Avendo appurato che le mie elucubrazioni assopenti vi interessano di più della mia vita sentimentale – contrariamente a quanto sembrava suggerire l’analisi del web a me circostante – ve ne offro un nuovo appetitoso (bho?) assaggio.
Questa volta le mie seghe mentali riguardavano le ambientazioni. Qua in Italia, ho ormai capito, abbiamo un po’ il complesso dell’ambientazione. Nel senso che se vuoi vendere un fantastiliardo di copie ti senti obbligato ad ambientare all’estero (da Bombay a Marte tutto è concesso, e d’altronde difficile negare che Marte sia all’estero), ma per essere un vero intellettuale sei costretto a parlare di provincia italiana, o di quartieri degradati o, se proprio sei un solarone, di campagna umbra.
Naturalmente io non ho niente contro nessuna delle due scelte, a parte il fatto che ti complicano la vita. La mia pigrizia è proverbiale.
I sostenitori dell’ambientazione estera sostengono che è un potente aiuto perché il lettore sospenda l’incredulità di fronte a tutte le boiate a seguire. Ovvero: se Nathan Never fa la pipì blu non è strano, perché tanto è nel futuro. A parte che è difficile rendere questi dettagli in bianco e nero e comunque in Nathan Never non parlano mai di pipì, chissà perché.
I sostenitori dell’ambientazione italiana dicono che i motivi per cui preferirla sono almeno due: a) devi parlare di ciò di cui conosci e b) se hai bisogno dell’ambientazione per far sospendere l’incredulità al lettore sei alla canna.
Poi ci sono anche gli autori che decidono dove ambientare le proprie storie senza porsi il problema. Sarebbero quelli come me, ossia quelli che vendono poco, o quelli come… non so, Giardino. Vai un po’ a dire a Giardino dove cazzo deve ambientare la sua nuova storia.
Io l’ambientazione per Ravenstock l’ho scelta in modo molto poco professionale. D’altronde la mancanza di professionalità è un po’ il mio marchio di fabbrica, quindi tutto ok.
Avevo scritto un mezzo racconto con protagonista UN Ravenstock (di solito uso lo stesso nome in serie per un tot di racconti – e questo ricade sotto la voce pigrizia, se ve lo state chiedendo) ed era ambientato a New York per comodità.
Comodità perché New York è una città conosciuta, così non dovevo perdere tempo in tutte quelle fastidiose descrizioni.
Poi ho iniziato a pensare al VERO Ravenstock e di primo acchito sono di nuovo caduta su New York. Poi ci ho pensato.
In realtà, visto com’è fatto il mio protagonista e viste le tematiche, l’Inghilterra sarebbe andata proprio bene. Londra sembrava appetibile. Tra l’altro conosco Londra abbastanza benino, ci sono stata almeno una decina di volte, ho visto città e sobborghi ecc, ecc. Conosco benino anche l’Inghilterra in genere e la Gran Bretagna (Irlanda del nord esclusa). Conosco abbastanza la cosiddetta "cutura". Moore avrebbe potuto essere indiana, o magari giamaicana. Avrebbe funzionato.
Il problema era che Ravenstock è un po’ troppo inglese per essere inglese sul serio, se capite il mio punto di vista. E poi mi ero stufata delle ambientazioni dal look vittoriano. Belle, sì, suggestive, sì… ma io non avevo voglia di scrivere una storia ambientata in uno scenario vittoriano e la Londra non-vittoriana non è poi questa gran bellezza. Dock a parte, intendo.
Così sono tornata a new york.
Sono stata a New York una volta, un numero indecoroso di anni fa. Ho camminato da Central Park fin sulla punta dell’isola, scendendo per America’s Avenue e attraversando anche delle zone ben poco turistiche. Ho guardato la statua della libertà da terra, pensando che non valesse i dieci dollari del traghetto. D’altronde una tipa che conoscevo non l’aveva mai vista: aveva abitato per dieci anni nell’Upper West Side.
Ho visitato la parte bassa di Central Park (un altro giorno), fino al Met. Poi sono entrata nel museo e sai… gli alberi sono alberi.
Non ho avuto la minima tentazione di entrare nel Rumble.
Il massimo del morboso è stato passare davanti al Dakota Building, e i fan di John Lennon mi hanno disgustato. E pensare che teoricamente sarei dei loro.
Dunque non sono mai stata nel Lower East Side.
Non sono mica scema.
Ci sono tante belle foto in internet e ho una guida di New York bella spessa.
Il Walk on the wild side lo lascio volentieri agli altri. Preferisco Cohen, che "non ha mai detto di essere coraggioso".
Volevo che Ravenstock avesse un’aria aristocratica, da nobile decaduto. Un idraulico con lo spleen non convince nessuno.
Una cosa che mi ha riempita di soddisfazione è stato leggere in una recensione di un certo, britannico, Lord Ravenstock.
Ovviamente Ford non ha alcun titolo nobiliare. Negli Stati Uniti l’aristocrazia teoricamente non esiste.
Ford potrebbe essere un esponente decaduto della cosiddetta "aristocrazia newyorkese", piuttosto. Rockfeller, Astor e via discorrendo.
Periodo di splendore: anni ’20 e ’30. Ovvero: Art Decò.
L’Art Dec0 newyorkese è forse uno dei più belli al mondo. Ci ho fantasticato parecchio ed è uno dei miei temi ricorrenti.
Ecco. l’Art Decò è stato un motivo non trascurabile, quando ho scelto di ambientare Ravenstock a New York.
Le altre sono ragioni banali: mi serviva una grande città per motivi di plot, occidentale e possibilmente tollerante verso le bizzarrie, e mi serviva un posto dove, nello stesso tempo, ci fossero quartieri-comunità. Los Angeles non sarebbe andata bene: troppo decentrata.
Chicago… uffa, che cosa c’è a Chicago, a parte ER?
San Francisco per un po’ mi ha tentato. Un’altra città fredda e magnificamente Art Decò. E poi il Golden Gate, il ponte dei suicidi, non poteva non tentarmi.
Ma la pigrizia ha vinto.
Riguardo alla sospensione dell’incredulità la penso come Quentin Tarantino: se inizi a fare le pulci all’ambientazione vuol dire che c’è qualcosa di più serio che non funziona.
Questo panegirico, come i più smaliziati avranno già intuito, serve in realtà a pararmi il culo per le grosse libertà che mi sono presa con NY nel prossimo numero, dove mi permetto di cazzeggiare senza pudore con l’East River e i suoi segreti.

