Ho visto alla televisione che ora in edicola si può comprare un corso di scrittura creativa. In fascicoli.

Nella pubblicità c’è un tizio davanti al computer che si spreme le meningi per decidere se la notte “cala”, “scende” o “scivola” (mi pare). Mi rendo conto che sono problemi.

Mi ha fatto pensare a Snoopy, seduto sul tetto della sua cuccia con la macchina da scrivere, che elabora le sue variazioni su “era una notte scura e tempestosa”.

Come direbbe Eco, dopo Snoopy nessuno può permettersi di scrivere “era una notte scura e tempestosa”. Non senza citare Snoopy. E questo mi ha fatto germogliare un pensiero (sto facendo di tutto per essere all’altezza dei corsi di scrittura creativa), non sono sicura se veramente mio o mutuato da Eco. Pietà: sono passati anni da quando ho letto i suoi saggi.

Il pensiero riguarda il paradosso provocato da Snoopy, o meglio, da Shultz. Dicevamo che dopo Snoopy nessuno può più usare la frase “era una notte, ecc.”. Non senza nominare Snoopy. Shultz, naturalmente, ha scelto quella frase perché rappresenta il tipico esordio di una narrativa scontata e da quattro soldi (tale che potrebbe scriverla – ed in effetti lo fa – anche un cane).

Prima di Snoopy uno scrittore era libero di usare quella frase a piacimento, per quanto brutta e banale fosse.

Ora uno scrittore ha la possibilità di usarla facendo riferimento a Snoopy, e quella frase (la stessa brutta frase) guadagna una serie di significati che la rendono improvvisamente molto più fruibile di prima.

Uno può scrivere: “Era una notte buia e tempestosa, come avrebbe scritto Snoopy” e tutto sommato salvarsi.

Il problema è che ormai anche il riciclo dai Peanuts è diventato così cult da essere brutto e banale a sua volta, anche se sempre un gradino superiore rispetto alla versione “piana” della stessa frase. Dal punto di vista della pragmatica nella seconda frase c’è un’implicatura che nella prima non c’è, ma questo dal punto di vista del lettore non significa molto.

Scrittura creativa: sono sempre stata ambivalente nei suoi confronti.

Ci sono molti modi per imparare a scrivere. Leggere, ad esempio, è unanimemente ritenuto un buon inizio; ma ce ne sono anche altri. Una versione leggermente più specializzata del precedente precetto potrebbe essere: leggere libri sulla scrittura.

L’altro consiglio generalmente dato è: scrivere. Scrivere molto, allo scopo di fare pratica e auto-monitorare i propri (auspicati) miglioramenti.

Sento, tuttavia, che la faccenda non può essere risolta così facilmente. Lo scrittore ha, naturalmente, una serie di trucchi a sua disposizione. Ed ecco che il corso di scrittura creativa svela all’aspirante narratore tutti i trucchi del mestiere.

Gli o le spiega come impostare la struttura di un romanzo, le possibilità espressive di questo o di quello stile, l’importanza della documentazione.

Insomma, tutto quello che serve sapere per cominciare.

Il concetto di scrittura creativa in Italia è piuttosto recente. A scuola, dalle nostre parti, si insegnano i segreti della scrittura argomentativa. Non è un caso se i saggi italiani sono generalmente migliori di quelli americani, che di prassi si limitano a dare una variazione del tema portante in ogni capitolo, senza mai intuire che il lettore si è ormai fatto un’idea sufficientemente chiara da poter generalizzare le conclusioni dell’autore “in proprio”.

Come in Italia si insegna la scrittura argomentativa, costringendo generazioni di ragazzini a disquisire sulla dimensione psicologica di Don Rodrigo (o meglio, a ripetere in una forma leggermente più semplificata e consistentemente più sgrammaticata le considerazioni dell’autore del testo di riferimento), nei paesi anglosassoni a scuola si insegna la scrittura creativa.

E questo, credetemi, è un disastro.

Che un saggio sia scritto secondo una scaletta sempre uguale, in fondo, non è che auspicabile. Rende l’esposizione più ordinata, evita le ripetizioni (“Avere o essere” di Fromm, se riscritto secondo questo modello, sarebbe un articolo di quattro pagine), focalizza l’attenzione del lettore sull’argomento. Il lettore è abituato a exordium, narratio, confirmatio e compagnia cantante: si aspetta che il discorso si snodi in questo modo.

Suonerà banale, ma se è fin dall’antichità che i discorsi dimostrativi (o persuasivi che siano) vengono composti così è evidente che la cosa funziona.

Prendiamo ora in considerazione il discorso scrittura creativa ed i mostri che genera.

Leggendo tre libri tra loro molto diversi per tematica come “Romanitas” (McDermond), “The Hours” (Billington) e “Espiazione” (McEwan), ci rendiamo conto che hanno qualcosa in comune.

