi tu 🙂

  5. utente anonimo scrive:

    Schifani autoritario… ok, me ne farò una ragione

    (perdona queste mie intemperanze 🙂 )

  6. sraule scrive:

    Non so, se no dimmi tu 🙂

    E poi, che cosa te lo dico a fare, gli impertinenti sono i miei preferiti.

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