[Non è che non vorrei fare un post divertente. Lo vorrei. Le immagini che ho inserito lo dimostrano. Il fatto è che la domenica mattina, con una colata di cemento in bocca e un alveare nella testa non so perché i post divertenti non mi vengono. Ed è un peccato, perché la domenica mattina è in pratica l’unico momento in cui ho tempo per postare. Così è la vita.

In compenso vi offro l’inizio di qualcosa che sto scrivendo (rettifico: di qualcosa che non ho tempo per scrivere) e del quale chissà se conoscerete (o conoscerò) mai la fine. Un affarone, come dicevo. Ah, le immagini, che non c’entrano niente, però sono divertenti, credo.]

Più vicino di quanto immagini c’è un lago in fiamme che brucia da millenni e continuerà per l’eternità. Non dico per spaventarti: è semplicemente così.

Le sponde di questo lago sono composte di sottilissima cenere nera. La sua superficie arde come se il contenuto di una petroliera affondata fosse venuto in contatto con lo zippo di un piromane.

Sdraiato sulla spiaggia di cenere, sulla riva del lago infuocato, quel 24 aprile 2000 c’era un uomo che sanguinava.

Lo so, non sta diventando più rassicurante.

Lascia che ti descriva quest’uomo. Era di statura media, era di razza caucasica, con la pelle chiara di natura e pallida per l’emorragia, i capelli scuri che un tempo dovevano essere stati lunghi e lisci, ma ora erano piuttosto bruciacchiati. Il suo corpo secco era coperto dai brandelli di un completo in giacca grigio.

Sonia, che lo osservava dal comodo punto di vista del suo sogno, trovava che fosse belloccio.

Come succede a volte nei sogni, il fatto che lui perdesse fiotti di sangue dalla spalla (o forse era l’arteria femorale) non la turbava come sarebbe successo nel mondo reale.

Il mondo che era reale, naturalmente, secondo lei.

Per l’uomo sanguinante, purtroppo, il mondo reale era il proprio. Poteva sentire le vampe di calore levarsi dal lago infuocato, l’aria rovente bruciargli la gola, la cenere tiepida sotto le membra e, specialmente, sentiva il sangue abbandonarlo lentamente ma con perseveranza.

Dissanguarsi, come aveva già avuto modo di sperimentare in passato, non era affatto languido e melanconico come può apparire dall’esterno. Uno spettatore può avere questa falsa impressione perché tu, di fatto, non riesci a muoverti e non hai l’energia sufficiente per schiamazzare.

In realtà dissanguarsi è terribilmente doloroso. Più doloroso che soffocare, più doloroso di un arresto cardiaco ed enormemente più doloroso di uno svenimento.

L’uomo lo sapeva perché, nella sua vita, insolitamente lunga per gli standard umani, gli era capitato di provare tutte e tre queste opzioni. La terza, svenimento, la stava sperimentando a momenti alterni da almeno mezz’ora. A un certo punto, immaginava, la situazione sarebbe diventata stabile e quella sarebbe stata la morte.

Non l’aveva mai provata prima, quindi non sapeva che cosa pensarne.

Quando si rese conto di essere osservato la sua ferita alla spalla (o forse alla coscia) si stava per chiudere per carenza di materia prima. Il sangue non sgorgava più in un bel torrentello vivace, ma gocciolava stancamente come acqua da un rubinetto difettoso.

L’uomo, con gli ultimi residui di energia, cercò di rotolare dentro il sogno di Sonia.

Cadendo nel suo letto con un tonfo.

 

Sonia dormiva. Dormiva e sognava. Per la precisione aveva sognato di un uomo belloccio e sanguinante steso su una spiaggia di cenere sulle rive di un lago infuocato. Dopo aveva sognato un bombardamento. Lei e sua madre si nascondevano sotto un tavolo, mentre i crudeli bombardieri nemici attaccavano la loro casa. Un enorme ordigno era caduto pericolosamente vicino, facendo tremare il pavimento.