Per prima gli autori appartengono a generazioni successive ad una certa data. Sono autori che vanno dall’abbastanza giovane al giovanissimo. Insomma: non stiamo parlando di PD James.

Secondariamente, e cosa più importante, i loro libri sono accomunati da uno stile espositivo simile. Piuttosto lento, punteggiato di trucchi narrativi standard, estremamente puntiglioso nelle descrizioni, emotivamente orientato.

Frutto di corsi di scrittura creativa.

Donald Westlake, nel suo “Addio, Shéhérazade”, faceva dire ad un suo personaggio che per scrivere un romanzo pornografico basta saper scrivere una lettera commerciale senza errori. Deaver sostiene che è sufficiente anche per scrivere un thriller (ho già avuto modo di dichiarare tutto il mio disaccordo su questo punto, e documentarlo con i suoi ultimi mediocri risultati).

È evidente che serve altro e che i figli dei corsi di scrittura creativa hanno frainteso gravemente i loro maestri nel momento in cui hanno ricevuto la “ricetta” già pronta per un romanzo. I loro maestri, non dubito, hanno fatto loro presente che quella era, appunto, solo una ricetta a cui avrebbero dovuto aggiungere qualcosa di loro. E che questo qualcosa non era “la trama” (si dà per scontato che quella sia farina del proprio sacco, se non altro).

Non conta che i risultati siano più meno buoni.

Quello che è triste è che siano più o meno uguali.

Perché è seccante sapere in anticipo come una certa cosa verrà descritta, dove verrà posta l’enfasi, che tipo di prosa aspettarsi.

Non c’è niente di male a farsi insegnare qualche trucco (non ne abbiamo tutti bisogno?), ma poi dovremmo essere in grado di evolvere autonomamente.

Westlake, sempre lui, inizia il suo ultimo romanzo con Parker così “Quando il telefono squillò Parker stava uccidendo un uomo in cantina.”

E adesso immaginate: “La cantina della casa sul lago di Parker era occupata in parte dalla sua auto. Un uomo aveva tentato di introdurvisi con una pistola in mano, ma Parker l’aveva catturato. Ora lo stava finendo di strangolare sopra al cofano della sua auto. L’aveva quasi ucciso quando, al piano di sopra, squillò il telefono.”

Immagino che la seconda versione sarebbe quella che uscirebbe dalle penne “creative” angolosassoni, e immagino anche di aver provato il mio punto.

Dio mi perdoni per la brevità della mia conclusio.

D’altronde Westlake, finora, non ha sentito il bisogno di dare a Parker un nome proprio e questo vorrà ben dire qualcosa.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. mrharrison ha detto:

    grande post.
    condivido completamente le tue posizioni: sono sempre stato moooolto scettico riguardo i corsi di scrittura creativa e quando ho sentito lo spot cui fai riferimento (l’ho solo sentito da una stanza all’altra senza vederlo, ne ho avuto esperienza parziale) mi sono cadute le braccia.
    mi hai fatto venire voglia di scrivere un post analogo sulla musica…

  2. sraule ha detto:

    he-he. sarei curiosa di leggere i tuoi commenti su “amici” (sorriso luciferino)…

  3. dhalgren ha detto:

    http://news2000.libero.it/editoriali/15221.jhtml

    personalmente, dubito molto che schultz abbia scelto la frase perchè è stupida, brutta o vuota. a me, per dire, pare un bell’attacco, oltre il quale non saprei continuare allo stesso livello. dico davvero.

    il discorso di eco partiva dall’ironia, ma usare le citazioni è solo uno dei tanti metodi per parlare dissimulando: lui in verità parlava di maschere.

    ho seguito un corso di lettura all’università e il relatore insisteva paricolarmente sul fatto che non ci sono regole per scrivere, nè trucchi. questo mi faceva alterare parecchio perchè le regole esistono eccome e sono ampiamente catalogate dalla retorica. l’ironia, che è un pezzo della retorica, viene spesso spacciata per il suo contrario, o antidoto.

    le persone stanche di discutere giungono di solito a questa conclusione: le regole ci sono e bisogna conoscerle, ma per superarle. la frase ha una certa vis soporifera, visto che non risponde al quesito (quali sono le regole?), ma illustra, o per meglio dire pubblicizza, una generica idea di progresso.

