Ultimamente mi sto ponendo delle domande (leggi: mi sto facendo delle seghe mentali) sul dispiegarsi del tempo narrativo tra fabula e intreccio.
Detta così è terribile, sembra il titolo di un convegno a cui nessuno vorrebbe mai andare.
Penso che una parte di queste riflessioni (che facevo da tempo) siano state catalizzate dagli ultimi episodi di Heroes, ma sono arrivate ad un – provvisorio – compimento ieri sera, quando ho visto un film dalla sceneggiatura a dir poco sontuosamente calibrata: The Illusionist.
In mezzo mi è capitato di imbattermi in un altro film di fattura raffinata, Elisabeth – The golden age, che in un certo senso è l’esatto contrario di The Illusionist e per questo mi sembra ora estremamente interessante.
Ma iniziamo da Heroes.
Serie lacunosa e difettosa, ancorché prevedibile e poco originale, ha però un sistema narrativo che mi ha affascinato.
Immaginiamo di chiamare i tempi di una fabula A, B, C ecc, intendendo con "A" il momento che storicamente è precedente e "tendente a Z" il momento più tardo. Nella vita di un uomo, insomma, il momento "A" sarebbe la nascita, il momento "C" il primo film porno, il momento "V" la prima pillola azzurra e il momento "Z" la morte. I cristiani si sentano liberi di dissentire.
In Heroes l’intreccio è apparentemente organizzato secondo un sistema BABCB, ovvero: prima ti faccio vedere il qui e ora, poi il “prima”, poi ancora hic et nunc, poi il “dopo”, infine ancora il presente.
Esposta in questi termini la cosa non sembra molto interessante. Forse, allora, prima di proseguire, dovrei chiarire meglio che cosa intendo per “momento A”, “B”, ecc.
Quando parlo di “momento A”, “B”, ecc parlo più che altro di unità funzionali. Voglio dire: come decido che quell’insieme di avvenimenti che intercorrono dalla prima doglia all’espulsione completa del neonato possono andare sotto l’etichetta comune di “nascita” o “parto” (a seconda dei punti di vista)? Arbitrariamente, certo, ma perché in qualche modo sento che quegli avvenimenti formano un unicum. In pratica essi appartengono ad un’unità funzionale, termine abbastanza nebuloso da sconsigliare qualsiasi ulteriore chiarimento da parte mia.
Qualcosa, inevitabilmente, resterà fuori da queste unità funzionali. Nella maggioranza dei film, dei libri e delle narrazioni in genere, l’autore, pietosamente, decide di sorvolare sui dettagli corporali comuni a noi tutti, tralasciando la cronaca, in qualsiasi modo intrecciata, delle nostre evacuazioni.
Questi piccoli momenti “a”, “a1”, “a2”, ecc semplicemente scompaiono da fabula e intreccio.
È normale, è consentito, non c’è niente di strano, non viola nessuna norma implicita della narrazione.
Ma Heroes, a ben guardare, non ha affatto una struttura BABCB. Piuttosto ha una struttura CACEC, dove “C” è il presente e dove B e D mancano del tutto. Giocando proprio sul fatto che la trama è prevedibile e il finale scontato (nonché idiota, come può confermare chiunque abbia visto il telefilm) gli sceneggiatori si permettono di lasciare fuori dall’intreccio dei consistenti pezzi di fabula. Questi pezzi “fantasma”, che lo spettatore ricostruisce a partire da vaghi indizi e sulla base delle proprie esperienze precedenti, rendono il ritmo della serie vertiginoso e procurano nel pubblico quella “aha erlebnis”, quella sensazione di “aha! Ho capito!” che li gratifica e li tiene attaccati allo schermo.
Cioè, se non si rompono e non lasciano perdere tutto (vedi: Moroso).
Un mezzuccio, ma affascinante. Io sono sempre in cerca di mezzucci, che posso farci?
The Illusionist, film dalla sceneggiatura magnificamente calibrata (e di tutt’altro calibro esso stesso, se mi consentite il gioco di parole) si avvita invece su di sé in modo elegante e impeccabile.
La sua struttura è una classica cABCD, ovvero abbiamo un “assaggio” iniziale di un momento focale che verrà chiarito (e ribaltato) in seguito.
Tra A e B, a ben vedere, c’è uno iato che potrebbe essere un’unità funzionale mancante, ma che viene raccontata in brevissimo dal protagonista stesso, comparendo così, formalmente, sia in fabula che in intreccio. Fosse mancata, sarebbe comunque, “legalmente”, mancata da entrambi.
Elisabeth ha una struttura ancora più semplice, una ABCD ecc dove fabula e intreccio coincidono. Le unità funzionali in questo caso sono i “momenti significativi” della vita della regina e della storia inglese, con un classico effetto a lente d’ingrandimento puntata su momenti successivi e legati da un filo logico.
Questa lunga arringa, di cui chiedo a tutti scusa, espressa anche in modo vago e impreciso, e mi scuso anche di questo, serviva più che altro a comunicare un’idea sulla quale ragionavo da tempo e nella quale Heroes mi ha confermata: si possono tagliare delle parti di storia tradizionalmente considerate indispensabili, a patto che un pubblico mediamente istruito (nel senso di: con sufficienti esperienze pregresse) sia in grado di ricostruirne il “copione prototipico” che vi sta sotto.
Certo, se il pubblico sufficientemente istruito sta al gioco.
Magari, come nel caso di Heroes, se il prodotto è sufficientemente buono.
Ma poi, alla fine di tutte queste riflessioni, ho visto, appunto, The Illusionist. Così, messe da parte le ambizioni iconoclaste, ho deciso che per il momento lascerò perdere le sequenze fantasma e mi concentrerò sui tempi narrativi convenzionali. Che sono già abbastanza scarsa così.
Ravenstock segue un banale schema ABCD ecc, nel suo complesso, mentre con le Avventure del Polpo lo schema temporale è più destrutturato, ma non ha realmente importanza.
In un luntano futuro, però, se riuscirò a fare certe cose che vorrei tanto fare, Heroes mi sarà stato davvero utile.
Anche se, sì, gli X-men li già letti, grazie. E anche Watchmen.
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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. mrharrison ha detto:

