Ieri sera, dopo aver scritto una recensione non particolarmente brillante, riflettevo sulle parole che mi erano “rimaste nella penna”, come dicevano pietosamente le maestre di fronte ai nostri “o detto” e “o fatto” ai tempi delle elementari.

Come Leonardo da Quirm conosco la vergogna di svegliarmi al mattino con il lenzuolo pieno di scritte. Non proprio in questi termini, visto che io tendo a svegliarmi e a prendere appunti, ma è molto seccante lo stesso.

Rimuginavo, in poche parole, sui generi e sulle classificazioni. Ricordo che tempo fa sul blog di un mio amico si discuteva di un virus in coltura (chiedo perdono per le inevitabili inesattezze) che aveva così tanto in comune con il dna umano da poter essere classificato come homo sapiens, anche se era evidente che non lo era, e infatti aveva una nome completamente diverso.

Confesso che la discussione mi aveva lasciato alquanto tiepida e che non trovavo il virus sapiens molto interessante, se non come possibile spunto per un racconto di fantascienza.

Invece era interessante notare come a seconda della classificazione la prospettiva cambiasse completamente, fino al punto, se non sbaglio, che qualcuno iniziò a gridare al “rapimento”.

In realtà quello a cui accennavo nella recensione di cui sopra era un ordine di problemi nettamente differente. Notavo come nell’ultimo decennio sia andato sviluppandosi un “genere” o, se volete, abbiano visto la luce un certo numero di libri dalle tematiche di fondo comuni. Non nel senso di background delle opere – in quanto a questo piuttosto eterogeneo – o nel senso di “simili prodotti di un’epoca”. Niente di tutto ciò.

La mia osservazione avveniva ad un livello molto più superficiale, ovvero che, dopo anni di realismo coatto, di soffocante quotidianità, esistenzialismo o, da me molto apprezzato, razionalismo, avevamo di nuovo dei romanzi dove l’elemento fantastico era lasciato a briglia sciolta.

Non dei romanzi “fantasy”, o “gialli”, o “horror”, ma dei romanzi in generale. Che cos’è, poi, un romanzo, poniamo, “fantasy”? È, ovviamente, un romanzo che risponde a determinate caratteristiche, utilizza determinati stilemi, in qualche modo fissi: la spada, il drago, il regno… un mondo pre-tecnologico e magico, in gran parte dominato dalla natura, con leggi fisiche in parte diverse dalle nostre, abitato sovente da razze non-umane.

Naturalmente non tutti i romanzi “fantasy” avranno tutte queste tematiche in comune, ma basterà che ne abbiano alcune per essere introdotti nel genere. Sergej Luk’janenko, ad esempio, ha in comune col “suo” genere solo pochi elementi, che bastano tuttavia perché i suoi libri vengano classificati come “fantasy”.

Magari uno strano tipo di fantasy, più simile ad un horror e con ampie concessioni alla leggenda popolare russa, tuttavia pur sempre un fantasy.

Categoria in cui cade inevitabilmente anche “Johnathan Strange e il signor Norrel” di Susanna Clarke, che pure è ugualmente distante dalle suggestioni tolkieninane.

Quindi, uno strano miscuglio di giallo, fantasy, horror, con degli influssi fantascientifici, o mutuando delle tematiche dalle leggende metropolitane o dal folklore.

Insomma, dei libri libri.

Nella recensione suggerivo di chiamarli “sovrannaturali”, o “vertigo”, o “bho?”. Non perché a chi scrive una recensione torni meglio infilare tutto nel suo cassettino (anche per questo, sì), ma per non suddividere in tremila cassetti diversi qualcosa che potrebbe occupare un solo posto, rendendo così, tra l’altro, un favore al lettore.

In fondo i nomi servono a questo. Io posso magari non sentirmi molto Susanna, ma preferisco essere chiamata così che non ogni volta in un modo diverso.

In sostanza, come definire un “Neverwhere” o tutti i libri di Gaiman in generale, Sandman in testa? Sandman ha già la sua etichetta, ed è Vertigo, la collana DC che mutua a sua volta il nome dal famoso film di Hitchcock.

E “Lasciami entrare” di Lindqvist, di cui scrivevo proprio ieri sera, che è un “giallo” Marsilio? E cosa dire di tutti quei romanzi impropriamente catalogati come “horror”, e su due piedi mi viene in mente “Di santi e d’ombre”? O gli stessi libri della Yarbro, perché no?

Forse qualcuno ricorderà “Il club Vesuvio”, un romanzo di cui  non tesserò mai abbastanza le lodi, che, pure, non ha una sua collocazione precisa da nessuna parte. Non mi limiterei a definirlo “umoristico”, in ogni caso.

