Mi sto appassionando a Dr House, Medical Division. Ogni due o tre anni mi appassiono a un telefilm e nessuno mi ferma più. Mi era successo con ER, con Millenium, insomma con un po’ tutti i telefilm citati nella colonna qui a lato.

L’altra sera c’era questo caso allucinante con dolori addominali, sbalzi d’umore e (successivamente si è scoperto) demielinizzazione.

Punta sul vivo (questa è roba che mi compete) mi sono persa metà della trama personal-succulenta a meditare su una diagnosi.

Man mano che facevano nuovi esami e escludevano ipotesi (che, ovviamente, io anticipavo ad alta voce con grande scazzo della coinquilina) la mia frustrazione cresceva. Uno dei miei più grandi vanti, nonché motivo di numerosi sguardi di sufficienza da parte dei signori formatori, è che riesco a partorire quattordici diagnosi al secondo. Magari tutte sbagliate, però ci penso.

Ovviamente era una questione d’onore. Anche il fatto di prenderla sul personale se qualcosa non mi viene fa parte del mio carattere.

A poco vale pensare: “Hey, è solo un telefilm”, perché tanto non serve.

Quando alla fine il geniale Dr. House se ne è uscito con una diagnosi di porfiria mi veniva da sbattere la testa contro il muro per non averci pensato. La coinquilina ha dovuto sorbirsi una dissertazione di venti minuti su sintomi, etiologia, fattori di rischio e storia della porfiria, che a me servivano per ristabilire la mia autostima.

Un po’ come dire: “Non mi è venuto in mente però guarda quante ne so.”

Nell’episodio precedente (che ho potuto seguire nella sua interezza a causa del trascurabile interesse dei casi) il Dr. House teneva una lezione allucinante a una classe di sperdutissimi allievi.

La coinquilina continuava a dire: “Ma dai!” oppure “Ma questo è fuori!” e “Gente come lui non esiste!”

(Guardare un telefilm con me e la coinquilina è un’esperienza olistica, metà dello spettacolo è fuori dallo schermo.)

Riguardo all’ultima affermazione avrei qualcosa da commentare.

Gente come lui esiste.

Un paio li ho avuti come professori.

Per motivi di paraculismo non citerò i loro nomi, ma chiunque abbia seguito le lezioni con me non faticherà a riconoscerli.

Il primo professore, che chiameremo Prof. Diogene (e mi si perdoni l’ammiccamento), usava urlare nel mezzo di una lezione che i suoi studenti erano “ignoranti come capre”. Abbastanza comune, direte voi. Sono sicura che tra tutti potreste raccontare almeno una storiella come questa, se non fosse che questo è il mio blog.

Abbastanza comune un cazzo.

Il Prof. Diogene non urlava “siete ignoranti come capre” se qualcuno non rispondeva ad una delle sue frequenti domande a trabocchetto su una qualche sindrome psichiatrica. No.

In quanto Essere Geniale era ben consapevole che nella sua materia eravamo ben peggio che ignoranti come capre. Lui si arrabbiava se non sapevi a memoria il Rasoio di Occam (Multiplicanda non sunt entia preater necessiatatem: visto? Credo che non lo dimenticherò mai più), o che l’Immacolata Concezione si riferisce alla concezione della Vergine Maria, non di Gesú Cristo, o se per caso ignoravamo che Reagan aveva l’Alzheimer (all’epoca era ancora vivo).

Gli dava fastidio l’ignoranza generica su qualunque argomento.

Secondo lui che gli studenti non conoscessero i criteri diagnostici di un disturbo era scusabile (in fondo erano studenti, appunto, e quindi in via di formazione per eccellenza), ma considerava una gravissima carenza tutto il resto. Se lui ti chiedeva qual’era la distanza in chilometri di Alpha Centauri tu dovevi rispondere. Punto.

Prima dell’esame (che ovviamente si svolse al di fuori di qualsiasi appello ufficiale) fu molto chiaro. Era previsto che noi conoscessimo il manuale a memoria, ma che non sperassimo di cavarcela così facilmente.

Ricordo che la prima domanda che mi fece fu: “Come spiega filogeneticamente la tendenza della gente a seguire un capo, per quanto inetto esso sia?”