    ti stupirà, ma mi è risultato chiaro il concetto di unità strutturali.
    curiosamente, anche se da altre vie, avevo ragionato su heroes, serial che ho abbandonato perchè mi faceva francamente cagare – si può dire, perchè preceduto da “francamente”.
    ci avevo pensato perchè ha iniziato a guardarlo anche mia madre, che con fumetti e accavallamenti temporali non ha mai avuto confidenza; lei non ci capiva niente, proprio perchè c’erano dei buchi eccessivi. anche io, divoratore insaziabile di x-men e amante della continuity dc pre e post “crisi sulle terre infinite” – soprattutto batman e flash, che sulla continuity è costruito -, ogni tanto avevo bisogno della pubblicità per ritrovarmi.
    e allora mi sono chiesto: quanto vale un telefilm che parla solo a chi divora fumetti o fantascienza? perchè escludere molto pubblico che non ha conoscenze pregresse? e non parliamo di normali artifici di montaggio, a cui tutti ormai siamo abituati… allora qui mi sento di segnalare lost, che dal punto di vista di fabula e intreccio è gestito mooooolto meglio – oltre ad avere idee molto più interessanti, ad essere scritto benissimo e chi più ne ha più ne metta -.
    mi sento di solidarizzare col moroso

  2. sraule ha detto:

    Già, tutti mi dicono di Lost, ma non ho mai trovato l’energia di guardarlo.
    A me Heroes, aldilà delle riflessioni del post, non è piaciuto molto. Non fino al punto di dire che mi ha fatto proprio cagare (francamente), ma abbastanza da non invogliarmi a seguire la seconda serie.
    L’unica cosa che mi piaceva era Hirooo Nakamuuura – nelle prime due puntate, poi mi ha rotto anche lui.