Poi il pavimento era diventato un letto, sua madre era scomparsa (per fortuna) e Sonia si era trovata in compagnia di un magnifico ragazzo giamaicano che la accarezzava. Nel suo sogno diventava molto umida. Troppo umida, in effetti, tanto che iniziava a sospettare di aver fatto la pipì a letto.

Molto imbarazzata, si era svegliata di colpo.

“Che fatica,” sospirò l’uomo del lago. “Pensavo che non avresti più aperto gli occhi.”

Non appena Sonia li aveva aperti, tuttavia, aveva iniziato a notare vari dettagli piuttosto inquietanti. Per prima cosa il suo letto singolo era ora occupato da un corpo in soprannumero.

Non solo quel corpo non avrebbe dovuto essere lì, ma puzzava anche di cenere e di fumo. Era anche sporco di cenere e di fumo, e adesso anche le sue lenzuola lo erano.

Non era tutto.

Quel corpo sporco e olezzante di cenere e di fumo perdeva anche sangue. Molto sangue. All’altezza delle cosce di Sonia c’era una grande macchia rossa, che si andava allargando sulle lenzuola bianche.

Le gambe e il ventre di Sonia erano resi vischiosi da questa sostanza. Altro che magnifico ragazzo giamaicano.

La prima cosa che fece, naturalmente, fu di saltare indietro, per quel che permettevano le circostanze. Poi strizzò gli occhi un paio di volte (non ci furono cambiamenti di rilievo) e lanciò un grido.

“Per favore…” mormorò l’uomo del lago.

“Chi sei? Come hai fatto a entrare? Come… cosa… oh, al diavolo! Chi cazzo sei?”

L’uomo sembrò deluso dalla sua poca padronanza. “Chiudi quel buco,” disse, con una voce stranamente impositiva, per essere quella di uno che sta per morire. “Non ti agitare,” aggiunse.

Se Sonia avesse potuto osservare la situazione da un punto di vista esterno sarebbe rimasta molto stupita dalla sua reazione. Uscì dal letto con grande calma, senza preoccuparsi del fatto che indossava solo un paio di slip (insanguinati) e avvolse strettamente il suo lenzuolo attorno alla coscia dell’uomo. L’emorragia iniziò a calmarsi.

“Adesso…” mormorò l’uomo. Per un attimo sembrò sul punto di svenire di nuovo, ma riuscì a restare desto. “Hai del latte in frigorifero?” chiese.

“Sì, a che cosa ti serve?” domandò Sonia, servizievole. Aveva un tono piuttosto vago. Sedeva accanto al ferito con le gambe, nude e insanguinate, accavallate con noncuranza. Qualcosa dentro di lei le diceva che era quasi come un sogno.

“Metti un po’ di latte in un piattino e il piattino fuori dalla porta.”

“Ok,” disse Sonia, con un’alzata di spalle, ed uscì dalla stanza. Sembrava che ora considerasse l’uomo che era caduto dal nulla nel suo letto un innocuo eccentrico.

Prese distrattamente il contenitore del latte dal frigo, ne versò un po’ nel sottovaso di una pianta, tolse la pianta e portò il piattino fuori dalla porta.

Sonia abitava in un condominio. Fuori dalla sua porta c’era un corridoio sul quale si aprivano le porte di molti altri appartamenti. Nessuno la vide appoggiare il sottovaso fuori dalla sua, ma se anche qualcuno l’avesse fatto non avrebbe trovato niente di significativo nel suo aspetto.

Sonia tornò nella camera e osservò l’uomo sul letto. Si era slacciato la camicia bruciacchiata e teneva tra le dita un piccolo ciondolo a forma di stella.

“Ti ho già chiesto chi sei?” chiese Sonia, in tono conversevole.

“Adesso vai di nuovo alla porta e porta qua il gatto,” fu l’unica risposta che ottenne.

A Sonia parve perfettamente adeguata alla propria domanda. Tornò alla porta, ma nel corridoio non c’era nessun gatto. Lo andò a dire al suo ospite.

“Apri il portone,” disse lui. “Dal citofono,” aggiunse, in tutta fretta, prima che Sonia scendesse sulla strada.

