Onde aumentare il livello di suspense per l’imminente pubblicazione della Top 10 2006 (so che siete molto impazienti e, non temete, il vostro trepidare verrà presto placato…), vi allieterò con un piccolo assaggio di perfidia, di modo che possiate meglio apprezzare le dolcezze a venire.
Al contrario della must-read-list la please-do-not-read-if-you-care-for-pleasant-entertaining-hours-list (abbreviata per ovvi motivi in do-not-read-list) non si avvale di criteri altamente selettivi e comparativi e non è frutto di ponderatissima disamina dei titoli disponibili sul mercato.
No.
La do-not-read-list non comprende neanche strettamente libri che sono usciti nel 2006. Per buttare fango mi basta che una loro edizione (di solito quella economica) sia uscita nel 2006. Malgrado ciò alcuni titoli la cui presenza avrei caldeggiato (come "Il circolo Dante" di Pearl… ops! mi è sfuggito!) non hanno potuto trovare posto nella lista dell’infamia per motivi "anagrafici".
Mentre durante l’anno cerco attivamente libri da inserire nella must-read-list – ossia libri eccelsi – è ovvio che faccio di tutto per evitare i titoli da inserire nella do-not-read-list – ossia le vere chiaviche. Se così non fosse e se, ad esempio, comprassi più libri di Anne Rice o di Elizabeth George, sono certa che la mia classifica potrebbe essere molto più esaustiva.
Spero che mi perdonerete per la scarsa dedizione.
Infine, forse unico punto in comune con la must-read-list, la do-not-read-list 2006 si riferisce strettamente alla narrativa di genere. Non starò quindi qui a dire che l’acclamatissimo "Il mio nome è rosso" di Orhan Pamuk è secondo me sopravvalutato, o che ¡Viva la muerte! di Arrigo Petacco per il momento mi sembra molto buono. Cercate di rassegnarvi all’idea che non si parlerà di miniaturisti turchi o di colpi di stato franchisti.
Cose che succedono.

Ecco, quindi, la…

DO-NOT-READ-LIST 2006

1. IL SEDUTTORE, Andrea H. Japp (Piemme, pp. 285). Si guadagna agevolmente la vetta della classifica della vergogna questo inconcludente romanzo sull’ennesimo serial-killer. Lui era molto bello e aveva il vizietto di uccidere, lei era la sua dolce mogliettina, l’unica sopravvissutta al tenero eccidio che lui fa della sua famiglia. Shoccata e sconvolta, lei scappa, cambia nome, prende sessanta chili e cerca di intrufolarsi nelle indagini dell’FBI sul suo ex-maritino, dopo aver studiato da profiler per corrispondenza o quasi.
Non solo la trama di "Il seduttore" è patetica, il personaggio del malvagio assassino è stereotipato, la figura dell’esperto in profili così goffa da risultare offensiva… no, la Japp (stranamente un’autrice francese) si permette anche di lasciare la trama a metà per invogliare i lettori a comprare il suo prossimo (e – immagino – conclusivo) romanzo, che in effetti è già uscito.
Il truce serial-killer è ricalcato su Ted Bundy, forse il più famoso dei serial dopo Jack lo Squartatore. Dato che è stato bellocci la Japp deve aver pensato che avrebbe venduto meglio e visto che al momento è induscutibilmente morto non può lamentarsi del ritratto dilettantistico che lei ne ha fatto. Del tutto improbabili le motivazioni dei personaggi, pallosissima la storia, insostenibilmente lagnosa la protagonista.
Da evitare come le docce del Bates Motel.