    Mi sa che, esendo concepito per un pubblico americano cresciuto a pane e supereroi, l’idea di uno spettatore poco avvezzo non li ha sfiorati.
    Peccato che quelli cresciuti a pane e supereroi (ma anche no, come me) hanno iniziato a sbadigliare alla terza scena e a prevedere ad alta voce la battuta successiva a metà della prima puntata 🙂

  3. dhalgren ha detto:

    mai visto heroes nè lost. credo però che con “unità funzionale” intendi funzionale alla storia e non solo “funzionale” solo nel senso, istintivo, di “atto compiuto”. es. far la cacca è un atto compiuto, forse perchè riassumibile in una frase breve e comune (ma nella mente della persone può comprendere o meno una serie di immagini: es. farsi il bidet, che per i tedeschi non rientra nell’atto di far la cacca, nè in altri), però magari far la cacca è irrilevante, e il problema non è neanche questo, ma il contrario, ossia che può essere rilevante e non c’è modo di definire astrattamente quando lo è e quando no. quindi la rilevanza si decide sempre dopo aver visto, o letto, e sempre dal contesto, il che per me alla fine vuol dire che come criterio vale poco. mumble… cioè, il discorso che fai riguarda più il lato del pubblico, mentre io mi chiedo quel è il metodo, usato da chi scrive, per “dire” e segnalare la rilevanza. omettere la scena è un modo per dire che la cosa conta poco, ma non è detto, può essere il contrario, e se uno ha l’abitudine di omettere scene poco rilevanti, ed ha abituato così lo spettatore, può essere un bel trucco fare la sporcizia ed omettere la cosa fondamentale, per poi sorprendere. rimumble… insomma, siccome non riesco a dire, prima, cosa sia funzionale e cosa no, preferisco dire “l’autore omette dei passaggi temporali, generando l’impressione che siano irrilevanti”, senza andare ad ingare se lo sono o no.

  4. sraule ha detto:

    preferisco dire “l’autore omette dei passaggi temporali, generando l’impressione che siano irrilevanti”, senza andare ad ingare se lo sono o no.

    Sì, in definitiva è un modo di porre la questione.
    Forse senza aver visto Lost è anche difficile capire la mia sega mentale. Ti faccio un esempio: a un certo punto della serie ti fanno vedere che cosa succederà tra cinque anni (se il presente non viene cambiato). Ma quando ti fanno vedere che cosa succede tra cinque anni, nessuno ti dice che cosa è successo, ad esempio, due anni prima, anche se sono cose fondamentali e lo capisci dal fatto che non ci capisci una mazza della realtà che ti fanno vedere. Diciamo che, dopo un po’, ci arrivi a naso, come quando vedi un film già iniziato e “ricostruisci” la parte che ti sei perso.
    Ma per “unità funzionale” intendevo soltanto definire, appunto, gli insiemi che formano intuitivamente un unicum, un po’ come le frasi principali della grammatica generativa per intenderci. Tutto qui.

  5. brullonulla ha detto:

    posso solo affermare che lost e heroes sono entrambi telefilm orribili, e che a me mancano molto I Jefferson.

    ecco.

  6. dhalgren ha detto:

    eh, però vedi come sono diverse le due cose: 1) vedi uno che entra in bagno, stacco, lo vedi seduto a digitare. Deduci che il tipo avrà fatto la pipì, o il popò. Se ha un’espressione serafica, probabilmente ha fatto il popò. Questa scoperta però non ti da nessuna soddisfazione, o almeno non la da a me. 2) vedi il tipo che entra nella stanza della ragazza, stacco, vedi il giornale col titolo di un omicidio. Deduci che il tipo ha ammazzato la ragazza, ma potrebbe anche essere falso. 3) come prima ma il tipo legge il giornale tutto soddisfatto: più probabile che abbia ucciso. E così via, fino alla certezza di aver ricostruito correttamente i fatti. 4) il tipo della popò: ormai sei sicura del fatto tuo, e invece quello è andato a mettere una bomba nel cesso. La faccia estasiata è un imbroglio. La 1 è una scena di “tempo”, semplice, per scandire. La 2 genera dubbio, la 3 piacere di riconoscere, la 4 sorpresa (anche scorretta). E vabbè. Ma siamo di nuovo “dipendenti dal contesto”, perchè se il protagonista fosse un robot, la scena della popò sarebbe sorprendente, e quella della falsa popò invece normale (e tu, vedendo l’esplosione della bomba, diresti “l’avevo detto io che i robot non vanno di corpo!”). Eccetera. Sicchè, per uno veramente maniaco lo sfizio sarebbe trovare i segni che, al di là del contesto, o comunque col minimo contesto possibile, generano le emozioni di cui ho parlato: successione, dubbio, riconoscimento, sorpresa, e le altre. Sti segni stanno più in basso delle immagini e delle azioni, nella “grammatica”: la lunghezza dei periodi, l’interpunzione, la scelta di un termine vago e preciso, etc. Chiaro che una visione “strutturale” rischia di essere in primo luogo pletorica, e comunque troppo astratta, però oggi mi andava di ragionare così.