Solo dopo che ebbi risposto mi chiese di elencargli i sintomi della depressione maggiore. E dopo i primi cinque secondi mi fermò (“Lo so che lo sa!”).

Un altro mio vecchio professore, invece, che chiameremo Prof. Dioniso, durante le lezioni dava vita a performance degne dell’Actor’s Studio, fingendo di essere di volta in volta pazienti diversi.

Bisogna aggiungere che queste sue messinscene avvenivano mezzo in italiano e mezzo in una lingua straniera (la sua). Sembrava di vedere una dissociazione di personalità: a tratti parlava come il paziente e a tratti ti rompeva il cazzo come insegnante.

Anche in quel caso se non rispondevi, o rispondevi male, la reazione era verbalmente violenta. In genere, però, Dioniso si limitava a farti presenti le orrende conseguenze che la tua diagnosi sbagliata avrebbe avuto sul paziente.

(Es. “Bravo, adesso ho avuto un esordio psicotico, sei contento?” oppure “E io mi taglio le vene!”)

All’esame impersonò una donna messa malissimo. Continuava a respingere tutte le mie ipotesi diagnostiche (con la voce da professore), mentre delirava con la voce della donna. Ho sottoposto (virtualmente) quella donna ad ogni genere di test, esame medico e tipo di domanda diretta. Ho parlato con i suoi familiari (sempre il professore, ma con voci diverse) e ho preso appunti su appunti (era la prima volta che lo facevo durante l’esame). Alla fine ho azzardato, disperata: “Ha per caso mai avuto la sifilide?”

“Ma lo sa che sì, quando ero una ragazzina?” mi risponde il professore, serafico.

Era sifilide. Pazzesco.

O meglio: in realtà non è così pazzesco. Improbabile ma possibile, come direbbe il buon vecchio Holmes. Confesso che se non avessi letto Sacks non ci sarei mai arrivata.

Potrei citare, poi, il professor Aristotele (Aristole è sicuramente il nome per lui, anche se “Babbo Natale Cattivo” funzionerebbe lo stesso). Difficile raccontare qualcosa dell’uomo senza rivelare chi sia. È famoso, e il suo ambito è abbastanza particolare da farlo individuare velocemente.

Basti dire che impostava i quesiti usando invece dei soliti sig. Rossi, sig. Verdi e sig. Bianchi, “la piccola ninfomane” o “il perverso bastardo”. Quando non estraeva dal cilindro nomi di politici di primo piano, immancabilmente infilandoli in situazioni imbarazzanti.

Odiavo e odio tutt’ora la sua materia, ma adesso ne ho un po’ più di rispetto.

 

Quindi la risposta definitiva alle perplessità della coinquilina è: il Dr. House esiste. Strano, ma vero.

Devo ammettere, però, che nessuno dei signori succitati era neanche lontanamente sexy come lui.

Ahimè: il mondo reale è maledettamente duro.

 

 

 

E adesso passiamo alle cose serie. Questa qua sopra è la copertina del numero uno di Inside, che in questi giorni sarà in fumetteria. Lungi da me dare wsuggerimenti ai cari lettori, ma se fossi in voi correrei a comprarlo.

E con questo molto velato suggerimento per gli acquisti vi saluto.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo scrive:

    Non mi perdo in complimenti, ma questo post era bellissimo.

    AnalCunt im Berlin

  2. gh7 scrive:

    E anche la tenutaria di quest’emerito blog si difende, a giudicare dall’ammiccante fotina pubblicata nel sito cui rimanda il post (ma sapevàmcelo, naturalmente; e complimenti a prescindere, se capìss)

  3. berniz scrive:

    d.h. è un bel telefilm, ma hai mai visto the shield?
    zao

  4. utente anonimo scrive:

    Non mi perdo in complimenti

    Anal, gia’ cosi’ e’ praticamente un evento. sei sicuro di star bene? di’ la verita’ e’ l-aria di berlino che ti sta facendo uno strano effetto…

    tra l’altro, non so se si nota, ma la tastiera da cui sto scrivendo e’ uno scandalo, mancano la meta’ dei tasti!