2. LA LUNA FREDDA, Jeffery Deaver (Sonzogno, pp.465). A dire il vero "La luna fredda" non è un romanzo terribile, è solo sciatto e mediocre. Si guadagna il secondo posto perché assistere impotenti allo smantellamento di uno dei personaggi più originali dell’ultimo decennio (il detective tetraplegico Rhyme) mi ha davvero irritata. La trama è uno dei soliti lavoretti ad alta definizione di Deaver, molto veloce, molto calcolata, molto scontata. Le "novità", due nuovi personaggi, sono la ciliegina sulla torta di m… hem, avete capito. Katerine Dance, in particolare, esperta di linguaggio corporeo, è lo stereotipo dell’anti-stereotipo e lavora in modo completamente non-credibile. Il "nuovo" machiavellico avversario è un killer a pagamento che si chiama "l’orologiaio". Fate un po’ voi. Se "La luna fredda" fosse stato scritto da un qualunque Mr.Smith sono certa che non sarebbe finito nella do-not-read-list. Sono stata paziente con Deaver fino a "La dodicesima carta", che era già scadente.
A questo punto, visti gli ultimi risultati, dovrebbe davvero smetterla di andarsi a vantare in giro che per sfornare un thriller best-seller è sufficiente saper scrivere in inglese correttamente e applicare una certa formula di composizione perché è evidente che nel suo caso non basta più.
Da evitare come la trippa in scatola.

3. LA VENDETTA DI MACHIAVELLI, Raphael Cardetti (Piemme, pp. 313). Ed ecco l’ennesimo thriller storico di cui nessuno sentiva il bisogno. Siamo nella Firenze dell’inizio del ‘500, dove un giovane Machiavelli assiste al ritrovamento di un cadavere (orrendamente sfigurato, potevate dubitarne?) e decide, guarda caso, di mettersi ad indagare. Savonarola fa la parte del buono – perché non dovrebbe essere riabilitato anche lui, in fondo? – come Soderini. I francesi sono cattivi e meschini e i pisani si stanno ribellando senza motivo, gli stronzetti. Ma la cosa migliore è che Machiavelli e Guicciardini sono coetanei (Guicciardini aveva almeno un decennio meno di Machiavelli) e vanno in giro per Firenze a sbronzarsi (è probabile che i due si fossero conosciuti solo molti anni dopo). Guicciardini (che era un politico alquanto altezzoso) dorme in una stanza sudicia e compone versi boccacceschi e – e qui vi svelo il finale – alla fine viene ucciso. A circa vent’anni.
Ora, non vorrei lanciarmi in una tirata nazionalista (chi mi conosce sa che sono tutt’altro che un’amante acritica del Belpaese), ma perché non lasciano un po’ in pace i nostri personaggi storici? Oltretutto Cardetti (che è francese) si è sicuramente molto documentato per scrivere il libro e quindi gli errori devono essere voluti. Non per questo sono meno fastidiosi. Tra l’altro il suo Machiavelli, oltre ad essere machiavellico nel senso peggiore (e storicamente scorretto) del termine, è anche rigido come un baccalà, piuttosto puritano e spesso insopportabilmente sentezioso. Sarò limitata, ma preferivo il brillante saggista, commediografo, politico e libertino. Questa versione é barbara, assomiglia al Casanova della Disney o peggio.
Da evitare come una fiction in costume.

4. IL DISCEPOLO, Elisabeth Kostova (Bur, pp. 668). Ed ecco a voi uno dei casi letterari dell’ultimo periodo! L’ennesima (di nuovo) variante sull’ormai logora aria di Dracula, uno strazio della durata di quasi settecento pagine, avvincente come una lettura pubblica di tassonomia (e i tassonomisti mi perdoneranno) e dove non succede praticamente un cazzo per tutto il tempo.
Giovane figlia di diplomatico scopre che il babbo costudisce un vecchio segreto: è il discepolo di un cacciatore di vampiri! In passato si è scontrato con Dracula (proprio lui)! I non-morti hanno rapito la mamma della giovane!
Detto così, naturalmente, sembra molto avventuroso. Magari leggermente pulp, ma piuttosto avvincente. Errore.
Il novanta per cento di "Il discepolo" si svolge in qualche polverosa biblioteca, ben lontano dall’azione. Ognuno degli avvenimenti del passato è raccontato in modo incredibilmente tedioso dal padre della protagonista, ingiustificabilmente reticente. Si tenta di far passare il tutto per intellettuale, mentre è solo pedante e libresco, aggiungendo qualche patetico tocco di amore filiale e di libido adolescenziale in via di risveglio. Dracula himself latita per tutta la durata del romanzo, forse annoiato, tranne poi – ed ecco il finale – essere fatto fuori in quattro e quattr’otto nelle ultime pagine.
Da evitare come una collana d’aglio ad un party.