  7. sraule ha detto:

    Ma ti do perfettamente ragione. Quello a cui accenni era, in un certo senso, il corollario della mia sega mentale principale, quella sul tempo.
    Cioè che in effetti il contesto influisce (anche) sulla percezione della scansione culturale. A questo punto la domanda spontanea e banale è: il tempo influisce sul contesto? Ovvero: se io narro una sequenza in in certo modo, tenendo ferma la fabula of course, mi cambia qualcosa nel significato? E ovviamente e banalmente la risposta deve essere un sì, ma è interessante osservare tutti gli effetti e le declinazioni.

    Poi adesso arriverà qualcuno a urlarci “pipparoli!” e la cosa degenererà, lo so.

    Vabbò, torno a sollazzarmi con Voyager ;D

  8. sraule ha detto:

    Brullo: ma i Jefferson come a dire “I pronipoti”? Io li amavo, ma non so se tu ti riferisci a qualche altra serie stramba.

  9. mrharrison ha detto:

    c’ho provato, ma non ho trovato alcun sollazzo in voyager (stanno proprio raschiando il fondo degli scarti dei rifiuti della redazione).

    guardando lost (ci torno perchè questa estate mi ha colmato l’esistenza, non credevo; sono rimasto “scottato”, ho cercato indizi su internet, spoiler per la quarta serie, e pippe mentali varie) ho avuto la conferma di attuare molto spesso il meccanismo id ricostruzione temporale che colmi lacune narrative, e che questa cosa sarebbe stata usata contro di me. non ci si può mai astrarre del tutto e capire tutto in anticipo, perchè le ellissi temporali in qualche modo ti fregheranno. sempre che tu stia guardando qualcosa di ben scritto: è il caso di lost, non quello di heroes che veramente era noioso e prevedibile.

  10. mrharrison ha detto:

    credo siano i jefferson quelli della sitcom, la famiglia di colore

  11. utente anonimo ha detto:

    pipparoli!

    M

  12. sraule ha detto:

    pipparoli!

    M

    Oh! Era quello che aspettavo!

    MrHarrison: giusto, che poi i Pronipoti erano i Jetson, ora che mi rammento.

    Sì, in molti mi hanno detto che Lost può dare questo effetto, e quindi mi sono prudentemente astenuta, sapendo di essere molto, come dire… “soggetta” a questo tipo di foia.
    I produttori o gli autori (?) delle due serie (Heroes e Lost) se non sbaglio sono gli stessi. Probabilmente hanno deciso di utilizzare i soliti trucchi, che tra l’altro semplificano non poco la vita agli sceneggiatori, credo.

  13. dhalgren ha detto:

    cose ancora più utili sono la visione futura e il ricordo, soprattutto quando non vengono mostrate allo spettatore: se un personaggio riceve una profezia, e tu lo sai, ma non sai qual è, cerchi di dedurla dal suo comportamento. in questi casi l’ordine degli eventi non viene cambiato, è sempre una semplice sequenza, ma si producono alcuni effetti assai simili di suspanse etc. per tacere degli effetti di inscatolamento (il personaggio racconta di uno, che a sua volta racconta) o di simultaneità (più storie parallele) e perciò io trovo che la distinzione tra fabula e intreccio, almeno nella versione elementare che conosco, sia abbastanza vana.