Quando lei tornò a controllare fuori nel corridoio c’era un piccolo gattino nero con una stella bianca su un occhio che lappava il latte. Sonia lo sollevò delicatamente e lo portò dentro. Il gattino affondò le unghiette nella sua pelle, ronfando.

L’uomo del lago guardò l’animale e parve soddisfatto. Lo prese dalle sue braccia, staccandoglielo di dosso. Dove il gatto aveva affondato le sue unghie, sopra il seno sinistro di lei, rimasero quattro piccole gocce di sangue.

“Portami il tuo coltello piu’ affilato,” disse l’uomo.

 Copyright 2007 Susanna Raule.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. brullonulla ha detto:

    il Cristo Gesù guarda con disapprovazione all’aspetto morale di questo racconto.

  2. sraule ha detto:

    Sì, sento la sua Divina Doppietta puntata sulla schiena.

  3. brullonulla ha detto:

    a parte ciò, è vero che dissanguarsi è doloroso?

  4. sraule ha detto:

    direi proprio di sì.
    i miei pazienti che ci hanno provato dicono che è davvero pessimo.
    se lo fai in acqua va meglio.

    ah, che bello collezionare allegre esperienze di vita!

  5. Javert ha detto:

    son cose come queste che ti tirano su di morale.

    bravissima, come sempre

  6. utente anonimo ha detto:

    I tuoi pazienti? posso chiederti cosa fai? sono curioso…
    Bello il racconto, suggestivo e stimolante oltre che ben scritto…però, come va a finire??? : )

  7. utente anonimo ha detto:

    Javert! E’ dal giurassico che non ci sentiamo! Son contenta!

    Volobasso: per il momento non va da nessuna parte, nel senso che non ho tempo di finirlo. In futuro si vedrà.

    Sono una psicologa, per rispondere alla tua curiosità.

    sraule

  8. utente anonimo ha detto:

    Ah…mi fa piacere che tu sia una psicologa…sai, sono in terapia!!! : )

    E ti dico che, grazie alla terapia, mi sono iscritto alla facoltà di psicologia (cosa che ho sempre voluto fare) mollando giurisprudenza…se vai sul mio blog trovi il Sondaggio dove espongo la questione!!!
    Ciao! : )

  9. sraule ha detto:

    Ah, la concorrenza!

  10. kush13 ha detto:

    hey pissicologa, hai letto “Un pò del tuo sangue” di Sturgeon? Chissà perchè conosco già la risposta

    p.s. dopo Lost in Translation l’utilizzo del verbo “lappare” è altamente sconsigliabile 🙂

  11. utente anonimo ha detto:

    p.s. dopo Lost in Translation l’utilizzo del verbo “lappare” è altamente sconsigliabile 🙂

    ok, ‘fanculo, lo confesso: sono l’unica rimasta al mondo a non averlo visto quel cazzo di film.
    Preferisco non sapere niente di “lappare”, tuttavia.

    Un po’ del tuo sangue l’ho letto talmente tanto tempo fa che l’avevo rimosso, finché non me l’hai ricordato. Ma senz’altro doveva girare nel mio cervellino, in una forma o nell’altra, quando ho scritto codesta fuffa.

    sraule

  12. brullonulla ha detto:

    io l’ho visto quel film, ma non mi ricordo nulla a proposito del verbo lappare.

  13. sraule ha detto:

    aspettiamo delucidazioni da kush.

  14. J0nsi ha detto:

    > io l’ho visto quel film, ma non mi ricordo nulla a proposito del verbo lappare.

    avrai dormito durante la proiezione, come ho fatto io

  15. kush13 ha detto:

    a un certo punto una prostituta giapponese chiedeva al protagonista “strappami le calze” ma causa imperfetta pronunzia giapponese lo distorceva in un (presunto) esilarante “lappami le calze”

    era una scena debole, ma il pubblico gradiva.

  16. utente anonimo ha detto:

    cattivo gusto.
    rimango del partito “ciucciami il calzino”.

    sraule

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