Certo, lo humor, magari “nero”, è spesso, ma non sempre, una componente fondamentale.

E i precedenti storici?

Escludiamo a priori gli scritti precedenti all’età della ragione. È ovvio che se l’Orlando (furioso), va sulla Luna senza bisogno di uno shuttle non si tratta di un “poema vertigo”. Non fino a prova contraria.

Stessa cosa per tutta la narrativa medioevale, che si basa su schemi di pensiero un po’ troppo diversi dai nostri per fare paragoni.

Da questo punto di vista mi viene da pensare che un romanzo come Don Chisciotte, dove i mulini NON SONO né possono essere giganti, le pecore NON SONO un esercito nemico e via discorrendo, potrebbe essere il terminus post quem per il nostro genere.

Purtroppo Shakespeare, più o meno nello stesso periodo, fa largo uso di componenti sovrannaturali, inserendo elementi di folklore a piè sospinto. È forse il segno che il terminus post quem corrisponde anche perfettamente con l’inizio del genere? Ovviamente no. Shakespeare non è nessun genere.

Mi viene in mente, allora, il PIÙ STRANO dei racconti di Sherlock Holmes, quel bizzarro “L’avventura dell’uomo che camminava a quattro zampe” (The case book of Sherlock Holmes), in cui il professor Prensbury assumeva uno strano cocktail a base di scimmia e poi assorbiva alcune delle caratteristiche di questo animale.

Sull’argomento sono stati scritti dei saggi e non è mia intenzione dilungarmi qui a discutere le conoscenze mediche dell’epoca in generale o quelle di Conan Doyle in particolare.

Come fondamentalista holmesiana, tuttavia, ritengo che il Grande Detective non avrebbe mai creduto ad una simile scemenza, e che pertanto Watson deve essersi inventato tutto di sana pianta, candidandosi così al ruolo di scrittore “vertigo” ante-literam, cosa, tra l’altro, non molto seria per un biografo.

A proposito di Vertigo, naturalmente, bisognerebbe a questo punto ribadire l’ovvio, ossia che in campo fumettistico il genere esiste felicemente sotto questa etichetta, anche qualora sia pubblicato da un’altra casa editrice. A quel punto diventa “tipo-vertigo”, e la faccenda finisce lì. E credo che, in Italia, non bisogna dimenticare alcune cose di Dylan Dog, quando gli autori uscivano un po’ dal seminato horror per inoltrarsi in lande sconosciute.

Ma non voglio qui parlare di questa serie, con cui ho avuto un serio problema di collezionismo per molto tempo, e da cui sono riuscita a liberarmi solo in anni recenti, a costo di grandi sforzi.

Tutto il discorso di cui sopra, in realtà, ha un fulcro affatto diverso e molto più personale.

Prima dell’edizione di quest’anno del Lucca Project Contest un partecipante ha scritto ad Armando chiedendo alcuni consigli. Tra le domande c’era un “qual’era il genere del vostro progetto?” a cui Armando rispose, dopo alcune riflessioni, “noir”.

Che, in effetti, è una risposta piuttosto scorretta. Non perché trovi che “noir” non sia all’altezza del mio ENORME TALENTO (se sta bene a Miller può andar bene anche a me), ma perché Ravenstock è pochissimo noir e molto “vertigo”, anche se il lettore ancora non lo sa.

Ovvero richiede di lasciare aperte molte possibilità e di accontentarsi di essere un po’ incerti su talune realtà fisiche che non vengono mai apertamente confutate.

I poche parole si richiede, e ora sto parlando in generale, di sospendere l’incredulità.

Se ne discuteva a Lucca, durante un dibattito di cui non ricordo quasi niente.

Mi avevano fatta mettere (ad esprimere la mia opinione, secondo loro) tra Pasquale Ruju e Mitique, e l’argomento era “le nuove vie alla sceneggiatura” o qualcosa del genere. Ricordo che si è toccato l’argomento, ma molto confusamente. Forse dovrei aggiungere che parlare in pubblico circondata da personaggi famosi non è la prima delle mie abilità.

Ero CONGELATA. Il mio pensiero invasivo, ossessivo e ricorrente per tutto il tempo è stato: “perché io?” e “posso mimetizzarmi con l’asta del microfono?”.

A cui è seguito, dopo aver ammesso che la risposta era no: “DEVO mettermi a dieta”. Il fatto è che da quando ho smesso di fumare ho preso un paio di chili. Assolutamente superflui.