  14. sraule ha detto:

    Non saprei cosa risponderti, Dhalgren. So che io (ma può essere una cosa personale), non riesco a lavorare senza tener conto di questa distinzione, ma immagino che possa essere una categoria mentale eliminabile.
    Ultimamente sto lavorando direttamente sugli intrecci (solo per la narrativa, per un fumetto non oserei mai), ma sempre su cose senza giri mortali di tipo temporale.

    Poi nutro anche il sospetto di aver mancato il punto del tuo intervento. Abbi pietà, mi sono svegliata alle 7.30, che per me è prestissimo! 😦

  15. dhalgren ha detto:

    nessun punto, è giusto per parlare. ad es., un senso di scoperta o delusione si può dare anche senza un intreccio. o meglio, una narrazione sequenziale non produce necessariamente una lettura sequenziale (es. un personaggio ha una vita comune, poi a un tratto fa una faccia strana e si mette a costruire un’arca: il lettore potrebbe pensare che ha avuto la visione di un futuro diluvio, o qualche altra cazzata: il lettore va “avanti” col cervello mentre la storia continua a scorrere da A a B a C etc. Si può fare facilmente il rovescio).

  16. sraule ha detto:

    Dhalgren, se continua così mi sa che dovrò offrirti più di un caffè.
    Quest’ultima pensata la trovo brillante. Non per il fatto in sé, ma per il fatto di avermici fatto pensare in un modo nuovo.
    Grande!

  17. mrharrison ha detto:

    proprio come i vecchi, sempre a parlare del tempo… (questa in inglese non funziona)

  18. sraule ha detto:

    Eh no. D’altronde noi non possiamo fare penosi giochi di parola tra dattero e appuntamento, che è uno dei miei crucci più gravi 🙂

  19. utente anonimo ha detto:

    Ciao, discussione stimolante. Se posso permettermi di intervenire… io non ho trovato Heroes così male. Sarà che non sono cresciuto a pane e supereroi, oppure che ultimamente sono refrattario alle troppe spiegazioni (comincio a provare un piacere perverso nel trovare i buchi di una sceneggiatura… sono oasi che mi permettono di pensare all’esistenza degli sceneggiatori e ai loro problemi personali), sarà che non riesco proprio a prevedere le battute (è un mio limite), ma devo ammettere che la serie riesce quasi sempre a mettermi “l’ansia”, a darmi un piccola scarica elettrica. Non eccessiva, non mortale, ma continua e costante. A deludermi è stato il finale della prima serie, lo ammetto: troppe casualtà e troppe morti inutili. All’inizio sembrava che le cose s’incastrassero nel modo giusto, ma alla fine si è capito che gli autori dovevano aver accettato altri contratti di lavoro.
    Quello che mi interessa è la suddivisione che fai dei tempi di una fabula (ABC ecc.). Bello. Ogni tanto anche a me piace pensare che esista uno “schema” in quello che facciamo, che esista cioé un modo per “controllare” il nostro lavoro e calibrare l’effetto che avrà sul pubblico. A volte provo anch’io a schematizzare, ma il risultato è deludente. Per esempio: ho serie difficoltà con i viaggi nel tempo. M’incasino sempre. I paradossi temporali mi fanno impazzire e, alla fine, mi rendo conto che forse il gioco non vale la candela. In queste situazioni estreme, mi rendo conto che la schematizzazione diventa per me come l’idea di Dio: mi domando della sua esistenza, ma non sono poi così sicuro di volerlo conoscere.

    A presto!
    Bruno Enna

    Ps: non ho ancora letto Ford Ravenstock, ma adesso chiedo in fumetteria. Intanto complimenti per il blog!