Prossimamente su queste pagine avrete modo di deliziarvi con un racconto inedito che vi propinerò a puntate come "regalo natalizio" e con l’abituale Classifica del Peggio e del Meglio del 2007.
Stay tuned.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo ha detto:

    Poi ci sono anche gli autori che decidono dove ambientare le proprie storie senza porsi il problema

    Appunto.
    Nel senso che a mio avviso, nella mia microscopica e infinitamente piccola esperienza, sono per ora convinto che ogni storia necessiti di una propria ambientazione che non debba necessariamente precederla.
    Lo so, è una riflessione banale, ma la vedo esattamente così: se una storia mi sembra adatta a un’ambientazione niuoirchese, allora penserò a quei luoghi, se sono invece convinto che debba essere ambientata nella suburra sassarese (nota per chi ha gli occhi sbarrati: non esiste), allora non dovrò fare altro che uscir di casa per raggiungerla e respirarla.

    Parlare di ciò che si conosce è giusto, ma basterebbe recarsi in quel luogo eventualmente sconosciuto e cercare di capirlo, sarebbe sufficiente documentarsi per farlo proprio il più possibile.
    Oppure l’ambientazione potrebbe anche non essere funzionale alla storia così da permearla in maniera sostanziale o, ancora, potrebbe avere un mero valore simbolico, o – anche – essere fondamentale in quanto assente.

  2. utente anonimo ha detto:

    quello logorroico e inconcludente qua sopra (chiedo venia), ero io

    [emo]

  3. CampoLungo ha detto:

    Mi trovo sostanzialmente in accordo con Emo.

    Credo che sia la storia a scegliersi l’ambientazione. personalmente una storia noir o un thriller legale mi rimandano a New York, per una mia storia che parla di un povero diavolo che è talmente solo da dover pagare una prostituta per piangere sulla spalla di qualcuno ho scelto la via Salaria di Roma (rinomata per essere luogo di prostituzione). Ci sono storie che non necessitano di un luogo in particolare, basta che i personaggi abbiano uno spazio in cui agire… ma è anche vero che si va dove ci porta il cuore e quello potrebbe anche andare in Alaska! Certo, se poi ci si mettono dei riferimenti storico-culturali, è necessario documentarsi bene, ma è faticoso, una volta ho perso una mattinata intera per cercare un locale che facesse musica live nelle parti di Time Square a NY!!!

    Il Gabbrio

    Non c’entra nulla, ma statistica e psicometria non è sta cavolo di materia o sono io ad essere idiota? ; )

  4. sraule ha detto:

    Non c’entra nulla, ma statistica e psicometria non è sta cavolo di materia o sono io ad essere idiota? ; )

    mh. non credo di aver capito la domanda. se era “statistica e psicometria sono la stessa cavolo di materia?” la risposta è: non proprio. la psicometria è statistica applicata a problemi di tipo sociologico/psicologico ecc.
    se invece era un’affermazione del tipo “psicometria e statistica non sono poi ‘sta gran cosa”, la mia risposta è: ci ho buttato il sangue, su quelle materie. su 5 esami. li ho odiati tutti intensamente tranne il secondo, dove c’erano delle matrici facili e un professore divino.