  4. sraule ha detto:

    temo, però, che generalmente la famosa frase di shultz sia considerata la summa della loffiaggine, in quanto ad incipit e che lui l’abbia usata appunto per questo. diciamo che, se usata in un contesto serio fa molto (troppo) tamaro (nel senso di susanna, ahimé mia omonima).

    ovviamente altro discorso se usata in modo ironico. non sono un’espertona di retorica anche se i miei bravi libri li ho letti anch’io, ma penso che nessuno (ultimamente) ponga l’ironia fuori dalla retorica. di sicuro uno come (ugh) mosconi predica l’esatto contrario dagli anni ’70 o giù di lì.
    ovviamente io me ne sono interessata specialmente dal versante psicologico: tutto il discorso “linguaggio e pensiero” e probabilmente non c’ho neanche capito un cazzo.
    la psicolinguistica è nettamente più nelle mie corde ma, di nuovo, per motivi accademici.

    in quanto scribacchina, sinceramente, ed era più o meno da quel punto di vista che avevo scritto il post, penso che uno che afferma che non ci sono regole mi sa tanto di demagogo, sempre che si possa applicare la nobile (o quantomeno antica) arte della demagogia ad un campo così “innocuo”.
    d’altronde, visto che ci sono ideologi della scrittura immagino ci possano, forse debbano, essere anche demagoghi.
    le regole che ci sono (e che sono scritte in milioni di manuali, nessun mistero qua) ci sono e bisogna conoscerle, ma per superarle. naturalmente è banale (infatti mi ero astenuta dallo scriverlo) ma non direi che pubblicizza una generica idea di progresso. piuttosto una generica idea di libertà creativa.
    detta così è ancora più pallosa, eh?

  5. cosentinonico ha detto:

    acuto con qualche “spruzzo” d’ironia questo tuo post. mi garba

  6. kush13 ha detto:

    gran post. L’unica cosa che mi permetto di contestare riguarda Erich Fromm riassumibile in un articolo di quattro pagine. Credo sia possibile ridurlo agevolmente in un corsivo di Alberoni sul corriere della sera

  7. kush13 ha detto:

    sia nella lunghezza che nella sostanza, intendo

  8. sraule ha detto:

    quella parte del post faceva sfoggio di un artificio retorico chiamato “eccessiva ed ingiustificata gentilezza verso un autore inspiegabilmente celebre”. in effetti la tua definizione di “corsivo di alberoni sul corriere della sera” è molto adeguata ed elegante.

  9. utente anonimo ha detto:

    I corsivi di alberoni sul corriere della sera si possono agevolmente ridurre ad un “forse non tutti sanno che…” della settimana enigmistica.

    armaduk

  10. kush13 ha detto:

    semmai “forse tutti sanno che…”

  11. sraule ha detto:

    sicuramente i quesiti della susy non hanno niente a che vedere. complicatissimi (cioé, per me sono una roba da nobel, per gli altri non so).

  12. brullonulla ha detto:

    splendido post.

    Non è un caso se i saggi italiani sono generalmente migliori di quelli americani, che di prassi si limitano a dare una variazione del tema portante in ogni capitolo, senza mai intuire che il lettore si è ormai fatto un’idea sufficientemente chiara da poter generalizzare le conclusioni dell’autore “in proprio”.

    qui non sono d’accordo. di norma trovo i saggi anglosassoni molto più chiari, brillanti e leggibili di quelli italiani. parlo di quelli scientifici, almeno. john barrow, richard dawkins, marvin minsky, stephen jay gould, oliver sacks sono dei giganti della scrittura saggistica che amo. ma anche gente meno “outstanding” generalmente scrive quantomeno in modo chiaro e interessante, rendendo godibile il testo anche quando sviluppa concetti già noti.

    i saggi italiani invece tendono ad avere una scrittura capziosa e convoluta, o semplicemente estremamente noiosa. e tendono a fare un sacco di riferimenti bibliografici nel testo del tutto accessori, del tipo “ho-letto-anche-questo-frammento-
    inedito-scritto-sulla-carta-igienica-nel-
    quattrocento-e-tu-no”. hanno un andamento da libro di testo per universitari, non da saggio.

    ho provato a leggere un saggio italiano su Giordano Bruno e uno sulla storia della fisognomica. interessanti, ma insopportabili come scrittura.

    comunque concordo appieno sulla nefasta funzione della scrittura creativa. erich fromm non l’ho mai letto, avendo subodorato fin dall’inizio di che insulsaggine abissale si poteva trattare (e avendo osservato in genere su che comodini si posa quel volume).

    quanto alle regole della scrittura, la mia opinione è: esistono, ma sono inesprimibili. nel momento in cui vengono espresse diventano ovvietà e sono intrinsecamente false. è quando vengono fatte, che si vedono e si vede la regolarità.


    sicuramente i quesiti della susy non hanno niente a che vedere. complicatissimi (cioé, per me sono una roba da nobel, per gli altri non so).

    quoto.