  20. utente anonimo ha detto:

    ciao susanna, mi ero accorto di non averti ancora tra i miei link!!!
    lo facciamo sto scambio?
    un abbraccio.

    luca maresca

  21. sraule ha detto:

    Ciao Bruno, e benvenuto.
    Mi fa impazzire, la tua caccia al buco di sceneggiatua! Riesco a immedesimarmi in quello che dici, anche se io personalmente sono di quelli che si irritano quando ne trovano uno. In compenso se qualcosa mi ha colpito utilizzo gli “spazi grigi”, ciò che non viene specificato per farmi dei film mentali con i personaggi degli altri. Probabilmente sono una scrittrice di fanfiction mancata.
    Riguardo ai vari ABC ecc, cercavo di creare degli schemi per poter riflettere sui meccanismi, un po’ come da piccoli, alle elementari, quando ti spiegavano la rima baciata. Il fatto è che mi mancano le competenze, mi manca il lessico. Ho studiato un po’ di retorica, un po’ di linguistica, ma specialmente dal punto di vista della neuro-linguistica, e ora mi trovo senza parole.
    Sai, la faccenda dei paradossi temporali mi atterrisce completamente. Ho pensato che se riuscivo a scrivere tre serie da tre (delle robe mie, intendo, non del resto) senza fare troppi casini, allora ci provo.

    Per Heroes, la cosa che proprio mi ha fatto cadere le braccia è: perché nessuno gli dà un colpo in testa, a questo benedetto ragazzo (Peter Petrelli, intendo)? Ma no, dev’esserci per forza il megascoppio, se no non son contenti!

    @Luca: certo che lo facciamo lo scambio! Scusa, ma forse ti sarai accorto che i miei link sono un casino. E’ circa un millennio che non li aggiorno!

  22. utente anonimo ha detto:

    Sì, il megascoppio fa alquanto ridere. C’è poi un fatto che non capisco: ma il Petrellino, lì, non sapeva volare? Voglio dire: è il primo potere che ha preso in prestito. Invece ha bisogno del fratellone ciuffone per farlo. Boh! Comunque, non condanno in toto gli autori. Ultimamente sto lavorando a una serie animata e mi rendo conto che è quasi impossibile far contenti tutti (registi, colleghi, produttori, semplici passanti) e così concludere un episodio nel modo giusto diventa un piccolo miracolo. Figuriamoci le pressioni che devono subire gli autori, a quei livelli.
    Sul discorso dell’ABC… credo che le basi non ti manchino per niente, anzi. Il tuo ragionamento è molto interessante: stai tracciando mentalmente delle coordinate. Io a volte faccio fatica a capire quale direzione ho intrappreso, perciò mi rendo conto che un simile metodo di controllo “preventivo” (oppure semplicemente un modo per non perdere la bussola in viaggio) mi sarebbe utile. Ognuno di noi cerca di orientarsi come può, è chiaro.
    Ti invidio, per le tre “robe tue”. Perché vorrei tanto scrivere anch’io qualcosa di “mio”, ma non riesco a farlo. Non è solo una questione di tempo, ma di coraggio. Lavoro sempre su personaggi già codificati e questo mi dà sicurezza, ma prima o poi dovrò fare i conti con me stesso.

    A poi!
    BrunoE.

  23. sraule ha detto:

    Ti invidio, per le tre “robe tue”. Perché vorrei tanto scrivere anch’io qualcosa di “mio”, ma non riesco a farlo. Non è solo una questione di tempo, ma di coraggio. Lavoro sempre su personaggi già codificati e questo mi dà sicurezza, ma prima o poi dovrò fare i conti con me stesso.

    Bwahahaha!

    Scusa, ora mi passa…
    No, mi dispiace: Bwahahaha!!!!

    Ci vivessi, con le mie robe, allora sì che avrei le palle. E, per il momento, mi pare che ci voglia più arte a lavorare su cose non tue, piuttosto che stare nel tuo piccolo regno autarchico dove se una scena non ti viene la cambi e basta.
    Io sono come quelli del gratta e vinci: mi piace vincere facile!
    Per fare le cronache del Polpo, lì, ci sto gettando il sangue (e va bene che prima pensavo che l’enduro fosse un ortaggio tipo cardo). 🙂

    Heroes: anche secondo me è possibile che il finale sia stato un compromesso tra varie figure professionali. Non si spiega, altrimenti, la boiatona.