    Parlare di ciò che si conosce è giusto, ma basterebbe recarsi in quel luogo eventualmente sconosciuto e cercare di capirlo, sarebbe sufficiente documentarsi per farlo proprio il più possibile.

    sono d’accordo.
    però sono pigra.
    come pigra mi giustifico dicendo che le mie storie sono così incredibilmente strafighe che un lettore dev’essere pazzo per attaccarsi a simili dettagli! :))))

  5. mrharrison ha detto:

    da pigro a pigra: condivido.
    da lettore: condivido.
    da lettore critico: condivido.
    la fiction è fiction, e chi se ne frega se ci si prende delle libertà, a patto che siano funzionali. un errore puro e dovuto a ignoranza completa non va bene, soprattutto se è plateale, ma se l’insieme funziona è perdonabile. se è consapevole e funzionale alla storia, per me non è neanche più un errore. se è consapevole e individuabile solo da pochi, un meraviglioso mezzo per appassionare alla lettura chi lo ha colto – gli altri non se ne sono accorti, quindi è come se non ci fosse -.
    tutto questo per me ritorna anche nella gestione dell’ambientazione: se chi scrive conosce bene il plot, non importa se tira fuori il nome di una via che non c’è o colloca un quartiere nel posto sbagliato. è fiction, mica una guida turistica! quello che mi aspetto è che funzioni il plot, che chi lo scrive lo conosca bene al punto da non lasciare “lacune”. e basta.

  6. CampoLungo ha detto:

    Parlare di ciò che si conosce è giusto, ma basterebbe recarsi in quel luogo eventualmente sconosciuto e cercare di capirlo, sarebbe sufficiente documentarsi per farlo proprio il più possibile.

    Hem…questo non l’ho scritto io ma Emo!!!
    ; D

    Mi riferivo a “statistica e psicometria” come unica materia…meno male che ci sono altri esami decisamente più affascinanti!!! ; D

    Il GAbbrio

  7. utente anonimo ha detto:

    Scusa se rompo, ma ho lasciato il commento come “campolungo”, un vecchio blog!

    ora sono altrove http://www.volobasso.blogspot.com

  8. utente anonimo ha detto:

    Resta comunque il fatto che è molto più comodo ambientare storie in scenari che fanno parte dell’immaginario collettivo. L’immaginazione del lettore riempie tutti i buchi dello sfondo che chi scriva ha volontariamente (o anche involontariamente) lasciato.

    Come disegnatore avrei preferito un Ravenstock britannico ma solo perchè l’Inghilterra è molto più divertente da disegnare rispetto a NY.

    Avrei anche abbassato il livello di realismo. Ma questa è tutt’altra storia.

    Armaduk

  9. utente anonimo ha detto:

    Sraule, poi mi fai sapere cosa pensi della PNL?

    HKD

  10. sraule ha detto:

    PER TUTTI: io mescolo le risposte, ognuno riconosca la sua 🙂

    da pigro a pigra: condivido.
    da lettore: condivido.
    da lettore critico: condivido.

    è per questo che da tempo ti considero IL lettore, mrharrison. si può dire che scrivo pensando a un lettore come te.
    ciò che dici oltre (e che non sto a riportare) descrive fedelmente quello che penso anch’io, parola per parola.

    Mi riferivo a “statistica e psicometria” come unica materia…meno male che ci sono altri esami decisamente più affascinanti!!! ; D

    è una brutta cosa da dire, perché sono materie davvero odiose, ma purtroppo a un certo punto inizi a renderti conto di quanto siano fottutamente indispensabili più o meno per qualsiasi cosa.
    Non la parte artimetica, però, se ti va bene! 🙂

    Avrei anche abbassato il livello di realismo. Ma questa è tutt’altra storia.

    lo sappiamo, lo sappiamo. teschietti sulla carta da parati… galeoni seicenteschi… pfui!

    Sraule, poi mi fai sapere cosa pensi della PNL?

    non vorrei sembrarti pavida, ma non è un discorso un po’ ampio?
    in generale non ho un’ottima opinione della programmazione neuro lingistica (era ciò a cui ti riferivi, giusto?), specie delle applicazioni pratiche. ma alcuni studi sul movimento oculare che rientrano negli studi pnl sono abbastanza interessanti, anche se non completamente esaurienti.

    conoscendo il tuo lavoro, però, mi sa che tu intendevi più robe come “corso di formazione per formatori pnl” o roba del genere, no? se devo esprimere un’opinione in una parola: pattume.
    piuttosto i corsi di formazione tavistock, che sono geniali (e giustamente riservati ad operatori del settore).