Ma del sovrannaturale influsso del tabacco sulla mia vita e dei danni odontoiatrici da abuso di gomma da masticare parleremo un’altra volta.

 

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo ha detto:

    SRAULE, posso consigliarti Città di vetro in edicola oggi con repubblica? E’ tratto dalla geniale Trilogia di New York di Paul Auster.

    Secondo me merita.
    C’è di mezzo anche Spiegelman credo.

    Ciao!

    HKD

  2. sraule ha detto:

    ma HKD! l’ho già letto, ovviamente!

  3. brullonulla ha detto:

    il post è molto bello e vorrei leggerlo con più attenzione ma OMG HAI SMESSO DI FUMARE?

  4. sraule ha detto:

    sì. la mia povertà è profonda. in effetti non so quanto a lungo potrò resistere, ma per il momento me la tiro da “quella che ha smesso di fumare”.
    è anche una buona scusa per giustificare il mio carattere di merda.

    ci scriverò un post, credo.

  5. brullonulla ha detto:

    cerca di reggere, s., ti voglio bbene!

  6. sraule ha detto:

    piuttosto, quando vieni a sp? se ne parla a natale? o possiamo ambire alla tua ugusta presenza anche in tempi più brevi?
    dai, molla quelle povere cellule del parkinson e vieni a fare bisboccia nella più ridente delle cittadine!

  7. mrharrison ha detto:

    Cara susanna,
    mi chiamo jacopo e sono di torino. ho comprato ford ravenstock: mi è piaciuto moltissimo!! non conoscevo nè te nè rossi, e devo dire che mi ha veramente colpito il vostro lavoro, aspetto prossimi capitoli! cercherò di procurarmi anche altri vostri lavori.
    mi faceva piacere farti sapere che scoprire che anche in italia si possono produrre fumetti di questo “genere” (non nel senso del tuo post, intendo di spessore e senza inserirsi in serie interminabili) mi ha fatto tornare la speranza: in questo periodo in cui ricominciato a scrivere (scrivo musica e di musica), mi hai fatto tornare la voglia di scrivere sul mio blog, che non tocco da un anno e trascuro da ancora di più e la voglia di scrivere un fumetto, cosa che non faccio da anni. grazie!
    quando scriverò qualcosa sul blog, se vuoi, te lo farò sapere.
    jacopo

  8. sraule ha detto:

    e io lo leggerò con piacere, jacopo.
    ti ringrazio per i complimenti, che sono sempre graditi, of course, e sono lietissima di aver contribuito al tuo “ritorno di fiamma” per il fumetto.
    io credo che in italia qualche piccolo spazio ci sia, solo che solitamente uno deve conquistarselo letteralmente con le ughie e con i denti.
    per una sempre arrabbiata come me in un certo senso è l’ideale 🙂

  9. utente anonimo ha detto:

    Ciao a tutti e due…siamo rientrati a Firenze in attesa della nascita di Ginevra…in effetti l’unica che si è gosutaLucca senza la brina sulle mani….
    in questi giorni stavo riflettendo su un po di cose…sarà la paternità in arrivo..e fra queste anche sull’esperienza di Lucca ed aver incontrato voi due è uno dei ricordi più belli di quei giorni..spero che non ci perderemo di vista…
    ahhhh ho letto l’uomo a rovescio di Fred Vargas…eniale..mi è piaciuto molto..avevi ragione..ora mi metterò in pari con qualche altra sua creazione..intanto un bacio
    Guido

    ed un saluto da Jasmine (SI, LO AVEVI SCRITTO BENE ) ed un piccolo calcetto da Ginevra

  10. sraule ha detto:

    ciao guido,
    io e armando ricambiamo i saluti (calcetto compreso) :)…

    se mi mandi la tua e-mail come MP poi io la passo anche ad armando… così possiamo tenere i contatti!

  11. brullonulla ha detto:

    dovevo arrivare ‘sto weekend, ma mi sono beccato la terza o quarta influenzina in un mese.
    che non è ancora passata.
    ci ho la morte addosso, ci ho.

  12. sraule ha detto:

    povero brullino… vabbe’, mi consumerò gli occhi a forza di piangerti, ma ti aspetterò…

  13. secondosigillo ha detto:

    [..]il professor Prensbury assumeva uno strano cocktail a base di scimmia e poi assorbiva alcune delle caratteristiche di questo animale.[..]

    Questo.. è.. il.. mio.. sogno!
    La fissazione per le scimmie (anche solo per il suono della parola, musica celestiale per le mie orecchie) mi porterà a cercare questo racconto.

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