  24. utente anonimo ha detto:

    Non sono d’accordo. Pensaci un attimo: inventare personaggi tuoi significa “costruirli” e metterli in gioco. Partire dal nulla e arrivare al tutto, alla storia, ai lettori. Io parto dal tutto e cerco di trovare la mia cifra, ma non faccio “davvero” niente di nuovo. Così, sono proprio io quello a cui piace vincere facile.
    Piuttosto, quando riuscirai a vivere delle tue storie, allora sì che ti farai delle grasse risate alla faccia mia. Perché si tratterà delle “tue” storie e nessuno potrà permettersi di dirti che non sono “in linea” con il personaggio.

    Comunque, Nathan Petrelli come governatore faceva proprio schifo. Meglio Sylar.

    BrunoE.

  25. sraule ha detto:

    Bah, io tifo sempre per i cattivi, ma il Grande e Crudele Piano per Dominare il Mondo di Sylar lasciava un po’ a desiderare.
    In compenso Nathan Petrelli c’era da prenderlo a mazzate sulle gengive, concordo.

    Riguardo al lavorare su personaggi tuoi, non so. Immagino che sia più problematico all’inizio, quando devi “costruire” il tutto. Dopo diventa così facile e divertente che ti chiedi perché ti stiano pagan- No, volevo dire: dopo naturalmente devi fare una gran fatica ed è davvero davvero dura, ma con una cura a base di zuccate nel muro, cilici e tante preghiere a Nostro Signore ci se la può fare 🙂

    Comunque. Aspetto di leggere qualcosa di tutto tuo, poi mi saprai dire qual’è il meglio.
    Per quanto mi riguarda è alquanto probabile che prima o poi avvenga il contrario: quelli dell’Enel insistono.

  26. mrharrison ha detto:

    sinceramente erano pochini i personaggi di heroes a cui non avrei dato fuoco, con conseguenza che i peggiori proprio non li sopportavo, tipo nathan petrelli.

    mi sento un po’ piccolino visto che non scrivo racconti o sceneggiature, anche se seguo benissimo tutti i vostri discorsi. per riparare posso indirizzarti al mio ultimo post che in maniera molto superficiale tocca un argomento per me molto interessante e che cercherò di approfondire in futuro.

    sempre per riparare, su http://www.myspace.com/silencepleaseband ci sono 6 pezzi miei tutti nuovi e anche un filmatino di una nostra jam…

  27. dhalgren ha detto:

    non avendo visto heros non so se lì ci sono spostamenti nel tempo (personaggi che vanno avanti e indietro) o solo “stacchi”, con la visione del futuro o del passato, ma in genere i paradossi temporali veri e propri non sono molto interessanti (il paradosso poi è uno solo, quello del tizio che impedisce il viaggio stesso, oppure che lo rende realizzabile: tutto il resto sono tempi o mondi alternativi). e non sono interessanti perchè non c’è molto di umano, nell’idea in sè. in un racconto di p.dick, invece, non si sa neppure bene cosa sia successo. dei temponauti tornano dal futuro ma la loro nave esplode: senonchè, i temponauti sono vivi ed assistono al loro proprio funerale. da piccolo l’ho riletto molte volte perchè non riuscivo a capire la sequenza degli eventi: a volte sembra che i temponauti debbano ancora partire, o che debbano ancora tornare, o che siano chiusi in un cerchio. questo è il loro terrore, e data la struttura del racconto, diventa anche l’angoscia del lettore: non capire più come funziona il tempo. il protagonista è convinto di essere già bloccato nel ciclo, e forse è proprio lui che lo crea (paradosso), ma lo fa per una disperazione che già esiste, se pure lo fa, e comunque non è importantissimo perchè ciò che ti colpisce è il suo gesto dolente, il suo modo di parlare, la stanchezza infinita. l’idea di un ciclo senza fine, spaventosa ma astratta, diventa toccante attraverso il personaggio e l’inganno dei tempi: e si noti che tutto, apparentemente, si svolge nel presente, o comunque nel presente dei personaggi: la storia è proprio lineare, eppure confonde. dovrei rileggerlo.