  11. utente anonimo ha detto:

    io sto facendo delle prove per John Doe…in una vignetta camminano per un vicolo della costiera amalfitana! 😛

    luca

  12. sraule ha detto:

    io sto facendo delle prove per John Doe…in una vignetta camminano per un vicolo della costiera amalfitana! 😛

    ops! immagino che fosse il cane che voleva vedere posti nuovi! 🙂

  13. mrharrison ha detto:

    formatori dei formatori: ne vedo molti in facoltà – il nostro dams è sotto scienze della formazione – e nella mia mente li chiamo affettuosamente “coloro che hanno oltrepassato 3 volte lo specchio”, o che almeno così si vedono!

    troppa grazia per avermi definito IL lettore – devono essere i complimenti per ravenstock, sono diventato un ruffiano di prima classe -.

  14. utente anonimo ha detto:

    Si mi hanno coinvolto in un corso di coaching di ispirazione PNL.

    Ok alcuni spunti interessanti ma… sai, non si sa mai di chi fidarsi…

    HKD

  15. sraule ha detto:

    troppa grazia per avermi definito IL lettore – devono essere i complimenti per ravenstock, sono diventato un ruffiano di prima classe -.

    ho semplre ammirato chi padroneggia l’arte dell’adulazione. ma non è il tuo caso 😉

    Si mi hanno coinvolto in un corso di coaching di ispirazione PNL.

    lo sapevo troppo!
    ha-ha stai passando dalla parte del nemico!
    presto sarai quello che ai meeting aziendali guida i cori di dipendenti che cantano l’inno del gruppo!
    ma non temere, alcuni sono bellissimi. quello della At&t ad esempio fa “we’r At&T” sulla musichetta di “we’r a family”… :)))

  16. utente anonimo ha detto:

    Ma no sraule, era per lavorare su me stesso non sugli altri.

    Comunque anzi, io ho avuto problemi per la mia polemica anti-retorica.

    Tipo quando la società del gruppo olandese proprietario ha venduto tutto, il CEo indagato per vari trucchetti di vendita azioni a cazzo di cane, e costui continuava a blaterare sui valori etici e di TRASPARENZA (tutto vero).

    Allora ho fatto i miei doverosi commenti al mio reparto, e il capo mi ha risp. MA CHI TE LO HA CHIESTO?!

    Ehehe. Brutti figli di una gran troia.
    Più sono marci, più predicano.

    A me le cose tipo L’AZIENDA E’ CASA TUA. L’AZIENDA SEI TU mi fanno uscire di testa.

    HKD

  17. utente anonimo ha detto:

    Ok. Speriamo che nessuno dei sopracit. legga sraule.

    HKD

  18. utente anonimo ha detto:

    Concludo con l’aneddoto più significativo, esempio cuore di RETORICA.

    Avevano istituito una specia di blog sull’intranet “ask XXX” in cui ognuno faceva domande al CEO, quello di prima.

    A un certo punto uno chiede (vi giuro, credetemi): SCUSI, SALVE, UNA DOMANDA: SONO PREVISTI TAGLI DI ORGANICO, SE SI IN QUALI PAESI? GRAZIE, GIGI.

    La risposta, agghiacciante, e vera (fu quello a farmi incazzare): SI NEH GUARDI, NON DUBITI. IL MODELLO DI SUCCESSO DELLA NOSTRA AZIENDA VERRA’ SICURAMENTE PRESO AD ISPIRAZIONE E QUINDI MANTENUTO ANCHE IN FUTURO.

    Cioè questo ha semplicemente risposto ad un’altra domanda che NESSUNO gli ha fatto.
    Ora io penso che sarebbe stata estremamente gradita una risposta tipo:

    – non ne ho idea
    – non lo diciamo certo a te
    – si
    – si vi licenziamo tutti ahahah
    – ancora non si sa ma te lo diciamo tra 1 mese

    Quello che lui ha fatto è stato, da un punto di vista non etico, ma comunicativo e di senso, assurdo e sbagliato.

    Vi faccio notare che non era un’iperbole. Quello ha risposto veramente UN’ALTRA COSA.

    Saluti
    HKD

  19. mrharrison ha detto:

    beh è un modo per distogliere l’attenzione da un punto dolente toccato da chi non doveva. ma ci sono esempi tecnicamente migliori, in quanto non così palesi, più subdoli. però ragazzi se ci va del fegato a fare queste cose.

  20. sraule ha detto:

    Ah ah, bellissimo.
    In realtà il tipo ha violato pressoché TUTTE le regole della retorica (tranne giusto quella di quantità se è stato breve come riporti tu).

    Ma nessuno gli ha spedito una bomba atomica via intranet?

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