    gh7: muy galante. tengo a precisare che nella suddetta foto sono venuta MALE. sono figa, anzi, fighissima! 🙂

    berniz: non sei il primo a dirmi che the shield e’ roba per me, ma lo danno in un orario incompatibile con le mie esigenze di riposo. gia’ per vedermi oz una volta ho rischiato il collasso (e non mi ha nemmeno fatto impazzire). pero’ the shield e’ uno dei preferiti della coinquilina, che poi mi racconta le trame…

    sraule

  5. utente anonimo scrive:

    “A touch of Frost”! Telefilm inglese della BBC. Chiuso ormai nel 2004 con la sesta serie. Tratto dai romanzi di Rodney Wingfield aventi per protagonista il grandissimo detective Jack Frost. Grandissimo!

  6. gh7 scrive:

    Tenutaria di questo etc., la foto non mi pare male, ma ignoràvasi che tu fai uso di un lessico tanto disinvolto. Se ne prende atto tuttavia, non senza malcelata ammirazione per chi con te ha la ventura di condividerlo night and day.

  7. utente anonimo scrive:

    anche più disinvolto, il linguaggio, dico. e, be’… l’uomo è fortunato, non ci sono dubbi.

    in quanto a frost, grandissimo frost, qui da noi mica è mai arrivato il telefilm. peccato, però.

    sraule

  8. utente anonimo scrive:

    Parlando di ventura, non ci si riferiva di necessità alla fortuna – o sì, ma nel l’accezione più ampia del sostantivo, che di certo la brillante soggettista e sceneggiatrice di questo blog recepisce. In ogni caso, ora e sempre, complimenti.

  9. brullonulla scrive:

    io so che te e anal cunt diverrete amicissimi, un giorno.

  10. utente anonimo scrive:

    gh7: cerco sempre di capire quello che e’ meglio per me, ovviamente.

    brullo: non dubito. come non dubito del fatto che un giorno mi accendero’ sigari con biglietti da 500 euro.
    e poi sei tu che continui a dire che io e anal ci vogliamo male. non e’ affatto vero.
    io lo stimo e lo ammiro.

  11. utente anonimo scrive:

    io e anal ci vogliamo male. non e’ affatto vero.

    Giusto, è lui che fomenta.

    AnalCunt

  12. utente anonimo scrive:

    anzi, e’ brullo che ci sta antipatico!

    sraule

  13. utente anonimo scrive:

    Lo sopporto solo perchè ha un appartamento a bologna e mi tiene l’affitto basso.

    Mi apre la addirittura la porta mentre trombo.

    Lo odio.

    AnalCunt

  14. utente anonimo scrive:

    Mi apre la addirittura la porta mentre trombo

    adesso inizio a vederci chiaro. mi chiedevo perche’ tutte le volte che siamo andati a trovarlo io e il mio tipo (epoca pre-anal, of course) brullo insisteva perche’ si dormisse tutti nella stessa stanza…

  15. utente anonimo scrive:

    brullo insisteva perche’ si dormisse tutti nella stessa stanza…

    Buahahhah. Il bello è che quando tromba lui chiude a chiave il soggiorno, mura la porta con cemento e mattoni pieni e insonorizza la stanza coi cartoni delle uova.

    AnalCunt

  16. utente anonimo scrive:

    io e il mio tipo (epoca pre-anal, of course)

    Oddio. Decontestualizza un attimo questa frase.

    AnalCunt

  17. sraule scrive:

    tz. lo sai che non sono freudiana. ho smesso di imbarazzarmi delle mie frequentissime gaffe eoni fa.

    con brullo, in ogni caso, userei per ripicca delle registrazioni di coiti prese da filmacci porno italiani anni ’80, mettendole in loop come musica ambient. magari quando non sei in casa.

    sraule

  18. utente anonimo scrive:

    Complimenti perché l’opera non è affatto male. E’ il tuo primo lavoro a fumetti? Ci sono cose da limare qua e là, ma il prodotto è molto professionale e la lettura scorre bene. Aspetto con interesse il prossimo numero, quando uscirà? Nel frattempo, ne parlerò brevemente sul sito! 😉

    Ettore

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