  28. mrharrison ha detto:

    mi hai dato un libro da cercare… anche se francamente anch’io comincio a vedere il paradosso temporale come un clichè (quindi di base noioso, oltre che ricco di errori…). l’affetto per ritorno al futuro viene controbilanciato dalla noia verso gli altri racconti che ne fanno uso.

    ebbene, in heroes ci sono sia i flashforward che i viaggi nel tempo…

  29. utente anonimo ha detto:

    Dico la verità, Susanna: sto lavorando a qualcosa di mio, ma a ritmi assurdi e nei ritagli di tempo. A questo proposito, mi piacerebbe davvero essere un temponauta (dhalgren, ricordi per caso come s’intitola il racconto di Dick? Mi hai incuriosito). Il problema è che, se non mi dò una mossa, non riesco neppure a superare lo scoglio iniziale. Mi piacerebbe tanto arrivare al punto in cui mi chiedo perché mi stiano pagando.

    Sulla cattiveria di Sylar… in effetti, quando lo ritroviamo nel futuro, sembra avere un Grande Piano. Poi però, nel passato (maledetti viaggi nel tempo), c’è un momento in cui pare addirittura soffrire perché rischia di uccidere tanti innocenti (?). Ha persino una mammina… Sniff! (niente paura: poi la ammazza con le forbici. Ma per sbaglio, eh!). La cosa mi ha sorpreso: un errore di caratterizzazione o il tentativo di rendere tridimensionale il personaggio? Boh! Credo che non lo sapremo mai.

    BrunoE.

  30. sraule ha detto:

    mi sento un po’ piccolino visto che non scrivo racconti o sceneggiature

    Il che depone solo a tuo favore, credimi. Più tardi passo dal tuo blog 🙂

    non avendo visto heros non so se lì ci sono spostamenti nel tempo (personaggi che vanno avanti e indietro) o solo “stacchi”, con la visione del futuro o del passato,

    ebbene, in heroes ci sono sia i flashforward che i viaggi nel tempo…

    Però bisogna ammettere che NON CI SONO paradossi temporali. C’è solo un andirivieni nel tempo con vari personaggi che devono cambiare il futuro/passato, ma se non ricordo male di paradossi non ce n’è o comunque poca roba.
    Per il resto tutti gli spostamenti temporali che potevano inserire li hanno inseriti, fino a rendere possibile tutto e il contrario di tutto.

    A questo punto si rende indispensabile che tu ci dica qual’era il racconto di Dick. Come appassionata di fantascienza in generale e di Dick in particolare sono shoccata e confusa per non averlo mai (credo) letto. Ho già fatto ricerche in google con Dick + spaceship, explosion, funeral, time paradox, etc, ma non ho cavato un ragno dal buco. ARGH!

    Bruno: sulla mammina di Sylar meglio stendere un pietoso velo. E’ stato forse il punto più basso del telefilm.

    Il problema è che, se non mi dò una mossa, non riesco neppure a superare lo scoglio iniziale. Mi piacerebbe tanto arrivare al punto in cui mi chiedo perché mi stiano pagando.
    In bocca al lupo su questo! E, sì, davvero, credo che non ci sia niente di più stancante che lavorare nei ritagli di tempo. Difficile riprendere il filo e ritrovare la concentrazione…

  31. dhalgren ha detto:

    “qualcosa per noi temponauti”, o solo “per noi temponauti”. sta nel quarto volume dei racconti e ne “il meglio di p. dick”, che però credo sia fuori stampa da due decenni. in originale, “A little something for us temponauts”.

  32. sraule ha detto:

    Grazie, Dhalgren. Sì, mi sa che trovare il libro sarà un mezzo casino, ma non è detto. Sulle bancarelle si trova abbastanza fantascienza di solito.
    Terrò a mente.

  33. utente anonimo ha detto:

    Sì, lavorare nei ritagli di tempo è un gran casino, soprattutto perché vorresti dedicare a quel progetto “tutto” il tuo tempo.
    Mi piacerebbe essere come quegli scrittori dei film, che se ne vanno in una capanna per qualche mese o anno sabbatico, a mangiare cazzate, accarezzare cani e leggere libri.
    Vabbé, piano piano arriverò a qualcosa. Almeno spero. Grazie e a presto!

    BrunoE.

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