  13. sraule ha detto:

    qui non sono d’accordo. di norma trovo i saggi anglosassoni molto più chiari, brillanti e leggibili di quelli italiani. parlo di quelli scientifici, almeno. john barrow, richard dawkins, marvin minsky, stephen jay gould, oliver sacks sono dei giganti della scrittura saggistica che amo. ma anche gente meno “outstanding” generalmente scrive quantomeno in modo chiaro e interessante, rendendo godibile il testo anche quando sviluppa concetti già noti.

    sì, in effetti non mi riferivo ai saggi scientifici, di cui non sono esperta (di quelli che hai citato conosco solo sacks). parlavo più di saggi su materiale umanistico. ultimamente ho letto della roba italiana molto buona su machiavelli e su gilles de rais (sono banale, lo so), in passato ho trovato migliori i saggi italiani sulla letteratura. forse un po’ pedanti, ma meno ripetitivi e “for dummies” di quelli americani.

  14. utente anonimo ha detto:

    forse un po’ pedanti, ma meno ripetitivi e “for dummies” di quelli americani.

    ma io sono “dummy”!

  15. sraule ha detto:

    è quello che succede a forza di pasticciare col parkinson, caro.

  16. dhalgren ha detto:

    la retorica è sempre stata accusata costringere gli scrittori in strutture fisse ma “il est évident que les rhétoriques et les prosodies ne sont pas des tyrannies inventées arbitrairement, mais une collection de règles réclamées par l’organisation même de l’être spirituel. Et jamais les prosodies et les rhétoriques n’ont empêché l’originalité de se produire distinctement. Le contraire, à savoir qu’elles ont aidé l’éclosion de l’originalité, serait infiniment plus vrai.” è stato anche detto che l’odierno bestsellers è costituito da “un incastro di modelli culturali dominanti e di efficiente prevedibilità narrativa”. il problema quindi è semmai che i corsi di scrittura creativa mirano a costruire un solo modello di libro, che è il bestseller. ma il discorso si può anche rovesciare, sostenendo che se il lettore sceglie una certa categoria di libri, non può poi lamentarsi se sono tutti simili. io diffido molto dell’originalità e della libertà, o per meglio dire non le trovo cose di per se positive.

  17. sraule ha detto:

    ottimo intervento, dhalgren. sarei curiosa di conoscere le fonti delle tue due citazioni, visto che sono molto d’accordo, particolarmente con la prima.
    un discorso sul tema “la gente sceglie la solita fuffa, quindi si scrive solo la solita fuffa” o, viceversa, “si scrive quasi esclusivamente la solita fuffa, si pubblicizza solo la solita fuffa, quindi la gente è addestrata a comprare solo la solita fuffa” sarebbe piuttosto lungo, temo. inoltre è tradizionalmente difficile scegliere tra i due modelli: è praticamnte una questione ideologica.
    ho assistito a magnifiche litigate sul tema, anche perché è un argomento tipico di certe discussioni sul fumetto in italia…

  18. utente anonimo ha detto:

    ma anche, garantisco, di discussioni sul porno.

    b.n.

  19. dhalgren ha detto:

    la prima è di baudelaire, la seconda non ricordo. rispetto alla letteratura, il fumetto ha il vantaggio che non tutti si credono in grado di produrlo.

  20. sraule ha detto:

    rispetto alla letteratura, il fumetto ha il vantaggio che non tutti si credono in grado di produrlo.

    beato ottimismo 🙂

    tra l’altro, la tua capacità di citazione mi lascia a dir poco basita. ho sempre sognato di essere una buona citatrice, ma non mi è mai riuscito di memorizzare le quotes nel giusto ordine, mentre invece ricordo gli autori. così mi capita di dire roba come: “e come diceva wilde, l’importante è che parlino di me, anche se ne parlano davvero a schifìo… insomma, quella roba lì”. ah, bizzarrie della memoria umana.

  21. kush13 ha detto:

    ma adesso c’è Wikiquote

  22. sraule ha detto:

    già. adoro quel servizio.

    adoro anche wikipedia in generale, tanto che sono diventata una di quelle persone che perdono inspiegabilmente il proprio tempo scrivendone le voci.
    non è proprio nel mio stile, ma tant’è.

  23. Snoopy_writer ha detto:

    Eco fa riferimento ai romanzi di Liala, e alle frasi d’amore. In particolare, cita il caso di due innamorati-letterati che non posso dirsi “ti amo disperatamente” senza pensare al cliché dei romanzetti rosa…
    Bel post, complimenti.
    E in quanto Snoopy_writer mi sono sentito chiamato in causa!
    🙂

  24. utente anonimo ha detto:

    E in quanto Snoopy_writer mi sono sentito chiamato in causa!
    🙂

    più che giusto, torna a trovarmi.

    a parte questo, credo proprio che dovrò rileggermi quel cazzo di eco, visto che tutti se lo ricordano meglio di me 🙂

    sraule

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