5. L’ANIMA DEL MALE, Maxime Chattam (Sonzogno, pp. 482). Altra dimostrazione di come i francesi non dovrebbero provare a fare gli americani. In quanto nota francofila, credetemi, mi piange il cuore ad inserire un altro romanzo d’oltralpe nella classifica dell’infamia. Non dubito che avrò modo di rimediare nella Top 10.
D’altronde inserire "L’anima del male" è inevitabile. L’autore è così impegnato a darci una realistica descrizione della vita a Providence che risce ad infondere in ogni riga il peggio degli stereotipi sugli americani… mentre tenta di dimostrare il contrario! Oltre a questo "L’anima del male" è la banalità fatta libro. In alcuni momenti il candore di Chattam è francamente imbarazzante.
Ad esempio quando, presentando la BSU (Behavioural Science Unit) dell’FBI – l’elite del profile americano, noto covo di squali con i quali, per dirne una, la Cornwell, che ne ha sempre parlato bene, è finita in causa – Chattam afferma innocentemente che "poteva sembrare che fossero gente smaliziata e col pelo sullo stomaco, ma in realtà erano tutti teneroni che si volevano tanto bene, perché prima di tutto viene la lotta al crimine" (perifrasi mia, ma il succo era quello). Credo che nei Capitan America del ’45 ci fosse appena un goccio in meno di retorica e di nazionalismo (statuinitense. Perchè, poi?). Ma transeat.
Il protagonista (giovane, bello, intelligente e pieno di talento come, hem, profiler, tanto per cambiare) e la protagonista (giovane, bella, intelligente e, hem, psicologa, tanto per cambiare) danno la caccia a… indovinate un po’? Esatto: un serial-killer.
Lei ne è quasi stata l’ultima vittima, ma lui l’ha salvata in corner. Il serial (questo si diverte a tagliare le braccia delle vittime) viene ucciso, ma un anno dopo… ta-daa! Iniziano dei delitti esattamente identici ai suoi!
Attenzione, sto per svelarvi il finale. Provate un po’ a indovinare? Esatto: era il gemello. Lo so. Neanch’io ci volevo credere. Come non volevo credere che nessuno dei protagonisti riconoscesse a prima vista l’incipit della, hem, lettera che manda l’omicida (altro tocco di originalità): "Nel mezzo del cammin di nostra vita…"
Forse Chattam lo ignora, ma Dante, negli Stati Uniti, è al secondo posto di celebrità dopo Shakespeare.
Da evitare come Providence.

E con questo mi fermo. Non ho la forza di arrivare fino a dieci. I titoli scadenti non sono mancati nel mio carniere di quest’anno, ma non voglio infierire.
Ci vediamo prima della fine dell’anno con l’immancabile must-read-list 2006! Nel frattempo, mentre attendete trepidanti, prendetevi cura delle vostre coronarie sovraeccitate!

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. mrharrison ha detto:

    io che in genere sono attratto dalle vaccate più clamorose, non riesco a esserlo in questo caso. ma perchè sprecare tutte quelle pagine per dire le solite cose? e poi chi ha il coraggio di pubblicarle…?
    quando le cose sono fatte male per naivety (dai che in inglese suona meglio!!) riescono a “fare il giro” e diventare adorabili. quando c’è l’intenzione di fare un gran bel lavoro, vien proprio una cagata…

  2. sraule ha detto:

    dear mrharrison (io a forza di leggere in inglese a volte ho dei problemi a ricordarmi le parole in italiano), inutile dire che sono perfettamente d’accordo con te.

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